Tumori
Direttiva europea per i pacchetti di sigaretta e per le sigarette elettroniche 10/10/2013 22:43
Il Parlamento europeo ha deciso di approvare a larghissima maggioranza il testo della nuova direttiva tabacco dando mandato al consiglio europeo di iniziare le trattative con i singoli stati per uniformare la legislatura in merito secondo la direttiva. Le nuove norme europee sul fumo prevedono la presenza di immagini shock oltre a diverse avvertenze per la salute sui pacchetti di sigarette. Si parla di immagini shock ma io ritengo che si tratti solo di immagini veritiere. Non sono immagini disegnate ma sono fotografie che fotografano la realtà e vogliono avvertire il consumatore dei danni e dei pericoli ai quali va incontro. Le normativa dicono come devono essere le immagini e che gli avvisi dovranno coprire il 65% del pacchetto e dovranno essere situati nella parte alta, sopra il logo della marca. In sostanza che vede il pacchetto dovrà vedere subito la immagine forte e poi potrà leggere la marca alla quale lui era affezionato. Vi saranno quindi immagini forti come polmoni anneriti o tumori alla bocca come già avviene in Australia. E sembra da dati statistici diffusi che tale norma in Australia abbia ottenuto risultati incoraggianti. Nella stessa direttiva l’Ue ha deciso di vietare le confezioni con meno di 20 sigarette e di abolire l’aroma al mentolo, anche se in quest’ultimo caso le aziende produttrici avranno a disposizione otto anni di tempo. Bisogna anche dire che sono in Italia e forse in qualche altro paese europeo si possono vendere confezioni con 1o sigarette. Sono state approvate anche nuove regole sulle sigarette elettroniche e nel testo approvato dal Parlamento europeo prevede con la Commissione Ue non intende riconoscere la sigaretta elettronica come un farmaco. Per tale motivo viene stabilito che le e-cig non sono considerate farmaco e quindi non saranno vendute solo in farmacia, mentre è confermato il divieto di vendita ai minori e il divieto di pubblicità. La sigaretta elettronica potrà essere venduta come gli altri prodotti della filiera del tabacco ma subirà gli stessi divieti e dovrà avere avvertenze per la salute. Lo scopo finale dichiarato infatti è quello di combattere il fumo in generale e in particolare. Naturalmente non si potrà fumare le sigarette elettroniche nei luoghi pubblici, e in mnodo particolare nelle scuole e negli ospedali. Non sappiamo che queste nuovo normative sulla sigaretta elettronica sia state apportata su pressione delle multinazionali del tabacco ma certamente nel complesso si fa un passo avanti. Quante volte assistiamo a persone che fumano in presenza di bambini., Vediamo spesso mamme che fumano ed hanno in braccio i bambini di pochi mesi. Tutti sanno che la legge lo vieta a difesa dei bambini, ma non abbiamo mai visto e dico mai visto un vigile fermare una donna che fuma assieme al suo bambino. Avete mai visto i responsabili dei luoghi pubblici dire qualche cosa a persone che fiumano nei giardini nelle scuole o degli ospedali. Dicono forse qualche cosa ai pazienti che fumano sulla terrazza dell’ospedale o nei bagni ? Il problema in Italia è quello che nessuno fa rispettare le leggi salvo quelle che fanno comodo. La giustizia in Italia è una casta e difficilmente si potrà fare qualche cosa: basterebbe che ci fosse più civiltà, più educazione. più rispetto per gli altri Per concludere l’articolo riposto sotto i commenti tratti da un forum all’annuncio della introduzione della normativa europea sulle immagini sui pacchetti di sigaretta Li riporto integralmente ma senza mettere nessuno riferimento a chi li ha scritto rispettando la privacy . Sappiate però che sono veri e sono quindi espressione di molte persone…infatti ne riporto solo alcuni 1) Da ex fumatore (sono sanissimo) , dopo quasi 20 anni di sigarette ho smesso scommettendo che non avrei mai smesso!!!!! Le sigarette ,come la benzina e l’alcool, sono per lo stato un’introito da milioni di euro…Al fumatore non interessa se aumentano o fanno male!!!!!!!!!!!!!!!!!! Commento: rappresentano un grosso introito ma lo stato spende di più di quello che incassa per curare i danni dal tabacco 2)I fumatori lo sanno benissimo cosa rischiano. Che senso ha dunque mettere foto raccapriccianti? Se davvero volessero combattere le sigarette le dovrebbero toglierle dal mercato Commento: Giusto!! Ma nessuno tiene conto che la libertà di uno finisce dopo inizia la libertà di un altro. Ogni persona in genere pensa a sè e al proprio piacere. 3) a questo punto si dovrebbe mettere anche queste immagini sul vino, liquori, e AUTO…che provocano piu morti del tabacco Commento: vi è una bella differenza. Si dovrebbe avvertire i consumatori di usare macchina, alcool in giusta misura e con prudenza e rispettando le leggi. IN ogni caso il fumo causa danni e spesa pubblica di gran lunga superiore ai morti in auto o all’alcool 4) C’è bisogno delle foto raccapriccianti per far capire alla gente che le sigarette portano al tumore. Se la gente è cretina nessuno può farci niente. ABOLIAMO LE SIGARETTE. TOGLIAMOLE DAL MERCATO Commento: pienamente d’accordo ma bisogna farlo educando 5) Penso che se qualcuno vuole uccidersi nella maniera a lui più congeniale sia opportuno lasciarlo fare; anche questa è libertà. Commmento: sono d’accordo sula liberta di morire e di stare male ma dovrebbe pagare le conseguenze di tasca loro 6) Non penso che le immagini siano dei deterrenti, anzi buttando il pacchetto vuoto potrebbero venire in mano a dei bambini provocando seri problemi psicologici. Lo dice un non fumatore Commmento. Io mi occupo di prevenzione nelle scuole elementari da anni e mai e dico mai un bambino ha avuto problemi per aver visto tali immagini che mostro con delle diapositive. Anzi si ha un effetto buono che il bambino porta a casa 7)Si Si SI, fate solo bene! Ma per far smettere di fumare bisognerebbe alzare il prezzo di un pacchetto di sigarette a 100€ (così troviamo anche i soldi per la cassa integrazione, imu, iva ect..). E’ una vergogna vivere in mezzo a ciminiere ambulanti:o vai in apnea o ti giochi l’esistenza Commento: sono pienamente d’accordo. Chi ha il vizio paghi. Ma certamente una tassa alta su tabacco, alcool e giochi porterebbe più soldi dell’IVA e dell’IMU. Chi può compri pure le sigarette ma paghi per quelli che non devono pagare l’IMU o l’IVA che ricade su tutti noi !

Considerazioni sulle sigarette elettroniche 11/06/2013 07:47
Riportiamo una intervista fatta da Luciano Fassari sul sito http://www.quotidianosanita.it che è in linea con il nostro pensiero Intervista a Umberto Roccatti, Amministratore Delegato di Puff, una delle aziende leader nel mercato delle e-cig e vicepresidente dell’Anafe. Sì ai divieti per i minori e per il consumo in scuole e mezzi pubblici. Secco il no a nuove tasse. Ma serve al più presto una normativa ad hoc a tutela dei cittadini e delle aziende che operano correttamente. 08 GIU - Le sigarette elettroniche rappresentano inequivocabilmente un mercato in piena ascesa con un giro d’affari che negli ultimi due anni si è quasi decuplicato. Ma su questo vero e proprio boom delle e-cig si sono scatenate aspre polemiche sulla loro sicurezza e sulla reale efficacia nella lotta al tabagismo. Così, abbiamo chiesto a Umberto Roccatti, Amministratore Delegato di Puff, una delle aziende leader nel mercato delle e-cig e vicepresidente dell’Anafe (l’Associazione nazionale fumo elettronico) di esporci il punto di vista delle imprese. Dottor Roccatti, partiamo dalla cronaca. Nei primi 5 mesi dell’anno i Nas hanno sequestrato 800 mila prodotti. C’è un problema di sicurezza che riguarda le e-cig? Il 99% dei sequestri si intende non per il carattere di pericolosità intrinseca dei prodotti, ma per la mancanza di una corretta dicitura sulle confezioni. Quindi l'illecito nella stragrande maggioranza dei casi non riguarda potenziali rischi per il consumatore, ma mancanza o errata informazione allo stesso: grave, ma di livello sicuramente diverso. Ci son stati sequestri di centinaia di migliaia di ricariche di liquidi perché mancava un numero di telefono sulla confezione: mi sembra giusto che la gente lo sappia per valutare la cosa e non creare allarmismi. Dettò ciò, le leggi ci sono, e vanno rispettate: Puff è assolutamente in linea con il quadro normativo e anzi è solidale con gli sforzi dei Nas che vigilano su un mercato dove troppi si stanno affacciando con superficialità: servono però regole più chiare perché tutti vogliamo rispettarle. Ma come dovrebbe essere inquadrata la sigaretta elettronica? Un farmaco, un dispositivo medico o semplicemente un tradizionale prodotto da fumo? Certamente non è assimilabile tout court a nessuna di queste tipologie. L’e-cig è un dispositivo elettronico e desidero precisare ultra controllato da normative europee. Ed è per questo che chiediamo al più presto una legge ad hoc, anche a livello Ue che possa disciplinare la materia. Ma è vero che questi prodotti fanno smettere di fumare? Le persone che vogliono abbandonare il fumo tradizionale lo fanno perché sanno che esso può provocare grossi danni alla salute. Ecco, per noi le e-cig rappresentano un metodo di fumo alternativo molto più sano come evidenziato anche da numerosi esperti. Per noi ‘svapare’ vuol dire compiere un gesto d’indulgenza. E poi desidero precisare come vi siano numerosi studi che dimostrano come il vapore emesso dalle sigarette elettroniche non produce ‘fumo’ passivo, né contamina in alcun modo l'ambiente circostante. E lo stesso dicasi per le e-cig contenenti nicotina. In ogni caso, noi siamo contro chi pubblicizza ingannevolmente le e-cig come prodotti miracolosi. Ma siamo anche contro chi lancia allarmismi impropri. Vi sentite vittime di una campagna denigratoria? No, ma sicuramente c’è stata un’informazione superficiale in cui gli organi di informazione non hanno parlato subito con le aziende. Certo, visti gli interessi in gioco qualche dubbio ci è venuto Ecco, la nicotina, una sostanza che crea dipendenza e che se assunta in dosi eccessive può creare problemi alla salute. In questo senso qual è la vostra posizione? È vero, ed è per questo che siamo favorevoli al divieto di fumo elettronico per i minori e sui mezzi di trasporto pubblico e in determinati locali, edifici scolastici in primis come proposto dal Css. Ma ripeto la nicotina non viene emessa nell’aria nell’atto della respirazione, con questo non si vuol dire che un abuso di sigarette elettroniche contenenti nicotina faccia bene, ma è certo che esse hanno una tossicità trascurabile per chi le utilizza e pari a zero per chi subisce il ‘fumo’ passivo. Anche per questo diciamo no al divieto assoluto di utilizzo in tutti i luoghi pubblici. Come giudica la decisione della Francia di vietarle proprio nei luoghi pubblici? In questi giorni c’è stata molta confusione in merito a questa notizia. Ebbene, in Francia le e-cig non sono state vietate nei luoghi pubblici. Stanno facendo degli studi ma, per ora, si sta parlando solo di una proposta. Torniamo alla questione della sicurezza, che esiste, visti anche i sequestri di prodotti sprovvisti di ogni marchio negli ultimi mesi. Che problemi ci sono? Desidero premettere come le e-cig già oggi debbano sottostare a diverse norme dettate dalla Ue e devono soprattutto avere il marchio Ce oltre ad altre informazioni specifiche. La nostra azienda, nonostante l’assenza di una normativa specifica ha vietato da subito la vendita ai minori (che possono entrare nei punti vedita solo se accompagnati) e ogni confezione è provvista di tutte le informazioni e anche di un "bugiardino". Per questo sollecitiamo al più presto una normativa ad hoc che vada proprio a tutela dell'utente e delle aziende che già oggi forniscono un’informazione trasparente. Purtroppo c’è un grosso problema soprattutto legato alle ricariche che vengono prodotte in mercati extra Ue e su cui vanno messi al più presto degli standard qualitativi. Per questo consigliamo di usare i prodotti italiani che sono sicuri e rispondono alle normative oggi in vigore. Sulle e-cig il Ministro della Salute ha dichiarato che interverrà sulla materia. Cosa vi aspettate? Lo ripeto, siamo i primi ad auspicare che venga introdotta quanto prima una regolamentazione normativa specifica attraverso la creazione di un tavolo di discussione ad hoc sul tema del fumo elettronico. Si tratta di un mercato ormai consolidato, caratterizzato da un’evoluzione costante in cui si fa sempre più urgente una regolamentazione bilanciata, che tenga conto dei reali costi e benefici, ma soprattutto della specificità del prodotto. Nell’ultimo periodo si è parlato molto anche di una tassa sulle e-cig. Che ne pensa? Siamo contrari. Siamo un settore in crescita e cha dà occupazione a 10 mila persone. Ma oltre ciò un'ulteriore tassa che penalizza un prodotto che riduce i rischi per la salute mi sembra un’assurdità. E non dimentichiamoci che in questo momento in Italia siamo all'avanguardia a livello internazionale. Proprio in questi ultimi giorni alcune delle più grandi multinazionali del tabacco hanno manifestato l’intenzione di avvicinarsi al mercato delle e-cig. Come valuta questa strategia? Queste notizie non fanno altro che ribadire come sia in atto una rivoluzione nei costumi, di cui anche le grandi aziende del tabacco, con cui abbiamo intessuto buoni rapporti in questi anni, si iniziano a interessare con sempre maggiore attenzione. Luciano Fassari 08 giugno 2013 © Riproduzione riservata

Cancro e Sesso Orale : cosa è vero e come si previene 10/06/2013 06:16
Parliamo di un argomento che è esploso in queste settimane : Cancro e Sesso Orale L'argomento è il rapporto tra il cancro e il sesso orale. Fino ad ora di questo argomento se ne parlava poco anche se gli studiosi non solo in Italia se ne erano occupati. Il problema è esploso da quando è stato Kirk Douglas questo famoso attore americano che recentemente venne colpito di un tumore alla gola. In una sua dichiarazione pubblicata su un giornale importante (The Guardian ) aveva supposto che il sesso orale da lui praticato per molti anni avesse potuto essere una delle cause del tumore alla gola che lo aveva colpito circa tre anni fa. Ora che il nesso causale tra il sesso orale tra l'uomo e una donna possa entrare nella serie di fattori di rischio per il cancro della gola era un dato già discusso e in parte ritenuto vero. Si basa sulla osservazione che in una percentuale alta che poi vedremo il papilloma virus umano il cosiddetto Hpv è sempre stato riconosciuto fattore della nascita di tumori sia al collo dell'utero e negli anni seguenti anche nelle mucose oro faringee. Non vogliamo qui entrare nei dettagli che cosa si intende per sesso orale e nei vari termini che vengono usati per indicarlo. Da un punto di vista scientifico il termine deriva dal latino e viene chiamato cunningulus. La pratica poi viene usata sia dall'uomo alla donna sia dalla donna alla donna e quindi il problema del rischio della nascita di tumori nella zona orofaringe può venire messa in relazione ad un rapporto sia all'uomo che alla donna. I ricercatori del centro di ricerca sul cancro dell'Ohio State University hanno studiato la diffusione del papilloma virus umano su un campione di circa 5600 persone. Il campione era fatto sia di uomini che di donne. Questi ricercatori hanno stabilito che l'incidenza del virus nel cavo orale in uomini e donne tra i 14 e 69 di età era presente in uno su 10 uomini mentre nelle donne era presente nel 3,6% dei casi. I dati vanno a significare che la presenza del papilloma virus nell'uomo è percentualmente minore che nelle donne ma stanno anche dimostrare che il papilloma virus è presente maggiormente nel cavo orale della donna ma è presente anche in una quantità variabile dei genitali esterni della donna oltre che nei genitali interni. Per questo motivo dobbiamo considerare un rischio anche se modesto di trasmissione del papilloma virus alla carità orale dell'uomo o di una donna dalla vagina della donna. Naturalmente il papilloma virus si diffonde anche dai genitali esterni e interni , al glande e alla cavità uretrale nell'uomo. Noi qui però prenderemo solamente in considerazione la trasmissione dai genitali esterni alla cavità orale dell'uomo perché la dichiarazione del noto attore ha creato vari interessi nella popolazione e spesso si ci si fanno delle idee sbagliate o non scientifiche o a volte creano confusione e paura nelle persone Diverse ricerche condotte tra l'altro dalla Facoltà di Odontstomatologia dell'Università di Malmo e da altre pubblicate dal The New England Journal of Medicine hanno suggerito una correlazione tra sesso orale e cancro alla gola senza ombra di dubbio anche se è difficile entrare in dati statistici e quantificare il rischio in quanto questo rischio varia dalle persone che si frequenta dall'uso che viene fatto e dagli anni di pratica. Vi è poi una certa reticenza o fatica a parlare di certi argomenti . Sia per riservatezza o a volte per motivazioni morali o addirittura religiose. Anche io sono stato un po' restio pubblicare queste considerazioni ma come medico che si occupa da anni della prevenzione ritengo utile porre un pò di notizie apprese da riviste scientifiche che possono dare alcuni punti di certezza sul problema in maniera che le persone siano a conoscenza dei rischi. E si possa valutare questi rischi e si possa quantificarli e sapere che questi rischi variano da persona a persona secondo il loro modo di vivere. Teniamo presente che in paesi come Israele e in Giappone le malattie trasmesse sessualmente sono ridotte al minimo proprio per la massima igiene che tale popolazione usa normalmente. Quello che la gente chiede e lo vediamo in quanto basta battere su Google una ricerca correlata e si vede quanti articoli collegati a tale termine esistono e nei forum quante sono le richieste di chiarimento della gente. Quindi a noi interessa stabilire se c'è un legame e quale legame e quantificare questo legame tra il cunningulus e cancro della carità orale e della laringe. Questo legame è naturalmente strettamente correlato alla presenza del HPV (il papilloma virus umano) che sessualmente trasmesso proprio attraverso il sesso orale. C’è un legame tra il cunningulus e il cancro alla cavità orale e alla laringe, causati dall’Hpv (il Papilloma virus umano). E ne vogliamo parlare proprio perché la scienza in generale conferma questo rischio e sicuramente deve trovare la causa del papilloma umano virus . La questione però molto più complessa di quanto sembra così apparentemente e per tale motivo bisogna parlarne vedendo i problemi relativi alle singole persone, alle singole popolazioni e alle singole abitudine. E quindi dobbiamo porre alcune precisazioni che poi troverete nel corso di questo articolo. E naturalmente se dobbiamo parlare di prevenzione dobbiamo considerare non solo il rischio della nascita del cancro della cavità orale nell'uomo attraverso il cunningulus praticato alla donna ma dobbiamo anche considerare il rischio di cancro alla donna nella cavità orale della laringe se praticato attraverso il sesso orale che in questo caso prende il nome scientifico di fellatio ( da uomo a donna) Abbiamo visto come il papilloma viene riscontrato più frequentemente nella bocca della donna rispetto alla bocca dell'uomo e quindi in questo caso se la pratica della fellatio secondo le statistiche è più o meno simile per vari motivi a quella del cunningulus allora dobbiamo pensare che se è sempre vero che la trasmissione del papilloma virus sia la causa di tale neoplasia dobbiamo per forza pensare che statisticamente è facile che con tali pratiche sia anche la donna ad avere il cancro della laringe . Numerose ricerche e tra queste una delle principali anche per il prestigio della rivista è quella pubblicata sul New England Journal of Medicine che ha dimostrato che la fellatio soprattutto se praticata con più partners favorisce il contagio da HPV. Bisogna tener presente però che esistono più di 100 diversi tipi di HPV in base al loro assetto del DNA. Questo virus che può essere trasmesso al mucose della bocca per attraverso il sesso orale o essere anche trasferito la zona anale e responsabile di alcune malattie della pelle ma è riconosciuto il principale fattore di rischio per alcuni tumori della gola Numerose ricerche e pubblicazioni hanno dimostrato che la fellatio, soprattutto se praticata con più partners, favorisce il contagio da HPV . Dell'HPV però esistono ben 100 diversi tipi, divisi in 16 gruppi in base alle omologie di sequenza del DNA e quindi è difficile stabilire il tipo più frequente e riscontrabile nella saliva della partner o del partner. Questo virus può essere trasmesso alle mucose della bocca via sesso orale o essere trasferito anche alla zona anale ed è responsabile anche di malattie della pelle. Ma soprattutto il Papilloma Virus sembra essere il principale fattore di rischio per alcuni tipi di tumore alla gola. Noi sappiamo che il fumo e l'eccessivo consumo di alcool sono la causa più frequente e si parla di circa il 90% dei cancri del laringe e della faringe provocati da alcool e fumo. Naturalmente tutti sappiamo che il fumo e l'alcol creano una dipendenza tra loro e moltiplicano i fattori di causa della neoplasia se sono presenti contemporaneamente. Se a questi rischi di fumo aggiungiamo anche il rischio del papilloma virus causato da un eccesso di sesso orale l'alta percentuale di rischio che il paziente possa avere la trasmissione del' HPV e allora il problema diventa serio. Da dati sempre della stessa rivista (The New England Journal of Medicine) si afferma la infezione HPV in gola ha una probabilità di avere il cancro della faringe o del laringe 32 volte maggiore rispetto a chi non ce l'ha . Bisogna anche inquadrare il problema nel fatto che la società in questi ultimi anni è evoluta e quindi i comportamenti delle persone sono cambiate e in modo particolare mi riferisco ai giovani e alla loro libertà di comportamento. E proprio dei giovani noi notiamo un aumento di tumori della faringe e della cavità orale causati dal papilloma virus che può manifestarsi subito ma può manifestarsi anche a distanza di 20-30 anni. Anche in Italia questa situazione ci porta ad avere un aumento di queste patologie Il presidente della Società italiana di ginecologia professor Nicola Surico ha diffuso dei numeri e su un'intervista rilasciata sul sito blitzquotidiano.it questi numeri non lasciano spazio a molti dubbi . “I tumori alla cavità orale in Italia contano 10-12 mila casi nuovi l’anno – afferma Surico - si stima che ben il 50 per cento dei tumori dell’orofaringe siano attribuibili al virus Hpv trasmesso via sesso orale, così come il 15 per cento dei tumori del cavo orale e il 21 per cento di quelli alla laringe”. L’ampiezza del fenomeno riguarda sempre più da vicino i maschi. Ormai il sesso forte è diventato il maggiore soggetto a rischio, secondo il presidente della Società italiana di ginecologia, che, sempre su blitzquotidiano.it, si sofferma anche sugli omosessuali, tra i quali si registra una crescita in aumento Quindi è stata la dichiarazione dell'attore Kirk Douglas che ha portato con le sue affermazioni uno spunto alle varie riviste scientifiche e ai consessi scientifici internazionali a discutere di questo problema e anche a vedere cosa si può fare per prevenire e combattere l'infezione del papilloma virus una volta che questa è stata trasmessa La prevenzione e combattere la diffusione non è semplice e forse quasi impossibile: non si può certo proibire a delle persone di usare il sesso orale sia le donne che all'uomo. La non pratica è un fatto limitato solo in certi ambienti integralisti e religiosi di alcune religioni. Per la trasmissione per via sessuale è facile proporre il preservativo e questo può essere facilmente applicato in caso di fellatio e allora potrebbe essere la causa di prevenzione riguardo la donna . Ma quanto lo applicherebbero ? Il preservativo applicato durante la fellatio non sarebbe apprezzato da tutti e sarebbe molto difficile trovare degli uomini che accettino di indossare il condom al momento dell'atto sessuale e d'altra parte anche la donna proverebbe poco piacere a fare sesso orale tramite fellatio coperta da un preservativo quindi in questo caso la prevenzione forse non è possibile. L'unica prevenzione che si può fare è limitare i partners e avere una massima igiene con dei colluttori della cavità orale prima di praticare una fellatio Per quanto riguarda invece il cunningulus si consiglia anche qui di non passare a troppi partners e che questi siano sicuri e di applicare la massima igiene sia dei genitali femminili e anche di praticare un lavaggio con colluttorio della cavità orale maschile Una vera prevenzione attualmente viene anche offerta dallo Stato ma è prevista solo per le ragazze in giovani età . Questa prevenzione è data dal vaccino anti Hpv. Questo vaccino, alla giorno di oggi viene previsto solo per le ragazzine, ma secondo gli oncologi americani riunitisi recentemente a Chicago, dovrebbe essere esteso anche ai maschi in giovane età. Prevenire, insomma, nei primi anni di vita per evitare di curare in età adulta. Il vaccino anti-Papilloma si sarebbe rivelato decisivo soprattutto per contrastare i tumori al collo dell’utero, mentre l’efficacia è più incerta per l’infezione alla gola e le neoplasie correlate Anche se il vaccino viene dato dallo Stato come forma di prevenzione e di limitazione della neoplasia dell'utero alle ragazzine rimane sempre il fatto che il vaccino può contrastare la diffusione del cancro della gola. Esso rimane una delle prevenzioni fattibili che noi conosciamo. La prevenzione vera o la prevenzione primaria passa attraverso il vaccino quando è possibile ed efficace specialmente nelle giovani età. Ma poi si tratta ad operare le misure igieniche necessarie e l'uso moderato di tale pratica per cercare di evitare o limitare la nascita di questi tumori. Dobbiamo poi tenere presente la prevenzione secondaria o la diagnosi precoce. Per tale motivo è sempre utile un controllo periodico dall'Otorino in modo da rinvenire la presenza di lesioni cancerose o precancerose alla laringe o al cavo orale quando queste essendo in uno stadio iniziale possono essere estirpate radicalmente senza che si debba passare né ad un intervento diverso né a terapie particolari. Non mi stancherò mai di ripetere che la prevenzione e l'unica arma vincente e quindi se pur vero che esiste una prevenzione primaria e una prevenzione secondaria queste prevenzione hanno efficacia solo se esiste una informazione alla popolazione in modo particolare questa informazione deve partire dai giovani Bisogna affrontare con i giovani il tema delle malattie sessualmente trasmesse. Attualmente se ne parla poco e sono in genere colloqui o lezioni tenuti da medici nelle scuole medie nelle scuole superiori ma sono corsi sporadici i cui risultati sono sempre discutibili Credo che portare nelle scuole notizie e consigli su questo tipo di patologia sia una cosa molto importante anche perché noi sappiamo che i giovani hanno fame di notizie su questi argomenti e se è pur vero che la maggior parte dei ragazzi chiariscono questi argomenti con i loro amici è pur vero che queste notizie sono spesso sbagliate o non precise. Quando ne parla una persona nota o un attore il mondo si muove, la gente si muove. Vi ricordate come il mese scorso alla notizia che l'attrice Angiolina Jolie si era fatto fare un intervento di mastectomia bilaterale e cioè di asportazione delle due mammelle per evitare la nascita del cancro alla mammella ha creato un interesse notevole e molti si sono posti la domanda se eseguire anche loro l'intervento. Ciò ha portato per esempio all'episodio di un uomo che si è fatto togliere radicalmente la prostata per evitare l'eventuale nascita di un tumore Anche qui abbiamo avuto un attore famoso Kirk Douglas che ha provocato un mare di notizie su un mare di giornali e se n'è parlato molto tant'è vero che da dati della ricerca sulle farmacie e dei consultori si è notato un aumento delle richieste di vaccino contro il papilloma nelle cliniche. Sembrerebbe quasi che per far interessare la gente alla prevenzione ci voglia la parola di che personaggio noto di qualche cantante o di qualche attore. Come per tutti i tumori solo quando un tumore colpisce una persona a noi vicina, un parente, allora ci accorgiamo del problema; finché il tumore colpisce una persona che non conosciamo noi non rimaniamo colpiti. Quando leggiamo il suo annuncio di morte diciamo " poveretto è morto anche lui " ma non ci rendiamo conto che può capitare anche a noi. La stessa cosa è il problema nato dall'papilloma virus , della sua trasmissione la sua possibilità di provocare il cancro dell'utero e anche dell'oro faringe e della laringe. Una ricerca dell'Ohio State University Comprehensive Cancer Center, pubblicata sul Journal of American Medical Association (Jama), pone l'accento su questo problema e dimostra ancora una volta che la diffusione dell'infezione da papilloma virus e quindi la nascita del cancro sia dovuto non tanto al rapporto sessuale in sé per sé ma alla quantità dei rapporti che si hanno e dei soggetti che si incontrano. Il dire "fate sesso sicuro" significa non solo essere sicuri del partner che si incontra ma anche dei numeri dei partners che si incontrano perché è stato dimostrato che aumentando il numero dei partners porta alll'aumento del rischio della trasmissione della malattia. È noto che la maggior parte dei casi in cui ritroviamo il cancro o la presenza del HPV la causa nasce da rapporti sessuali non protetti mentre solo in piccola parte trascurabile può trasmettersi in altra modalità. Se è vero che non esistono ancora vaccini specifici per la faringe la bocca e della laringe viene consigliato utilizzare lo stesso vaccino che viene somministrato per il cancro del collo dell'utero in quanto anche questo tipo di tumore proviene dallo stesso virus. Noi sappiamo che la maggior parte dei tumori possono essere eliminati eliminando i fattori se questi sono conosciuti. Se non conosciuti si può fare una diagnosi precoce in maniera da delimitarne i danni e probabilmente di arrivare ad una guarigione totale. Gli studi hanno messo in evidenza varie cause di tumori e questo ha permesso che al giorno d'oggi possiamo avere una diminuzione di tumori sia per la diminuzione di fattori di rischio sia per una diagnosi nettamente precoce . Ora noi sappiamo che alcuni tumori come quello del colon, della prostata dei polmoni si stanno riducendo e il cancro dello stomaco è nettamente in diminuzione mentre il cancro della mammella è in leggero aumento ma si arriva ad una guarigione alta secondo lo stadio e certamente molto migliora di rispetto a quello di anni fa per la diagnosi precoce e per le terapie attuali. Noi invece sappiamo che il tumore oro-faringeo c'è e colpisce il palato molle e la base della lingua e l'arco delle tonsille e la parte posteriore della gola e che questo tumore è in aumento . La causa potrebbe essere proprio il ruolo del sesso orale anche se non dobbiamo dimenticarci che in questi tumori gioca sempre in maniera principale il fumo e l'alcol come abbiamo sempre sostenuto. La dottoressa Maura Gillison parlando della trasmissione del virus per via sesso orale ipotizza che il numero di neoplasie orofaringee derivanti dal virus HPV potrebbe superare quello del cancro alla cervice uterina causato dallo stesso virus. Questo dato viene messo in evidenza perché se è vero che si consiglia di usare lo stesso vaccino e anche pur vero che non siamo certi che il vaccino che usiamo oggi per il cancro alla cervice sia lo stesso che possa prevenire il tumore della lingua e della ipofaringe e trachea. Non si spiega anche perché la infezione negli uomini nella cavità orale è cosi diversa e maggiore che nelle donne. Potrebbe nascere da una differenza di igiene ma è poco sostenibile. E' più sostenibile la possibile influenza delle differenze ormonali tra uomini e donne. Concludendo al momento non ci sono dati sicuri e non ci sono molti studi che pongono una relazione tra sesso orale e il cancro trasmesso dalla virus HPV però tutti gli studi tendono tutti a dimostrare un legame tra le papilloma virus è il cancro alla gola per chi pratica sesso orale. Certamente ribadiamo che più che sesso orale è il numero dei partners come abbiamo già detto. I papilloma virus sono molto frequenti ce ne sono più di 120 tipi diversi e la maggior parte causa malattie non gravi come le verruchee alcuni tumori benigni ma anche tumori maligni . La trasmissione di questo papilloma virus avviene per contatto diretto in genere sessuale perché si tende a dimostrare anche se non si ha la certezza che il papilloma virus non è presente nel sangue e nello sperma e quindi è solo il contatto di una zona esterna lo trasmette in tutte le lesioni in prossimità dei genitali esterni . E si comprende nei genitali anche la mucosa anale (i cosiddetti papillomi verruche o condilomi anali ) che si ritrovano con una certa frequenza.. Più partners diversi si hanno, più è alta la probabilità di contrarre un tipo di HPV. Per questo motivo la probabilità più alta di contrarlo è tra i 20-35 anni, solitamente il periodo di massima attività sessuale dei giovani adulti. Normalmente colpisce i giovani cui il sistema immunitario è migliore e in genere i papilloma virus viene distrutto dal sistema immunitario e la infezione se presente termina velocemente; non sono presenti sintomi e non ci si accorge di aver contratto il virus. In altri casi di persone che hanno un deficit immunitario non si riesce a contrastare il virus e l'infezione procede producendo quelle neoformazione in sede vaginale o prepuziale o sul glande che evidentemente sono la causa della trasmissione del papilloma virus nell'ambito oro-faringeo. Come ultima conclusione si raccomanda in sostanza la limitazione del numero dei partners , la massima igiene delle zone genitali non solo proprie ma anche del proprio partner. Se possibile l'uso del vaccino e in ogni caso nel periodo di attività feconda di massima attività sessuale fare un controllo una volta all'anno dal vostro otorino di fiducia.

Neoplasia della mammella e il caso dell'attrice Angiolina Jolie 26/05/2013 13:31
La Prevenzione del tumore al seno Si parla molto sia tra la gente che nell’ambiente medico sulla decisione dell'attrice Angelina Jolie di sottoporsi a un intervento di "doppia mastectomia" per eliminare il rischio del tumore alla mammella. La attrice era morta di tumore al seno e sembra che lei fose portatrice di un gene anomalo per cui lei avrebbe per cui avrebbe una altà possibilità di ammalarsi di tumore al seno. La decisione della attrice è stat discussa ed ha avuto molta attenzone dai media. Ha colpito che poco dopo sia apparasa la notiza di un uomo che si è fatto asportare radicalmente la prostata per evitare il rischio che in futuro potesse avere il cancro alal prostata Nasce quindi la paura è che altre persone possano imitare la scelta della attrice e che quindi la masetctomia bilaterale possa diventare un modello da seguire per migliaia di donne che si trovano nella stessa situazione. Gli oncologi e gli studiosi si sono divisi anche il prof Umberto Veronesi ha espresso il suo pensiero che sostanzialmente è quello che noi portaiamo avanti da anni. La prevenzione è la migliore arma vincente in tutti I sensi Salvo che la donna sia in una condizione psicologica di ansia eccessiva e quindi non viva una vita degna di tale nome, e diventi quindi una non-vita, allora ci sono più vantaggi a fare controlli ogni sei mesi, e scoprire l'eventuale tumore in epoca precocissima. Se si scopre il tumore iniziale la possibilità di guarigione si aggira al giorni d’oggi sul 95%. La genetica e quindi lo studio delal mappa genetic ache ora è alla portata di tutti anche nel Veneto ci può dire se abbiamo un rischio maggiore ma non ha dato soluzioni alla terapia o a cvosa fare per non dare vita al tumore Dobbiamo anche ricordare che la mastectomia radicale non annulla completamente il rischio di tumore, che rimane intorno al 5% anche dopo l'intervento . E allora se consideraiamo che la diagnosi precoce ci porta ad una guarigione del 95% e che rimangono anche dopo l’intervento il 5% di possibilità di ripresa della malattia, se ne conclude che la mastectomia preventive bilaterale forse non è la soluzione migliore. In linea ipotetica possiamo pensare a gente cj si toglie lo stomaco, o il colon, o l’intestino, o il polmone per evitare la possibile nascita del tumore E poi si deve considerare oltre ai vantaggi e svantaggi per la persona ma anche I costi per la società L’attrice poteva spendere per l’intervento e per la ricostruzione ma il costo a carico dello stato sarebbe alto specie se molti lo facessero. E poi vi sono I problem legati alla ricostruzione. La ricostruzione dopo mastectomia può essere eseguita con parti del proprio corpo, liembo addominale o lembo dorsale ma la maggior parte delle donne opta per la ricostruzione con la protesi Ma le potesi rimangono sempre e comunque un corpo estraneo, e è natural che possa esserci una reazione al corpo estraneo. E in ogni caso la protesi ha una durata limitata. Se la donna è giovane deve mettere in cantiene almeno 3 o 4 interventi per sostituzione di protesi Quiundi noi consigliamo quello che da anni consigliamo La donan deve sottoporsi a controlli periodici con mammografai, ecografia ed eventuale risonanaza magneticaa ogni sei mesi o un anno secondo il rischio. Come sempre quindi se una persona famosa come l’attrice rende nota una sua decisione , questa rischia di creare un'emulazione, un modello valido per tutti, mentre la scelta deve essere guidata dal proprio medico di fiducia o da un esperto Sarebbe giusto che ogni donna che ha una familiarità con questo tipo di neoplasia si sottopongano a un test genetico. Importante è che la donna sia cosciente dei rischi che corre e che quindi sia più attenta alla prevenzione secondaria o diagnosi precoce. La donna deve essere consapevole e informata, così da decidere come seguire uno stretto programma di controli. Si può anche considerare in certi casi la mastectomia preventive ma con con l'aiuto del proprio medico di fiducia e avvalendosi di oncologi di un consulente genetico e di uno psicologo". Nella nostra ASL vi è lo screening mammografico e ci sono , come in tutte le ASL, dei senologici che possono aiutare le donne nella diagnosi precoce e nelle decisioni che poi ne conseguono Quello che mi lascia perpleso è la scarsa partecipazione alla chiamata allo screening. E’ vero che lo screening consiste solo della mammografia e non associa la ecografia. E questo avviene per mancanza di fondi. La mammografia viene eseguita da un tecnico mentre la ecografia viene eseguita da un medico e il costa aumenta. Probabilmente diverse donne preferiscono andare a fare mammografia e ecografia assieme fuori dallo screening. Ma è anche vero che molte donne arrivano in ambulatorio con neoplasie in stadio avanzato. E questo vuole dire che molte non seguono lo screening e nemmeno vanno mai a farsi visitare se non nell’ultimo stadio quando la neoplasia da fastidio o si ulcera o diventa un ingobro alla donna. Quindi facciamo un appello affinchè le donne seguano I percorsi che portano ad una diagnosi precoce del tumore al seno e se possibile non prendano l’esempio dall’attrice Angiolina Jolie.

Commento sulla campagna di sensibilizzazione prevenzione del melanoma attuato nel Veneto orientale nel 2012. 30/12/2012 16:44
Parliamo di prevenzione del melanoma in modo particolare della prevenzione che abbiamo a questo anno passato nel Veneto orientale con il progetto sostenuto da Rotary, Lions e Soroptimist. Abbiamo parlato di prevenzione del melanoma e per farlo abbiamo cercato di fare conoscere alla popolazione quali sono i fatti tori di rischio che ne favoriscono l'insorgenza fornendo anche accorgimenti pratici per permettere di dominare o di diminuire o di evitare i fattori di rischio. In questo modo noi abbiamo cercato di fare una prevenzione primaria in modo da ridurre l'incidenza e la mortalità del melanoma. Naturalmente la prevenzione non è solo primaria ma anche secondaria. La prevenzione secondaria è la scoperta del melanoma secondariamente alla sua nascita nello stadio più precoce possibile in modo che se noi non riusciamo questa maniera a ridurre l'incidenza volevamo riuscire a ridurne la morbilità e la mortalità. Quale può essere allora il messaggio che volevamo fare giungere alla popolazione. Questo messaggio doveva essere rivolto specialmente agli individui che hanno dei rischi maggiori rispetto al resto della popolazione o delle popolazioni. Noi abbiamo visto per esempio che nella zona di San Stino e di Caorle l'incidenza è maggiore e quindi verso questa popolazione doveva giungere più fortemente il nostro messaggio di attenzione ai fattori di rischio. Dovevamo invitare tutti i soggetti ma in modo particolari quelli a maggior rischio ad evitare l'esposizione solare specialmente nelle ore di punta e cioè dalle 11 alle 15. Naturalmente bisogna anche evitare l'esposizione ai raggi ultravioletti e alle lampade solari. Se non è possibile evitare l'esposizione ai raggi solari e il tipo di lavoro della persona pratica allora bisogna coprirsi adeguatamente e usare creme solari con fattore di protezione specialmente per i soggetti di carnagione chiara. Un particolare riguardo va verso i bambini che devono essere protetti e devono avere un'esposizione solare minore. Noi sappiamo che l'esposizione occasionale breve prolungato e intensa ai raggi solari specialmente in persone con pelle chiara e capelli biondi o rossi rappresenta un fattore importante di rischio per l'insorgenza del melanoma. Altri fattori sono la presenza di numerosi nevi in modo particolare se questi sono neri, presentano un colore brunastro o se il paziente presenta una storia di gravi ustioni solari o se la popolazione proviene da paesi maggiormente a rischio quale l'Australia e i paesi del Nord come Norvegia Finlandia e Svezia. Come dovevamo fare a lanciare questo messaggio alla popolazione. Dovevamo prendere esempio da quanto viene fatto negli Stati Uniti e in Australia e quindi usare al massimo i media o i multimedia. Dovevamo usare i mezzi di informazione e cioè la stampa la televisione Internet e tutti quei mezzi pubblicitari come i cartelloni o i manifesti specialmente in zone balneari dove la popolazione si espone maggiormente alla luce solare. Naturalmente al giorno d'oggi i mezzi più importanti rimangono la televisione che raggiunge forse il maggior numero di persone ma non si deve trascurare Internet specialmente per quanto riguarda la popolazione giovanile. Dovevamo dare un messaggio chiaro riguardo l'esposizione ai raggi solari e un messaggio chiaro alle persone perché si osservino o si facciano osservare dai propri parenti (mamma papà fratelli o coniugi ). Molto in uso solo nei paesi degli Stati Uniti e dell'Australia l'uso di volantini informativi come abbiamo usato noi nel nostro progetto sul nostro territorio. Questi volantini dovevano essere fatti pervenire capillarmente alla popolazione attraverso gli studi medici le farmacie e distribuiti anche nella negozi e nei supermercati e così abbiamo fatto. I volantini dovevano essere distribuiti nelle stazioni balneari dove il rischio è maggiore e lo abbiamo fatto. Naturalmente non si devono trascurare scuole sia medie e superiori. Tutti i messaggi sia attraverso la televisione sia attraverso Internet , la stampa e con i volantini dovevano essere messaggi chiari e non dovevano creare allarmismo ma rendere coscienti la popolazione del pericolo della nascita del melanoma tenendo presente che il melanoma è in aumento specialmente in alcune zone della nostra popolazione. Naturalmente è sempre discutibile l'efficacia di una campagna di prevenzione primaria mentre meno l'efficacia di una campagna di prevenzione secondaria. Io credo che si debba sempre valutare i pro e i contro tenendo presente lo sforzo economico e i risultati. I risultati devono essere valutati in termini di riduzione dell'incidenza e della mortalità del melanoma. Io credo che una diagnosi precoce che abbia portato come nel nostro caso alla asportazione di nervi melanici come melanomi in sito o di nevi con displasia severa abbia centrato l'obiettivo che noi volevamo raggiungere. La riduzione della mortalità e dell'incidenza chiaramente può essere valutata a distanza di anni e per distanza di anni intendiamo un periodo che va dai 10 ai 25 anni. Dobbiamo anche considerare che la prevenzione primaria ha dei costi maggiori rispetto a quella secondaria. Io credo che la campagna che noi abbiamo attuato nella nostra Usl nel 2012 e cioè una campagna di sensibilizzazione per una diagnosi precoce ma che poneva anche gli accenti per dare informazione alla popolazione sia stata un buon compromesso di equilibrio tra sforzi economici e risultati possibili. Sarebbe molto interessante avere una raccolta omogenea di dati che comprenda tutte le persone che hanno avuto l'asportazione di nevi in una data popolazione sia che sia stata trattata nei centri medici nella zona sia fuori zona. Sarebbe interessante anche capire quante quanto sia penetrata la nostra informazione nella popolazione facendo una raccolta statistica per valutare quanta gente sia venuta a conoscenza e quanta gente abbia imparato i criteri di prevenzione. Sarebbe poi utile sapere quanta parte della popolazione si sia sottoposta a visita dermatologica o sia andata dal proprio medico di famiglia e il medico di famiglia abbia ritenuto che alcuni casi siano suscettibile di visita specialistica e altri no. Noi potremmo o in questa maniera avere dei dati omogenei sui risultati della campagna di informazione e sui risultati finali di una prevenzione secondaria o diagnosi precoce. Nella nostra ASL abbiamo avuto dei risultati che riteniamo molto buoni con un ritrovamento di circa il 20% in più di melanomi ma quello che riteniamo importante con una asportazione di circa 150 casi di nevi con displasia medio-grave che non hanno avuto bisogno se non di un eventuale allargamento della primitiva asportazione . Bisognerebbe sapere quanti casi effettivamente sono venuti dal dermatologo ed è stato asportato il nevo perché erano stati informati del rischio e di come osservare i propri nervi allora noi possiamo dire che il risultato è stato centrato. In ogni caso dai primi dati che abbiamo possiamo dire certamente che abbiamo centrato l'obiettivo e che siamo riusciti a fare una prevenzione primaria e secondaria ottima considerato i fondi a disposizione e i risultati ottenuti

Ultimo incontro con la Prevenzione del Melanoma a Caorle 27/10/2012 20:16
Un anno fa e precisamente il 5 novembre i Club del Basso Piave rappresentati dal Rotary di San Donà di Piave, del Rotary di Portogruaro, del Lions di San Donà di Piave e dal Soroptimist di San Donà e di Portogruaro, hanno lanciato una campagna di sensibilizzazione per la diagnosi precoce del Melanoma Voi tutti sapete che il Melanoma è il più aggressivo dei tumori della pelle. Ma anche uno dei peggiori in senso lato con prognosi molto più severa di altri tumori forse più noti come il Tumore della mammella o del Polmone. La Campagna aveva come titolo " Guarire si può....basta arrivare in tempo". I risultati sono stati soddisfacenti per non dire ottimi Sono stati rinvenuti nevi sospetti, nevi con displasia melanocitaria, nevi melanici in regressione, melanomi allo stadio iniziale. Trovare questi nevi o melanomi allo stadio iniziale ha comportato interventi modesti , non demolitivi, senza ricerca di linfonodo sentinella e senza successivi svuotamenti linfonodali. Bene!. E'0 passato un anno e ora di chiudere ufficialmente la campagna. Viene chiusa la campagna ma i benefici continueranno in quanto la gente è rimasta sensibilizzata e quindi starà sempre attenta o, almeno, lo si spera Abbiamo fissato la conferenza di chiusura a Caorle Il 23 novembre alle 20.30 nella Sala Superiore del Centro Civico in Piazza Vescovado ( Fronte Duomo) si terrà una conferenza o meglio un incontro con la popolazione per spiegare cosa significa melanoma e cosa significa arrivare in tempo Si porteranno anche i risultati della campagna. Parteciparanno -Avv Luciano Striuli : Sindaco di Caorle -Dr Lino Baso : medico di medicina generale di Caorle -Dr Fiorenza Zago: Presidente Ordine dei Farmacisti di Venezia -Dr Paolo Madeyski: Medico Chirurgo Si farà il punto della situazione e si mostreranno delle diapositive per fare restare impresso nella mente il melanoma

Domande frequenti e risposte sulla mammografia e ecografia 08/10/2012 19:07
Il DR Carmelo Bodanza che ha lavorato per anni nell'Ospedale di Jesolo e che ora lavora solo nel suo studio a Jersolo ( Via Cesare Battisti 99 ) distribuisce alla sue pazienti un foglio semplice che ho apprezzato. Tante donne si chiedono cosa è la mammografia , cosa è la ecografia; perche si deve fare o quando fare la mammografia e quando la ecografia o se farla assieme. Io credo che questa iniziativa del Dr Bodanza possa essere utile a molti che leggono. Quello che troverete qui sotto sono pensieri del Dr Bodanza che condivido e che sono validi per tutte le donne che leggono il nostro sito non solo nel Veneto ma anche in Italia e spesso in varie parti del mondo Che cosa è la mammografia La mammografia è la radiografia del seno. In alcuni casi può essere necessario approfondire parte dell'esame ed eseguire una visita al seno e/o una ecografia. Ciò non deve allarmare perchè, la maggior parte delle volte, tutto si risolve con esito di normalità alla fine degli accertamenti. E' l'indagine più affidabile per la diagnosi precoce del tumore della mammella a condizione che sia utilizzata una apparecchiatura dedicata-”il mammografo”- e sia eseguita da personale appositamente formato Perchè è utile fare la mammografia La mammografia permette di individuare l'eventuale tumore quando non è ancora palpabile. Se il tumore è piccolo aumentano le possibilità di guarigione e l'intervento chirurgico è conservativo (molto ridotto). La mammografia può sbagliare? La mammografia, come tutti gli esami diagnostici, ha dei limiti che nel caso specifico sono legati, fondamentalmente, al tipo di mammella e ad alcuni tipi specifici di tumore. Durante la mammografia si effettua la compressione, cosa significa? La compressione della mammella è una manovra indispensabile, anche se a volte lievemente fastidiosa. Consiste nel comprimere la mammella tra due piani paralleli e consente di utilizzare una minore quantità di radiazioni ed ottenere esami più leggibili e quindi migliorare la diagnosi. La mammografia è dolorosa? L'esame normalmente non è doloroso. Solo in una piccola percentuale di donne la compressione può determinare un leggero fastidio. Se non è presente nessuna sintomatologia è necessario fare la mammografia? Si in quanto lo scopo della mammografia è quello di ricercare piccole lesioni non ancora palpabili. Se la mammografia è negativa è utile ripeterla a distanza? La mammografia è un esame che và ripetuto periodicamente in quanto alcune lesioni della mammella possono crescere molto lentamente e quindi vanno ricercate ripetendo l'esame a distanza. Può essere dannoso fare la mammografia? La dose di raggi x utilizzata per questo esame è molto bassa, circa 12 volte inferiore a quella utilizzata 10 anni fa. Il materiale usato per fare la mammografia è sterile? No perchè non è necessario. Che cosa è l'ecografia mammaria? E un esame che utilizza gli ultrasuoni e non i raggi x. E' indicata in donne giovani e per valutare nodi palpabili o anomalie evidenziate dalla mammografia. L'ecografia mammaria può sostituire la mammografia? L'ecografia non può sostituire la mammografia in quanto, normalmente, non consente la diagnosi precoce. L'ECOGRAFIA è un esame molto importante ma complementare; va eseguito o come primo esame strumentale nelle donne giovani o, nelle donne oltre i 40 anni, a completamento della visita e/o della mammografia. Quali sono le indicazioni alla esecuzione di una ecografia al seno? Studio dei seni in donne giovani. Studio dei seni in gravidanza. Studio complementare alla mammografia per la corretta interpretazione del seno denso. Studio dei reperti mammografici non definiti. Studio delle regioni mammarie mal esplorabili per la loro sede ( piani profondi, regioni parasternali ). Monitoraggio di patologia già diagnosticata. Guida al prelievo citologico (agoaspirato ). Che cosa è l'agoaspirato? Consiste nel prelievo da una lesione mammaria di alcune cellule che successivamente vengono strisciate su di un vetrino e quindi studiate dall' Anatomo Patologo. E' un esame nella maggior parte dei casi non doloroso e praticamente privo di complicanze. Il prelievo viene effettuato utilizzando aghi molto sottili o su guida ecografica o su guida mammografica (stereotassi). Quando è indicato l'agoaspirato? L'agoaspirato ed il successivo esame citologico sono indicati in qualsiasi lesione nodulare solida che compaia in una donna di 30 o più anni o in caso di calcificazioni su cui la natura benigna non sia assolutamente certa. In caso secrezione da capezzolo cosa è utile fare? Nella secrezione mammaria è indicato l'esame citologico solo nel caso di secrezione ematica, sieroematica o trasparente, monolaterale o monoduttale. La duttogalattografia è indicata in caso di citologia indicativa di lesione papillare. Personalmente ritengo utile una citologia sul secreto anche quando la secrezione è bilaterale e presenta un colore rosso o nero o marron scuro

Diapositive per la Prevenzione del Melanoma 30/09/2012 23:32
Diapositive sul Melanoma tratte dal Ponte

Prevenzione della Neoplasia della Mammella nella Casa di Cura Rizzola a San Donà di Piave 25/08/2012 23:39
Tutti voi ricordate che noi del IL PONTE abbiamo sempre lavorato per sensibilizzare la popolazione a prevenire varie malattie Una delle prime campagne è stata è stata la sensibilizzazione per la diagnosi precoce della mammella nel 1992 Ora esiste lo screening e i risultati sono buoni ma si potrebbe fare di più . E allora ricordate tutti che se lo screening inizia ai 50 anni per problemi di costi , ogni donna deve volersi bene e quindi valgono i seguenti consigli Si deve sempre eseguire la autopalpazione delle mammelle almeno una volta al mese tra un ciclo e l'altro se si ha ancora il ciclo. Se si nota una tumefazione o una alterazione delle forma della mammella o del capezzolo o un ispessimento della cute soprastante o se compare una secrezione rossa o nera o marron dal capezzolo è bene andare dal proprio medico che farà gli accertamenti opportuni o vi invierà dallo specialista senologo. Nella Casa di Cura Rizzola a San Donà di Piave si possono fare tutti gli accertamenti dalla mammografia alla ecografia o alla RNM e poi farsi vedere da un senologo diplomato in senologia. Sarà lui a deeidere se eseguire altri accertamenti e fare una citologia con FNAB a mano libera o ecoguidato

Curriculum del Dott Madeyski Paolo 01/08/2012 20:17
Poiché molti ci hanno scritto chiedendo chi fosse il Dott Madeyskj, per quelli che scrivono da regioni lontane riportiamo qui un curriculum per fare capire chi sia il medico che gestisce questo sito CURRICULUM Dr. PAOLO MADEYSKI Nato a Trieste il 28.08.1946 Laureato in Medicina e Chirurgia presso l'Università degli Studi di Padova il 19.07.1972 Abilitato alla professione medica a Padova il 02.02.1973 Dal Febbraio 1973 è Assistente nel reparto di Prima Chirurgia dell’Ospedale Civile di Treviso Dal 1973 al 1976 : Incarico annuale di Insegnamento di Anatomia Artistica presso il Liceo Artistico di Treviso Dal 1976 è Assistente presso la Divisione di Chirurgia Generale dell'Ospedale di Sacile Nel 1977 è Specializzato in Chirurgia Generale presso l’Università degli Studi di Trieste Nel 1978 ottiene l'Idoneità di Aiuto in Chirurgia a Roma Nel 1978 partecipa al primo centro di Endoscopia Televisiva in Italia Corso pratico in Endoscopia Urologica presso il reparto di Urologia di Monaco di Baviera (Germania) Dal 1980 è Aiuto della Divisione di Chirurgia dell'Ospedale Civile di San Donà di Piave Nel 1981-1982 è iscritto alla specializzazione di Urologia di Verona Dal dicembre 1981 è iscritto all’Ordine Provinciale dei medici Chirurghi di Venezia Nel 1985 si diploma presso la Scuola Europea di Senologia di Orta San Giulio (Novara) diretta dal Prof. Umberto Veronesi Nel 1986 segue il Corso Pratico di Urologia Audiovisiva presso l'Università degli Studi di Torino Nel 1987 ottiene l'idoneità a Primario di Chirurgia Generale Nel 1992 segue un Corso di Perfezionamento alla Colecistectomia Laparoscopica presso l'Università degli Studi di Padova Dal 1994 è Responsabile del Comparto di Chirurgia della Casa di Cura Rizzola di San Donà di Piave (Venezia) Dal 1994 è responsabile dell'Unità Operativa di Chirurgia Generale della Casa di Cura Rizzola di San Donà di Piave (Venezia) Nel 1992 in collaborazione con il Comune di San Donà di Piave (Venezia) e i medici del reparto di Medicina generale della città ha organizzato la "Campagna di sensibilizzazione per la Diagnosi Precoce del Tumore al Seno" Nel 1993 ha dapprima ideato e quindi collaborato ai "Corsi di educazione al Non Fumo" nelle scuole del Basso Piave Dal 1993 ad oggi ha tenuto varie conferenze sulla prevenzione dei tumori della mammella, della pelle (melanomi), del colon e sui tumori correlati al tabagismo e alla alimentazione Dal 1993 è Webmaster del sito internet “Le Pagine della Salute” che è stato premiato dalla Rivista "PC World" nel 1994 con il terzo premio come sito medico sociale ed ha ricevuto segnalazioni da varie riviste italiane e straniere, siti universitari italiani ed esteri. Alla fine degli anni '80 ed inizi anni '90 ha coordinato la parte medico sociale della trasmissione televisiva “San Donà e dintorni” Dal 2000 dirige la trasmissione medica “Tre minuti per la Tua Salute” in onda sulle televisioni regionali venete 4 giorni alla settimana Dal 1991 è responsabile della trasmissione radiofonica (ad emissione locale) settimanale “A tu per tu con il medico” di taglio divulgativo, basata principalmente sui temi della prevenzione Negli anni ‘90 è stato amminstratore della locale Casa di Riposo Dal 1999 è Coordinatore per Il Comune di San Donà di Piave (Venezia) della "Rete Città Sane" Dal 1999 è Vicepresidente della terza commissione (Sanità) del Comune di San Donà di Piave Dal 2003 lascia ogni incarico politico dedicandosi solo ad attività medica e sociale Dal 2001 fa parte della Giunta del Dipartimento di Oncologia della USL N 10 Veneto Orientale Ha partecipato a vari corsi universitari di formazione e diplomi in Colonproctologia, Senologia, Ultrasonografia intraoperatoria Ha insegnato Chirurgia nella Scuola per Infermieri Professionali presso l’Ospedale Civile di San Donà di Piave E’ stato docente all’Università per la terza età a San Donà di Piave e a Breda di Piave (TV) E’ stato docente e Direttore Responsabile dei Corsi di Formazione e aggiornamento per Infermieri e addetti all’assistenza a San Donà di Piave (Venezia). Ha pubblicato una quarantina di pubblicazioni scientifiche Come chirurgo ha eseguito più di 18.000 interventi chirurgici Nel 2002 ha ideato e brevettato a livello europeo la “Camera Iperbarica distrettuale” e sta portando avanti la sua produzione industriale in Italia e all’estero. Tale brevetto si è evoluto successivamente in Camera Normobarica e quidni in Vitosan e dal 2008 in ULCOSAN Negli ultimi anni ha brevettato a livello europeo alcuni presidi sanitari sempre con lo scopo di migliorare il benessere del soggetto: tra questi un materassino antidecubito e contro il mal di schiena; un materassino con ossigenoterapia incorporata per le ulcere da decubito; un erogatore di farmaci che viaggia con il paziente (utile spesso per la terapia antiblastica nei bambini ecc)e diversi altri come la padella discrete e il pappagallo visibile Negli ultimi due anni ha cominciato ad elaborare un progetto per rendere disponibili alla popolazione prodotti che aiutino a mantenere il benessere fisico-mentale. Tra questi, il Tè verde chiamato Tè Verde del Benessere che risulta l’unico completamente naturale e ricco di antiossidanti con tutti i benefici del Tè verde. Tutto questo continua la tradizione del Dr. Paolo Madeyski di aiutare a prevenire le malattie e contribuire ad una vita sana nel pieno benessere di ciascuno. Prossimamente sarà disponibole Un Tè Verde Light, primo e unico in Europa sempre completamente naturale e senza dolcificanti. Il 02.06.2010 è stato insignito della onorificienza di Cavallieri Ordine al Merito della Repubblica per le attività sociali svolte verso la popolazione Attualmente gestisce 5 siti in internet www.lasalute.org www.ilponte.ws www.mpsystem.info www.miobenessere.info www.salusjuice.it Nell’anno 2011-2012 è stato Presidente del Rotary Club di San Donà di Piave Nel Maggio del 2012 è stato invitato dall’Università di Santa Cruz di Tenerife a insegnare la ossigenoterapia normobarica con il proprio dispositivo Ulcosan.

Un argomento che ha lasciato perplessi tanti cittadini del nostro territorio. La Confartigianato e il Melanoma 22/07/2012 23:17
La Confartigianato non ha aderito alla campagna di Prevenzione per il Melanoma Un argomento che ha lasciato perplessi tanti cittadini del nostro territorio La Confartigianato negli anni di conduzione del Segretario Barbieri aveva sempre sostenuto la prevenzione . Quest'anno con la Presidenza Lava, ha deciso di dissociarsi e di non sostenere la campagna per il melanoma. Tutti si sono meravigliati ricordano quando tutta la Confartigianato era presente al funerale della Buona Michela Boatto a San Stino. Barbieri aveva promesso che la Confartigianato avrebbe sempre aiutato tale prevenzione. Forse Lava in onore della Michela vuole fare lui una campagna da solo sul melanoma. Ce lo auguriamo

Novità Nelle Spiagge del Veneto a Cavallino Tre Porti 06/07/2012 21:26
Una notizia che ci fa piacere e che segna una svolta nella cultura anche in Italia. E nel Veneto Cavallino Tre Porti arriva primo! Al Camping UNION LIDO su proposta e decisione del Guest Service FRANCESCO ENZO è stato approntato un ampio spazio in spiaggia per non fumatori. In metà della spiaggia dell'Union Lido dove le postazioni di ombrelloni e di pedalò sono gestite dal dinamico Emiliano ( ex giocatore di pallacanestro e infermiere e strumentista) è stato post il divieto di fumare. L'UNION LIDO diventa quindi il primo capeggio nel Veneto che preserva la salute dei cittadini italiani e stranieri.Ma non solo : finalmente le persone che si trovano a riposare le meritate vacanze non saranno infastidite dal fumo di sigaretta. E i bambini saranno protetti da aspetti nocivi legati al fumo. Oramai in varie nazioni questa norma sta diventando abitudine ma in Italia si era rimasti ancora indieto. Grazie a Francesco Enzo e a Emiliano anche nel Veneto si è raggiunto un importante traguardo: aiutare i cittadini ad essere liberi di non fumare il fumo degli altri !

La Confartigianato non ha aderito alla campagna di Prevenzione per il Melanoma 01/07/2012 08:31
La Confartigianato negli anni di conduzione del Segretario Barbieri aveva sempre sostenuto la prevenzione . Quest'anno con la Presidenza Lava, ha deciso di dissociarsi e di non sostenere la campagna per il melanoma. Tutti si sono meravigliati ricordano quando tutta la Confartigianato era presente al funerale della Buona Michela Boatto a San Stino. Barbieri aveva promesso che la Confartigianato avrebbe sempre aiutato tale prevenzione. Forse Lava in onore della Michela vuole fare lui una campagna da solo sul melanoma. Ce lo auguriamo

Tumori, sale la sopravvivenza delle donne 15/03/2011 12:38
Aumenta il numero delle guarigioni e aumenta soprattutto la salute delle pazienti oncologiche. Se in generale l'aumento della sopravvivenza in Europa a 5 anni dalla diagnosi di tumore è del 5% per gli uomini, per le donne è del 7% sul totale dei casi, mentre per il solo tumore al seno si è passati dal 74 all'83%. Radicale l'inversione di rotta per i tumori ovarici: in questo caso la sopravvivenza è del 30-40% rispetto al 20% di qualche decennio fa. Fare i controlli periodici ed effettuare indagini come il pap-test e la mammografia ha completamente mutato le statistiche relative ai tumori femminili. Se da un lato cresce il numero delle diagnosi, sempre più precoci e a causa dell'allungarsi dell'età della popolazione, dall'altro aumentano anche le strategie e gli interventi terapeutici sempre più multidisciplinari e personalizzati. INFORMATE - Dall'incontro al Regina Elena di Roma "L'immagine ritrovata: la centralità della vita delle pazienti" emerge come le donne vogliono essere sempre più informate sui progetti di prevenzione, ma anche su prognosi, decorso terapeutico e su tutto ciò che può migliorare la loro vita durante e dopo la lotta alla malattia, per essere pienamente consapevoli e vivere al meglio la propria esistenza. Non rinunciano alla sessualità, alla gravidanza e all'esperienza della maternità. Imparano a gestire i sintomi legati alla tossicità di talune terapie e adeguano la corretta alimentazione in un percorso dove la cura integrata della propria persona e del proprio corpo pone dei bisogni e trova risposte condivise. «Abbiamo imparato che il benessere psico-fisico è un alleato nel combattere meglio determinate malattie - spiega Francesco Cognetti, direttore del Dipartimento Oncologia Medica del Regina Elena -. Nel caso dei tumori femminili inoltre possiamo fin da subito contare su una buona alleanza terapeutica con la donna, sempre più consapevole e combattiva». FERTILITÀ - Al convegno si è parlato anche di fertilità e delle procedure che permettono di conservarla anche dopo tumori dell'apparato riproduttivo: per le pazienti è possibile avere gravidanze fino al 30% dei casi. «Su alcune donne è possibile fare un intervento che rimuove solo il tumore, senza dover asportare l'intero organo, mantenendo molto basso il rischio di recidive - spiega Domenica Lorusso, del reparto di ginecologia oncologica dell'ospedale Gemelli di Roma -, per il momento però questa tecnica è ancora sperimentale, ed è effettuata solo nei centri più specializzati perché la paziente va selezionata accuratamente e seguita dopo la procedura». La tecnica si può applicare ai tumori dell'ovaio al primo stadio (il 10% dei casi), al 30% dei tumori della cervice, quelli cioè scoperti precocemente, e al 5% di quelli dell'endometrio, e le percentuali di gravidanze possono arrivare anche al 50%. Buone notizie anche per le donne, una su mille, che scoprono in gravidanza di avere un tumore: «In questo caso si è visto che la chemioterapia non provoca danni gravi al bambino, se iniziata al secondo o terzo trimestre, a patto che si scelgano i farmaci giusti - continua Lorusso -. Oggi abbiamo un'ampia scelta per le terapie e due terzi dei tumori in gravidanza possono essere curati senza dover interrompere la gestazione». TUMORE AL SENO - Di tumore al seno ha parlato anche la commissione Sanità del Senato, che ha votato all'unanimità il documento conclusivo della indagine conoscitiva sulle malattie ad andamento degenerativo. Dallo studio risulta che lo screening per la prevenzione del tumore al seno - prima causa di morte nella fascia tra i 35 e i 50 anni e che ogni anno viene diagnosticata a circa 40mila donne italiane - ha una diffusione a "macchia di leopardo" con enormi differenze tra Nord e Sud. L'indagine, durata un anno, ha fotografato la situazione italiana considerando alcune malattie di "particolare rilevanza sociale", come il tumore della mammella, le malattie reumatiche croniche e la sindrome Hiv. Per il tumore al seno, ha sottolineato la senatrice Laura Bianconi, si registra una riduzione del tasso di mortalità proprio grazie alla diagnosi precoce, ma forti restano le differenze tra le regioni: la copertura per gli esami di screening offerti dal Servizio sanitario nazionale alle donne tra 50 e 69 anni fa registrare un tasso dell'89% al Nord, del 75% al Centro e solo del 38% al Sud. La commissione chiede anche di allargare lo screening offerto dall'Ssn alle donne fino ai 74 anni, oltre a considerare l'opportunità di esami preventivi per le donne più giovani (40-50 anni) visto l'aumentare dei casi anche in questa fascia di età. L'indagine ricorda inoltre come il Parlamento europeo abbia invitato gli Stati membri a organizzare entro il 2016 apposite Unità di Senologia (breast units), stabilendo i criteri minimi per la certificazione: trattare almeno 150 nuovi casi l'anno, disporre di chirurghi che eseguano minimo 50 interventi l'anno, avvalersi di radiologi che refertino almeno mille mammografie l'anno. (Fonte: Ansa)

Diamanti anti-tumore: più efficaci contro le forme resistenti 15/03/2011 12:36
La resistenza di alcuni tipi di tumori alla chemioterapia potrebbe essere superata grazie all’avvento di una innovativa tecnologia. Ricercatori americani della Northwestern University di Evanston hanno realizzato minuscole particelle di carbonio, ribattezzate “nano-diamanti”, che possono trasportare più efficacemente le molecole all’interno delle cellule malate. Lo studio è pubblicato su Science Translational Medicine. Gli antitumorali possono risultate inefficaci per la capacità che le cellule hanno di espellere le molecole prima che abbiano compiuto la loro azione. Le particelle di carbonio hanno una dimensione di 2-8 nanometri di diametro, tanto minuscola che le cellule hanno difficoltà a respingerle. Nei topi trattati con i nuovi materiali contro il tumore al fegato i ricercatori hanno trovato che a due giorni di distanza dalla terapia i principi attivi erano 10 volte più alti rispetto alle terapie standard. Tra le possibilità supplementari offerte dai nanodiamanti c’è quella delka carica elettrostatica in superficie che permette una migliore distribuzione della sostanza citotossica. I diamanti, infatti, possiedono una carica elettrica che può essere modulata per permettere la diespersione nei fluidi. Inoltre non sono tossici e non sembrano causare infiammazioni. Contrariamente a quello che si può immaginare, essendo di produzione sintetica, i “diamanti anti-tumore” sono a buon mercato e quindi riproducibili su larga scala a costi convenienti. (fonte: ilsole24ore.com)

Test Hpv e prevenzione del tumore al collo dell'utero 15/03/2011 12:33
Il tumore del collo dell'utero è ancora oggi una patologia molto rilevante dal punto di vista sanitario e sociale e costituisce in Italia la seconda causa di morte per tumore nelle donne tra i 15 e i 44 anni d'età. Ogni anno si registrano 3.500 nuovi casi, con 1.700 decessi (circa il 50% delle donne affette). Introdurre strategie di prevenzione innovative del tumore del collo dell’utero è quindi l'obiettivo degli esperti di tutto il mondo. Un obiettivo importante, che viene perseguito attraverso il ricorso ai nuovi strumenti come i vaccini e il test HPV, che permette di rilevare la presenza del Papillomavirus e di intervenire con grande anticipo, ancor prima che compaiano le lesioni cellulari individuate dal Pap test. Una delle più importanti scoperte mediche degli ultimi 50 anni è stata l’identificazione del Papillomavirus (HPV) come causa primaria del tumore del collo dell’utero. Questa informazione è stata la base dello sviluppo dei vaccini e dei nuovi test di screening che permettono di identificare la presenza del virus direttamente nelle cellule cervicali. Oggi esistono prove convincenti a supporto del ruolo del test HPV DNA come screening a lungo termine e dati di sicurezza concreti rilevati sulle pazienti, che dimostrano che la protezione dopo un test HPV DNA negativo risulta molto più lunga rispetto a quella dopo un esame citologico negativo. Grazie alla sua elevata sensibilità, il test HPV, basato sulla tecnologia molecolare HC2, consente di allungare l’intervallo tra un controllo e il successivo fino a 6 anni, protezione vantaggiosa non solo per le donne, ma anche per il Sistema Sanitario. Sono più di 100 i genotipi di Hpv classificati a oggi, di cui 13 considerati a alto rischio. In Italia circa il 4-5% dei risultati del Pap test mostrano alterazioni minimali o di significato indeterminato definite come 'Ascus' (Atypical Squamous Cells of Undetermined Significance). Le atipie citologiche Ascus rappresentano il più comune risultato di un pap test anomalo e necessitano di ulteriori approfondimenti. Un recente studio italiano chiamato Pater (Population-based frequency assessment of HPV-induced lesions in patients with borderline Pap tests in the Emilia-Romagna Region), pubblicato sulla rivista internazionale 'Cmro' e condotto dal dipartimento di Ginecologia e Ostetricia dell'Ospedale Universitario S.Orsola Malpighi di Bologna, ha dimostrato come l'introduzione del test Hybrid Capture 2 (HC2), nella gestione di tali atipie citologiche, consente di ottenere benefici clinici, organizzativi ed economici. Il gruppo di ricercatori ha effettuato un'analisi retrospettiva con test HPV HC2 seguito dalla genotipizzazione, per valutare le pazienti cui era stato rilevato un Pap test Ascus tra gennaio 2000 e dicembre 2007. Il test HPV nel gruppo delle pazienti con CIN3+ e la cui età media è vicina a 40 anni ha dimostrato un'ottima sensibilità (98,3%) e una buona specificità (75,5%). “Il rischio di un carcinoma invasivo nelle pazienti con citologia Ascus è assai ridotto, e varia tra lo 0,1 e lo 0,2%, mentre nel 5-15% è presente una lesione preneoplastica di alto grado (CIN2-3)”, ha spiegato Silvano Costa, dipartimento di Ginecologia e Ostetricia del S. Orsola-Malpighi e autore dello studio. E ha aggiunto: “Elevata frequenza e bassa predittività generano costi umani ed economici rilevanti (ansia, colposcopie, biopsie, esami di follow-up), ma gravemente improduttivi in termini di numero di lesioni preneoplastiche o neoplastiche diagnosticate. In questo contesto, l'adozione di test 'intermedi' come il test Hpv in grado di selezionare le pazienti a rischio per lesioni di alto grado da inviare alla colposcopia, offrirebbe notevoli benefici clinici, organizzativi ed economici connessi alla considerevole riduzione dei costi di gestione della citologia borderline”. Si tratterebbe dunque di inviare a colposcopia ed eventuale biopsia mirata solo chi risulta Hpv positivo, cioè poco più del 30% di tutte le Ascus. In questo modo si otterrebbe uno snellimento delle procedure diagnostiche e si porrebbe rimedio al sovraffollamento dei centri di colposcopia. (fonte: italiasalute.it)

Tumori: seno, scoperto gene chiave 22/02/2011 17:18
Un gruppo di ricercatori inglesi e canadesi ha individuato un oncogene responsabile di una forma aggressiva di tumore al seno. L'oncogene ZNF703 e' il primo individuato negli ultimi 5 anni. Nella ricerca, pubblicata su Embo Molecular Medicine, e' stata osservata l'attivita' dei geni coinvolti in oltre mille casi di tumore al seno e si e' rilevato che l'oncogene ZNF703 era iperattivo. Secondo gli autori e' un notevole passo avanti nella conoscenza dello sviluppo del tumore al seno. (fonte: ansa.it)

Il tumore del pancreas per crescere recluta dei linfociti "traditori" 22/02/2011 17:16
Per crescere ed espandersi il tumore del pancreas recluta anche i soldati del sistema immunitario: linfociti "traditori" che, invece di difendere l'organismo dal cancro, si alleano con lui e gli spalancano le porte. A svelare il meccanismo è uno studio italiano pubblicato sul Journal of Experimental Medicine, condotto da un team multidisciplinare dell'Istituto San Raffaele di Milano. TUMORE AGGRESSIVO - Il carcinoma del pancreas è una malattia molto aggressiva e rappresenta la quarta causa di morte per tumore. La chirurgia è ad oggi il trattamento più efficace, ma solo il 15-20% dei pazienti è candidabile all'intervento. Anche in questo caso la sopravvivenza è comunque variabile e rimangono pochi i fattori predittivi della prognosi. Per lo sviluppo di terapie più efficaci, quindi, sono fondamentali sia una comprensione dei meccanismi di base che rendono il tumore così aggressivo, sia la possibilità di identificare dei fattori prognostici che aiutino a indirizzare le terapie in modo più mirato. Il gruppo milanese ha individuato un complesso dialogo che coinvolge le cellule tumorali e quelle presenti nel microambiente tumorale, come le cellule stromali e le cellule del sistema immunitario. Il risultato è un'alterazione delle naturali difese dell'organismo e in particolare dei linfociti T. Assoldati dal tumore diventano "linfociti deviati" e, invece di produrre le citochine (proteine d'attacco) efficaci nel combattere il tumore, cominciano a produrre citochine che favoriscono ulteriormente la progressione della malattia. NUOVE TERAPIE - Nel corso della ricerca, sono state identificate le molecole principalmente coinvolte in questo meccanismo, rendendo possibile in futuro lo sviluppo di terapie in grado di contrastarle. Per alcune di queste sostanze sono già disponibili anticorpi capaci di bloccarne l'attività. È stata inoltre verificata, in una casistica di pazienti sottoposti a intervento chirurgico, l'esistenza di una correlazione statistica tra la quantità di linfociti deviati presenti nel tumore e la sopravvivenza del paziente. La valutazione di questo parametro permette la stratificazione dei pazienti in due categorie a migliore o peggiore prognosi. Lo studio - finanziato da Unione Europea, Ministero della Salute, Rich Foundation e Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc) - è opera di un'equipe multidisciplinare guidata da Maria Pia Protti e Lucia De Monte dell'Unità di immunologia dei tumori, in collaborazione con Michele Reni dell'Unità di oncologia medica, Valerio Di Carlo e Marco Braga dell'Unità di chirurgia pancreatica e Claudio Doglioni dell'Unità di anatomia patologica. Tutti medici e ricercatori di Irccs San Raffaele e università Vita-Salute San Raffaele. «Questa ricerca - commenta Protti - rappresenta un passo in avanti sia nella conoscenza dei meccanismi biologici che rendono il carcinoma del pancreas un tumore particolarmente aggressivo, sia nell'identificazione di nuovi target terapeutici che consentiranno di mettere a punto, nei prossimi anni, nuove strategie terapeutiche». (Fonte: Adnkronos)

Sesso orale, aumenta il rischio di cancro alla gola più del fumo 22/02/2011 17:15
Praticare sesso orale non protetto al di sotto dei 50 anni aumenterebbe il rischio di tumore alla gola, addirittura più del fumo di sigaretta. La bizzarra quanto inaspettata scoperta è stata fatta dal team di ricercatori della Ohio State University, coordinati dalla dottoressa Maura Gillison. I risultati dello studio sono stati rivelati in occasione dell’American Association for the Advancement of Science, meeting annuale tuttora in pieno svolgimento a Washington DC. Con grande stupore, infatti, gli scienziati avrebbero rilevato che i soggetti più a rischio sarebbero proprio i giovani, quasi sempre senza problemi di alcolismo o di tabagismo. Sono loro i nuovi pazienti affetti dal cancro alla laringe, che sarebbe causato dal Papillomavirus umano o Hpv. A quanto pare, quando si fa sesso orale senza precauzioni, il virus in questione penetrerebbe all’interno dell’organismo, attaccando i tessuti di bocca e gola, scatenando successivamente la neoplasia. Tuttavia, un modo per non incorrere in questo spiacevole inconveniente c’è: vaccinarsi. A partire dal 2008, alcuni stati hanno introdotto la vaccinazione per le ragazzine di età compresa fra i 12 e i 13 anni. Alla luce dei recenti studi, però, gli esperti della Ohio University, hanno consigliato la somministrazione del siero anche per i ragazzi. «In base a prove scientifiche, non possiamo dire se il vaccino proteggerà dall’infezione da HPV che porta al cancro – ha dichiarato la Gillison – i nostri che lavorano sul campo sono ottimisti sulla sua efficacia. In base alle osservazioni finora fatte su diverse zone del corpo, il vaccino si è dimostrato capace nel prevenire il 90% delle infezioni». Una notizia che sicuramente porterà molti a riflettere e probabilmente a cambiare le proprie abitudini sotto le lenzuola. (fonte: ilquotidianoitaliano.it)

Un test scova la «firma» del cancro al polmone 11/02/2011 13:20
È ancora in fase di sperimentazione il nuovo test per diagnosticare in anticipo il cancro al polmone, individuandone in anticipo anche l'aggressività, messo a punto dai ricercatori dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano che guidano uno studio internazionale. È firmato da Gabriella Sozzi e Ugo Pastorino, in collaborazione con la Ohio State University di Columbus, la ricerca pubblicata da Proceedings of the National Academy of Sciences che descrive il nuovo esame che con un semplice prelievo di sangue permette di diagnosticare la presenza di forme aggressive di tumore polmonare sino a due anni prima della Tac spirale, il più avanzato degli strumenti diagnostici oggi a disposizione. Il test si basa sull’analisi dei microRNA, piccole molecole in circolo nel sangue che, come “interruttori”, accendono e spengono i nostri geni. Grazie all’analisi di campioni di sangue raccolti da oltre 6mila forti fumatori, monitorati nell’arco di cinque anni, i ricercatori hanno dimostrato che tutti coloro che nel corso del periodo hanno sviluppato il tumore del polmone hanno valori alterati di particolari microRNA. Queste alterazioni, inoltre, sono visibili già prima che la Tac spirale sia in grado di rilevare qualsiasi indizio di tumore. La Tac spirale è utilizzata per la diagnosi precoce del tumore polmonare poichè ricostruisce il polmone a strati di 1 mm e consente di rilevare noduli millimetrici che possono essere l'espressione di un cancro in una fase precoce. Nel corso del periodo monitorato nei due gruppi sono stati diagnosticati con Tac spirale rispettivamente 38 e 53 casi di tumore del polmone. Nell’ ambito di questi tumori lo studio ha indentificato due diverse categorie: tumori a buona prognosi con soppravvivenza pari al 100% e tumori piu’ aggressivi (diagnosticati negli anni piu’ tardivi dello screening) a prognosi molto sfavorevole. I valori alterati di queste molecole nel sangue erano gia presenti due anni prima che la patologia fosse diagnosticata attraverso la Tac spirale ed erano in grado anche di individuare gli individui che avrebbero sviluppato le forme tumorali piu’ aggressive. Inoltre, questa tecnica è capace anche di valutare, in presenza del tumore polmonare, il grado di aggressività della malattia: nelle lesioni più gravi, infatti, i microRNA nel sangue sono alterati in maniera particolare e nelle forme meno aggressive hanno caratteristiche altrettanto precise. “Nel corso di queste ricerche - spiega Gabriella Sozzi, responsabile della struttura di Genomica tumorale dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e uno dei coordinatori della ricerca - ci siamo resi conto che la presenza di alti valori di uno solo di questi microRNA non era sufficiente per segnalare la presenza del tumore: la grande innovazione di questa ricerca, infatti, è stata studiare i rapporti tra queste molecole, cioè, per esempio, cosa succedeva quando uno di questi aumenta mentre un altro diminuisce o quale significato possa avere l’aumento combinato di due o più di essi. Così siamo riusciti a trovare la ‘firma’ del tumore”. (fonte: ilsole24ore.com)

Tumori: vaccino hpv non convince mamme 30/01/2011 12:13
Il vaccino contro il papilloma virus umano, responsabile del tumore del collo dell'utero, stenta a decollare in Italia. I genitori che dovrebbero far vaccinare le loro figlie adolescenti di 11 anni, spesso non lo fanno per dubbi su efficacia e sicurezza, la poca informazione e il parere spesso incerto del medico. Secondo un'indagine dell'Osservatorio nazionale sulla salute della donna su 1500 mamme con figlie tra gli 11 e 18 anni, il 56% dichiara di non aver ricevuto informazioni specifiche. (fonte: ansa.it)

Tumore cutaneo: la cura in una pianta? 30/01/2011 12:12
Alcuni tumori cutanei potrebbero a breve essere curati con l’estratto della linfa dell’Eufhorbia peplus, una pianta molto comune in Europa, considerata anche infestante! Gli studi sono ancora alle prime fasi, ma già i dati di una sperimentazione sull’uomo sono stati pubblicati sul British Journal of Dermatology. Gli autori, del Queensland Institute of Medical Research in Australia hanno selezionato 36 pazienti affetti da tumori della pelle come il carcinoma a cellule basali ed il carcinoma a cellule squamose. Purtroppo per il momento tale cura non sembra essere utile per il melanoma, ma solo per queste ed altre lesioni neoplastiche della pelle, considerate “minori”, ma non per questo meno pericolose (data anche la maggiore frequenza con cui si manifestano). Ebbene ai volontari è stato applicato localmente per tre giorni consecutivi il farmaco in sperimentazione risultante dalla linfa dell’Euforbia: 41 lesioni su 48 sono scomparse in meno di trenta giorni e a distanza di quindici mesi, nel 68% di questi pazienti non c’era traccia di recidive. Un risultato fortemente incoraggiante, ma che va testato su un numero più vasto di volontari, oltre che in un periodo molto più lungo. Ma quale è la particolarità anti-cancerogena di questa pianta? Il principio attivo estratto dalla sua linfa sarebbe in grado di stimolare i neutrofili, che agiscono nel sistema immunitario. Questi, dopo aver individuato le cellule cancerose le distruggerebbero, evitando così le recidive tumorali. I ricercatori però sottolineano: attenzione a non creare in casa rimedi fai da te. La linfa di questa pianta è tossica, può provocare prurito e bruciori sulla pelle, insomma vere e proprie reazioni cutanee violente. Il farmaco in questione è infatti preparato in laboratorio. (fonte: sole24ore.it)

Silenziare un gene per aiutare le terapie antitumorali 13/11/2010 14:35
Sul Journal of Biological Chemistry è stata pubblicata una ricerca che ha trovato una molecola in grado di disattivare il gene responsabile della sopravvivenza del tumore al livello epatico. La molecola, chiamata Llll12 dai ricercatori della Ohio State University, riesce a silenziare il gene Stat3 che di solito produce una proteina che protegge dalle terapie le cellule tumorali del fegato. Gli studiosi hanno spiegato che nel caso riuscissero a ricavarne un vero e proprio farmaco, si potrebbero avere nuove speranze anche per la cura di altre forme di cancro. (fonte: molecularlab.it)

Cancro ai polmoni: alterazione genetica per i non fumatori 13/11/2010 14:34
Una nuova ricerca sul tumore ai polmoni, uno dei mali più diffusi della nostra epoca, suggerisce che la forma di cancro che colpisce i fumatori sia differente da quella che affligge i non fumatori. Gli scienziati di Vancouver hanno sottoposto ad analisi pazienti colpiti da tumore ai polmoni ed hanno notato che i non fumatori hanno alterazioni genetiche che non sono invece presenti nei fumatori. Il tumore ai polmoni compare nei non fumatori in più giovane età, è più frequente nelle donne ed è legato spesso all’adenocarcinoma, il più diffuso tipo di cancro, e a mutazioni nei geni che regolano la crescita della pelle. Questo ultimo dato porta a dedurre che il tumore polmonare dei non fumatori abbia altri meccanismi rispetto a quello di chi consuma tabacco: tutto ciò potrebbe aprire la via alla differenziazione delle terapie di cura e alla diagnosi precoce anche per chi non fuma. Uno dei fattori di incidenza della mortalità per carcinoma polmonare è infatti la ritardata diagnosi, che è frequente nei non fumatori. (fonte: benesseresalute.net)

Identificato il gene che fa “crescere” i tumori 13/11/2010 14:31
Si chiama “FOXM1” e sarebbe lui il gene responsabile della crescita incontrollata delle cellule tumorali. Lo ha identificato un gruppo di ricercatori della Barts and The London School of Medicine and Dentistry che ne ha dato notizia in un articolo pubblicato dalla rivista Cancer Research. Gli studiosi avrebbero capito qual'è il gene responsabile della nascita e dello sviluppo dei tumori umani. Il gene in questione, “FOXM1”, non fa altro che sfruttare la proprietà intrinseca di auto-rinnovamento delle cellule staminali causando l'eccessiva proliferazione delle cellule. I ricercatori inglese non hanno usato cavie animali per il loro test ma hanno lavorato direttamente sulle cellule umane, utilizzando colture cellulari tridimensionali. La coltura tridimensionale permette proprio di imitare la rigenerazione dei tessuti umani in laboratorio. Le cellule staminali umane adulte di partenza sono state isolate dai tessuti della bocca. I ricercatori hanno dimostrato che le cellule staminali normali ingegnerizzate in laboratorio per esprimere livelli normali del gene “FOXM1”, non hanno innescato la crescita eccessiva delle cellule all'interno di un sistema 3D di coltura dei tessuti, mentre quando le cellule sono state ingegnerizzate per produrre livelli anormali, maggiorati, del gene “FOXM1” questi livelli hanno portato alla crescita incontrollata dei tessuti in coltura. Quindi, quando il gene in questione viene over-espresso, si determina una condizione conosciuta con il nome di “iperplasia”, il processo biologico progressivo che porta alla crescita del volume di un organo o di un tessuto per aumento del numero delle cellule che lo costituiscono. Secondo i ricercatori della Barts and The London School of Medicine and Dentistry, questo step potrebbe essere il primo di una serie di eventi molecolari anormali che portano alla formazione del cancro. Quindi andando ad intervenire su un gene coinvolto negli stadi iniziali della formazione di un tumore si potrebbe interferire con tutto il processo. Tra i propositi degli studiosi, autori di questa scoperta, quello di sviluppare dei nuovi test per la diagnosi precoce del cancro e anche quello di pensare e mettere a punto nuovi trattamenti che impediscano o blocchino la diffusione e la crescita delle cellule tumorali. “Ci proponiamo di tradurre le nostre scoperte in test molecolari diagnostici clinicamente utili per rilevare la crescita del cancro nelle fasi iniziali - ha spiegato il Dr Muy-Teck Teh, autore dello studio - per comprendere l'origine dello sviluppo del cancro e per la ricerca di efficaci farmaci anti-tumorali che bloccano il cancro nella sua primissima fase di sviluppo”. La ricerca è stata effettuata grazie al co-finanziamento della “Barts and The London School of Medicine and Dentistry”, della “Queen Mary University of London” e del “Norwegian Research Council”. (fonte: italiasalute.leonardo.it)

Usa, campagna choc contro il fumo: le foto dei cadaveri sui pacchetti delle sigarette 13/11/2010 14:30
Il fumo fa male: ed il messaggio deve essere inequivocabile. Lo hanno pensato, evidentemente, le autorità del dipartimento della Salute e dalla Food and Drug Administration che hanno promosso l’ultima campagna informativa senza mezzi termni. Cadaveri, malati di cancro, radiografie di polmoni devastati: sono alcune delle immagini che dovrebbero comparire su almeno metà dei pacchetti di sigarette venduti in America. Il tabacco, secondo le statistiche, è infatti responsabile di circa oltre 400mila decessi all’anno negli Stati Uniti. Entro giugno, l’agenzia selezionerà le foto. Per adeguarsi alle nuove direttive, poi, i produttori di sigarette avranno al massimo 15 mesi. (fonte: blitzquotidiano.it)

Cancro al polmone, italiane incoscienti Solo tre su cento si sentono a rischio 14/10/2010 21:27
Superficiali, incoscienti, sprezzanti del pericolo. Le donne italiane, solitamente attente e informate quando si parla di salute, abitualmente disponibili a sottoporsi agli screening per le principali forme di tumore, appaiono invece «impreparate» di fronte al cancro al polmone. Non a caso, forse, il numero di decessi femminili per questa patologia è in costante aumento negli ultimi anni, proporzionalmente all’aumento del numero di fumatrici. A scattare una fotografia sul livello di consapevolezza e prevenzione in fatto di carcinoma polmonare è una ricerca dell’Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna (O.N.Da, realizzata grazie al sostegno di AstraZeneca), presentata a Roma in occasione del mese di sensibilizzazione mondiale su questa patologia proclamato per novembre dalla Global Lung Cancer Coalition. DONNE SEMPRE PIÙ IN PERICOLO - I numeri non lasciano dubbi. Solo fino a pochi anni fa il tumore polmonare era prevalentemente maschile: per ogni 5 maschi ammalati c’era una femmina. Oggi questa relazione è dimezzata e fra i circa 35mila nuovi casi diagnosticati ogni anno in Italia si registra una progressiva riduzione negli uomini e un costante incremento nelle donne. Ma secondo l’indagine condotta da O.N.Da su un campione di 600 connazionali fra i 25 e i 60 anni distribuiti su tutto il territorio nazionale, le italiane sottovalutano, quando non ignorano, questa forma di cancro. Sebbene il 32 per cento delle intervistate sappia che negli ultimi anni i decessi sono aumentati proprio fra le donne (fumatrici o meno), solo il sette per cento lo ritiene davvero pericoloso ed è consapevole che oggi il carcinoma polmonare è il secondo big-killer tra le neoplasie, dopo quello della mammella e dell’utero. Il resto lo associa una percezione di rischio medio-bassa. E se le ultime ricerche dimostrano che le donne sono geneticamente più in pericolo rispetto agli uomini, forse le italiane non lo sanno, visto che solo il tre per cento si sente minacciata. «Come confermato dai dati di questo studio - spiega Silvia Novello, pneumologo dell’Unità di oncologia toracica all’ospedale San Luigi Gonzaga di Orbassano (Torino) e presidente di Walce (Women Against Lung Cancer in Europe) -, la sensazione generale è che le donne siano più spaventate da altri tipi di cancro, mammella o utero, non rendendosi conto che il tumore del polmone colpisce il 26,6 per cento delle femmine contro il 19,9 per cento dei maschi. E che l’adenocarcinoma negli ultimi anni ha registrato un aumento del 21,6 per cento dei casi fra le prime e solo del 9,6 negli uomini». LA MALATTIA (NON SOLO) DEI FUMATORI - «Oggi, inoltre, si ha conferma che le donne sono geneticamente più predisposte degli uomini a sviluppare il tumore del polmone, siano esse fumatrici o meno - precisa Silvia Novello -. Sono loro infatti a contrarlo con maggiore facilità per una diversa capacità femminile di riparare il Dna danneggiato». Secondo le statistiche, poi, le donne si ammalano prima: nel 23,3 per cento dei casi hanno meno di 50 anni all’esordio della malattia, che invece compare dopo i 50 nella stragrande maggioranza (il 78 per cento) dei maschi. «Il tumore al polmone - spiega Armando Santoro, responsabile del Dipartimento di oncologia medica ed ematologia dell’Humanitas di Milano - è causa di circa 35-40mila decessi ogni anno nel nostro Paese. E se si aggiungono altre cause di morte per fumo, quali malattie cardiovascolari e respiratorie, arriviamo a superare gli 80mila decessi annui». Eppure il carcinoma polmonare è citato come il «tumore più rischioso per la propria salute» solo dal 13 per cento degli intervistati. Colpa, molto probabilmente, del fatto sia percepito come una malattia tipica del fumatore. Così, «chi non fa uso di tabacco non si sente toccato dal problema e assume un comportamento d’indifferenza e disinteresse - commenta Francesca Merzagora, presidente di O.N.Da -. E chi fuma si sente razionalmente esposto, ma mette in atto un atteggiamento emotivo difensivo e distaccato». SMETTE CHI HA VISSUTO IL CANCRO DA VICINO - Ma se è vero che anche solo la sigaretta occasionale e il fumo passivo possono creare danni potenzialmente seri al Dna delle cellule nelle vie respiratorie, accade sempre più spesso (circa il 15-20 per cento dei nuovi casi annui) di ritrovarsi con una diagnosi di cancro ai polmoni senza aver mai toccato neppure una sigaretta o quasi. Un fatto appare comunque certo e ben chiaro agli intervistati: il tabacco va evitato. Però solo un ex fumatore su cinque dichiara d’aver smesso perché preoccupato per la salute, mentre le ragioni che inducono a eliminare le sigarette sono principalmente legate alla famiglia e alla presenza di figli (il fumo è vissuto come elemento di "disagio" familiare più che come un rischio per se stessi) o al fatto d’aver avuto un caso di tumore polmonare nella cerchia dei parenti. Infine, dall’analisi emerge che la consapevolezza della patologia e l’adesione al concetto di prevenzione aumentano al crescere dell’esperienza diretta della patologia, della percezione di rischio personale e del senso di responsabilità per la famiglia. Insomma, ancora troppi italiani vivono nell’infinito rinvio del "domani smetto" e si decidono a spegnere davvero la sigaretta solo dopo essersi scottati. (fonte: corriere.it)

Test del DNA per diagnosticare i tumori 30/09/2010 22:38
Un test molecolare per la diagnosi oggettiva dei tumori è stato messo a punto da un gruppo di ricerca italiano. La sperimentazione punta ad offrire agli oncologi uno strumento in grado di ottimizzare i tempi della diagnosi per combattere meglio lo sviluppo della neoplasia. Durante la prima fase sono stati analizzati al computer, ricorrendo ad apposite banche dati, i profili di espressione di tutti i geni umani in diversi tessuti normali e tumorali. “Per ‘profilo di espressione’ si intende l’insieme dei geni attivamente tradotti in proteine, una sorta di impronta digitale della cellula che consente di determinare il tessuto di appartenenza e, come dimostra lo studio, di distinguere tra le cellule sane e quelle vittime di degenerazioni patologiche, ad esempio cancerose”, spiega Graziano Pesole, direttore dell’Istituto di biomembrane e bioenergetica del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibbe-Cnr) e professore presso l’Università di Bari. “In particolare ci siamo concentrati sull’analisi dello ‘splicing alternativo’, un meccanismo di maturazione dell’Rna che interessa oltre il 90% dei nostri geni e che consente, tramite un processo di ‘taglia e cuci’, di ampliarne il potenziale di espressione, ottenendo più proteine da uno stesso gene”. La comparazione dei diversi profili di espressione, in parte prodotti dallo splicing alternativo, ha consentito di identificare proteine biomarcatori, indicative di una condizione tumorale. Durante la seconda fase dello studio l’attendibilità dei biomarcatori è stata confermata in vivo su pazienti affetti da glioblastoma, un’aggressiva forma di cancro al cervello. “I risultati di questa ricerca pongono i presupposti per una diagnosi semplice, accurata e veloce dei tumori e per la messa a punto di terapie personalizzate ed efficaci”, sottolinea il direttore dell’Ibbe-Cnr. “Le piattaforme di sequenziamento di nuova generazione, una delle quali recentemente messa in esercizio presso l’Itb-Cnr di Bari, consentiranno infatti di identificare in tempi e costi contenuti biomarcatori, che renderanno possibile la diagnosi delle diverse forme tumorali e costituiranno il bersaglio di nuovi farmaci, in grado di riconoscerli ed eradicare selettivamente le cellule neoplastiche, nelle quali sono espressi”. I risultati dello studio – cui oltre all’Ibbe-Cnr hanno partecipato ricercatori dell’Istituto di tecnologie biomediche (Itb) del Cnr di Bari, dell’Università di Milano e della Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo – sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista internazionale Molecular Cancer. Puoi fare una domanda agli specialisti del forum e iscriverti alla newsletter, riceverai ogni settimana le notizie più importanti per la tua salute. (fonte: italiasalute.it)

Nuovi markers per scovare tumori aggressivi 30/09/2010 22:37
Una volta implementato nella pratica clinica il nuovo test su campioni di sangue, si potrebbe arrivare alla diagnosi precoce e a un più efficace trattamento terapeutico Utilizzando una nuova tecnica proteomica basata su aptameri, i ricercatori della società Somalogic Inc guidati da Rachel Ostroff hanno individuato alcuni marcatori biologici per due forme neoplastiche molto aggressive, il tumore del pancreas e il mesotelioma, nelle loro fasi iniziali di sviluppo. Questa tecnologia, una volta implementata nella pratica clinica, permetterebbe una diagnosi precoce e consentirebbe una più agevole ricerca dei possibili target terapeutici. “Attualmente queste forme tumorali vengono rivelate in uno stadio avanzato, quando le possibilità di cura sono minime”, ha spiegato Ostroff nel corso dell’AACR International Conference on Molecular Diagnostics in Cancer Therapeutic Development. “La loro individuazione in una fase iniziale è una premessa fondamentale per avere un trattamento precoce in grado di aumentare sia la sopravvivenza sia la qualità della vita dei pazienti”. Scoperti circa 20 anni fa, gli aptameri sono acidi nucleici che si legano a specifiche proteine. La ricerca di SomaLogic ha sviluppato negli anni una nuova generazione di aptameri denominati SOMAmers (Slow Off-rate Modified Aptamers) caratterizzati da un’affinità e una specificità superiori alla norma. I SOMAmers permettono l’identificazione e la quantificazione simultanea di proteine target in campioni biologici complessi. Nel corso di quest’ultimo studio, l’obiettivo era di determinare se la tecnologia proteomica potesse permettere d’identificare biomarcatori ematici per tumori pancreatici o mesoteliomi – tumori del polmone dovuti all’esposizione all’asbesto che causano ogni anno 15.000-20.000 vittime nel mondo – in soggetti con diagnosi di cancro ma non ancora trattati. I soggetti compresi nel gruppo di controllo avevano invece patologie benigne con sintomi simili (pancreatiti o fibrosi polmonari). Grazie alle analisi dei campioni di sangue, per entrambi i tumori i ricercatori hanno scoperto biomarker che costituiscono una “firma” di alta accuratezza diagnostica. Gli stessi parametri hanno dimostrato anche un’alta specificità, ovvero un basso rischio di falsi positivi al test. “Gli studi di validazione della metodica sono tutt’ora in corso ma speriamo che presto si traducano in vantaggi tangibili per i pazienti”, ha concluso Ostroff. (fonte: liquidarea.com)

Il tumore della pelle (melanoma) si curerà potenziando le difese 30/09/2010 22:35
I principali tipi di tumore della pelle sono tre: il carconoma basocellulare, quello spinocellulare e il melanoma. Dalle cellule epiteliali hanno origine i carcinomi basocellulari e quelli spinocellulari, mentre dai melanociti si sviluppano il melanoma. La prognosi dei due tipi di tumore è molto diversa, i primi crescono molto lentamente, e di rado danno luogo a metastasi, molto raramente sono mortali. Il melanoma, invece, è la forma più grave dei tumori della pelle, ed è particolarmente pericoloso perché rispetto ad altri tumori cutanei può dar luogo con maggiore frequenza a metastasi. Lo sviluppo del melanoma è molto complesso, i fattori di rischio si conoscono solo parzialmente, alcuni sono strattemente legati alla persona: nel 10% dei casi si tratta di una predisposizione familiare; la presenza di lentiggini o di nei, soprattutto se sono grossi, dai bordi irregolari, di forma e colore variabile o in gran quantità (più di 50); occhi, capelli e pelle chiara, queste persone generalmente durante esposizioni solari intense si scottano con facilità, ma non si abbronzano. Il legame tra l’ esposizione ai raggi solari e l’ insorgenza del tumore della pelle è meno forte rispetto agli altri tumori. Un’ arma in più contro il melanoma, un tumore che colpisce la pelle, potrebbe essere rappresentata dalla bioterapia. Si tratta di una cura che agisce potenziando il sistema di difesa naturale dell’ organismo del malato. Lo studio sul melanoma, presentato in questi giorni a Milano, sarà condotto dal Network italiano per la bioterapia dei tumori (Nibit) e valuterà l’ azione combinata dell’ antiocorpo monoclonale) molecola biologica che scova le cellule tumorali) “ipilimumab” e di un farmaco chemioterapico standard, la “fotemustina”. Sinora l’ efficacia dell’ “ipilimumab” in monoterapia (cura con un unico farmaco) ha dato esiti positivi sul tumore al polmone e alla prostata. L’ obiettivo della bioterapia è favorire una forte reazione di difesa contro il melanoma, senza distruggere direttamente le cellule malate. (fonte: mondobenessereblog.com)

Tumore al seno: fumo e recettori nicotinici in esubero con conseguenti neoplasie 31/08/2010 10:31
Nelle cellule cancerose risultano notevolmente sovraespressi i recettori nicotinici nAChR, e in misura ancora maggiore nelle cellule di tumori in fase avanzata. È ben noto come l’assunzione di nicotina porti al fenomeno della dipendenza da questa sostanza in virtù del legame che instaura con il recettore dell’acetilcolina (nAchR). Tale legame è in grado anche promuovere l’insorgenza del tumore del seno, come mostra una ricerca pubblicata online sul Journal of the National Cancer Institute. Il fumo di sigaretta è stato riconosciuto come fattore di rischio per un’ampia gamma di neoplasie, e in particolare per il tumore della mammella; tuttavia finora erano state tirati in causa componenti diversi del tabacco. Per determinare l’effetto di promozione della carcinogenesi della nicotina, Yuan-Soon Ho, ricercatore della Taipei Medical University, e colleghi hanno analizzato 276 campioni di tessuto tumorale per verificare se sottounità del recettore nicotinico nAChR fossero sovra-espresse nelle cellule di tumore del seno rispetto a quelle normali circostanti. I ricercatori hanno trovato come nelle cellule di tumore della mammella fossero notevolmente sovra-espresse le subunità alfa-9 dell’nAChR (α9-nAchR), e che tale espressione risultava relativamente più alta nei tumori in fase avanzata rispetto a quelli in fase iniziale. Negli esperimenti di laboratorio si è riscontrato inoltre come con la riduzione dei livelli di α9-nAchR risulti inibita la crescita tumorale, mentre il loro incremento o il trattamento delle cellule tumorali con nicotina promuova lo sviluppo di caratteristiche cancerose. Secondo il commento degli autori: “I risultati implicano che i segnali cancerogeni mediati da recettore rivestono un ruolo decisivo nelle funzioni biologiche collegate allo sviluppo del tumore della mammella nell’essere umano.” (fonte: liquidarea.com)

Tumore al seno: scoperto interruttore molecolare della forma aggressiva 31/08/2010 10:30
Scoperto un gene responsabile delle metastasi originate dal cancro al seno HER2 positivo, una delle forme più aggressive del carcinoma mammario: lo studio, effettuato dai ricercatori del Breakthrough Breast Cancer Research Unit dell’Università di Edimburgo e pubblicato sul British Journal of Cancer, mette in evidenza il ruolo chiave del gene, una sorta di “interruttore molecolare” che, se attivo, sarebbe responsabile della diffusione del cancro ad altri organi. Secondo quanto affermato dai ricercatori, farmaci in grado di inibirne il funzionamento, arrestando lo sviluppo delle metastasi, sarebbero già in cantiere. È una donna su cinque con cancro al seno a soffrire della forma aggressiva della malattia, nota anche come “HER2 positivo” (Human Epidermal growth factor Receptor 2). “Come per tutti i tumori, la chiave per combatterli è nel comprendere come si formano e come si sviluppano – spiega Elad Katz, che ha guidato lo studio -. Identificare il ruolo chiave di questo gene nella diffusione di questo tipo di tumore al seno è una scoperta significativa. Anche se siamo ancora alla fase iniziale, sappiamo che c’è la reale possibilità di un nuovo trattamento per le donne con carcinoma mammario HER2 positivo”. L’obiettivo, adesso, è realizzare un farmaco in grado di bloccare l’azione del gene: “Questo studio rappresenta un importante sviluppo perché ora conosciamo uno dei principali fattori che danno vita alle metastasi di questo tipo di cancro – spiega David Harrison, direttore del Breakthrough Breast Cancer Research Unit dell’Università di Edimburgo -. È emozionante sapere che c’è un farmaco che potrebbe fermare questo processo”. (ASCA) (fonte: liquidarea.com)

Cancro alla prostata, ‘presa’ la cellula madre che lo genera 05/08/2010 07:56
Catturate le sfuggenti ”cellule madre” del cancro alla prostata, ovvero le cellule responsabili di questo tumore e dalle quali il cancro ha inizio. Ciò è stato possibile grazie ad un originale esperimento che ha portato anche alla creazione di un tumore umano partendo da cellule sane. Annunciata sulla rivista Science, la scoperta è importante perché queste staminali del cancro potrebbero divenire un risolutivo bersaglio terapeutico e portare all’individuazione di nuovi marcatori per migliorare la diagnosi e mettere a punto test predittivi della gravita’ della malattia nel singolo paziente. Le staminali colpevoli, trovate da un team della Università di Los Angeles, si chiamano ”cellule basali”, ha spiegato Owen Witte, coordinatore dello studio. Si tratta di una scoperta importante, ha commentato il lavoro Ruggero De Maria, Dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità, che fa un po’ di luce sulle cellule alla base di questo tumore maschile, davvero difficili da isolare in modo certo. Inoltre la procedura con cui è stato ottenuto questo risultato, ha aggiunto De Maria, con un lavoro semplice e pulito, consente anche di mettere a disposizione della comunità scientifica nuove cellule su cui studiare il tumore, non prese dai pazienti ma prodotte direttamente in provetta. Da quando si è compreso che alla base dei tumori c’e’ un manipolo di poche cellule staminali ‘impazzite’ che generano l’intera massa tumorale, è partita una caccia grossa a livello mondiale per l’isolamento delle staminali per ciascuna neoplasia. Il punto è che, trovandole, si possono colpire direttamente le staminali e quindi eradicare il cancro alla radice, risolvendo anche quei casi di tumore che sono farmaco-resistenti. Ma non è sempre facile isolare le staminali del cancro, come nel caso del tumore alla prostata, uno tra i piu’ frequenti tumori maschili con circa 23 mila nuovi casi ogni anno in Italia. ”Per la verità – ha precisato De Maria – sono stati pubblicati vari lavori sul conto delle staminali del cancro alla prostata, tra cui uno su Nature meno di un anno fa da Michael Shen della Columbia University, che pero’ individuava come staminali del cancro un altro tipo di cellule ”. I ricercatori hanno preso diverse popolazioni di cellule dalla prostata di volontari sani e poi hanno inserito in ciascuna gli ‘interruttori’ del cancro, ovvero gli oncogeni legati al tumore alla prostata. Infine hanno inoculato i differenti gruppi di cellule in vari topolini osservando che solo le staminali basali, modificate con i geni del cancro, hanno innescato un tumore nelle cavie, ma non le altre cellule. Si tratta di una buona procedura che ”anche noi, insieme al gruppo di Giorgio Stassi dell’università di Palermo, stiamo utilizzando per studiare le staminali del cancro alla tiroide”, ha detto De Maria. (fonte: blitzquotidiano.it)

«Chiudere le dighe e rafforzare gli argini» Ecco la nuova strategia contro il cancro 05/08/2010 07:54
L'angiogenesi non è più un mistero. Che questo processo che porta alla formazione di nuovi vasi sanguigni sia una fase cruciale dello sviluppo di un tumore è ormai un fatto noto non soltanto a medici e ricercatori, ma anche a molti pazienti e familiari che toccati dalla malattia hanno deciso di capirne qualcosa di più. Ora, uno studio italiano pubblicato sulla rivista Developmental Cell individua uno dei meccanismi responsabili delle anomalie e dell’alterata organizzazione del sistema vascolare tumorale. La scoperta, realizzata da un team di ricerca dell'Ifom (Istituto FIRC di Oncologia Molecolare), apre la strada a nuove strategie terapeutiche che potrebbero affiancare e potenziare l’azione dei farmaci antiangiogenetici utilizzati finora. LE «AUTOSTRADE» DEL TUMORE - Ecco, in breve, come funziona l’angiogenesi. La massa tumorale molto presto comincia a stimolare nuove strutture vascolari, a partire da quelle dell’organismo ospite, per rifornirsi così di ossigeno e di nutrienti. Inoltre, una volta che il sistema vascolare del tumore si è organizzato, le cellule cancerose utilizzano i vasi come «autostrade» attraverso le quali immettersi nel flusso sanguigno e dare inizio al viaggio che le disseminerà in giro per il corpo, dando origine nei diversi organi alle metastasi. Per queste ragioni negli anni si è sviluppata una precisa strategia di attacco: interferire con la formazione dei vasi nel tumore per inibire da un lato la sua crescita e dall’altro la formazione di metastasi. Tuttavia questa strategia seppur efficace non ha dimostrato di essere ancora risolutiva. VASI SANGUIGNI COME I FIUMI - «Quello che diversi studi hanno dimostrato di recente è che bisogna guardare non soltanto alla quantità ma anche alla qualità dei vasi che si formano all’interno del tumore» spiega Elisabetta Dejana, responsabile del programma di ricerca di angiogenesi dell’Ifom. Nel momento in cui i nuovi vasi penetrano nel tumore, infatti, questi cambiano le loro normali caratteristiche: diventano molto irregolari e non si distinguono chiaramente le arterie dalle vene. Si tratta di vasi molto fragili e permeabili, che possono facilmente dare origine a emorragie o permettono la fuoriuscita di liquidi che si accumulano nel tessuto tumorale provocando gonfiori e compressioni. In queste circostanze il flusso sanguigno risulta alterato, si creano zone di necrosi e il trasporto e la diffusione dei farmaci chemioterapici all’interno della massa tumorale è fortemente ostacolato. «Se si pensa a un fiume - continua Dejana - quando gli argini sono ben costruiti, alti e fortificati è difficile che avvengano esondazioni e l'irrigazione dei terreni avviene correttamente. Quando invece gli argini sono deboli e discontinui, le acque del fiume possono straripare, l’irrigazione è alterata ed è più facile accedere al suo alveo dall’esterno. Allo stesso modo, i vasi irregolari e altamente permeabili presenti nei tumori non solo sono emorragici, ma offrono una resistenza molto bassa all’entrata in circolo delle cellule cancerose e alla loro disseminazione». IL NUOVO STUDIO - Fino a oggi non era chiaro chi fossero tutti i responsabili di un’organizzazione così anomala delle strutture vascolari tumorali, ma la nuova scoperta realizzata dal team Ifom rappresenta un passo significativo per inquadrare nel mirino alcuni colpevoli. «Abbiamo individuato una particolare famiglia di proteine, le Wnt, che controlla la formazione dei nuovi vasi sanguigni - chiarisce Monica Corada, primo autore dello studio e ricercatrice Ifom -. Quando questi attori del processo di vascolarizzazione non agiscono in maniera controllata i vasi che si originano sono anomali e molto più fragili. Ora, finalmente, abbiamo precisi bersagli terapeutici con cui interferire per regolarizzare la vascolatura». Le terapie che bloccano la vascolarizzazione del tumore restano ovviamente valide, ma - secondo i ricercatori - può essere rilevante, soprattutto quando il tumore è in fase avanzata, anche stabilizzare e normalizzare i vasi per favorire una migliore diffusione dei farmaci all’interno della massa tumorale e contribuire a prevenire o fermare le metastasi. L’obiettivo, insomma, è arrivare a identificare la combinazione ideale di diversi trattamenti così da intervenire in maniera sempre più mirata e specifica sui diversi tipi di cancro a seconda delle loro caratteristiche e del loro stadio di progressione. (fonte: corriere.it)

Caffè, una prevenzione anche contro il tumore di cavo orale e faringe 03/07/2010 10:48
E’ il risultato di una ricerca coordinata dalla dott.ssa Carlotta Galeone dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” e dell’Università di Milano in cui è stato analizzato il legame tra caffè e rischio di cancro al cavo orale, un argomento su cui nessuno studio passato era mai riuscito a raggiungere risultati univoci. Le conclusioni dell’indagine italiana sono invece piuttosto chiare: consumale 4 tazze di caffè al giorno ridurrebbe del 39% il rischio di tumori al cavo orale e alla faringe inferiore rispetto a chi non beve caffè. Torniamo quindi a parlare dei benefici del caffè, ma ci teniamo tuttavia ad esortare a non farne abuso. Le analisi statistiche condotte su un ampio campione di soggetti avrebbe permesso di concludere che il consumo di caffè è associato a un minore rischio di tumore al cavo orale, alla faringe, ma non alla laringe. I risultati dello studio sono apparsi sulle pagine di Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention. La studiosa italiana ha sottolineato che le cause che spiegherebbero questo legame siano ancora tutte da chiarire. Carlo La Vecchia dell’Istituto “Mario Negri” ha invece ipotizzato che lesioni precancerose del cavo orale portino i soggetti a diminuire il consumo di caffè, ma sono indispensabili ulteriori studi e accertamenti. (fonte: benessereblog.it)

Ideato nuovo test per scoprire il tumore alla vescica 03/07/2010 10:47
E’ un nuovo metodo per la diagnosi precoce del tumore alla vescica ideato dai ricercatori dell’Università di Copenaghen. Questo tipo di tumore, tra i più frequenti nell’uomo, può essere facilmente debellato se diagnosticato in tempo, mentre se scoperto in fase avanzata richiede necessariamente l’intervento chirurgico. Lo studio è stato riportato sul Journal of Molecular Diagnostics. Gli studiosi danesi hanno modificato un test già usato per altri tipi di tumori, chiamato MS-MLPA, e sono riusciti a trovare nelle urine i marcatori biologici del cancro della vescica. “Lo stesso principio potrà essere usato per altri tipi di tumore“, ha detto Per Guldberg, uno degli autori, “fornendo un metodo veloce ed economico per la diagnosi precoce“. (fonte: benessereblog.it)

Il Tea Tree per curare il melanoma 03/07/2010 10:46
Il Tea Tree (chiamato anche melaleuca alternifolia) è un albero indigeno dell'Australia. Da tale pianta si ricava un olio, dotato di proprietà anti cancro e potenzialmente efficace contro il melanoma. Questa l'ipotesi di una ricerca dell'University of Western Austalia (UWA), diretta dalla dottoressa Sara Greay. Gli scienziati hanno preso in esame alcuni topi da laboratorio, tutti affetti da vari tipi di tumore della pelle. Gli animali sono così stati trattati con un composto a base di olio di Tea Tree. L'esperimento (durato tre anni) ha mostrato come la sostanza agisse rapidamente inibendo la crescita delle cellule cancerose e provocandone la regressione. Ulteriori approfondimenti hanno poi evidenziato come l'olio in questione attaccasse il cancro anche tramite uno stimolo del sistema immunitario. Inoltre, il team UWA fa notare gli effetti collaterali ridotti. Mentre le sedute di chemioterapia provocano disturbi come nausea e sintomi influenzali, il trattamento con la melaleuca alternifolia si limita ad un'irritazione cutanea passeggera. Conclude così la dottoressa Greay: "Siamo molto entusiasti di questi risultati e speriamo di trovare finanziamenti per una piccola sperimentazione clinica con circa 50 persone con lesioni pre-cancerose, con l'obiettivo di prevenire lo sviluppo dei tumori della pelle". (fonte: newsfood.com)

Scoperte le «cellule zero» che causano il melanoma 03/07/2010 10:44
Finalmente le hanno scovate. Ricercatori della Stanford University School of Medicine in California, in uno studio pubblicato sull’ultimo numero della rivista Nature, spiegano di aver individuato le «cellule zero» del più letale cancro alla pelle, il melanoma. La scoperta potrebbe spiegare perchè le cure oggi in uso contro questo tumore non funzionano bene e portare a nuove terapie più efficaci. LO STUDIO - Negli ultimi anni sono state individuate le cellule zero che danno inizio a molti tipi di cancro: sono le staminali che, pur costituendo la parte minoritaria del tumore, ne causano la crescita perchè si riproducono dando continuamente vita a nuove cellule malate. Così anche quando i farmaci annientano la massa neoplastica, queste staminali ne vanificano l’efficacia formando un nuovo tumore, spesso più cattivo del primo. Per il melanoma finora queste cellule originarie mancavano all’appello, ma i ricercatori americani le hanno identificate riconoscendole per un loro tratto distintivo: portano in superficie una «bandierina molecolare», la molecola CD271. Trapiantando in laboratorio alcune di queste cellule nelle cavie, infatti, gli animali si sono ammalati di melanoma. Le staminali che portano l’etichetta CD271 mancano invece, del tutto o in parte, delle etichette molecolari TYR, MART e MAGE che sono i più comuni bersagli terapeutici di farmaci anti-melanoma oggi in uso. «Ecco perchè questi farmaci non ce la fanno a eradicare la malattia: non riescono a colpire il cancro alla radice perchè le staminali sono immuni alle terapie. Grazie a questa scoperta potremo dunque studiare nuovi farmaci che le distruggano» ha commentato Alexander Boiko, autore dello studio. UN EX TUMORE RARO – Il melanoma era considerato una neoplasia rara fino a pochi anni fa, ma oggi interessa oltre 100mila persone nel mondo e la sua incidenza è aumentata del 15 per cento circa rispetto al decennio precedente. In Italia si ammalano in media 12-13 persone ogni 100mila abitanti, mentre in Europa i tassi più alti si registrano fra gli abitanti con carnagione e occhi chiari dei Paesi del Nord. Le cause della crescita sono molteplici, prime fra tutte la diagnosi precoce e l’esposizione solare intensiva e concentrata in poche settimane all’anno. Tuttavia la sopravvivenza migliora, come spiega Caterina Catricalà, direttore del Dipartimento clinico-sperimentale di dermatologia oncologica dell’Istituto San Gallicano di Roma: «Grazie alle campagne di sensibilizzazione, alla tecnica diagnostica non invasiva sale il numero di diagnosi precoci, cioè troviamo sempre più melanomi con spessore inferiore al millimetro. In questi casi la sopravvivenza varia dall’87 al 97 per cento. Quando invece la diagnosi è tardiva e il melanoma supera i tre millimetri o presenta ulcerazione, la sopravvivenza scende intorno al 50 per cento». IN ARRIVO NUOVE CURE - Dopo l’annuncio al recente congresso di oncologia di Chicago del primo farmaco efficace contro il melanoma da 30 anni a questa parte (ipilimumab), già partono sperimentazioni su altri medicinali che si basano su particolari caratteristiche molecolari del tumore del paziente. Da recenti studi risulta infatti chiaro che i melanomi che hanno una mutazione al livello del gene B-Raf e sono sensibili a farmaci che bloccano la proliferazione cellulare e ne determinano la morte. «In particolare l’utilizzo di questi farmaci nei pazienti portatori la mutazione B-Raf ha dato risultati così eclatanti che dopo la fase I e l’inizio della fase II, è stato deciso di passare direttamente alla fase III della sperimentazione multicentrica» dice Alessandro Testori, responsabile dell’Unità Melanoma dell’Istituto europeo di oncologia di Milano, dove partendo in questi giorni l’arruolamento al trial che coinvolgerà circa 800-1.000 pazienti in 200 diversi centri mondiali. «I melanomi con la mutazione B-Raf sono il 90 per cento del totale – spiega Testori - e i farmaci sotto sperimentazione sarebbero attivi nel 50-60 per cento di questi. Ma per avere i risultati della sperimentazione dovremo attendere circa un paio d’anni, mentre vorremmo concludere l’arruolamento dei pazienti in una decina mesi». SOLE AMICO – Il melanoma insorge mediamente intorno ai 50 anni, ma questo tumore interessa frequentemente anche le classi d’età 35-65 anni. Tutelare la pelle è fondamentale e sono molto importanti anche le radiazioni ultraviolette incassate durante i primi dieci anni di vita, perché il danno che poi conduce al tumore è un danno cumulativo. Particolare attenzione devono prestare i soggetti a rischio: le persone con fototipo chiaro che si abbronzano poco e si scottano con facilità, quelle che hanno tanti nei e uno o più casi di melanoma in famiglia. Ma gli esperti condannano ogni fobia nei riguardi del sole, perché una ragionevole esposizione solare è di grande beneficio per un gran numero di fattori, che vanno dall’umore (stimolo delle endorfine) al metabolismo del calcio nelle ossa (all'attivazione della vitamina D). (fonte: corriere.it)

Vaccino anti-morbillo potrebbe essere il futuro per combattere il tumore alla prostata 03/07/2010 10:44
Il vaccino anti-morbillo potrebbe essere il futuro per combattere il tumore alla prostata. In laboratorio i vaccini si sono, infatti, dimostrati efficaci nell’uccidere le cellule del tumore alla prostata. Lo ha scoperto una ricerca condotta negli Stati Uniti, dalla Mayo Clinic, e pubblicata sulla rivista The Prostate. Gli scienziati statunitensi hanno osservato che alcuni vaccini anti-morbillo, per la loro affinità con le cellule tumorali della prostata, sono in grado di infiltrarsi e aggredirle, replicarsi in esse col meccanismo riproduttivo virale e, di conseguenza, ucciderle. La scoperta, ancora molto lontana dalla sperimentazione sull’uomo, potrebbe in futuro essere utilizzata per il tumore alla prostata resistente e in uno stadio avanzato (con metastasi). ”Queste specie di vaccini – spiega infatti Mauro Dimitri, urologo e presidente della Fondazione Mondiale di Urologia – potrebbero rappresentare una nuova classe di agenti terapeutici contro il tumore che non evidenzia resistenza agli approcci terapeutici esistenti”, e dopo ulteriori studi ”potrebbero essere usati in associazione ai metodi convenzionali”. (da blitzquotidiano.it)

Ipilimumab, una nuova molecola contro il melanoma 18/06/2010 11:33
Dopo 30 anni di fallimenti, c'è una nuova arma efficace contro il più aggressivo tumore della pelle, il melanoma, che in Italia colpisce circa 6.000 persone l'anno e ne uccide 1.500. Non attacca direttamente il tumore, ma scatena le difese immunitarie. I risultati della sperimentazione, condotta in 125 centri nel mondo e nella quale l'Italia ha avuto un ruolo importante, sono stati presentati oggi, nel congresso della Società Americana di Oncologia Molecolare (Asco) in corso a Chicago (Illinois). La molecola, chiamata ipilimumab, è giunta alla fase 3 della sperimentazione. Non è un vaccino, ma una immunoterapia: "Mentre un vaccino stimola direttamente il sistema immunitario, questo farmaco rimuove un blocco", spiega il coordinatore del ramo italiano dello studio, Paolo Ascierto, dell'Istituto Nazionale Tumori 'Pascale' di Napoli. La molecola sblocca il freno molecolare che in condizioni normali ferma la reazione immunitaria al momento giusto. Di conseguenza, le difese immunitarie sono scatenate senza limiti contro le cellule tumorali. I risultati sono giudicati così incoraggianti che in Italia i pazienti con la malattia avanzata potrebbero avere il farmaco per uso compassionevole (i primi 20 a Napoli). Alcuni centri, infine, stanno sperimentando il farmaco contro i tumori di prostata e polmone. (fonte: molecularlab.it)

Dieta "Salva-prostata", un aiuto per sconfiggere il cancro prostatico 18/06/2010 11:31
Prestando attenzione a ciò che si mangia ogni giorno e seguendo qualche semplice consiglio è possibile prevenire fino al 66,7% i casi di cancro alla prostata, il killer numero uno per gli uomini, al primo posto in Italia nella classifica dei tumori più diffusi nelle persone di sesso maschile. Secondo gli ultimi dati aggiornati ad inizio 2010 dal Centro Nazionale di Epidemiologia Sorveglianza e Promozione alla Salute dell’Istituto Superiore di Sanità, ogni anno in Italia si registrano circa 9000 decessi e 33.000 nuovi casi, il 20% dei quali viene diagnosticato in fase già avanzata. Tali numeri ripropongono l’urgenza di sensibilizzare la popolazione maschile, soprattutto gli over 45, sull’importanza della prevenzione e della diagnosi precoce: oggi l’unica arma veramente efficace per sconfiggere il cancro. Nel nostro Paese il tasso di sopravvivenza tocca il 47,4%, inferiore rispetto ad altri Paesi europei (Spagna 54,5%, Francia 61,4%, Svizzera 71,4%). Le responsabilità della maggiore incidenza del tumore alla prostata e del minore tasso di sopravvivenza sono egualmente divise tra una componente genetica e lo stile di vita e alimentare anti-prostata. In occasione della Settimana Nazionale di prevenzione del tumore alla prostata svoltasi nello scorso mese di marzo, gli esperti hanno suggerito la cosiddetta “Dieta Salva-Prostata“: 600 gr di frutta e verdura ogni giorno; 200 ml di succo di melograno; 600 ml di tè verde; pomodori e melone (ricchi di licopene, prezioso antiossidante), aglio, verdure a foglia verde, legumi, cereali integrali, pochi zuccheri e grassi e tanta tanta acqua. La scienza, tuttavia, continua il suo arduo cammino nella ricerca di cure e terapie sempre più efficaci. Nuove conferme arrivano dai polifenoli, sostanze antiossidanti che - stando agli ultimi studi - contribuiscono a prevenire il tumore prostatico. La ricerca in merito è stata pubblicata sul “The Faseb Journal” e sostiene che gli antiossidanti presenti nel vino rosso e nel tè riescono a produrre un effetto combinato tale da distruggere una molecola ben precisa che gioca un ruolo molto importante nello sviluppo del cancro alla prostata. Si tratta dell’SphK1/S1P che svolge un ruolo chiave nello sviluppo non solo del tumore prostatico, ma anche di altri tipi di neoplasie come quelle al seno o al colon. Dagli esperimenti in vitro è emerso che inibendo l’SphK1/S1P si verifica un rallentamento nella crescita delle cellule tumorali. “L’impatto che i polifenoli contenuti nel tè e nel vino hanno sulla nostra salute era assolutamente inimmaginabile 25 anni fa, mentre oggi sappiamo con certezza quanti benefici queste sostanze possano apportare alla nostra salute“, ha concluso Gerald Weissmann, direttore del FASEB journal. (fonte: benessereblog.it)

Vitamina B6 e metionina riducono rischi di cancro ai polmoni 18/06/2010 11:29
Livelli ematici di vitamina B6 e metionina costantemente elevati sembrano associati a una riduzione del rischio di sviluppare un cancro del polmone Una ampia analisi epidemiologica ha mostrato che elevati livelli ematici di vitamina B6 e metionina, un amminoacido essenziale, sono associati a una riduzione del rischio di sviluppare il cancro del polmone, anche per quanto riguarda ex fumatori e fumatori. A indicarlo è uno studio condotto da ricercatori dell’International Agency for Re search on Cancer, con sede a Lione, in Francia, coordinati da Paul Brennan, e pubblicato sulla rivista JAMA. Precedenti ricerche avevano indicato che deficienze di vitamine del complesso B potevano portare a un aumento del rischio di danni al DNA e, quindi, a mutazioni nei geni. “Dato il loro coinvolgimento nel mantenimento dell’integrità del DNA e nell’espressione dei geni, questi nutrienti hanno potenzialmente un ruolo importante nell’inibire lo sviluppo del cancro e offrono la possibilità di modificare il rischio di cancro attraverso cambiamenti nella dieta”, scrivono gli autori che rilevano anche come, in seguito a errori nutrizionali, le carenze relative di vitamine del gruppo B siano alquanto diffuse anche nei paesi sviluppati. Per la loro analisi i ricercatori si sono basati sui campioni di sangue prelevati nel quadro del progetto EPIC (European Prospective Inves tigation into Cancer and Nutrition) in cui fra il 1992 e il 2000 sono state arruolate 519.978 persone. Dopo un’analisi dell’incidenza del cancro del polmone in tutta la corte di EPIC, i ricercatori hanno scoperto che, una volta ponderati i risultati sulla base di vari fattori, il rischio di insorgenza del cancro del polmone fra quanti avevano il livelli più elevati di vitamina B6 (e in particolare ricadevano nel quartile più elevato) era decisamente più basso rispetto agli altri appartenenti agli stessi gruppi. Un rischio inferiore lo mostravano anche i partecipanti con elevati livelli di metionina. “Una simile consistente diminuzione del rischio non era mai stata osservata in fumatori ed ex fumatori, indicando che i risultati non sono dovuti a fattori confondenti legati al fumo. La dimensione del rischio è rimasta costante anche con l’aumento della lunghezza del follow up, indicando che l’associazione non è spiegata dalla malattia in fase pre-clinica”, osservano i ricercatori. “I nostri risultati suggeriscono che un valore sopra la mediana sia di vitamina B6 sia di metionina nei cinque anni precedenti sono associati a una riduzione del 50 per cento circa del rischio di sviluppare il cancro del polmone. E’ stata rilevata anche una debole associazione con i livelli di folati che, quando presente in associazione con quella di vitamina B6 e metionina, diminuiva dei due terzi il rischio di cancro del polmone”. “Il cancro del polmone è oggi la più comune causa di cancro al mondo e lo resterà presumibilmente anche nel prossimo futuro. Per la prevenzione è essenziale che qualsiasi nuovo dato sulle cause del tumore non distragga dall’importanza della riduzione del numero di persone che fumano tabacco. Tenendo ben presente questo, è importante riconoscere che un buon numero dei casi di cancro del polmone si verifica in ex fumatori e che un numero non irrisorio si verifica fra chi non ha mai fumato, specialmente fra le donne in alcune regioni dell’Asia. Chiarire il ruolo delle vitamine del complesso B e dei relativi metaboliti nel rischio di cancro del polmone, appare dunque di particolare rilevanza per ex fumatori e non fumatori”, hanno concluso i ricercatori. (fonte: liquidarea.com)

La chemio senza perdere i capelli 18/06/2010 11:27
Non ha scelto un simposio di scienziati e luminari per annunciare le sue ultime battaglie vinte contro il cancro. Ha voluto farlo nel giorno in cui le «sue» donne s’incontrano per gioire insieme e raccontarsi come e perché sono ancora vive. Mille donne che ieri a Milano - e ogni anno è così - hanno ascoltato e applaudito Umberto Veronesi spiegare che c’è una chemioterapia che non fa perdere i capelli e una radioterapia che non costringe a mesi di viavai negli ospedali. Due terapie sperimentate con successo all’Ieo su cinquanta donne e ora pronte al grande «lancio» nazionale su altre cinquecento. Due battaglie vinte non sono la fine della guerra ma queste due vittorie, per le donne, hanno un valore in più. Veronesi lo sa, e se c’è una differenza fra il suo modo di essere oncologo e altri, a sentir queste signore si capisce che la differenza è nel non dare per scontato che per guarire bisogna rassegnarsi a perdere la femminilità. «Grazie alla diagnosi precoce», spiega il Professore «le cure per il tumore al seno hanno raggiunto un elevato livello di efficacia tanto che ora possiamo concentrare la ricerca su una nuova sfida: la qualità della vita delle donne». La ricerca a cui si riferisce è quella che si fa all’Ieo, l’Istituto Europeo di Oncologia di cui è Direttore scientifico. «Sappiamo che possiamo guarire oltre l’80% delle nostre pazienti, ora ci poniamo il problema del “come”, con l’obiettivo di fare in modo che le cure non spaventino più della malattia». E cosa spaventa di più una donna che già deve subire una mastectomia, del vedersi menomata anche nella chioma, quindi nel volto? La «vanitas» non c’entra e Veronesi vuole che le «sue» donne lo capiscano: «Perché i capelli possono essere una componente importante dell’identità». Quindi la parola passa ai medici che finora hanno sperimentato con successo le due terapie su una cinquantina di pazienti. «Da tempo queste terapie sono in corso di studio da noi» racconta Viviana Galimberti, giovane e bella direttora dell’Unità di Senologia molecolare: «Ridurre la tossicità della chemioterapia è l’obiettivo dello studio clinico Ieo sul Caelyx, un farmaco che ha la stessa efficacia di quelli tradizionali ma non l’effetto collaterale dell’alopecia. Si tratta di farmaci sempre più mirati a colpire il vero bersaglio, cioè le cellule tumorali, lasciando stare quelle sane». Il farmaco non è nuovo ed è stato finora utilizzato nelle fasi avanzate del tumore all’ovaio e alla mammella. All’Ieo si è sperimentato in fase preoperatoria, cioè per ridurre la massa tumorale prima dell’intervento, ma ora si cerca di proporlo anche nella fase post, cioè come prevenzione della ripresa della malattia. L’altra terapia che verrà sperimentata su scala nazionale è la cosiddetta Iart, «Radioterapia intraoperatoria con radiofarmaci». Si tratta di una procedura che sfrutta «l’attrazione fatale» (così la chiama Veronesi) esistente in natura fra due molecole, e che comincia già al momento dell’operazione. I vantaggi? Li spiega Giovanni Paganelli, direttore della medicina Nucleare Ieo: «Permette di evitare il ciclo di terapia esterna di circa due mesi, non necessita di apparecchiature costose ma di una siringa da insulina, può essere eseguita in regime ambulatoriale». Quando i medici scendono dal palco salgono le donne, con le loro mille storie di dolore e guarigione. Confessioni, esortazioni, racconti spiritosi. Veronesi se li ascolta tutti, inchiodato in prima fila. E quando torna sul palco a ringraziarle tutte, è una standing ovation dopo l’altra. E le si capisce. Il «loro» Professore è stato candidato per la terza volta al Premio Nobel per la Medicina, ma a loro ha già fatto vincere quello per la Vita. (fonte: lastampa.it)

Tra tumore a seno e demenza una proteina 23/05/2010 12:50
Una nuova era contro tumori e demenza. Al centro dell’attenzione vi sono proteine solubili che agiscono come fattori di crescita. Si chiamano granuline e sono coinvolte in numerosi processi biologici, fisiologici e patologici, quali lo sviluppo embrionale, la rigenerazione cutanea, l’infiammazione. In particolare una di queste, la progranulina, ha un possibile ruolo nella genesi dei tumori, e sta diventando importante anche in malattie apparentemente molto lontane proprio dai tumori. Studi genetici recenti hanno infatti messo in luce che mutazioni del suo gene sono responsabili di una malattia neurodegenerativa, la demenza frontotemporale familiare (FFTD). Il meccanismo attraverso cui la proteina interviene nella patogenesi di questa malattia sembra essere, contrariamente a quanto accade nella genesi del tumore, un ridotto livello di espressione della proteina stessa e quindi una ‘perdita di funzione’. Progranulina sembra quindi giocare un ruolo importante nella sopravvivenza neuronale a livello cerebrale. Per approfondire il ruolo di progranulina nella patogenesi di demenza e carcinoma mammario, l’Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna ha istituito un gruppo di studio composto da Giuliano Binetti, Roberta Ghidoni e Luisa Benussi (IRCCS Fatebenefratelli di Brescia); Emilio Trabucchi, Fabio Corsi ed Elena Piazza (Dipartimento Chirurgico-Onco Gastroenterologico, Polo Universitario Luigi Sacco di Milano) e Maria Antonietta Nosenzo (O.N.Da Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna, Milano). Lo studio, avviato lo scorso anno, si concludera’ nel 2011. (fonte: liquidarea.com)

Tumori alla laringe: con il fumo si decuplicano i casi 23/05/2010 12:48
I tumori della testa e del collo sono il 20% dei tumori che colpiscono l’uomo e di questi un quarto nascono nella laringe. In Italia, soprattutto nel Nord-Est sono piu’ frequenti e rispetto alla media mondiale, nel nostro Paese l’incidenza e’ piu’ alta. I piu’ colpiti sono gli uomini, ma nell’ultimo decennio anche tra le donne si e’ registrato un leggero aumento. Riguardano la popolazione che va dai 60 ai 70 anni, ma qualche caso si registra anche tra i cinquantenni. E’ uno dei temi affrontati al 97ˆ Congresso nazionale della Societa’ italiana di otorinolaringologia e chirurgia cervico – facciale (Sioechcf), che si sta svolgendo a Riccione dal 19 al 22 maggio. Giuseppe Spriano, Direttore di Otorinolaringoiatria e chirurgia cervico-facciale dell’Istituto nazionale tumori Regina Elena di Roma e presidente nazionale dell’Associazione otorinolaringologi ospedalieri italiani (Aooi), spiega quali possono essere i fattori che determinano l’insorgenza dei tumori alla laringe: “Il fattore principale, come per tutti i tumori della via respiratoria, e’ il fumo di sigaretta, che determina un rischio di ammalarsi 10 volte superiore. Anche l’alcol e’ un importante fattore di rischio e, se associato al fumo, ne potenzia la pericolosita’.” Tra i principali sintomi con cui si manifesta sicuramente la disfonia, cioe’ l’abbassamento della voce che diventa rauca, e’ tra quelli piu’ evidenti. Ma dal cancro alla laringe si guarisce? “Come per molti tumori questo dipende dallo stadio di malattia – avverte Giuseppe Spriano – e in uno stadio iniziale la guarigione si ottiene nel 90% dei casi. Ovviamente questa possibilita’ diminuisce al crescere dell’estensione del tumore. Oggi globalmente siamo in grado di guarire circa il 60 % dei tumori della laringe”. L’evoluzione terapeutica degli ultimi anni ha eliminato quasi totalmente l’intervento chirurgico. “Fino a 30 anni fa l’unico intervento possibile era la laringectomia totale, cioe’ l’asportazione completa della laringe che provocava la perdita della voce e la tracheotomia definitiva per la respirazione – prosegue il presidente Aooi – Oggi questo intervento e’ riservato a casi molto estesi o a recidive di pregressi trattamenti. Ma la vera evoluzione terapeutica degli ultimi decenni, secondo l’esperto, e’ la chirurgia endoscopica”. Nonostante gli sviluppi della scienza l’otorinolaringologo pero’ lancia un messaggio forte a favore della prevenzione: “L’evoluzione della chirurgia, radioterapia e chemioterapia e’ stata importante e ha portato a miglioramenti terapeutici, ma questo e’ niente al confronto di quello che si potrebbe ottenere con la prevenzione primaria, cioe’ eliminando i fattori di rischio. Un esempio per tutto questo: se nessuno fumasse invece di 100 tumori ve ne sarebbero solo 10″. (fonte: liquidarea.com)

Rischio recidiva di cancro al seno se la donna fuma 05/05/2010 15:01
Le donne che sono sopravvissute al cancro al seno in fase iniziale una prima volta possono svilupparne un secondo, sia nella stessa mammella che nell’altra, se fumano. La notizia giunge dai ricercatori statunitensi del Cancer Institute of New Jersey (CINJ), i quali hanno presentato la loro ricerca al meeting annuale della American Radium Society in corso a Cancun (Messico). Il dottor Robert Wood Johnson della Facoltà di Medicina del CINJ e colleghi hanno cercato d’individuare i fattori di rischio per le recidive di tumori al seno nelle donne che ne avevano già avuto episodio. Partendo dalla considerazione che queste donne corrono un rischio da due a sei volte maggiore di sviluppare un nuovo tumore rispetto alle donne che non hanno avuto diagnosi di cancro mammario, i ricercatori hanno identificato come fattori di potenziale aumentato rischio il fumo, il consumo di alcol e l’obesità. Per stabilire gli eventuali legami, lo studio si è concentrato sui dati di 796 donne fumatrici che avevano una diagnosi di carcinoma mammario in fase iniziale e che seguivano una terapia conservativa del seno atta tuttavia a rimuovere il tumore. I dati provenivano dalla Yale University School of Medicine e si riferivano ai trattamenti offerti tra il 1975 e il 2007. Questo tipo di terapia conservativa è un trattamento standard che viene offerto a tutte le donne con la malattia in fase iniziale e consiste in una nodulectomia a cui segue una radioterapia al seno. L’analisi dei dati ha permesso di stabilire che 15 anni dopo il trattamento il rischio di sviluppare un nuovo tumore allo stesso seno è stato maggiore nelle donne fumatrici con un 25% rispetto a un 19% di quelle non fumatrici. Sempre nelle donne fumatrici il rischio di avere un nuovo cancro nell’altro seno, quello non ancora oggetto di malattia, era del 13% contro l’8% delle donne non fumatrici. Il fattore fumo è stato scoperto essere indipendente da altri fattori come l’età, la storia familiare, fattori ormonali e altri. «Riteniamo che questo studio abbia esaminato il più grande sottogruppo di donne fino ad oggi su questo tema. Questi nuovi dati sono significativi in quanto mostrano che le donne possono esercitare un controllo su un noto fattore di rischio per lo sviluppo di un nuovo secondo cancro», ha commentato il dottor Johnson. (fonte: lastampa.it)

Vaccino terapeutico contro il tumore alla prostata approvato negli Usa 05/05/2010 14:59
Per la prima volta la Food and Drug Administration statunitense ha approvato un vaccino terapeutico contro il cancro: vaccino, perché induce una risposta attiva e permanente del sistema immunitario, ma terapeutico, perché non serve a prevenire, ma a curare la malattia. Il Provenge, come si chiama, allunga in media di quattro mesi la sopravvivenza degli uomini con cancro alla prostata disseminato ad altre parti dell’organismo e resistente alle cure standard. Obiettivo che si può raggiungere con una spesa di poco inferiore ai 100 mila dollari per paziente. S UNA STORIA COMINCIUATA 20 ANNI FA - Sono passati quasi vent’anni da quando Edgar Engleman, dell’Università di Stanford, in California, fondò, insieme al collega e amico Samuel Strober, una piccola azienda di biotecnologie per sviluppare, grazie all’apporto di finanziatori privati, l’idea che avevano avuto in laboratorio: armare contro il tessuto del tumore le cellule dendritiche del malato, quella sfuggente frazione dei globuli bianchi che proprio in quegli anni si stava individuando come prima linea di difesa della risposta immunitaria. «Isolare queste cellule è difficilissimo» spiega Michele Maio, responsabile del reparto di immunoterapia oncologica al Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena. «Per questo si preferisce generarle in laboratorio, a partire da un semplice campione di sangue del malato». Non è però il laboratorio dell’ospedale, neppure se specializzato come quello di Siena, che può svolgere questa operazione. Il campione di sangue deve infatti essere inviato ai produttori del vaccino, che, dopo aver ottenuto le cellule dendritiche (da cui il nome stesso dell’azienda, la Dendreon), le caricano con una proteina caratteristica del tumore alla prostata, la fosfatasi acida prostatica, e un’altra capace di stimolare le difese immunitare. A questo punto le fiale possono essere rimandate ai medici del centro dove il malato è in cura, che gliele inietteranno in tre dosi, a distanza di due settimane l’una dall’altra. DIFFICOLTÀ PRATICHE - Le difficoltà pratiche sono evidenti: già la Dendreon ha annunciato che per il momento potrà offrire il trattamento solo ad alcuni dei pazienti in cura nei 50 centri in cui finora è stata condotta la sperimentazione. «Per ora però solo un contesto così controllato può garantire la qualità del procedimento» commenta Maio, che è ottimista sulla fattibilità di una produzione centralizzata del vaccino: «Per un altro metodo simile che stiamo studiando, applicabile a diversi tumori, abbiamo calcolato che in Europa basterebbe un solo impianto di riferimento, in una posizione strategica come Francoforte, dove arrivano voli da ogni città». PROSSIMI SVILUPPI - L’approvazione del Provenge da parte dell’agenzia statunitense apre la strada ad altri approcci simili a questo, che sono già in fase avanzata di studio, da quelli rivolti contro il bersaglio MAGE-A3 del melanoma, su cui lavorano anche ricercatori italiani, al DCVax, già approvato in Svizzera contro una particolare forma di tumore al cervello o all’OncoPhage, che per ora ha avuto l’ok solo dalle autorità russe, per combattere la malattia a livello del rene. «Il fatto che questi prodotti, come altri venduti in Canada e in alcuni Paesi in via di sviluppo, non abbiano ancora passato il vaglio delle due maggiori agenzie regolatorie del mondo, quella statunitense e quella europea, impone però prudenza» commenta Maio. Anche perché gli effetti collaterali possono essere gravi: la sperimentazione di un promettente vaccino contro il tumore del polmone e della mammella, lo Stimuvax, è stata recentemente interrotta per l’insorgenza di encefalite in un malato che partecipava allo studio.«Come sempre, bisogna quantificare i rischi e confrontarli con i benefici» dice il ricercatore, «tenendo conto che questi ultimi a volte si fanno vedere soltanto dopo un po’. IL FATTORE TEMPO - È come per una vaccinazione contro una malattia infettiva: ci vuole del tempo perché si instauri la protezione, ma poi questa dura a lungo». Allo stesso modo, l’effetto delle terapie immunologiche può essere meno immediato di quello di una chemioterapia. Ma diversamente da questo, non finisce quando si smette la cura, perché addestra l’organismo a tenere a bada da solo l’eventuale ricomparsa di cellule tumorali. È proprio in questa trappola sui tempi che sono caduti gli sperimentatori del Provenge tre anni fa, quando l’FDA, con una scelta che scatenò le proteste di molte associazioni di malati, non concesse il suo via libera nonostante il parere positivo della maggioranza degli esperti consultati. La ricerca presentata dall’azienda, infatti, che coinvolgeva più di 500 malati di cancro alla prostata in fase avanzata, era stata impostata in modo da verificare prima di tutto la capacità della procedura di rallentare la progressione del tumore, un effetto che in un primo momento non appariva evidente. Emergeva però una maggiore sopravvivenza, che doveva tuttavia essere confermata nel tempo, in uno studio impostato in modo da accertare questo risultato, piuttosto che l’evoluzione della malattia in sé. Ora che la conferma è arrivata, l’FDA non si è tirata indietro. Alla luce di ciò c’è da scommettere che al congresso annuale dell’ASCO, l’American Society of Clinical Oncology, che si terrà a giugno a Chicago, le terapie immunologiche la faranno da padrone. (fonte: corriere.it)

Frutta e verdura non sono tutte ugualmente ricche di antiossidanti 05/05/2010 14:58
Per ridurre il rischio di alcune malattie come il cancro, il diabete o le cardiovascolari è opportuno fare il pieno di sostanze antiossidanti. Vanno bene arance, carote, uva, pomodori, frutti di bosco, tuttavia per garantirsi il giusto apporto dei migliori e più efficienti fitonutrienti sarebbe preferibile scegliere i frutti che ne sono più ricchi. Un gruppo di studiosi del Nutrilite Health Institute ha analizzato non solo la costanza di assunzione di frutta e verdura, ma anche la scelta di ciò che veniva consumato; pertanto, oltre ad aver evidenziato una quantità di fitonutrienti superiore in chi mangia regolarmente frutta e verdura, hanno riscontrato che se si mangiano lamponi piuttosto che fragole, cavolfiore invece che spinaci, patate dolci piuttosto che carote, ci si garantisce una maggiore quantità di fitonutrienti. “Per esempio l’uva è ricchissima di antocianina, ma lo è ancora di più il mirtillo”, ha spiegato il coordinatore della ricerca Keith Randolph ai colleghi riuniti ad Anaheim, in California, in occasione dell’Experimental Biology Meeting. (fonte: benessereblog.it)

Dna: scoperti caratteri comuni a 26 tumori 28/02/2010 12:11
Era il 1953 quando il premio Nobel per la medicina James Watson, insieme al collega Francis Crick, pubblicò lo studio dove si descriveva per la prima volta il Dna e sono ormai passati 10 anni da quando, nel 2000, è stato completato il sequenziamento del genoma umano. Ora un team di ricercatori internazionali annuncia sull’ultimo numero di Nature di aver mappato (nel più vasto studio di questo genere) nel genoma di 26 differenti tipi di cancro le regioni più frequentemente sede di grosse alterazioni (duplicazioni di estese zone o ampie perdite di Dna), rivelando più di 100 aree del Dna in cui si potrebbero trovare importanti geni del cancro non ancora identificati. Una «caccia al tesoro» che prosegue ininterrottamente nei laboratori di ricerca di tutto al mondo. Ma cosa serve tutto questo, in concreto, nella lotta ai tumori? DNA E TUMORI, UN RAPPORTO CONCRETO – E a che punto siamo arrivati? Secondo gli addetti ai lavori siamo circa a metà strada del progetto Cancer genome atlas lanciato nel febbraio 2006 con l’obiettivo di tracciare un censimento dei geni coinvolti in tutti i tumori conosciuti. Grazie ai molti studi condotti in questi anni ora si sa che tutte le cellule cancerose hanno un elemento comune: un danno nel loro patrimonio genetico. E si iniziano a conoscere, dei circa 23mila geni che compongono il genoma umano, quali sono coinvolti nelle diverse forme di cancro (fra gli altri, Brca1 e Brca2 per i tumori del seno e dell’ovaio, Ras per il tumori di pancreas e colon, Pml-rar per la leucemia acuta, Bcr-abl per la leucemia mieloide cronica, del recettore Egfr per il polmone). IL NUOVO STUDIO - In pratica, gli scienziati stanno cercando d’individuare i geni-chiave responsabili dell’oncogenesi, ovvero dei processi che – a livello cellulare – portano alla formazione di una neoplasia attraverso lo studio sistematico delle alterazioni che riguardano ampie porzioni del Dna (migliaia-milioni di basi del codice genetico) in un numero molto grande di casi. «Il nostro studio ha rivelato che sono molte le alterazioni del Dna comuni in più tipi di tumori» spiega Matthew Meyerson, professore di Anatomopatologia al Dana-Farber Cancer Institute. Anomalie che sono sostanzialmente di due tipi: amplificazioni, quando nel tessuto tumorale sono presenti più copie di un pezzo di Dna, o delezioni, se invece un frammento di Dna manca del tutto. «Queste anomalie – continua Meyerson - si chiamano SCNAs, alterazioni somatiche del numero di copie del Dna e sono importanti perché possono segnalarci quali sono i geni responsabili della crescita del tumore». IN CHE DIREZIONE VA LA RICERCA - «Questo studio – spiega Liliana Varesco, responsabile del Centro Tumori Ereditari dell’Istituto nazionale per la ricerca sul cancro di Genova - rappresenta un’ulteriore dimostrazione di come sia oggi possibile “vedere” il Dna da punti di osservazione diversi (non solo la sequenza delle singole basi ma il numero di volte in cui una regione del Dna, piccola o grande, è presente in un particolare genoma), cosa fino a pochi anni fa impensabile». Paradossalmente il problema degli scienziati è ora capire quali, tra le migliaia di osservazioni, perseguire per individuare i geni ed i meccanismi genetici veramente importanti nello sviluppo del cancro. È lecito aspettarsi che le ricerche post-genomiche, cioè volte a descrivere e decifrare la complessità del genomi dei vari tipi di tumore, abbiano ricadute in tutti gli ambiti dell’oncologia (dalla diagnosi precoce ai farmaci mirati). TEST GENETICI PER LEGGERE IL FUTURO - L'esame del Dna, poi, permette di capire, se una persona ha più probabilità di sviluppare un tumore e sono ormai molti i centri italiani capaci di fornire consulenze specializzate per verificare se un individuo è o meno portatore di mutazioni che aumentano le probabilità di ammalarsi di una determinata forma di cancro. «Solo una minima parte dei casi di cancro può dirsi realmente ereditaria – chiarisce Varesco - e solo per alcuni rari tipi di tumore la percentuale dei casi ereditari è alta. Riguardo alle forme più comuni, sappiamo oggi che circa 2-5 per cento dei tumori dell’intestino o della mammella è legato alla presenza di una mutazione genetica ereditabile». Ma sia ben chiaro: non si eredita la malattia, solo un rischio più elevato di svilupparla. Se viene riconosciuta la presenza di un rischio genetico è possibile affrontare la situazione, è bene rivolgersi a un centro specializzato nella consulenza genetica oncologica, dove lavorano specialisti capaci di aiutare le persone non solo a conoscere quanto la medicina oggi propone, ma anche a prendere le decisioni più vicine al proprio modo di essere e a superare i momenti più difficili. (fonte: corriere.it)

Carcinoma midollare della tiroide: armi puntate contro il gene responsabile 28/02/2010 12:10
Malattie rare, che colpiscono meno di cinque persone ogni diecimila abitanti. Nel nostro Paese le stime parlano di un minimo di 300mila fino a un massimo di un milione di persone che si trovano a fare i conti con patologie che, essendo poco frequenti, rendono la vita ancora più complicata. A loro è dedicata la Giornata per le Malattie Rare, che si celebra domenica 28 febbraio, per aiutarli a combattere il senso di isolamento, dovuto alla mancanza di informazioni e di medici esperti che possano riconoscere e diagnosticare in tempo queste inconsuete sindromi. SERVONO TEMPI BREVI E CENTRI GIUSTI - «Se la patologia rara è un tumore le cose si complicano e solo pochi pazienti riescono ad arrivare nei centri giusti e, soprattutto, a ricevere le cure adeguate» spiega Maria Luisa Brandi, responsabile del Centro di riferimento regionale sui tumori endocrini ereditari al Careggi di Firenze. Individuare la neoplasia, capire di cosa si tratta, avviare rapidamente il malato verso l’iter di terapie più corretto: è questo, spesso, il punto critico e, allo stesso tempo, quello fondamentale per il futuro. «Considerati nel loro insieme, però, circa il 20 per cento di tutti i tumori è di fatto costituito da tumori rari – prosegue Brandi -. Fra questi c’è il carcinoma midollare della tiroide, che rappresenta circa il 10 per cento delle neoplasie tiroidee nel loro insieme. In totale, più o meno sono 200 i nuovi casi diagnosticati ogni anno in Italia». I TUMORI ENDOCRINI – Il carcinoma midollare della tiroide appartiene alla numericamente ristretta famiglia delle neoplasie endocrine, forme cancerose che interessano le ghiandole endocrine del nostro organismo, come quelle a carico del pancreas e del tratto gastro-enterico (insulinoma, gastrinoma, glucagonoma, VIPoma, PPoma, carcinoidi e tumori non secernenti), della tiroide, delle paratiroidi, del timo, dell’ipofisi, del surrene, del tessuto grasso (lipomi/liposarcomi) e del tessuto nervoso (neurinomi). Sono tutte sindromi che possono anche insorgere isolatamente come qualsiasi altro tipo di tumore, nelle cosiddette forme sporadiche. Oppure, tipologie più rare, possono essere ereditarie, cioè causate da mutazioni genetiche trasmesse alla prole. «Oltre 20 anni di studio sulla genetica di queste patologie – dice Brandi – ci permettono oggi di poter individuare molti casi in fase precoce. E, meglio ancora, di poter predire chi svilupperà un tumore perché ha ereditato una variazione genetica del Dna». UN GENE CHIAVE CONTRO IL CARCINOMA MIDOLLARE TIROIDEO – All’inizio degli anni Novanta, ad esempio, studi scientifici hanno dimostrato che il gene Ret è responsabile dell’insorgenza del carcinoma midollare della tiroide. Se una mutazione di questo gene è presente in uno dei genitori, esiste il 50 per cento di possibilità di trasferirlo ai figli. «Questo non significa, sia ben chiaro, che bisogna rinunciare ad avere un bambino – sottolinea l’esperta -. Ma soltanto che il neonato sarà sottoposto a una sorveglianza speciale e se sarà portatore della variazione genetica sarà bene sottoporlo a una tiroidectomia preventiva in età pre-scolare». Senza ripercussioni di alcun genere sulla sua vita futura. Perché gli stessi ormoni prodotti dalla tiroide asportata possono essere assunti, vita natural durante, in comode compresse che non hanno alcun effetto collaterale. PREVENIRE È MEGLIO, ANCHE PERCHÈ LA DIAGNOSI E’ DIFFICILE – Chi ha avuto casi di carcinoma midollare in famiglia dovrebbe quindi rivolgersi a un centro specializzato in questa patologia per essere sottoposto a un’analisi genetica che verifichi l’esistenza o meno di una mutazione del gene Ret. «Così possiamo davvero prevenire il tumore e agire prima ancora che si manifesti» continua Brandi. Un tumore che altrimenti (come quasi tutte le neoplasie endocrine) è poco aggressivo, ha un’evoluzione lenta, ma è poi anche molto resistente alle cure. E che, siccome non dà sintomi evidenti, viene per lo più scoperto quando ha già raggiunto dimensioni notevoli, tanto da rendersi evidente ai malati stessi come un nodulo sul collo palpabile al tatto. Purtroppo, però, l’unica terapia efficace contro il carcinoma midollare è l’asportazione della lesione cancerosa e dell’intera ghiandola tiroidea. Ma se la diagnosi è tardiva e la malattia è in fase avanzata o metastatica i medici nono dispongono di cure valide. AL VIA UNA SPERIMENTAZIONE CON UN NUOVO FARMACO - «Chemio e radioterapia non funzionano – conclude Brandi -. Per questo stiamo cercando di sviluppare farmaci mirati contro il gente Ret, che possano bloccare la proliferazione delle cellule cancerose». Alcuni mesi fa, infatti, al Centro fiorentino è partito uno studio clinico che coinvolge 80 strutture internazionali (il reclutamento dei pazienti è ancora aperto) che testa in malati affetti da carcinoma midollare della tiroide in fase avanzata (non operabile, localmente avanzato o metastatico) l’efficacia di una nuova molecola (XL 184-301) che agisce come inibitore della Ret-tirosinchinasi e di altri fattori di crescita promotori dell’angiogenesi. (fonte: il corriere.it)

Parte la sperimentazione a Pavia, un centro anti-tumore pronto ad accogliere pazienti da tutta Italia 18/02/2010 18:14
A Pavia il primo Centro Nazionale di Adroterapia oncologica (Cnao) userà un super-raggio di carbonio e protoni per bombardare il cancro risparmiando i tessuti sani. Inaugurata dai ministri Ferruccio Fazio, Giulio Tremonti e Umberto Bossi, insieme con il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, la struttura è stata realizzata in 4 anni dalla Fondazione Cnao. È il quarto centro al mondo di questo tipo, dopo Chiba e Hyogo in Giappone e di Heidelberg in Germania, e si concentrerà in particolare nella cura dei tumori solidi resistenti alla radioterapia o difficilmente operabili, grazie a una radioterapia mirata che utilizza al posto dei normali raggi X particelle subatomiche chiamate adroni. La struttura, costata 125 milioni di euro, avvia in queste ore la fase di sperimentazione, che si concluderà nell'ottobre 2011. Entro la fine di quest'anno partiranno i primi test sull'uomo che coinvolgeranno 230 pazienti. I primi trattamenti di cura saranno invece effettuati verso la fine del 2011, e il Centro si prevede lavorerà a pieno regime entro il 2013, quando sarà in grado di curare circa 3 mila pazienti ogni anno in circa 20 mila sedute. Il cuore del Centro è il sincrotrone, la macchina cioè che produce i protoni e gli ioni carbonio con i quali verranno bombardati i tumori, e che è stata realizzata dall'Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn). La particolarità di queste particelle è che sono in grado di penetrare in profondità nel corpo umano, arrivando a colpire anche gli organi più difficili da raggiungere con la chirurgia, «senza danneggiare - dicono gli esperti - se non in minima parte i tessuti sani circostanti». Secondo il Cnao, «bastano due o tre minuti per irradiamento e in media una decina di sedute della durata di 25 minuti per curare una varietà sempre più importante di patologie». Tuttavia, aggiunge Roberto Orecchia, direttore scientifico della Fondazione Cnao, «questa terapia non sostituisce la radioterapia convenzionale, ma è un'arma in più a disposizione di medici e pazienti che può essere utilizzata in aggiunta o in sostituzione dei trattamenti tradizionali. Degli oltre 120 mila pazienti che ogni anno vengono sottoposti a radioterapia, si stima che circa il 5% dei casi possa essere curato con i fasci di adroni». La realizzazione del Centro, concludono i suoi responsabili, «consentirà ai pazienti italiani che potrebbero trarre vantaggi dall'adroterapia di non doversi più recare all'estero per la necessaria cura, spesso con onere a carico del Servizio sanitario nazionale. La valutazione dell'efficacia e dei costi della terapia sarà fra gli obiettivi della sperimentazione clinica: si tratta comunque di costi sostenibili all'interno del Ssn». (fonte: iltempo.com)

Tumore alla mammella: più chiaro il ruolo dei geni circadiani 18/02/2010 18:11
Un team di studiosi dell’Università di Yale ha dimostrato per la prima volta una significativa correlazione tra alcune varianti del gene responsabile della regolazione del ritmo circadiano e il processo di tumorigenesi alla mammella. La ricerca, pubblicata sull’edizione online di Cancer Research, dimostra infatti che particolari cambiamenti genetici (polimorfismo a singolo nucleotide -SNP) ed epigenetici (metilazione) del gene denominato CLOCK, componente chiave del sistema circadiano che influisce sull’espressione a cascata di una varietà di altri geni, possano scatenare la maggiore suscettibilità allo sviluppo del carcinoma mammario. I ricercatori hanno rilevato che, nelle donne colpite dal tumore, il promotore di tale importante gene si presenta nella forma ipometilata al contrario di quanto riscontrato nelle donne non affette. La diminuita metilazione, modificazione chimica naturale che modula la quantità di proteine sintetizzate dalla cellula, comporta la sovraespressione di CLOCK nel tessuto tumorale, come per altro dimostrato dal team di ricerca. In particolare, in pazienti affette da tumore negativo per la presenza di recettori estro-progestinici, la forma più aggressiva di tumore alla mammella, i livelli di proteina riscontrati risultano ancora più elevati. “Quale prossimo step, ci proponiamo ora di indagare se l’esposizione alla luce durante le ore notturne possa introdurre modificazioni epigenetiche come quelle osservate nel promotore di CLOCK. Ciò supporterebbe quindi un nuovo meccanismo attraverso cui l’ambiente, sovvertendo i ritmi circadiani, influenzerebbe il rischio di sviluppo del cancro al seno” commenta Yong Zhu, principal investigator della ricerca. (fonte: liquidarea.com)

Gb: reni distrutti e tumore per medicina cinese anti-acne 18/02/2010 18:10
Per più di cinque anni ha preso delle pillole cinesi, che credeva fossero naturali, per sconfiggere i brufoli, e poi ha scoperto che contenevano una sostanza velenosa che le ha distrutto i reni e provocato un cancro: è successo ad una donna britannica di Chelmsford, nell'Essex, che ora ha fatto causa alla titolare dell'erboristeria cinese che le aveva somministrato la cura e al suo socio. LA VICENDA - Patricia Booth, questo il nome della dipendente pubblica che per curare l'acne si era rivolta al negozio di rimedi naturali cinesi, ha cominciato a sentirsi male nel 2002 pochi mesi dopo aver smesso di prendere le pastiglie. Nel febbraio del 2003 alla donna è stata diagnosticata una malattia cronica ai reni. Tre anni dopo si è ammalata di cancro, è stata operata svariate volte ed ha avuto anche un attacco di cuore. La Booth ha quindi scoperto che la sostanza contenuta nelle pillole che le erano state somministrate anni addietro, l'acido aristolochico, ha un'alta tossicità renale, è un potente cancerogeno ed è perciò vietata in Gran Bretagna dal 1999, ma non dal 1997, quando lei aveva cominciato la cura. Ciò nonostante anche allora soltanto un medico qualificato poteva vendere le pillole e Yin Wu, la 48enne cinese che gestiva il negozio insieme col socio Thin Wong, non lo era. L'erboristeria è stato chiusa nel 2003 proprio quando i funzionari dell'ente britannico che regola il commercio di prodotti medici e per la salute hanno visitato il negozio ed hanno scoperto che la Wu, pur sostenendo di essere un medico in Cina, non aveva alcuna qualifica ufficiale. L'erborista è ora accusata di aver somministrato sostanze velenose ed illecite e di aver venduto medicinali senza autorizzazione. Il processo è ancora in corso. (Fonte Agenzia Ansa)

Tumori, scoperto un anticorpo che combatte le metastasi ossee 04/02/2010 20:14
Metastasi ossee: scoperto un anticorpo in grado di bloccarle. L'importante risultato è stato ottenuto da ricercatori italiani. Le metastasi ossee rappresentano la terza sede più comune di metastasi, precedute solo da polmone e fegato. La scoperta è pubblicata sulla rivista scientifica internazionale Bone. L'equipe diretta da Carlo Foresta, ordinario di Patologia clinica all'università di Padova, in collaborazione con Alberto Ferlin, ha scoperto che la relaxina (una sostanza prodotta in elevate concentrazioni dai tumori che generano metastasi ossea) è un potente stimolatore della distruzione dell'osso, quindi è un fattore determinante la liberazione del calcio nel circolo. Gli autori hanno dimostrato in vitro che questa sostanza, agendo su ricettori specifici delle cellule dello scheletro, attiva meccanismi cellulari che portano alla distruzione dell'osso. I ricercatori hanno inoltre messo in evidenza che l'anticorpo antirelaxina è in grado di bloccare completamente la capacità distruttiva di questo ormone sulle cellule dell'osso. L'importante risultato indica un possibile progetto farmacologico per il trattamento delle metastasi ossee. (fonte: ilmessaggero.it)

Cancro all’utero: analisi del Dna più efficace del pap-test 04/02/2010 20:12
Addio pap-test, contro i tumori al collo dell’utero arriva un esame più efficace: l’analisi del Dna. Per la prima volta uno studio condotto in nove centri italiani su un campione di 94.370 donne ha dimostrato che l’esame sul Dna del papilloma virus previene un numero superiore di tumori in confronto al tradizionale pap-test. La differenza sta nel fatto che «l’analisi dell’impronta del virus consente di individuare con grande anticipo eventuali lesioni ancora nella fase pre-cancerosa. Perciò, da oggi – spiegano i ricercatori – il test dell’Hpv può diventare lo strumento principale di screening per la diagnosi precoce nelle donne di età pari o superiore ai 35 anni». Lo studio è stato realizzato nei centri di Torino, Trento, Padova, Verona, Bologna, Imola, Ravenna, Firenze e Viterbo, ed ha avuto come capofila il Centro per l’epidemiologia e la prevenzione oncologica dell’ospedale San Giovanni Antica Sede-Molinette di Torino. «La nostra ricerca – spiega il dottor Guglielmo Ronco, coordinatore dello studio – è la prima a mostrare una maggiore efficacia del test dell’Hpv rispetto al pap-test nel prevenire i tumori invasivi, in un Paese sviluppato dove lo screening citologico si utilizza da anni e i tumori avanzati sono già estremamente rari tra le donne che aderiscono questi screening». Lo studio italiano si è svolto in due fasi, partite tra marzo e dicembre 2004 su donne fra i 25 e i 60 anni: tutte sono state invitate a sottoporsi al controllo nei nove centri di ricerca italiani. «In ognuna delle due fasi – spiegano i ricercatori – le donne sono state assegnate casualmente ai due gruppi: nella prima fase a un gruppo è stato effettuato il pap-test mentre le altre sono state sottoposte sia al pap-test sia all’analisi dell’Hpv. Nella seconda fase, un gruppo è stato sottoposto solo al pap-test, l’altro solo al test Hpv». «I risultati sono inequivocabili – concludono i ricercatori – al termine della prima serie di esami e del primo confronto i due test hanno evidenziato un numero simile di tumori invasivi: 9 nel gruppo del pap-test, 7 nel gruppo del Hpv-test associato al pap-Test. Ma nel secondo round di esami, a distanza di tempo nessun cancro è stato riscontrato nel gruppo sottoposto all’Hpv-test più pap-test, a fronte dei 9 rilevati nel gruppo pap-test. Il che dimostra che l’esame Hpv è più efficace perché permette di trattare con maggiore anticipo le lesioni precancerose prima che le stesse si trasformino in tumori invasivi». I risultati confermano dunque che «combinare il test Hpv con il pap-test non aumenta l’efficacia dello screening». In altre parole: «E’ sufficiente utilizzare soltanto il test Hpv». In Italia si verificano ogni anno 3mila casi di cancro alla cervice uterina. Il rischio di contrarlo è pari al 6,2%, quello di morire è dello 0.8%. Il nuovo test portato alla luce dalla ricerca eviterà anche interventi chirurgici che potrebbero mettere a rischio la gravidanza. Alla luce dei risultati di questo studio sta per partire, per i prossimi tre anni, il primo progetto nazionale di utilizzo del Dna per i test di screening. Si comincia da Torino, Ivrea, Reggio Emilia e Trento. (fonte: blitzquotidiano.it)

Frutta e verdura per ridurre il rischio di cancro linfatico 25/01/2010 00:32
Gli antiossidanti contenuti in frutta e verdura diventano ogni giorno tra i più preziosi alleati della salute. Ed è un nuovo studio ad affermare che l'assunzione di queste sostanze può ridurre del 30% il rischio di sviluppare il linfoma non-Hodgkin, ovvero una forma di tumori maligni del tessuto linfatico. I risultati di questo studio che sono stati resi noti dall'Iowa Women's Health Study e pubblicati sul "International Journal of Cancer", mostrano come un maggiore apporto dietetico di specifici nutrienti antiossidanti, come la vitamina C, alfa-carotene e proantocianidine siano stati anche individualmente associati a significative riduzioni del rischio di cancro. I ricercatori, guidati dal dr. James Cerhan della Mayo Clinic College of Medicine, hanno analizzato l'assunzione di queste sostanze attraverso la dieta nei confronti di 35.159 donne di età compresa tra i 55 e i 69 anni. Durante il periodo di studio sono stati documentati 415 casi di linfoma non-Hodgkin. L'assunzione di normali quantità di vitamina C è stata associata a un 22% di riduzione del rischio di linfoma, mentre un'assunzione di alfa-carotene, proantocianidine e manganese è stata associata con 29, 30 e 38% di riduzione del rischio. Non è stata osservata alcuna associazione con l'assunzione di integratori vitaminici. Una maggiore assunzione di frutta e verdura è poi stata associata a un 31% di riduzione del rischio, mentre l'assunzione di verdure giallo/arancione è stata associata a una riduzione del 28% e del 18% per le crucifere. Questi risultati mostrano che una maggiore integrazione di vitamine e antiossidanti sia utile nella prevenzione dei questo tipo di patologie e che, tuttavia, debba essere fatta attraverso il cibo e non per mezzo di integratori vitaminici concludono i ricercatori. (fonte: lastampa.it)

Evitare il cancro della pelle indossando i guanti 25/01/2010 00:31
Il consiglio, per quanto comprensibile visto nell'ottica dei medici che cercano di aiutare le persone a prevenire il temibile tumore della pelle, giunge un po' insolito. Difatti, gli scienziati neozelandesi consigliano agli automobilisti di indossare i guanti durante la guida per proteggere le pelle delle mani dai raggi solari nocivi. Fin qui niente di strano, sennonché, potrebbe obiettare qualcuno, i guanti dovrebbero essere indossati d'estate… quando, notoriamente, fa caldo. Be', rispondono gli esperti, non si tratta di indossare guanti di lana ma dei cosiddetti guanti da guida che non dovrebbero causare problemi di calore. A ogni modo, è proprio la Cancer Society di Wellington (Nuova Zelanda) a mettere sull'avviso gli automobilisti dai pericoli derivanti dall'esposizione prolungata ai raggi solari nocivi. Infatti, è proprio quando si è alla guida di un veicolo che ci si espone involontariamente a queste radiazioni che, anche i vetri non riescono a filtrare, secondo il controverso parere degli esperti. Nonostante si ritenga che certi tipi di vetro agiscano in misura totale tal senso, mentre – sempre secondo gli scienziati neozelandesi – i vetri chiari filtrano unicamente circa il 37% delle radiazioni UV-A. Ecco quindi che, in vista di lunghi viaggi o di frequenti tragitti in auto, gli scienziati consigliano di indossare degli indumenti protettivi, cioè dei semplici abiti che coprano le parti più esposte come i già citati guanti o magliette con le maniche lunghe per proteggere le braccia. E se proprio non si resiste con dei capi di vestiario indosso, allora consigliano di proteggersi con delle creme solari e gli immancabili occhiali da sole. (fonte: lastampa.it)

Dalla ricerca biotech italiana una nuova classe di terapeutici anti-tumorali 25/01/2010 00:30
La sfida da affrontare nello sviluppo di farmaci anti-tumorali è garantire la loro selettività solo a danno delle cellule neoplastiche, consentendo trattamenti più efficaci e duraturi, ma anche meno dannosi per l’organismo. In questo ambito una azienda italiana impegnata nella ricerca e nello sviluppo di agenti anti-tumorali, Adriacell pharmaceutical, ha ideato e sviluppato le molecole CROMOC, una nuova classe di terapeutici per la cura di tumori solidi, ossia le neoplasie che, almeno nella fase iniziale, si sviluppano in un’unica area ben localizzata. Si tratta di molecole in grado di sfruttare le caratteristiche peculiari delle cellule tumorali, per agire in modo mirato e ridurre al minimo gli effetti tossici sull’organismo. “CROMOC penetra attivamente nel nucleo delle cellule, si lega al DNA e lo taglia in punti specifici. L’aspetto innovativo della terapia è rappresentato dalla capacità di colpire in maniera assai più puntuale le cellule tumorali. Ciò garantisce alta efficacia a bassi dosaggi, effetti collaterali minimi e prevenzione della resistenza al farmaco” spiega la ricercatrice Elisa Margotti, tra coloro che lavorano al progetto. Il principio attivo appena messo a punto prevede, infatti, due livelli di selezione: il primo si innesca al momento dell’ingresso di CROMOC nel nucleo cellulare, grazie alla presenza di una componente specifica che riconosce alcuni recettori presenti sulla membrana cellulare e che risultano più numerosi nelle cellule tumorali rispetto a quelle sane. Il secondo si attiva durante il processo di riparazione della cellula colpita. In questo modo un numero maggiore di molecole CROMOC entra nelle cellule tumorali. Queste si replicano molto più velocemente di quelle sane, senza preoccuparsi di eventuali errori incorsi durante la duplicazione del DNA. I sistemi di riparazione delle cellule tumorali sono molto spesso difettosi e questo le pone in una situazione di svantaggio nel tentativo di contrastare l’azione di CROMOC. Infatti, mentre le poche cellule sane entrate in contatto con il principio attivo riescono a riparare efficacemente i danni che molecole CROMOC possono avere causato nel loro DNA, le cellule cancerose si trovano a fronteggiare un’azione ben più massiccia, disponendo di sistemi di difesa non all’altezza. Il risultato di questa lotta impari è l’arresto della crescita delle cellule tumorali. La classe di terapeutici messa punto da Adriacell è stata già sottoposta a test pre-clinci in vitro e in vivo. “Speriamo di poter cominciare già tra qualche mese la produzione farmaceutica del principio attivo, disponendo di una documentazione completa da sottoporre all´EMEA (European Medicines Agency). A quel punto, una risposta favorevole ci permetterà di studiare CROMOC in Fase 1 su pazienti volontari” ha spiegato Elisa Margotti. (fonte: liquidarea)

Retinoblastoma: un riflesso rivelatore 25/01/2010 00:28
Il retinoblastoma – tumore della retina molto frequente in eta’ pediatrica – e’ una patologia genetica che in Italia colpisce 50/60 bambini all’anno, generalmente entro i primi tre anni di vita. Legato alla perdita di un segmento del cromosoma 13, e’ riconoscibile dalla presenza di un riflesso bianco nella pupilla. Spesso sono gli stessi genitori ad accorgersi dell’anomalia attraverso gli scatti fotografici, magari mentre il bambino spegne la candelina del primo compleanno. Il retinoblastoma e’ l’unico tumore che viene trattato senza la sua rimozione: effettuati tutti gli accertamenti del caso – all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesu’ vengono eseguiti in un’unica seduta – la massa tumorale viene neutralizzata con l’obiettivo di conservare l’occhio del bambino per non comprometterne lo sviluppo e l’apprendimento. La diagnosi precoce mette cosi’ in salvo i piccoli dalla cecita’. Per mettere a disposizione le conoscenze in questa specifica area, chiarendo dubbi e fornendo indicazioni utili sulle migliori pratiche per la diagnosi e la cura della malattia, il Bambino Gesu’ pubblica sul Portale Sanitario Pediatrico ( www.ospedalebambinogesu.it) il ”dossier Retinoblastoma”, in grado di rispondere alle domande non solo dei genitori, ma anche dei professionisti in campo sanitario. Il nosocomio Pediatrico rappresenta un punto di riferimento a livello internazionale per il trattamento dei casi di Retinoblastoma ed e’ Centro di Riferimento per l’applicazione del protocollo terapeutico dell’AIEOP (Associazione Italiana di Ematologia ed Oncologia Pediatrica), massimo organo competente in oncologia pediatrica in Italia. (fonte: liquidarea)

Il Kras Test per il tumore del colon retto 25/01/2010 00:27
Il tumore del colon-retto, dovuto alla proliferazione incontrollata delle cellule della mucosa che riveste le pareti interne dell'intestino, è un tumore assai più diffuso di quanto molti ritengono. L’incidenza complessiva della malattia cresce con l’età e diventa più frequente a partire dai 60 anni, raggiungendo il suo picco intorno agli 80 anni. Le stime dell'AIRT per l'Italia, contano oltre 20 mila nuovi casi per gli uomini e più di 17 mila casi per le donne. Determinare lo stato del gene KRAS, se normale o mutato, è essenziale perchè lo stato della proteina KRAS può influenzare la prognosi e la risposta a quei trattamenti mirati all’inattivazione dell’EGFR. La condizione della proteina KRAS può essere identificata con un semplice test, il cui risultato sarà utile al medico per scegliere se sottoporre o meno un paziente a un determinato trattamento con farmaci biologici mirati a inattivare il fattore di crescita epidermico EGF. Il test per l’analisi del KRAS è semplice e non invasivo e analizza il DNA delle cellule tumorali già disponibili dai campioni nei tessuti prelevati con la biopsia e le altre analisi. La presenza o meno di un gene KRAS mutato nelle cellule tumorali può essere individuata attraverso un metodo molto sensibile e specifico: la PCR quantitativa (qPCR), che permette di amplificare selettivamente il DNA del gene KRAS. La procedura di laboratorio utilizzata può essere sintetizzata in sei fasi successive: FASE 1 Prima di iniziare il test di KRAS, un anatomopatologo seleziona da un vetrino il campione di tessuto in cui sono presenti una sufficiente quantità di cellule tumorali, da cui estrarre il DNA su cui determinare il test di KRAS FASE 2 Il campione di tessuto viene successivamente rimosso dal vetrino per permettere l’esecuzione del test per stabilire lo “stato” di KRAS FASE 3 Il DNA del tessuto tumorale viene purificato dal campione di tessuto FASE 4 Il DNA del tessuto tumorale è controllato per verificarne la purezza in base alle procedure di controllo di qualità FASE 5 La PCR è un test, altamente sensibile e specifico, che utilizza sonde marcate per amplificare il DNA e determinare la presenza del KRAS mutato FASE 6 Il prodotto dell’amplificazione viene misurato per verificare se il tumore esprime un gene KRAS normale o mutato. In questo modo, sulla base dello stato di KRAS del tumore, è possibile selezionare in maniera più mirata il trattamento da somministrare al paziente Per supportare il lavoro dei diversi operatori sanitari coinvolti nelle varie fasi della determinazione dello stato del gene KRAS di pazienti affetti da cancro del colon-retto metastatico, dall'anatomo-patologo all'oncologo, è stato realizzato il programma KRAS-aKtive, uno strumento che favorisce lo scambio di informazioni e di materiale scientifico e che intende promuovere la verifica di qualità sull'esecuzione del test. Sono stati stabiliti i requisiti minimi per poter effettuare il KRAS test, il percorso per giungere alla diagnosi ed è stata costruita una vera e propria rete di Centri di anatomia patologica e di biologia molecolare sparsi in tutta Italia in grado di effettuare il test, collegati attraverso il sito www.kras-aktive.it, permettendo così a ogni struttura sul territorio nazionale di ottenere la determinazione del KRAS a fini diagnostici da uno di quei Centri. L’Istituto Regina Elena (IRE) è stato tra i primi nella regione Lazio che ha messo a punto tale metodica ed è considerato un Centro di riferimento in tale settore. “Il Programma KRAS aKtive permette di semplificare e ottimizzare la comunicazione tra i reparti di Oncologia e i laboratori di Anatomia Patologica, - afferma la Dott.ssa Marcella Mottolese, anatomia patologica settore patologia molecolare Istituto nazionale Tumori Regina Elena – Roma, il cui laboratorio conta ormai un'esperienza basata su più di 500 casi - e, quindi, di agevolare il paziente nell'ottenere rapidamente e in modo affidabile la valutazione dello stato mutazionale del gene KRAS, marcatore biologico predittivo di risposta alla terapia con cetuximab”. Ma come funziona, in pratica? “Lo specialista oncologo di una qualsiasi località del Lazio, ma anche delle regioni limitrofe , richiede all'anatomo patologo del suo ospedale che prepari dei vetrini idonei alla valutazione del KRAS per un determinato paziente e sceglie il Centro nel quale verrà eseguito il test (nel Lazio l’Istituto Regina Elena è uno dei quattro i Centri di questo tipo attivi), chiamando un apposito numero verde o accedendo on-line al Programma KRAS aKtive. A questo punto, grazie al Programma KRAS aKtive, il laboratorio del Centro prescelto viene avvertito via e-mail dell'arrivo imminente di un nuovo test da eseguire e si attiva un sistema di corrieri che si incarica di far pervenire materialmente il campione da esaminare. Il paziente non dovrà nemmeno recarsi a ritirare il referto, perché questo verrà immesso direttamente in una speciale banca dati riservata, alla quale ha accesso soltanto l'oncologo, che sarà a sua volta preavvertito da una e-mail. Così, in tempo reale, il medico avrà a disposizione questo utilissimo parametro per supportare la propria decisione clinica”. “In definitiva, con questo servizio – conclude la dott.ssa Mottolese – sia l'Oncologo, sia l'Anatomo patologo si assumono, in qualche modo, un compito supplementare nell'interesse prevalente del paziente. Il Programma KRAS aKtive mette al centro la figura del paziente, risparmiandogli complicazioni e difficoltà, specie in considerazione delle sue condizioni. Va ricordato che tutto il programma si svolge nella più assoluta riservatezza e con l'assoluto rispetto della privacy del paziente, i cui dati sono accessibili solo ed esclusivamente al proprio medico oncologo”. Per ulteriori informazioni contattare: Ufficio stampa Multimedia Healthcare Communication Divisione di Publicis Healthcare Communications Group S.r.l. (fonte: italiasalute)

In arrivo il vaccino contro il melanoma 25/01/2010 00:25
La lotta al melanoma, uno dei tumori della pelle più diffusi e temibili per l’alto tasso di mortalità associato, potrebbe concludersi in due anni con una vittoria schiacciante della scienza contro la malattia. Entro il 2012 infatti potrebbe essere pronto un vaccino per la cura del tumore alla pelle che è stato presentato a Genova in occasione di un convegno nazionale sui linfomi cutanei e il melanoma. Ci sta lavorando l’Istituto nazionale per la ricerca sul cancro e i risultati dei lavori sembrano essere molto incoraggianti. A breve potrebbe partire la prima sperimentazione sull’uomo ed entro due anni, se i risultati saranno all’altezza delle aspettative, essere distribuito. Fino ad allora, restano valide le norme di buon senso: sole con cautela e diagnosi precoce sono le vie da seguire per evitare di imbattersi nella malattia. Le regole: esporsi al sole con moderazione e adeguata protezione e verificare periodicamente la comparsa di nei, monitorando quelli già esistenti. (fonte: benessereblog)

Cannabis. Studio: potente inibitore del tumore al cervello 25/01/2010 00:24
I principi attivi presenti nella cannabis agiscono in sinergia inibendo la crescita delle cellule cancerogene e causandone la morte. Questi i risultati di una sperimentazione preclinica pubblicata sulla rivista scientifica Molecular Cancer Therapeutics. I ricercatori dell'Università della California hanno studiato gli effetti del cannabidiolo, non psicoattivo, in combinazione con il Thc, principio psicoattivo della cannabis con proprietà anticancerogene. Gli studiosi hanno scoperto che la combinazione di questi cannabinoidi è più efficace contro il cancro rispetto alla somministrazione separata di questi principi. "Abbiamo scoperto che il cannabidiolo aumenta l'abilità del Thc di inibire la proliferazione di cellule (cancerogene), inducendo l'arresto del ciclo cellulare e l'apoptosi (la morte programmata delle cellule)", hanno scritto gli autori dello studio. I ricercatori concludono: "Separatamente, Thc e cannabidiolo possono inibire la crescita e la diffusione delle cellule cancerogene in modi distinti, e provocare la loro morte. Abbiamo ipotizzato che, unendo i due agenti, si potesse giungere ad una convergenza delle modalità di azione con un conseguente potenziamento dell'azione inibitoria di certi fenotipi di cellule cancerogene. Questa ricerca dimostra che è così". Una recensione di studi scientifici pubblicata nel 2008 sulla rivista Cancer Reserch aveva riportato che i cannabinoidi inibiscono la proliferazione di cellule di una molteplicità di tumori, tra cui il tumore al cervello, prostata, seno, polmone, pelle, pancreas e il linfoma. (fonte: consumatori.myblog.it)

Bassi livelli di glucosio contrastano i tumori 10/01/2010 12:10
Consumare meno glucosio, lo zucchero più comune nelle diete, può estendere la vita delle cellule polmonari sane e incrementare la velocità di distruzione delle cellule polmonari pre-cancerose, riducendo la crescita del tumore. Questa la scoperta di alcuni ricercatori della University of Alabama a Birmingham (UAB) e pubblicato sulla rivista Faseb Journal. Come spiega Trygve Tollefsbol, autore dello studio: «Questi risultati dimostrano ulteriormente i benefici potenziali per la salute di controllare l'apporto calorico. La nostra ricerca indica che una riduzione delle calorie estende la durata della vita in buona salute delle cellule umane e aiuta la capacità naturale del corpo di uccidere le cellule che formano il cancro». Gli studiosi hanno analizzato gli effetti del glucosio su cellule umane polmonari sane e pre-cancerose in provetta. Ad alcune sono stati dati livelli normali di glucosio e ad altre livelli molto bassi. Le cellule sono state poi lasciate crescere per diverse settimane. «In questo periodo di tempo, siamo stati in grado di monitorare la capacità delle cellule a dividersi e a sopravvivere. È emerso che i livelli bassi di glucosio guidano le cellule sane a crescere più di quanto non facciano in genere e provocano la morte di un gran numero di cellule pre-cancerose». (fonte: sanihelp.it)

In Italia effettuati quattro milioni di esami per screening nel 2008 10/01/2010 12:09
Sono stati circa quattro milioni gli esami di screening oncologici effettuati in Italia nel 2008 e quasi otto milioni e mezzo gli italiani invitati a prendere parte a uno dei tre programmi di prevenzione previsti: quello mammografico per il tumore al seno, il pap test per le neoplasie della cervice uterina e la ricerca del sangue occulto nelle feci per il carcinoma colonrettale. I tumori così individuati sul territorio nazionale sono stati in totale 11.500, dei quali 5.500 alla mammella, 2.700 al colon retto e 3.300 alla cervice uterina. I numeri sono stati resi noti in occasione dell’ottavo convegno dell’Osservatorio Nazionale Screening (realizzato in collaborazione con la regione Piemonte e il Centro di Riferimento per l’Epidemiologia e la Prevenzione Oncologica in Piemonte), che ha il compito di monitorare la diffusione e la qualità dei programmi di screening nelle varie regioni italiane. Gli esami per la prevenzione del carcinoma mammario, del cervicocarcinoma e del tumore colorettale rientrano, infatti, fra i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e devono essere garantiti a tutti i cittadini residenti sul territorio nazionale. LA MAMMOGRAFIA - Tra il 2003 e il 2008, in Italia, l'estensione teorica dello screening mammografico (che esprime il rapporto fra la popolazione che vive in un’area dove è attivo un programma di screening e l’insieme della popolazione italiana) è cresciuto dal 56,2 all'87 per cento, pur permanendo uno squilibrio fra Nord e Centro da un lato e Sud e isole dall’altro. Nel 2008, poi, l’estensione effettiva (cioè la percentuale di donne di età compresa tra i 50 e i 69 anni realmente invitate a fare il test) è stata pari al 69 per cento (88 per cento al Nord, 77 al Centro e 38 al Sud). CARCINOMA AL COLLO DELL’UTERO - Per quanto riguarda lo screening della cervice uterina, nel 2008, il 75 per cento del territorio nazionale è risultato coperto da programmi organizzati e in questo caso la differenza tra le parti del Paese è risultata meno marcata. Infatti, nel 2008 si passa dal 68 per cento circa del Nord all’86 per cento del Centro al 77 del Sud. Inoltre, migliora la diffusione dei test preventivi. Se cinque anni fa la percentuale di copertura effettiva riguardava solo il 43 per cento delle italiane, ora il 63 per cento delle donne nella fascia di età 25-64 anni ha ricevuto effettivamente la lettera di invito (65 per cento al Centro, 76 al Nord, 54 Sud e isole). COLON RETTO - Infine, grandi passi avanti sono stati fatti per quanto riguarda il test per la ricerca del sangue occulto nelle feci (impiegato per la diagnosi precoce del carcinoma al colon retto). Mentre prima del 2004 praticamente non esistevano programmi organizzati per questo tumore, nel 2008 risulta coperto dallo screening del carcinoma colonrettale (tramite ricerca del sangue occulto fecale, nella grande maggioranza di casi, o mediante rettosigmoidoscopia) circa il 51 per cento del territorio nazionale. La copertura riguarda essenzialmente il Nord (73 per cento) e il Centro (56), mentre è meno diffusa al Sud (solo il 16 per cento), dove è però comunque in crescita rispetto agli anni precedenti. Le persone effettivamente invitate (donne e uomini fra i 50 e i 70 anni nella maggior parte delle regioni) sono il 36 per cento della popolazione target, con una grande differenza fra Nord (oltre il 60 per cento) e Centro (oltre il 30) rispetto al Sud (soltanto il 5), dove questo tipo di prevenzione interessa ancora oggi una piccola minoranza delle persone che ne avrebbero diritto. (fonte: corriere.it)

Tumori: con alcune erbe cinesi più rischi di cancro alla vescica 28/12/2009 00:59
Le erbe che contengono acido aristolochico - una sostanza presente in diversi rimedi della medicina tradizionale cinese - espongono a un maggior rischio di tumori del tratto urinario. Lo rivela uno studio pubblicato online sul «Journal of the National Cencer Institute». Molti Paesi hanno bandito da anni i prodotti contenenti acido aristolochico. Questo per via dell'associazione di tumori uroteliali in associazione al consumo di questo acido. LO STUDIO - Il team di Jung-Der Wang dell'Institute of Occupational Medicine and Industrial Hygiene della National Taiwan University ha condotto uno studio sui pazienti dell'isola dell'Estremo Oriente, che avevano ricevuto una diagnosi di tumore del tratto urinario dal 1 gennaio 2001 al 31 dicembre 2002. L'analisi finale ha coinvolto 4.594 pazienti e 174.701 controlli. I ricercatori, in particolare, hanno esaminato l'associazione tra il Mu Tong, un'erba che contiene acido aristolochico e i carcinomi del tratto urinario. Dopo aver confrontato le cartelle cliniche dei pazienti i ricercatori hanno scoperto che l'assunzione di oltre 60 grammi di Mu Tong o il consumo stimato di oltre 150 milligrammi di acido aristolochico è associato a un maggior pericolo di sviluppare questo tipo di tumore. E il rischio saliva con il crescere del quantitativo di sostanza assunta. I RISCHI - «Oltre alla messa al bando dei prodotti che contengono l'acido aristolochico, raccomandiamo di continuare la sorveglianza di erbe cinesi e prodotti che potrebbero essere stati adulterati con questo acido - scrivono gli autori dello studio - Inoltre, i pazienti che hanno consumato queste erbe prima del divieto dovrebbero essere monitorati regolarmente». Lo studio pubblicato sul Journal of the Cancer Institute sui rischi legati ad alcune erbe cinesi contenenti acido aristolochico, «dimostra che i trattamenti non convenzionali e la somministrazione di erbe considerate benefiche non sottoposti a una valutazione scientifica determinano purtroppo effetti collaterali nefasti», commenta Umberto Tirelli, direttore Dipartimento di Oncologia medica dell'Istituto nazionale tumori di Aviano. «È necessario - continua Tirelli in una nota - che tutti, pazienti medici e politici, tengano conto dei possibili effetti collaterali di sostanze considerate superficialmente benefiche». Queste, secondo l'oncologo, devono essere sottoposte «alla dovuta valutazione scientifica prima del loro impiego. Viene da chiedersi -conclude- quante sostanze che non sono mai state sottoposte a controlli scientifici tradizionali siano collegate ad effetti collaterali anche severi». (fonte: corriere.it)

Sesso femminile: coi rapporti giovanili si rischia il cancro all’utero 28/12/2009 00:58
Attenzione ragazze, il sesso fin da giovanissime è un’abitudine pericolosa, e non solo per il rischio di gravidanze indesiderate. Secondo uno studio pubblicato dal ”British Journal of Cancer” riportato dalla Bbc, infatti, un’attività sessuale troppo precoce raddoppia il pericolo di sviluppare il cancro alla cervice uterina. A far la differenza, a detta degli esperti britannici, sarebbe il numero di anni che il virus Hpv, principale responsabile di questa neoplasia, avrebbe a disposizione per produrre danni in caso di infezione. Tant’è che i risultati della ricerca, realizzata dall’International for Research on Cancer, non riguardano solo le teenager, ma dimostrano che il rischio di cancro della cervice è maggiore anche nelle donne che hanno avuto il primo rapporto sessuale a 20 anni rispetto a quelle che avevano vissuto la loro prima volta a 25. Lo studio è stato condotto su circa 20 mila donne. I ricercatori si sono focalizzati anche sul reddito dal momento che è già noto che l’incidenza del cancro della cervice è più alta tra le meno abbienti. A render più fitto il mistero c’è il fatto che i tassi di infezione da Hpv sono omogenei tra le donne più ricche e le altre, ma il cancro colpisce di più le indigenti. Così, cercando di capirne il motivo, gli studiosi hanno scoperto che le meno abbienti in media fanno sesso prima, ovvero con circa quattro anni di anticipo rispetto alle coetanee benestanti. Finora questo divario, che accomuna le donne di ogni angolo del pianeta, era attribuito alla scarsa attenzione ai test per stanare la malattia tra le classi sociali meno abbienti. Ma, secondo il nuovo studio, il fattore più importante sarebbe un altro: a quanti anni si inizia a far sesso. A incidere, secondo la ricerca, anche l’etá della prima maternità e, in parte, il fatto di fare il Pap-test, mentre nessun legame è stato riscontrato con il numero di partner avuti o col fatto di essere fumatrice. ”Se si viene infettate presto dall’Hpv – spiega Silvia Franceschi, scienziata italiana a capo della ricerca – il virus ha più tempo a disposizione per produrre tutta quella serie di eventi a catena che possono portare allo sviluppo del cancro”. (fonte: blitzquotidiano.it)

Calore contro tumore 28/12/2009 00:57
Contro i tumori aggressivi e di rapida crescita come i glioblastomi cerebrali, si è dimostrata utile una terapia che consiste nel riscaldare il tessuto malato con nanoparticelle magnetiche. Lo fa pensare un esperimento eseguito all'ospedale Charité di Berlino su 59 pazienti recidivi, in corso fin dal 2004. Ebbene, con questo trattamento essi sono sopravvissuti in media 13 mesi dopo la ricaduta -più del doppio rispetto a chi era stato sottoposto alle cure usuali: chirurgia, radiazioni, chemioterapia. Gli specialisti della Charité hanno già inoltrato domanda d'autorizzazione all'Unione europea, che consentirebbe di praticare il trattamento anche a pazienti non inseriti nel programma; la decisione è prevista per la metà dell'anno prossimo (fonte: consumatori.myblog.it)

Tumori, importante scoperta italiana negli Usa: identificate le proteine chiave del cancro al cervello 28/12/2009 00:56
Due proteine chiave che cooperano nella formazione e nella progressione di un particolare tipo di tumore del cervello, il piu' grave, sono state scoperte dal team di scienziati guidato dall'italiano Antonio Iavarone alla Columbia University di New York. Lo riporta online la rivista 'Nature', sottolineando che questi risultati potrebbero presto portare a nuove strategie terapeutiche contro il glioblastoma. Alcuni tipi di glioblastoma umano esprimono geni che sono caratteristici di un fenotipo mesenchimale. Una 'firma', questa, associata a una prognosi infausta. Utilizzando un approccio bioinformatico, Iavarone e colleghi hanno identificato due proteine, la Stat3 e la C7Ebpbeta, responsabili dell''accensione' dei geni mesenchimali della malattia. L'eliminazione di questi due fattori - assicurano - porta a un collasso nell'espressione di questi geni e riduce l'aggressivita' del tumore. (fonte: padovanews.it)

La terapia ad ultrasuoni distrugge il cancro rettale 05/12/2009 19:54
All’Hammersmith Hospital di Londra un team di radiologi, chirurghi e oncologi ha per la prima volta al mondo distrutto un cancro rettale per mezzo di una terapia a ultrasuoni ad alta intensità, eseguita sotto anestesia generale. La tecnica, denominata high intensity focused ultrasound (hifu), consente di mirare in modo accurato alle cellule malate e di trattarle in modo più rapido, rispetto alle cure convenzionali. A differenza della radioterapia, l'Hifu può essere eseguita diverse volte sul paziente, con tossicità ridotta al minimo. Come spiega Paul Abel dell'Imperial College Healthcare NHS Trust, «La procedura non comporta alcuna incisione, è completamente non-invasiva, per cui la convalescenza è rapida. Poiché questa è la prima volta che l'intervento viene eseguito su un paziente con cancro al retto, dobbiamo studiare un gruppo di pazienti più ampio per valutare la reale efficacia del trattamento e se ha davvero il potenziale di curare la malattia o comunque estendere la vita del paziente». (fonte: sanihelp.it)

Un peptide della soia può combattere il cancro 05/12/2009 19:53
Ecco un bell'esempio di come riciclare possa essere utile non solo per l'ambiente, ma anche per la salute umana. È il caso di un prodotto "di scarto" della lavorazione della soia che, secondo due studi condotti presso l'Università dell'Illinois (Usa), può essere utile per combattere la leucemia e bloccare l'infiammazione a causa di malattie croniche come diabete, malattie cardiache e ictus. Il peptide in questione si chiama Lunasin e nello studio condotto per verificarne l'effetto sulle cellule cancerose della leucemia, i ricercatori hanno identificato una sequenza chiave di aminoacidi che ha causato la morte delle cellule leucemiche per mezzo dell'attivazione di una proteina detta Caspasi-3. Gli aminoacidi attivi sono l'arginina, la glicina e l'acido aspartico, noti anche come sequenza RGD. La dr.ssa Elvira de Mejia ha descritto l'utilizzo del lunasin confermandone la biodisponibilità nell'organismo umano per mezzo di un altro studio in cui sono stati somministrati 50 g di proteine della soia per cinque giorni. Significativi livelli di questo peptide, infatti, sono stati trovati nel sangue dei partecipanti allo studio. Questo conferma la scoperta di una ricerca che segnalava per la prima volta come il lunasin avesse bloccato o ridotto l'attivazione di un maker chiave (NF-kappa-B) nella catena di eventi biochimici che causano le infiammazioni. Vi è anche stata una riduzione statisticamente significativa dell'interleuchina-1 e l'interleuchina-6, che giocano entrambe ruoli importanti nel processo infiammatorio. In particolare, la riduzione dell'interleuchina-6 è stata molto alta. Un altro studio ha confermato la capacità del lunasin di inibire la topoisomerasi II, un enzima che evidenzia lo sviluppo del cancro. «Sappiamo che l'infiammazione cronica è associata a un aumentato rischio di neoplasie maligne, che essa è un fattore critico nella progressione tumorale» ha dichiarato la dr.ssa de Mejia. «E possiamo vedere che il consumo giornaliero di proteine della soia ricche di lunasin può contribuire a ridurre l'infiammazione cronica. Studi futuri dovrebbero aiutarci a formulare raccomandazioni dietetiche» conclude de Mejia. (lm&sdp) Source: gli studi citati sono stati pubblicati su "Molecular Nutrition and Food Research", "Food Chemistry", "Journal of Agricultural and Food Chemistry", "Journal of AOAC International". (fonte: lastampa.it)

Il cancro uccide meno, ma fumo e alcol fanno «nuove» vittime 03/12/2009 17:06
Scende notevolmente la mortalità per tumore in Europa. Le stime più aggiornate calcolano infatti un calo del 10 per cento negli ultimi 10 anni. Merito insieme di migliori stili di vita, più accurati programmi di screening preventivo e avanzamenti terapeutici. Ma le cifre restano allarmanti all’Est e in Russia, dove si scontano ancora gravi ritardi. E si registrano aumenti preoccupanti in altri Paesi, specie fra le donne, che hanno acquisito abitudini in precedenza tipicamente maschili, come fumo e alcol. LO STUDIO - Nuove analisti sui tumori in Europa, sulla base dei dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, mostrano un costante declino della mortalità tra il 1990-1994 e il 2000-2004. I tassi di mortalità per tutti i tumori nell’Unione europea (Ue) in questo periodo sono diminuiti del 9 per cento negli uomini e dell’8 per cento nelle donne, con un forte calo soprattutto tra le persone di mezza età. Questo è quanto risulta da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Annals of Oncology, che ha evidenziato come la percentuale nei 27 Stati membri dell’Ue sia passata, negli uomini, da 185,2 decessi ogni 100mila abitanti/anno (periodo1990-1994) a 168 nel 2000-2004 e, nelle donne, da 104,8 a 96,9. LE COLPE - Secondo i ricercatori (guidati da Carlo La Vecchia, Capo del Dipartimento di Epidemiologia dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano e da Fabio Levi, dell'Istituto di Medicina Sociale e Preventiva e dell’Università di Losanna, Svizzera) la persistente riduzione nella mortalità globale per tumore è dovuta soprattutto ai cambiamenti nel consumo di tabacco negli uomini, con la conseguente ampia riduzione di morti dovute a carcinoma polmonare e altre neoplasie fumo-correlate. C’è poi un costante calo nella mortalità per tumore gastrico e, più recentemente, per cancro del colon-retto. Ma il quadro rimane variabile tra i vari paesi Europei e tra i sessi. Per esempio, negli Stati dove l’uso di alcol o tabacco è ancora in aumento (in particolare nelle donne) sale il numero delle persone decedute a causa di neoplasie legate a questi fattori di rischio, quelle di polmoni, cavo orale, faringe o esofago. E I MERITI - Più in generale, poi, gli esperti fanno notare come nei paesi sviluppati le chances di sopravvivenza siano in crescita grazie alla prevenzione e ai programmi di screening per la diagnosi precoce, e per merito dei passi avanti fatti nei trattamenti anticancro. Commentando l’andamento favorevole dei dati statistici, Cristina Bosetti del Dipartimento di Epidemiologia Mario Negri aggiunge: «Lo screening e la diagnosi precoce hanno contribuito alla riduzione nella mortalità per cancro della cervice uterina e della mammella, ma in questo secondo caso molto si deve soprattutto ai miglioramenti nelle cure. I progressi terapeutici – continua - hanno poi svolto un ruolo determinante nel calo dei decessi per tumore del testicolo, linfomi di Hodgkin e leucemie». DISPARITÀ INTERNE ALL’UE – Nello studio gli autori fanno notare che, nonostante questi progressi, nei primi anni Duemila rimane una differenza di circa due volte nella mortalità per tumore e nella sua incidenza tra i vari paesi europei. Disuguaglianza che ancora una volta riflette soprattutto la diversa diffusione del fumo di sigaretta. Negli uomini, i più alti tassi di mortalità nel periodo 2000-2004 sono stati registrati in Ungheria (255,2 decessi ogni 100mila abitanti), Repubblica Ceca (215,9) e Polonia (209,8); mentre quelli più bassi riguardano Svezia (125,8), Finlandia (130,9) e Svizzera (136,9). Nelle donne, invece, le percentuali peggiori vedono in testa Danimarca (141), Ungheria (131,5) e Scozia (123,1), mentre i dati migliori provengono da Spagna (78,9), Grecia (79,7) e Portogallo (80,9). Secondo gli esperti, dunque, la guerra al cancro si combatte partendo dai più noti fattori di rischio connessi con scorretti stili di vita: lotta al tabacco e interventi contro consumo di alcool, sovrappeso e obesità. Uniti a un’estensione degli screening, delle informazioni sulla diagnosi precoce e una condivisione (fra tutti i Paesi) dei più avanzati protocolli terapeutici. BOCCA E FARINGE – Se la mortalità generale per queste due neoplasie è diminuita del 10 per cento circa, è però evidente una crescita della percentuale dei decessi nelle donne. Fumo e alcol, da soli o una combinazione dei due, sono i maggiori fattori di rischio, responsabili di oltre l’80 per cento dei casi di cancro. Lo confermano, ancora una volta, i dati relativi a Francia e Italia, dove la mortalità è scesa a partire dalla metà degli anni Ottanta, quando si è iniziato a porre un freno al consumo di sigarette e bevande alcoliche. ESOFAGO – Anche per questa forma di cancro, sempre strettamente legata alle cattive abitudini si tabacco e alcolici, si registra un moderato abbassamento del numero di morti negli uomini. Ma le cifre non cambiano per le donne e crescono i casi soprattutto in quelle di mezza età e particolarmente nei Paesi del Nord (Danimarca, Paesi Baltici, Inghilterra, Galles e Scozia). TRACHEA, BRONCHI, POLMONI – Scende il numero delle vittime ovunque. Però, nel decennio 1994-2004 al calo del 17 per cento fra gli uomini corrisponde un aumento femminile (più 27 per cento), particolarmente in Ungheria, Polonia, Croazia, Repubblica Ceca, Russia. PELLE – Un dato controtendenza riguarda le neoplasie cutanee e il melanoma, responsabili di una quantità crescente di decessi (2,4 ogni 100mila maschi e 1,5 femmine ogni anno nel periodo 2000-2004), ma soprattutto nelle generazioni più giovani sono evidenti dei miglioramenti. SENO – Buone notizie soprattutto nelle donne fra i 35 e i 44 anni (mortalità in calo del 25 per cento), ma anche fra i 35 e i 64 anni si registra un abbassamento del 17 per cento. Mentre nei Paesi occidentali i tassi seguono costantemente il trend al ribasso da almeno vent’anni, nella maggior parte dei Paesi dell’Est Europa e in Russia, però, il numero di morti resta stabile o sale. Colpa, soprattutto, dei ritardi nelle cure e nella diagnosi precoce, dicono gli autori. CERVICE – Il quadro per il tumore del collo dell’utero si presenta simile a quello del carcinoma mammario: la neoplasia uccide di meno (19 per cento) rispetto al decennio precedente, ma i tassi restano alti all’Est dove non sono diffusi gli screening. PROSTATA – I progressi terapeutici danno risultati evidenti soprattutto in Francia, Germania e Regno Unito, mentre la mortalità continua a crescere in Russia, Paesi Baltici, Polonia e in altri Stati dell’Est. In ogni caso, osservando la mortalità europea nel suo insieme si rileva un modesto declino generale. (fonte: corriere.it)

Tumori e leucemie: uno studio italiano aumenta speranze per contrastarli 04/11/2009 09:58
Da uno studio italiano nuove speranze contro le leucemie. Sono pubblicati su ‘Nature Cell Biology’ i risultati di una ricerca del Dipartimento di biologia evolutiva dell’università di Siena. Gli scienziati, coordinati da Cosima Baldari, hanno analizzato le cellule ematopoietiche dimostrando la presenza di un equivalente funzionale delle ciglia primarie in queste cellule non ciliate, e identificando un nuovo meccanismo essenziale per il corretto funzionamento del sistema immunitario. “La maggior parte delle cellule del nostro organismo – spiega Baldari – è dotata di una piccola appendice, nota come ciglio primario. Questo organello funziona come un’antenna capace di captare dall’esterno i segnali e consente di coordinare le risposte cellulari ai fattori presenti nell’ambiente. In particolare, le ciglia primarie sono essenziali per la corretta trasmissione di segnali che regolano la proliferazione, il differenziamento e la sopravvivenza cellulari. Alterazioni di tali segnali sono state associate a numerose patologie sia genetiche che tumorali”, ricorda. Nella ricerca portata avanti dal mio gruppo – prosegue la studiosa – abbiamo osservato che nelle cellule ematopoietiche, ed in particolare nei linfociti T, il macchinario responsabile dell’assemblaggio e del funzionamento di questi organelli è presente e funzionale, nonostante l’assenza di ciglia primarie, e svolge un ruolo essenziale per l’attivazione e la proliferazione di queste cellule”. Dati recenti indicano che i segnali coordinati dalle ciglia primarie sono responsabili del mantenimento delle cellule staminali leucemiche. I dati ottenuti da Baldari e colleghi rappresentano il punto di partenza per la ricerca di nuovi bersagli molecolari contro le leucemie. Il Dipartimento senese di biologia evolutiva vanta un’attività di studio e ricerca importante in questo campo: il gruppo di ricerca coordinato da Pietro Lupetti studia da anni, grazie alle strumentazioni e alle più avanzate tecniche di microscopia elettronica 3D, la fine struttura e la morfologia funzionale di alcuni tra i più importanti elementi costitutivi di ciglia e flagelli, quali ad esempio i motori molecolari responsabili per il loro movimento o i complessi di trasporto intraflagellare (Ift) indispensabili per l’assemblaggio e il turnover di questi fondamentali organuli cellulari. Nell’ambito di queste ricerche, sono stati conseguiti risultati di rilievo relativi alla modellistica 3D ad alta risoluzione dei complessi Ift – ricorda l’ateneo – pubblicati sul ‘Journal of Cell Biology’ (fonte: adkronos)

Il caffè protegge dal cancro dell'endometrio 04/11/2009 09:56
Il caffè si rivela essere un ottimo alleato per le donne: protegge infatti dal rischio di sviluppare il cancro dell'endometrio. Le donne che bevono almeno due tazze di caffè (con caffeina) al giorno potrebbero ridurre le probabilità di ammalarsi. Questo almeno il risultato di studio svedese, che ha anche rilevato che la protezione è maggiore per le donne sovrappeso e obese, come spiega la co-autrice dottoressa Emilie Friberg, del Karolinska Institutet di Stoccolma. Il team di studiosi ha intervistato due volte 60.634 donne svedesi chiedendo quanto caffè consumassero: la prima volta all'inizio dello studio, tra il 1987 e il 1990, la seconda nel 1997. I ricercatori hanno poi seguito le pazienti per una media di 17 anni. In questo periodo, 677 donne, circa l'1%, hanno sviluppato il cancro dell'endometrio. (fonte: sanihelp.it)

Trattare il cancro al seno con la tecnologia spaziale 04/11/2009 09:55
A volte la tecnologia pensata per le macchine può trovare sbocchi felici anche nella vita delle persone ed essere d'aiuto in campo medico. È il caso di una tecnica utilizzata dalla Nasa per ispezionare le navette spaziali che può essere impiegata per predire gli eventuali danni ai tessuti del seno nelle pazienti affette da carcinoma mammario e attualmente sotto radioterapia. Ecco così che i ricercatori del Rush University Medical Center e dell'Argonne National Laboratory di Chicago (Usa) stanno valutando l'utilità della tomografia termica tridimensionale in oncologia. Secondo la dr.ssa Katherine Griem, oncologa del RUMC, circa l'80% delle pazienti in trattamento radioterapico sviluppa reazioni cutanee acute che spesso evolvono in situazioni che possono creare disagio e sofferenza, arrivando in alcuni casi anche all'interruzione del trattamento. Poiché la maggioranza di queste reazioni avverse si verifica da 10 a 14 giorni dopo l'inizio del trattamento «se si potessero prevedere anticipatamente le reazioni cutanee potremmo essere in grado di offrire un trattamento preventivo per massimizzare l'efficacia e ridurre al minimo l'interruzione del trattamento con le radiazioni» sottolinea Griem. Di fatto, gli scienziati stanno studiando se la tomografia termica tridimensionale (3DTT) sia in grado di rilevare i cambiamenti prima che possa innescare una reazione cutanea. Il 3DTT è un processo relativamente nuovo di immagini termiche che è attualmente utilizzato come un mezzo a distanza e non-invasivo per rilevare difetti nei materiali compositi. L'idea di base delle immagini termiche è quella di applicare calore o freddo a un materiale e osservare il conseguente cambiamento di temperatura con una telecamera a infrarossi per conoscere la sua composizione. In questo caso si applicherebbe alla misura termica del tessuto cutaneo. Individuando le velocemente le modifiche nel tessuto danneggiato, si potrebbe essere in grado di prevedere tossicità cutanea acuta, concludono i ricercatori. (lm&sdp) Source: i risultati preliminari dello studio sono stati presentati al meeting annuale della American Society for Radiation Oncology (ASTRO) in corso a Chicago dal 1 al 5 novembre 2009.

I soldi per la ricerca sui tumori...spariscono! 23/10/2009 16:55
Un’indagine ha portato alla segnalazione alla Corte dei Conti di un danno erariale di 90 milioni di euro a carico della Fondazione ‘Tommaso Campanella’, che gestisce il polo oncologico di Germaneto, a Catanzaro. Doveva essere un centro di eccellenza per la cura e lo studio dei tumori, ma in realtà per queste attività veniva spesa appena la metà dei fondi destinati. Inoltre la vera e propria ricerca scientifica in materia oncologica, che avrebbe dovuto costituire la peculiarità dell’ente, è risultata “per qualità e misura trascurabile, aleatoria e minimale rispetto al complesso delle prestazioni fornite dalla fondazione”. Di contro quindi la rendicontazione contabile, hanno detto gli investigatori della Guardia di Finanza, è sempre risultata il doppio del valore delle prestazioni sanitarie effettivamente somministrate. Dagli accertamenti svolti dal Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Catanzaro è emersa la responsabilità di sei dirigenti generali del Dipartimento della Salute della regione Calabria che si sono alternati dal 2005 a oggi. Sono stati questi soggetti ad aver autorizzato l’erogazione dei finanziamenti pubblici alla Fondazione ‘Campanella’. I provvedimenti, hanno rilevato i finanzieri, sono stati deliberati all’unanimità dalle diverse giunte regionali succedutesi negli anni di riferimento dell’inchiesta. ( Fonte: inviatospeciale.com)

Studio italiano: nuova speranza per fermare i tumori 23/10/2009 16:54
Le speranze di giungere nel prossimo futuro a fermare il cancro, combattendolo con farmaci mirati, divengono da oggi un po' più concrete grazie a uno studio italiano pubblicato sulla rivista “Nature Chemistry”. La ricerca è stata interamente condotta da ricercatori dell’Università degli Studi di Milano: dal Molecular Modeling Group del Prof. Maurizio Sironi e del Dott. Stefano Pieraccini del Dipartimento di Chimica Fisica ed Elettrochimica, dal gruppo di sintesi della Prof.ssa Giovanna Speranza e del Prof. Paolo Manitto del Dipartimento di Chimica Organica e dalla Dott.ssa Graziella Cappelletti del Dipartimento di Biologia. L'indagine si è focalizzata sulla tubulina, una proteina essenziale per il processo di divisione delle cellule, la cui moltiplicazione incontrollata ha un ruolo centrale nello sviluppo dei tumori. Le molecole di tubulina si possono infatti impilare l’una sull’altra formando dei lunghi filamenti che si uniscono formando una sorta di tubo cavo, detto microtubulo (da cui deriva il nome della proteina). Nel corso della divisione cellulare, il microtubulo svolge un ruolo fondamentale per distribuire le copie dei cromosomi della cellula madre fra le due cellule figlie. Bloccare la crescita del microtubulo impedisce quindi la divisione cellulare. Attualmente, diversi farmaci antitumorali, ad esempio alcuni principi attivi ricavati dalla pianta della vinca, usano proprio questa strategia per bloccare la proliferazione delle cellule tumorali. Tuttavia, le cellule tumorali possono andare incontro a mutazioni che purtroppo le rendono resistenti ai farmaci esistenti. Nello studio pubblicato su Nature Chemistry, i ricercatori hanno esaminato al computer il network delle interazioni che si instaurano quando una molecola di tubulina si avvicina all’altra per formare il microtubulo, scoprendo in tal modo che, sebbene sulla superficie della tubulina siano presenti migliaia di atomi, solo un piccolo sottoinsieme di questi è importante per la formazione del microtubulo. Dalla simulazione effettuata al computer i ricercatori hanno ipotizzato che “ritagliando” questo sottoinsieme si potesse ottenere una molecola particolarmente adatta ad interagire con la tubulina. L’idea era che il frammento così ottenuto potesse funzionare come una specie di “tappo molecolare”, impedendo a un’altra molecola di tubulina di impilarsi e bloccando quindi la formazione del microtubulo. Le prove sperimentali condotte su cellule tumorali del polmone hanno effettivamente confermato questa ipotesi. Dal momento che le molecole scoperte utilizzano proprio gli atomi che la natura ha selezionato nel corso dell’evoluzione come quelli indispensabili per la formazione di un microtubulo, si ritiene che queste molecole siano meno soggette alla perdita di attività conseguenti a mutazioni. Su questa scoperta, che apre la possibilità di realizzare composti antitumorali fondati su una strategia nuova e diversa rispetto a quelle ad oggi conosciute, l’Università degli Studi di Milano ha già depositato una domanda di brevetto internazionale. Lo studio pubblicato su Nature Chemistry conferma peraltro le grandi potenzialità che la moderna modellistica molecolare, ovvero la simulazione al computer di sistemi altamente complessi quali le biomolecole, può oggi offrire per prevederne proprietà ed attività ancor prima di eseguire test in laboratorio. (fonte: italiasalute.it)

Carcinoma della prostata. Con il robot si recupera potenza erettile e continenza urinaria 07/10/2009 12:27
Con lutilizzo della chirurgia robotica in urologia i pazienti affetti da carcinoma della prostata hanno un maggior recupero della potenza erettile e il mantenimento della continenza urinaria rispetto ai pazienti operati con la chirurgia tradizionale a cielo aperto. quanto emerge dal Congresso Europeo di Chirurgia Robotica che si tenuto nei giorni scorsi a Padova, organizzato dalla Clinica Urologica dell'Universita' di Padova in collaborazione con il san Raffaele di Milano. La chirurgia laparoscopica robotica afferma il prof. Walter Artibani, direttore della Clinica padovana sta rivoluzionando la chirurgia non solo in ambito urologico ma anche in quello della ginecologia, della chirurgia generale e in altri settori. Il miglioramento tecnologico costante ed prevedibile nel giro di un paio di anni unulteriore evoluzione della laparoscopia robotica verso le tecniche single port, che utilizzano cio un unico accesso a livello dellombelico per eseguire lintero intervento. Il Congresso ha riunito a Padova oltre 400 urologi provenienti da tutto il mondo, alcuni dei quali si sono succeduti alla consolle dei robot presenti nelle sale operatorie della Clinica Urologica eseguendo tutti i piu' complessi interventi chirurgici oggi realizzabili con questa moderna tecnica mini-invasiva. Lassistenza del robot aumenta la precisione del chirurgo nota il professor Vincenzo Ficarra della Clinica Urologica dell'Universita' di Padova - e i risultati maturati nei migliori centri americani ed europei hanno evidenziato come lutilizzo della chirurgia robotica offra in molte circostanze un concreto vantaggio per i pazienti soprattutto in termini di riduzione dellinvasivit chirurgica e del rischio di complicanze. (fonte: padovanews.it)

Un vaccino contro il melanoma 07/10/2009 12:25
Al Congresso dell'ASCO (American Society of Clinical Oncology), che raduna a Orlando in Florida oltre 30mila specialisti da tutto il mondo, è stato presentato un vaccino contro il melanoma, che blocca la crescita delle cellule malate, regalando circa 5 mesi di sopravvivenza in più ai malati Patrick Hwu, Direttore del Dipartimento di Oncologia Medica e Melanoma all'A. D. Anderson - Università del Texas - spiega che il vaccino "attiva le cellule T citotossiche dell'organismo, che controllano la risposta immunitaria, le quali iniziano a cercare i punti giusti a livello della membrana, per minare le cellule tumorali, causandone la distruzione". Douglas Schwartzenruber, Responsabile dello studio e Direttore medico al Centro dei Tumori del Goshen Health System in Indiana spiega "Siamo davanti a risultati molto incoraggianti si tratta di un vaccino contro la forma metastatica ed è costituito da una parte di proteina presente sulle cellule del melanoma, che gli permette di agire in maniera mirata". Nello studio sono stati coinvolti due gruppi di pazienti ed i risultati migliori sono stati ottenuti nei malati che hanno assunto il vaccino con l'interleuchina 2 (IL-2) rispetto alla sola IL-2, che rappresenta la terapia standard del melanoma avanzato. Patrizio Mulas, presidente dell'Associazione dermatologi ospedalieri italiani (Adoi) afferma "Questi risultati sono un importante tassello sulla via della ricerca di una efficace cura del melanoma. Speriamo di avere ulteriori riscontri a breve" Con 132 mila nuovi casi l'anno l'incidenza del melanoma è cresciuta nel mondo a un ritmo superiore a qualsiasi altro tumore e Paolo Ascierto, direttore dell'Unità di oncologia medica dell'Istituto Pascale di Napoli sotolinea che "La maggiore incidenza si registra in Australia, Nord America ed Europa, e in Italia si stimano circa 6 mila nuovi casi ogni anno: 3.143 tra gli uomini e 2.851 tra le donne". Al congresso di Orlando Ascierto ha presentato i risultati di uno studio di fase II sulla molecola Ipilimumab, che presenta un meccanismo d'azione rivoluzionario, poichè agisce a livello delle cellule del sistema immunitario, rimuovendo i blocchi che impediscono la risposta antitumorale dell'organismo. (fonte: molecularlab.it)

Test del sangue per aggressività dei tumori 07/10/2009 12:24
Basandosi sul numero di cellule "malate" presenti nel sangue si può conoscere l'aggressività di un tumore, ad esempio nel cancro al seno se le cellule tumorali circolanti nel sangue sono da zero a 4 non è aggressivo, se sono 5 lo è. Per la prima volta l'aggressività di un tumore è misurabile scientificamente, oltre che statisticamente ed in futuro si potranno individuare le cellule staminali del tumore, particolari perchè sono insensibili alle cure e capaci, se presenti, di innescare recidive. I dati sulle cellule tumorali circolanti nel sangue sono uno dei fiori all'occhiello dell'Istituto europeo di oncologia di Veronesi e nello Ieo day 2009 di lunedì 8 giugno ne ha parlato Maria Teresa Sandri, direttore della Medicina di laboratorio, annunciando che il lavoro sarà rivolto anche all'individuazione di specifici recettori sulle cellule tumorali circolanti allo scopo di introdurre cure mirate e personalizzate. Una nuova macchina, grazie ad appositi reagenti, seleziona le cellule tumorali da un campione di sangue, e queste vengono poi esaminate al microscopio a fluorescenza per valutare se siano sono tumorali, il numero e la vitalità, poichè le cellule morte non rientrano nel conteggio. La strumentazione utilizzata non è una nuova invenzione, ma solo l'anno scorso è stata approvata dall'agenzia americana del farmaco (Fda) ed è entrata in funzione nella routine di laboratorio, mentre in italia è presente in diverse strutture ma ancora non operativa nella routine. Maria Teresa Sandri spiega "La rilevazione della presenza delle cellule tumorali circolanti nel sangue permette una valutazione della prognosi del tumore e offre una fotografia dello stato della malattia, permettendo all'oncologo una gestione terapeutica più mirata ed efficace, evitando i trattamenti inutili. Da noi questa tecnica è utilizzata da circa quattro anni nell'ambito di diversi protocolli di ricerca clinica" e continua "In Istituto abbiamo analizzato circa 300 pazienti con tumore al seno, 50 pazienti con tumore alla prostata e 20 con tumori al colon. I risultati confermano che la presenza e la persistenza di cellule tumorali circolanti in prelievi di sangue eseguiti nel tempo sullo stesso paziente indicano una malattia più aggressiva e più resistente ai farmaci. In America è appena iniziato uno studio in pazienti affette da tumore della mammella metastatico, nelle quali la terapia può venire precocemente variata sulla base della persistenza di cellule tumorali circolanti" Allo Ieo day 2009 sono intervenuti anche il viceministro Ferruccio Fazio, il governatore Roberto Formigoni, l'Assessore regionale alla sanità Luigi Bersani e l'Assessore alla salute del Comune Landi di Chiavenna. Oltre al presidente dello Ieo Carlo Buora e all'amministratore delegato Carlo Ciani. Umberto Veronesi ha festeggiato allo Ieo i 15 anni di attività dell'istituto di oncologia, raccontando le scoperte fatte e le prospettive future. Infine è stata annunciata la nascita della "Scuola di chirurgia robotica", diretta da Bernardo Rocco. (fonte: molecularlab.it)

Tumori al colon, i farmaci biologici allungano la sopravvivenza 26/09/2009 16:19
Due mesi di vita in più per i pazienti con tumore al colon, se trattati oltre che con la chemioterapia (da sola assicura una sopravvivenza di quattro mesi), anche con un anticorpo biologico come il panitumumab. È questa una delle novità presentate al Congresso Europeo di Oncologia (Ecco-Esmo) in corso a Berlino. «Sono almeno sette, oggi, i farmaci attivi contro il tumore del colon metastatizzato - spiega Roberto Labianca, direttore dell'oncologia ed ematologia agli Ospedali Riuniti di Bergamo - e ogni mese si registrano progressi, piccoli e grandi passi verso la cronicizzazione della malattia. Il tumore al colon è uno di quelli più frequenti, con 38-40 mila casi ogni anno in Italia. Qui la chirurgia è il primo passo e guarisce la metà dei pazienti, ma molto dipende dallo stadio in cui si trova il tumore: quelli al primo stadio guariscono al 99%, ma sono solo il 5% del totale. Da tempo si sta cercando di estendere a tutta Italia i programmi di screening, per far salire quel 5% intervenendo in maniera sempre più precoce». Dove la chirurgia non basta, per i tumori che hanno già interessato i linfonodi c'è la chemioterapia. «Se un tumore del colon metastatizza - spiega l'oncologo - la sopravvivenza media è di 5-6 mesi senza alcun trattamento. La chemioterapia ha portato questo tempo medio di vita a 2 anni (con punte di 3-4 anni). E in questa fase si inseriscono 3-5 linee di terapia: panitumumab usato da solo come terza linea di trattamento ha aggiunto 4 mesi senza progressione della malattia». La scoperta che un terzo dei pazienti ha il gene Kras mutato, e che per questo non risponde al farmaco, ha permesso di concentrare la terapia biologica sui restanti due terzi. Oggi uno studio di fase III mette insieme panitumumab e chemioterapici e dimostra che così la risposta al farmaco aumenta di 3 volte assicurando in media altri due mesi in più (con punte di 4-6 mesi) di libertà dalla progressione della malattia. «Mesi importanti - conclude Labianca - che permettono di tentare altre strade, di portare avanti altre terapie con l'obiettivo di controllare la malattia cronicizzandola». (fonte: il messaggero.it)

Sorafenib per curare cancro al seno avanzato 26/09/2009 16:18
Sopravvivere a un tumore al seno è una possibilità sempre più concreta, grazie a nuovi farmaci e alla prevenzione, che consente diagnosi e trattamenti tempestivi. Il medicinale antitumorale Sorafenib, in associazione al chemioterapico tradizionale capecitabina, ha dimostrato di poter indurre nelle pazienti un miglioramento della sopravvivenza libera da progressione della malattia (PFS) del 74%. Questo dato è emerso in uno studio di fase II sul carcinoma della mammella in stadio avanzato. La ricerca è stata presentata a Berlino, in occasione del Congresso Multidisciplinare nato dall’associazione del 15th European CanCer Organisation (ECCO) e del 34th European Society for Medical Oncology (ESMO). Le case farmaceutiche Bayer HealthCare AG ed Onyx Pharmaceuticals Inc. hanno annunciato che i risultati completi del primo studio di fase II sponsorizzato da BSP e condotto da un gruppo cooperativo, randomizzato, in doppio-cieco, controllato verso placebo, ha dimostrato che sorafenib(compresse), somministrato in combinazione con l’agente chemioterapico orale, capecitabina, ha prolungato a livello significativo del 74% la sopravvivenza libera da progressione (PFS) in pazienti con carcinoma mammario in fase avanzata. Jose Baselga, M.D., Cattedratico e Professore di Medicina all’Istituto di Oncologia Vall d'Hebron di Barcellona, presidente scientifico del gruppo di ricerca SOLTI ed investigatore principale dello studio, ha riferito che le pazienti trattate con Sorafenib più capecitabina hanno avuto un miglioramento del 74% del tempo di sopravvivenza libero da progressione di malattia rispetto a quelle che sono state trattate con la sola chemioterapia. La differenza tra la media di sopravvivenza libera da progressione (PFS) di sorafenib più capecitabina rispetto a quella osservata nelle pazienti trattate con capecitabina più placebo è stata statisticamente significativa, e, più precisamente, di 6,4 mesi vs. 4,1 mesi (HR=0.576, p=0,0006). “Questi dati costituiscono un importante potenziale progresso per il trattamento del carcinoma mammario, che, come noto, nelle donne rappresenta la seconda causa principale di morte correlata a tumore,” ha detto Dimitris Voliotis, vice president, Global Clinical Development Oncology, Bayer HealthCare. “Oltre all’informazione altamente positiva proveniente da questo studio, Bayer ed Onyx sono impegnate, attraverso un ragguardevole programma clinico, nello sviluppo di sorafenib in numerose altri stadi di trattamento del carcinoma mammario.” Lo studio ha valutato sorafenib in combinazione con il chemioterapico orale, capecitabina, in pazienti affette da carcinoma della mammella localmente avanzato o metastatico i cui tumori non esprimevano HER-2 (HER-2 negative). Complessivamente, il trattamento con sorafenib più capecitabina ha mostrato una tollerabilità accettabile, senza comparsa effetti collaterali di nuovo tipo. Gli eventi avversi di grado 3-4 più frequenti correlabili al trattamento comprendevano reazione cutanea mano-piede, diarrea, dispnea, neutropenia e mucosite. Disegno dello studio di fase II nel carcinoma mammario Lo studio di fase II, randomizzato, in doppio-cieco, controllato verso placebo, ha valutato in 229 pazienti sorafenib in combinazione con l’agente chemioterapico orale, capecitabina. Tutte le pazienti presentavano carcinoma della mammella localmente avanzato o metastatico HER-2 negativo e non erano state precedentemente trattate con più di una linea di chemioterapia. L’endpoint primario dello studio era la sopravvivenza libera da progressione (PFS). Gli endpoints secondari comprendevano la sopravvivenza globale, il tempo alla progressione di malattia e la tollerabilità. Le pazienti sono state randomizzate a trattamento continuato con sorafenib alla dose di 400 mg due volte al giorno o con placebo del tutto indistinguibile, in combinazione con capecitabina alla dose di 1000 mg/m2 due volte al giorno per 14 giorni seguiti da una settimana di sospensione di trattamento. “Bayer ed Onyx hanno già costruito una solida base con sorafenib nel trattamento del carcinoma epatico e di quello del carcinoma renale in stadio avanzato – due aree per le quali precedentemente non esisteva un trattamento,” ha affermato Todd Yancey, M.D., vice presidente dello sviluppo clinico di Onyx. “Questi nuovi risultati rappresentano una tappa importante dal momento che hanno messo in evidenza il potenziale ruolo di sorafenib nel trattamento del carcinoma della mammella”. Informazioni sullo sviluppo clinico di sorafenib nel carcinoma della mammella In un programma di sviluppo clinico noto come Trials to Investigate the Effects of sorafenib in Breast Cancer (TIES), Sorafenib è in corso di valutazione, in collaborazione con singoli ricercatori o gruppi di studio cooperativi, in diversi momenti del trattamento di pazienti con carcinoma mammario. Tra questi studi clinici, vi sono tre studi di fase II randomizzati che comprendono uno studio inteso a valutare Sorafenib più Paclitaxel nel trattamento di prima linea, uno che valuta Sorafenib più Gemcitabina o Capecitabina nel trattamento di prima o di seconda linea dopo progressione da bevacizumab, ed uno che valuta Sorafenib più Docetaxel e/o Letrozolo nel trattamento di prima linea. Informazioni sul carcinoma mammario Nel 2007-2008, il carcinoma della mammella è stata la forma tumorale più comunemente diagnosticata nelle donne nel mondo (circa 1,3 milioni di casi), e la seconda causa principale di morte per tumore nelle donne (circa 465.000 decessi). Negli Stati Uniti rappresenta la forma tumorale più frequentemente diagnosticata nelle donne (1 su 4 diagnosi di cancro è carcinoma della mammella). Negli Stati Uniti si osservano circa 200.000 nuovi casi per anno ed in Europa circa 430.000. Ogni anno più di 40.000 donne negli Stati Uniti e più di 130.000 in Europa muoiono per carcinoma della mammella. Informazioni su Sorafenib Sorafenib, un farmaco antitumorale orale, ha attualmente ottenuto l’approvazione in più di 70 paesi per il trattamento del carcinoma epatico, ed in più di 80 paesi per il trattamento di pazienti con carcinoma renale in stadio avanzato. Sorafenib ha come bersaglio sia la cellula tumorale che le cellule vascolari del tumore. In studi preclinici, è stato dimostrato che sorafenib agisce su due componenti chinasiche note per essere coinvolte nei processi di proliferazione cellulare (crescita) e dell’angiogenesi (apporto sanguigno) – due importanti processi che favoriscono la crescita tumorale. Queste chinasi comprendono la Raf-chinasi, VEGFR-1, VEGFR-2, VEGFR-3, PDGFR-B, KIT, FLT-3 e RET. Sorafenib è in corso di valutazione da parte di società, gruppi di studio internazionali, agenzie governative e singoli ricercatori, sia come agente singolo che in regimi di combinazione, in un’ampia gamma di forme tumorali che comprendono tumori del polmone, ovaio e colon retto, ed anche come trattamento adiuvante nel carcinoma epatico e nel carcinoma renale. Informazioni su SOLTI Fondato nel 1997, SOLTI (Spanish Collaborative Group for the Study, Treatment and Other Experimental Strategies in Solid Tumors) è un gruppo di studio cooperativo che gestisce ricerche cliniche all’avanguardia nel carcinoma mammario allo scopo di potere rispondere ad importanti quesiti che possano portare alla riduzione della morbidità e della mortalità relative a questa malattia, ed inoltre realizza studi clinici con nuove molecole e terapie mirate in oncologia. La consulenza di SOLTI altamente qualificata in oncologia si estende a Spagna e Portogallo nel promuovere attività di eccellenza nella cura del carcinoma della mammella. (fonte: italiasalute.it)

Il calore contro i tumori dei tessuti molli 26/09/2009 16:17
I sarcomi sono tumori del tessuto connettivo. I sarcomi dei tessuti molli nell'adulto, in particolare, sono forme tumorali che si sviluppano a seguito di una formazione di cellule dannose all'interno di un tessuto molle. Ora, un recente studio offre nuove speranze nella cura di questi sarcomi. I ricercatori tedeschi del Klinikum Grosshadern Medical Center presso l'Università di Monaco, hanno scoperto che i pazienti trattati con questo metodo terapico ha il 30% in più di probabilità di guarire e sopravvivere al cancro quasi tre anni dopo l'inizio del trattamento. L'innovativa tecnica del calore messa a punto dall'oncologo prof. Rolf Issels, offre più del doppio di possibilità di rispondere meglio anche ai trattamenti chemioterapici senza aumentarne la tossicità. Conosciuta anche come Ipertermia regionale, la tecnica utilizza un concentrato di energia elettromagnetica per scaldare il tessuto in e intorno al tumore tra i 40° e 43° C. Il calore non solo uccide le cellule tumorali, ma sembra anche far lavorare meglio la chemioterapia, rendendo le cellule tumorali più sensibili. Si migliora anche il flusso di sangue, che consente alla chemioterapia di essere più efficace. Lo studio di fase III ha coinvolto 341 pazienti in trattamento presso diversi centri in Europa e negli Stati Uniti, tra luglio 1997 e novembre 2006, per sarcomi dei tessuti molli di stadio avanzato che erano ad alto rischio di recidiva e diffusione. Oltre la metà dei tumori erano situati nell'addome, mentre gli altri erano nelle braccia e nelle gambe. Tutti i pazienti sono stati sottoposti a chemioterapia prima e dopo l'eventuale intervento chirurgico e radioterapico. Metà delle persone prese a caso nel gruppo ha ricevuto il trattamento termico mirato in combinazione con la chemioterapia. Dopo un follow-up medio di 34 mesi, solo 153 pazienti (44,9%) in totale erano morti. Secondo i dati acquisiti, i ricercatori suggeriscono che coloro che sono stati oggetto della terapia del calore hanno avuto il 44% di probabilità in meno di morire durante il follow-up rispetto a chi è stato curato con la sola chemioterapia. Nella relazione presentata il 22 settembre 2009 all'Europe's Largest Cancer Congress dell'ESMO (European Society for Medical Oncology) ed ECCO (European Cancer Organisation) il prof. Issels ha dichiarato che «questi risultati forniscono una nuova opzione di trattamento standard e crediamo che essi possano cambiare il modo in molti specialisti trattano questi tumori. Ma le implicazioni di questi risultati sono di più ampia portata. Questa è anche la prima prova evidente che la terapia del calore mirata aggiunge alla chemioterapia. Ci aspettiamo che i nostri risultati incoraggeranno altri ricercatori a testare l'approccio su altri tumori locali avanzati. La terapia mirata del calore ha già mostrato risultati promettenti nei cancri del seno ricorrenti e nel cancro cervicale localmente avanzato in combinazione con radiazioni. Studi per associarla con la chemioterapia su altri tumori localizzati, come quelli del pancreas e del retto sono in corso». Il prossimo passo, dichiarano gli scienziati, è quello di scoprire se la terapia del calore mirata può svolgere un ruolo nello stimolare il sistema immunitario ad attaccare il cancro in maniera più efficace. Recenti studi sulla terapia da shock termico sulle proteine hanno indicato che possono attivare il sistema immunitario contro la malattia. (fonte: lastampa.it)

Nuovo test predice la gravita' del cancro alla prostata 26/09/2009 16:16
Sapere in anticipo se il cancro alla prostata diventerà aggressivo ora è possibile grazie a un nuovo test, che consentirà di mettere in campo in via preventiva tutte le terapie più efficaci e mirate per colpire la neoplasia. Il nuovo esame è stato messo a punto dai ricercatori dell'Università di Liverpool, in Gran Bretagna: consiste nella rilevazione della proteina 27 da shock termico (Hsp-27) nei tessuti cancerosi prelevati da pazienti con cancro alla prostata in fase ancora non aggressiva. Laddove questa proteina è presente ci si trova di fronte a una neoplasia prostatica a decorso rapido e violento, che può provocare la morte del paziente nei 15 anni successivi al nuovo test con una probabilità doppia rispetto ai soggetti colpiti da un cancro prostatico a decorso più lento. Non tutti i tumori della prostata, infatti, sono uguali, come spiega il coordinatore dello studio inglese,il prof.Chris Foster, che ha pubblicato il lavoro scientifico sulla rivista “British Journal of Cancer”. Il dott.Foster ricorda come sia importantissimo riuscire a riconoscere, già al momento della prima diagnosi, di fronte a quale tipo di tumore ci si trovi, per poter applicare tempestivamente tutte le terapie più idonee al fine di far guarire il paziente. Finora non si disponeva di uno strumento diagnostico in grado di prevedere l'evoluzione di un tumore prostatico: questo comportava, talvolta, un'errata cura dei malati, che morivano pochi anni dopo l'inizio delle terapie. Il nuovo test basato sulla rilevazione della proteina Hsp-27, invece, rende possibile svelare l'identikit del carcinoma prostatico già dalle sue prime fasi evolutive: ciò permette ai medici di curare i pazienti con i medicinali giusti, assunti per tempo, in dosi più basse e meglio tollerabili. Non sono pochi i pazienti oncologici, infatti, che vengono oltremodo debilitati dai farmaci chemioterapici. Il vantaggio dato dal nuovo test non si riduce solo in cure più “leggere”, tempestive e mirate per i pazienti, ma consente anche ai sistemi sanitari nazionali di realizzare un sensibile risparmio sui costosi farmaci antitumorali: questi ultimi, infatti, vengono usati in quantità minori. Ma come si è arrivati al varo di questo nuovo strumento diagnostico? Gli studiosi britannici hanno prelevato tessuti malati da 553 uomini a cui era stato diagnosticato un cancro alla prostata: analizzando e confrontando i reperti biologici, i ricercatori si sono accorti che i tumori più aggressivi erano quelli in cui era presente la proteina Hsp-27. Il prossimo obiettivo dei medici inglesi è ora duplice: da un lato, si cercherà di perfezionare un test del sangue da effettuare nei pazienti al momento della diagnosi, dall'altro, si lavorerà alla messa a punto di farmaci che mirano a colpire la proteina Hsp-27, in maniera tale da impedire, o quantomeno limitare, il propagarsi delle cellule cancerose. Ma le novità nella cura del cancro alla prostata non finiscono qui. In uno studio pubblicato sull' “American Journal of Clinical Nutrition”, alcuni studiosi americani affermano che l'assunzione quotidiana di vitamina B6 può prolungare le aspettative di vita dei malati di tumore prostatico. Questa affermazione dei ricercatori dell'Harvard School of Public Health di Boston nasce dall'osservazione di 525 uomini, malati di cancro alla prostata: quelli fra loro con più alti livelli di vitamina B6 presentavano un tasso di mortalità più basso rispetto agli altri. I medici americani sottolineano che nessuno degli individui studiati faceva uso di integratori alimentari, ma tutti assumevano la vitamina B6 solo attraverso quel che mangiavano ogni giorno. Alcuni cibi contengono buone quantità di vitamina B6 e, tra essi, ricordiamo i fagioli, il salmone, il pollo e le banane. Viene dunque confermato, anche da quest'ultimo studio, il ruolo fondamentale dell'alimentazione nel preservare la nostra salute. (fonte: italiasalute.it)

Prostata: quando conviene «convivere» con il tumore e rimandare le cure 08/09/2009 17:29
Operare o non operare? Radio o brachiterapia? Fare un trattamento o tenere la malattia «sotto controllo»? Le opzioni a disposizione degli uomini con un tumore della prostata sono diverse e le scelte vanno fatte, prima di tutto, in base al tipo di neoplasia e al suo stadio di evoluzione. Uno studio pubblicato sull’ultimo numero della rivista Cancer offre però ulteriori conferme a sostegno di una strategia osservazionale, ancora sperimentale in Italia: la sorveglianza attiva. Secondo gli esiti della ricerca, infatti, convivere con il cancro rinviando le cure non crea ansia né stress nei malati che scelgono di rinviare il trattamento radicale e che sono quindi sottoposti a controlli periodici. I PAZIENTI: «SORVEGLIATI SPECIALI» - E’ una tattica riservata solo a determinate tipologie di malati, con un carcinoma di piccole dimensioni e poco aggressivo (in termini tecnici, appartenenti alla cosiddetta «classe di rischio bassa»: T1 e T2a, Gleason non superiore a 6, Psa inferiore a 10 e con non più di due biopsie positive). «La sorveglianza attiva consiste, in sostanza, nel posticipare le terapie al momento in cui il carcinoma diagnosticato cambia atteggiamento, se lo cambia – spiega Riccardo Valdagni, direttore del Programma Prostata della Fondazione Irccs Istituto Nazionale dei Tumori di Milano -. Nel frattempo, il paziente viene gestito come un sorvegliato speciale e sottoposto a esami e visite periodiche per tenere la malattia sotto stretta osservazione». Esplorazione rettale e Psa ogni tre mesi, dunque. E, in aggiunta, una biopsia a scadenze prestabilite (a un anno dalla diagnosi, poi alla fine del secondo, del quarto, del settimo e del decimo anno). SEIMILA OGNI ANNO I CANDIDATI ITALIANI - Il vantaggio? «Si evitano del tutto, o al limite si rinviano, i probabili effetti collaterali dei vari trattamenti anticancro: incontinenza e disfunzione erettile per l’intervento chirurgico, sanguinamento rettale e bruciori urinari per radio e brachiterapia», risponde Valdagni, che nel suo protocollo sperimentale di sorveglianza attiva (l’unico per ora in Italia) ha arruolato 145 pazienti dal 2005. «Stando alla nostra esperienza finora - prosegue – in sei casi su dieci il tumore non evolve, per cui i malati non devono far altro che seguire i controlli». Nel nostro Paese sono circa 45mila i nuovi casi di carcinoma alla prostata diagnosticati ogni anno. Di questi, grazie anche alla diagnosi precoce, circa il 40-50 per cento viene catalogato come classe di rischio bassa e, all’interno di questo gruppo, il 30-40 per cento è potenzialmente adatto alla sorveglianza attiva. A conti fatti, dunque, sarebbero circa seimila i candidati a evitare quello che gli specialisti definiscono «over-treatment», sovra-trattamento. Cure in eccesso per i diretti interessati, che si ritrovano poi a doverne affrontare le conseguenze indesiderate, e per il Servizio sanitario nazionale, che paga terapie inutili. APPRENSIONE E STRESS A LIVELLI ACCETTABILI – Sorveglianza attiva significa, insomma, convivere con il tumore anche per anni. E, stando agli esiti dello studio olandese apparso su Cancer , il carico psicologico – in termini di ansia e tensione - che questa scelta comporta per i pazienti è tollerabile. I ricercatori dell’Erasmus Medical Center di Rotterdam hanno inviato a 150 uomini, con tumore sottoposti a un programma di stretto monitoraggio clinico, un questionario mirato a misurare il loro livello di depressione e ansietà. Sono state 129 le risposte ricevute e i parametri contenuti in più dell’80 per cento dei test indicano che la condizione emotiva generale dei partecipanti è buona. Con tassi di ansia e stress paragonabili a quelli riportati in altri studi a cui partecipavano pazienti che avevo scelto però di sottoporsi alle terapie. «E’ difficile accettare l’idea di non intervenire contro il cancro per tenerlo soltanto sotto controllo – conclude Valdagni -, ma la nostra esperienza (dei 145 pazienti arruolati in sorveglianza attiva solo tre hanno poi deciso di abbandonare i controlli e farsi curare, ndr) ci insegna che i malati ben informati vivono più serenamente e gestiscono al meglio le loro angosce». Infatti, se s’instaura un buon rapporto fra medico e paziente, la fiducia ha un valore duraturo nel tempo, capace di dare tranquillità a malati e familiari. Secondo gli specialisti, poi, è importante che il curante non solo ascolti i dubbi, ma solleciti domande da parte dell’interessato, che deve ricevere tutte le notizie necessarie. Infine, un ruolo chiave lo giocano anche coniugi e parenti: è infatti importante che chi sceglie la sorveglianza attiva senta che la sua decisione è condivisa dai propri cari, che possono così contribuire ad alleviare la pressione psicologica. (fonte: ilcorriere.it)

Una nuova terapia per la cura del melanoma 08/09/2009 17:28
Un team di ricercatori internazionali ha condotto uno studio, finanziato dalla Genetech, in cui si è scoperto come l'Hedgehog Pathway Inhibitor GDC-0449 in molti casi blocchi l'evoluzione del melanoma o ne riduca l'estensione locale e le metastasi. Gli scienziati del Sidney Kimmel Comprehensive Cancer Center, della Johns Hopkins University di Baltimora e il Karmanos Cancer Institute di Detroit, hanno osservato come la riduzione del tumore si sia resa evidente tramite i raggi X su 18 dei 33 pazienti oggetto dello studio. In più, vi sono stati benefici duraturi, miglioramento dei sintomi e assenza di ulteriore crescita del melanoma. Molti hanno beneficiato di una stabilizzazione della malattia, mentre soltanto 4 dei pazienti trattati hanno mostrato una progressione del cancro. Una anormale attivazione del percorso Hedgehog pare essere alla base dello sviluppo, la crescita e la sopravvivenza di numerosi tipi di cancro. Durante lo studio è stata utilizzata una sostanza dal nome ciclopamina, estratta dal Giglio, che mostra interessanti potenzialità nel bloccare l'Hedgehog. I risultati raggiunti per mezzo di questa terapia fanno ben sperare i ricercatori che sottolineano come sia efficace applicare le informazioni genetiche alla medicina e come questo apra nuovi spiragli per nuove mirate cure. (fonte: lastampa.it)

Dietrofront: gli antiossidanti non causano il melanoma 30/08/2009 13:44
La notizia di qualche settimana fa che Vitamina C, Vitamina E, beta carotene, selenio e zinco potessero aumentare il rischio di melanoma nelle donne è stata ridimensionata da un nuovo studio. Il primo avviso aveva allarmato molte persone poiché l'abitudine di assumere antiossidanti per mezzo di supplementi è particolarmente diffusa e sentire che questo poteva aumentare di 4 volte il rischio di sviluppare il temuto tumore della pelle, il melanoma, aveva fatto preoccupare. Ora, un nuovo studio ridimensiona nettamente l'allarme. I ricercatori del Kaiser Permanente Northern California di Oakland (Usa) hanno esaminato i dati relativi a 69.671 uomini e donne che hanno preso parte allo "Studio Vitamins and Lifestyle" (VITAL) promosso proprio per valutare il collegamento tra l'uso di supplementi alimentari con antiossidanti e il rischio di cancro. Il progetto, che ha preso il via nel 2000, ha previsto di raccogliere i dati, per due anni, relativi allo stile di vita, il tipo di dieta seguita, l'uso di eventuali integratori, la storia clinica e altri fattori di rischio per il cancro. I dati sono poi stati elaborati in seguito e il dr. Maryam M. Asgari e il suo team hanno scoperto che un'assunzione protratta per circa dieci anni di supplementi (tra cui proprio gli antiossidanti messi sotto accusa) non è stata associata al rischio di melanoma né nelle donne né negli uomini. I ricercatori, commentando i risultati hanno aggiunto: «Coerentemente con i risultati presenti, lo studio ha preso in esame dei livelli di beta carotene, vitamina E e selenio nel sangue non ha mostrato alcuna associazione con un conseguente rischio di melanoma. In più il "Nurses' Health Study" che non ha riportato alcuna associazione tra l'assunzione delle vitamine A, C ed E con il rischio di melanoma in 162mila donne durante il periodo di follow-up che ha coinvolto più di 1,6 milioni di persone in un anno». A fronte di questi risultati, gli scienziati suggeriscono come invece le cause del melanoma siano più che altro da ricercare in predisposizioni genetiche, esposizioni al sole e altri fattori. Ad esempio, sottolineano, il melanoma si può anche sviluppare internamente e, questo, non è da ricondurre unicamente a una esposizione ai raggi solari. E poi, gli antiossidanti sono stati collegati da altri studi nella prevenzione e nella riparazione del Dna dai danni causati dai raggi solari. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista "Archives of Dermatology". (fonte: lastampa.it)

Il matrimonio? Il segreto per "battere il cancro", non solo per smettere di fumare 30/08/2009 13:42
Ieri è uscita dalle Agenzie, e poi rimbalzata con grande enfasi su numerosi quotidiani, la notizia che l'uomo guadagna di più in salute sposandosi che non smettendo di fumare. Sì, è vero per l'uomo. Ma la donna? Per la donna, secondo lo studio, non ci sarebbero stati vantaggi. Ma, forse non è proprio così, e lo suggerisce un altro nuovo studio condotto dai ricercatori dell'Indiana University School of Medicine di Indianapolis che riguarda un problema molto serio, come quello del cancro. Secondo questo nuovo studio, infatti, le persone sposate, di entrambe i sessi, hanno maggiori probabilità di sopravvivere al cancro. Al contrario, i separati ne avrebbero molte meno poiché, secondo i ricercatori, lo stress a cui è sottoposto la persona che si separa intacca il sistema immunitario rendendolo più suscettibile agli attacchi del cancro. La ricerca, coordinata dal dr. Gwen Sprehn, ha preso in esame una massa imponente di dati ricavati dal database del Surveillance Epidemiology and End Results (SEER) basato sui rendiconti dei casi di cancro registrati negli Usa. Tutto questo per cercare le tendenze in termini di sopravvivenza tra i pazienti affetti da cancro che fossero separati, divorziati, vedovi e non sposati. Lo studio ha dimostrato che i rapporti personali hanno un ruolo significativo nella salute fisica: in particolare che i buoni rapporti sono positivi, mentre quelli scandenti sono deleteri. Nei casi di prognosi di cancro, poi, si è scoperto che chi è sposato vive più a lungo di chi è tornato a essere single. Nello specifico i ricercatori hanno valutato i tassi di sopravvivenza a 5 e 10 anni su un campione di 3,79 milioni di pazienti con diagnosi di tumore tra gli anni 1973 e il 2004. I dati hanno mostrato che tra le persone sposate il tasso di sopravvivenza era del 57,5 – 63,3%, mentre tra le persone separate era del 36,8 – 45,4%. Per quanto riguarda i vedovi la percentuale è del 40,9 – 47,2%; tra i divorziati del 45,6 – 52,4% e, infine, per chi non si è mai sposato tra il 51,7 e il 57,3%. Il dr. Sprehn, commentando i risultati ha suggerito come tra i più vulnerabili ci siano proprio le persone che stanno attraversando una separazione ed è su queste persone che bisogna porre le maggiori attenzioni, anche in fase di valutazione e identificazione dei rapporti tra stress e sopravvivenza. In questo modo si potrà agire tempestivamente per contribuire a migliorare le possibilità di sopravvivenza laddove manchi una relazione di coppia stabile e serena. Lo studio sarà pubblicato nel numero di novembre 2009 sulla rivista della American Cancer Society. (fonte: lastampa.it)

Una birra al giorno potrebbe causare il cancro 30/08/2009 13:41
Una ricerca condotta dai ricercatori dell’università canadese McGill ha messo in relazione il consumo assiduo di birra e alcolici con l’insorgere di alcune tipologie di tumori. È stata osservata una correlazione diretta tra il consumo di questi alcolici e i tumori che colpiscono i seguenti organi: esofago, stomaco, polmoni, pancreas, fegato e prostata. I risultati della ricerca sono emersi studiando 3600 uomini canadesi tra i 35 ed i 70 anni. In conclusione, quindi, è emerso che chi beve da una a sei volte a settimana ha una probabilità più elevata dell’83% di ammalarsi di tumore dell’esofago rispetto a chi non consuma alcolici. Inoltre, il rischio è tre volte più elevato per le persone che bevono quotidianamente. D’altra parte questo rischio non sembra essere presente nei bevitori di vino, che è legato però ad altre patologie. (fonte: bioblog.it)

Lettini abbronzanti e raggi Uva: Sono cancerogeni come il fumo 19/08/2009 11:53
Gli esperti in oncologia dell’Organizzazione mondiale delle Sanità hanno deciso di classificare i lettini abbronzanti e l’esposizione intensiva ai raggi ultravioletti nella categoria degli agenti cancerogeni più pericolosi. L’ha scritto la rivista scientifica “Lancet”. La nuova classificazione vuol dire che l’esposizione ai raggi Uva può causare il cancro alla stregua di tabacco, epatite-b, o sostanze chimiche come l’arsenico. Questo studio, che compila una ventina di studi precedenti, conclude che il rischio cancro alla pelle cresce del 75% tra chi ha fatto uso di lampade abbronzanti prima dell’età di 30 anni. Lo studio dovrebbe scoraggiare i giovani che ricorrono all’abbronzatura, soprattutto quella artificiale, in maniera eccessiva. (fonte: ilquotidiano.net)

Le insidie del panino: troppi insaccati per decenni espongono a rischio cancro 19/08/2009 11:52
Attenzione alle merende dei bambini, ma anche ai pranzi mordi e fuggi degli adulti: carne trattata e insaccati se usati per decenni in modo spropositato aumentano le probabilità di contrarre il cancro. È questo l'avvertimento degli esperti riportato oggi dal Guardian e dalla Bbc nella loro edizione on-line. Il World Cancer Research Fund (Wcrf) sollecita le famiglie a sostituire prosciutto e salumi con carne di pollo, pesce, formaggi a basso contenuto di grasso, pasta di ceci o piccole quantità di carne magra, quando preparano i panini da mettere negli zainetti dei ragazzi. «Metterci salame o prosciutto - spiega il Wcrf - può portare i ragazzi ad abitudini alimentari che aumentano il rischio per loro di sviluppare una forma di cancro più tardi nella loro vita». Lo scorso anno il Wcrf ha raccolto prove scientifiche convincenti che il consumo di carne conservata (insaccata o sotto sale) aumenta significativamente il rischio di cancro al colon. Anche se la ricerca è stata condotta sugli adulti, l'organizzazione pone ora l'accento sulla necessità che anche i bambini ne evitino il consumo e, con esso, le cattive abitudini alimentari. Anche la Uk's Food Standards agency mette in guardia dall'uso “troppo sovente” della carne lavorata per i panini. Già dal 1997 il World Cancer Research Found e l'American Institute for Cancer hanno diffuso indicazioni su uno stile nutrizionale che favorisca la prevenzione del cancro e di altre malattie croniche, con particolare riferimento alla cultura italiana e mediterranea. In particolare viene consigliato di scegliere prevalentemente alimenti di origine vegetale, con un'ampia varietà di verdure e di frutta, di legumi e di alimenti amidacei non o poco raffinati. Mantenersi in peso-forma e fisicamente attivi. Mangiare almeno 4 porzioni al giorno (pari a 600-800 grammi) di verdure o di frutta approfittando delle varietà stagionali. Basare l'alimentazione quotidiana su cereali e legumi e preferire prodotti che non abbiano subito importanti trattamenti industriali. Evitare il più possibile, invece, farine e zuccheri raffinati. Le bevande alcoliche sono sconsigliate. Per chi ne fa uso, l'invito è alla moderazione, soprattutto per le donne. L'uso abituale di carne rossa è sconsigliato: è preferibile consumare pesce e, più raramente, carni bianche o di animali selvatici. Limitare il consumo di grassi, soprattutto di origine animale. Bene, invece, piccole quantità di oli vegetali. Evitare il consumo di cibi conservati sotto sale e limitate per quanto possibile l'uso del sale per cucinare o per condire: privilegiare, al suo posto, l'uso delle erbe aromatiche. Non lasciare a lungo cibi deteriorabili a temperatura ambiente ma conservarli in frigorifero. Certi additivi alimentari possono essere pericolosi, così come i residui di diserbanti e insetticidi. Evitare poi il consumo abituale di carni o pesci cotti a elevate temperature, alla griglia o affumicati. Per chi segue queste raccomandazioni ogni integratore alimentare o supplemento vitaminico è inutile. (fonte: ilmessaggero.it)

I "nuovi" broccoli per ridurre il rischio di malattie cardiache e cancro 19/08/2009 11:51
Li hanno chiamati "Booster Broccoli" e sono i nuovi super broccoli che, a differenza di quelli "normali" contengono molte più vitamine e antiossidanti (fino al 40% in più) e pare che siano anche più dolci. Li hanno creati i ricercatori del Victoria's Department of Primary Industries (DPI) in Australia in collaborazione con il New Zealand Institute for Plant & Food Research e, secondo le intenzioni sarebbero stati prodotti proprio per contrastare e ridurre i casi di malattie cardiache e il cancro. Il dr. Rod Jones e il suo team hanno testato ben 400 varietà di broccoli - frutto di una partnership tra il DPI e diverse grandi aziende – e alla fine hanno selezionato quella che è stata ritenuta la migliore in quanto ritenuta più ricca di sostanze antiossidanti, in particolare il sulforafano, e da qui sono nati i Booster Broccoli. Con questo nuovo ortaggio possiamo fare del bene in più modi, hanno dichiarato gli scienziati. Miglioriamo la salute delle persone che possono consumare verdure di cui conosciamo bene i pregi e miglioriamo la rendita dei coltivatori che possono vendere a miglior prezzo questo prodotto "di marca". Booster Broccoli è prodotto dalla Vital Vegetables. (fonte: lastampa.it)

Dietrofront: gli antiossidanti non causano il melanoma 19/08/2009 11:50
La notizia di qualche settimana fa che Vitamina C, Vitamina E, beta carotene, selenio e zinco potessero aumentare il rischio di melanoma nelle donne è stata ridimensionata da un nuovo studio. Il primo avviso aveva allarmato molte persone poiché l'abitudine di assumere antiossidanti per mezzo di supplementi è particolarmente diffusa e sentire che questo poteva aumentare di 4 volte il rischio di sviluppare il temuto tumore della pelle, il melanoma, aveva fatto preoccupare. Ora, un nuovo studio ridimensiona nettamente l'allarme. I ricercatori del Kaiser Permanente Northern California di Oakland (Usa) hanno esaminato i dati relativi a 69.671 uomini e donne che hanno preso parte allo "Studio Vitamins and Lifestyle" (VITAL) promosso proprio per valutare il collegamento tra l'uso di supplementi alimentari con antiossidanti e il rischio di cancro. Il progetto, che ha preso il via nel 2000, ha previsto di raccogliere i dati, per due anni, relativi allo stile di vita, il tipo di dieta seguita, l'uso di eventuali integratori, la storia clinica e altri fattori di rischio per il cancro. I dati sono poi stati elaborati in seguito e il dr. Maryam M. Asgari e il suo team hanno scoperto che un'assunzione protratta per circa dieci anni di supplementi (tra cui proprio gli antiossidanti messi sotto accusa) non è stata associata al rischio di melanoma né nelle donne né negli uomini. I ricercatori, commentando i risultati hanno aggiunto: «Coerentemente con i risultati presenti, lo studio ha preso in esame dei livelli di beta carotene, vitamina E e selenio nel sangue non ha mostrato alcuna associazione con un conseguente rischio di melanoma. In più il "Nurses' Health Study" che non ha riportato alcuna associazione tra l'assunzione delle vitamine A, C ed E con il rischio di melanoma in 162mila donne durante il periodo di follow-up che ha coinvolto più di 1,6 milioni di persone in un anno». A fronte di questi risultati, gli scienziati suggeriscono come invece le cause del melanoma siano più che altro da ricercare in predisposizioni genetiche, esposizioni al sole e altri fattori. Ad esempio, sottolineano, il melanoma si può anche sviluppare internamente e, questo, non è da ricondurre unicamente a una esposizione ai raggi solari. E poi, gli antiossidanti sono stati collegati da altri studi nella prevenzione e nella riparazione del Dna dai danni causati dai raggi solari. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista "Archives of Dermatology". (fonte: lastampa.it)

Abbassare il colesterolo può aumentare il rischio di cancro 10/08/2009 14:26
La guerra al colesterolo scoppiata qualche anno fa, anziché eliminare il "nemico" delle arterie, potrebbe mietere delle vittime inaspettate: l'essere umano. L'inquietante allarme arriva direttamente dagli Stati Uniti e, più precisamente, dai ricercatori della Tufts University School of Medicine. Il colesterolo, in particolare quello definito "cattivo" è stato demonizzato e attaccato con tutte le armi possibili; tra queste ci sono numerosi farmaci e, proprio tra i consumatori di questi farmaci (statine) anticolesterolo, i ricercatori hanno scoperto un più alto numero di casi di cancro. I ricercatori sottolineano che, anche se non è chiaro il collegamento tra i farmaci e il cancro, è evidente che ridurre drasticamente i livelli di colesterolo mette a rischio cancro. L'idea che viene promossa dai produttori è che per combattere le malattie cardiache il modo migliore è quello di ridurre i livelli di LDL (il colesterolo "cattivo"), eppure il 75% delle persone che subiscono attacchi di cuore hanno normali livelli di colesterolo, fanno ancora notare i ricercatori. Il colesterolo, continuano gli scienziati, è uno degli elementi base dell'organismo: è necessario alla produzione di testosterone, alla costruzione e riparazione delle membrane cellulari, per la produzione della guaina protettiva delle cellule nervose… Privare il corpo in maniera drastica di questo elemento espone a tutta una serie di problemi di salute. Livelli molto bassi di colesterolo sono collegati a disturbi come debolezza muscolare, stanchezza, depressione, diminuzione del desiderio sessuale e confusione mentale. Questa nuova ricerca dimostra che ci potrebbero essere ancora più micidiali conseguenze. Quello che è importante, sottolinea lo studio, è che il livello di colesterolo HDL (quello "buono") sia alto; non importa se il livello totale è alto, l'importante che nella proporzione tra i due tipi di colesterolo, quello HDL sia in netta maggioranza. Questo può proteggere dalle malattie cardiovascolari. Per fare questo non è obbligatorio assumere dei farmaci, ma basterebbe, ad esempio, seguire una dieta corretta, priva di grassi dannosi e ricca di grassi benefici e elementi essenziali. Lo studio è stato pubblicato sul "Journal of the American College of Cardiology". (fonte: lastampa.it)

Individuata molecola chiave del cancro ai polmoni 01/08/2009 13:14
In uno studio condotto da ricercatori americani della Ohio State University Comprehensive Cancer Centre e del National Cancer Institute, è stata identificata una proteina che pare svolgere un ruolo chiave nello sviluppo del cancro ai polmoni. Secondo le analisi fatte su non-fumatori affetti da cancro ai polmoni è emerso che questi presentavano alti livelli di una molecola detta MIR-21 e modificazioni genetiche a carico del gene EGFR, una caratteristica tipica del cancro dei non-fumatori. Lo studio è stato condotto analizzando il tessuto malato in 28 casi di tumore ai polmoni e di tessuto sano di non-fumatori per stabilire le modificazioni nel microRNA. Le cellule tumorali hanno mostrato di avere livelli oltre la norma di microRNA e con un incremento di oltre il doppio di MIR-21. Questa scoperta potrebbe portare alla formulazione di nuove terapie per questo tipo di malattia anche in chi ha evidenti resistenze a certi tipi di farmaci, che risultano inefficaci nel 30% dei casi quando si presenti la mutazione del gene, ricorda il dr. Carlo M. Croce che ha coordinato lo studio. La possibilità di inibire la molecola MIR-21 potrebbe portare a terapie anti-EGFR più efficaci, conclude poi il dr. Croce. Lo studio è stato pubblicato sul "Proceedings Of The National Academy Of Sciences". (fonte: lastampa.it)

«Lampade solari cancerogene» 01/08/2009 13:13
Niente più dubbi. Le lampade abbronzanti sono cancerogene e, soprattutto se l’abitudine al lettino solare inizia da giovanissimi, aumentano notevolemente i rischi di tumore cutaneo, anche di una forma aggressiva come il melanoma. Sono le conclusioni dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), che ha deciso di alzare il livello di rischio delle apparecchiature Uv, passandole dalla categoria di «probabili cancerogeni» a quella di «cancerogeni per l’uomo». «PROVE SUFFICIENTI» - «L’analisi di oltre 20 studi epidemiologici dimostra che il rischio di melanoma aumenta del 75 per cento se l’uso delle apparecchiature abbronzanti inizia prima dei 30 anni» spiegano in un comunicato gli autori della revisione (20 ricercatori di nove paesi diversi). Non solo, risulta altrettanto evidente che le lampade espongono anche a rischi più elevati di melanoma oculare. «Tutto ciò – riassumono i ricercatori – rafforza le raccomandazioni dell’Oms di evitare lampade solari e proteggersi dall’esposizione eccessiva al sole». Il rapporto completo appare sul numero di agosto della rivista Lancet Oncology . C’E’ CHI RISCHIA DI PIÙ - Con la nuova classificazione, lettini e docce solari vanno dunque ad affiancare fattori di rischio come l’amianto, gli alcolici, il fumo, l’epatite o il radon (questi agenti, infatti, compaiono nella lista di cancerogeni «gruppo uno» dell’Iarc). Dire che sono fattori di rischio certi per i tumori significa anche dire che sono egualmente pericolosi? «Non direi – risponde Natale Cascinelli, referente del programma melanoma dell’Organizzazione mondiale della sanità -. L’amianto è pericoloso per tutti, così come le sigarette. I raggi Uv sono pericolosi soprattutto per chi appartiene al fototipo uno: pelle e occhi chiari, capelli rossi o biondi». E l’esempio classico è il «paradigma degli Scozzesi»: «In Scozia ci sono 13-15 casi di melanoma ogni 100mila abitanti. Fra gli scozzesi emigrati nel Queensland, «the sunshine state» in Australia, la cifra sale a 63 ogni 100mila, proprio per la combinazione micidiale fra caratteristiche genetiche e esposizione ambientale. In Europa l’incidenza del melanoma è massima in Scozia , Svezia e Norvegia, dove di certo non abbonda il sole, ed è invece più bassa nei paesi Mediterranei». LAMPADE PIU’ PERICOLOSE DEL SOLE? – Si parla spesso degli effetti benefici del sole, che fra le altre cose, stimola la produzione di vitamina D, alleata nella prevenzione di molte malattie, compresi alcuni tumori. Eppure l’Iarc classifica le radizioni solari come cancerogeni del gruppo 1 sin dal 1992. «Certo che il sole è un cancerogeno, quello mal preso, senza filtri e senza precauzioni – spiega Giovanni Leone, responsabile del servizio di fotodermatologia dell’Istituto San Gallicano di Roma –. In teoria il meccanismo di cancerogenesi è lo stesso per i raggi solari e per quelli delle lampade. Ma il sole fa parte del nostro ambiente naturale, ne abbiamo bisogno. Al contrario, le lampade sono uno strumento spinto dal mercato della bellezza. Emettono radiazioni Uva anche sette o otto volte superiori a quelle che si possono assorbire in una giornata di sole». Ma non aiutano a preparare la pelle alla spiaggia? «E’ una sciocchezza, una vecchia credenza. L’abbronzatura prodotta dagli Uva – prosegue Leone - non è protettiva, a differenza di quella solare, che è un fenomeno decisamente più completo. Se proprio le lampade si devono usare, che almeno ci siano informazione, controlli e prevenzione». VUOTO NORMATIVO – E non è solo il mondo scientifico a chiedere regole per l’industria del colorito dorato (13mila esercizi autorizzati più qualche migliaio non autorizzati, comprese apparecchiature sparse in hotel, palestre, negozi di parrucchieri), ma anche quello politico. A fine giugno, i senatori radicali-Pd Donatella Poretti e Marco Perduca hanno presentato un’interrogazione al ministro del Lavoro, Salute e Politiche Sociali Maurizio Sacconi e al ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola, ricordando che la legge sull’attività di estetista (legge n. 2 del 1990) prevedeva norme per regolare caratteristiche tecniche, cautele, modalità di regolazione e esercizio (compresa la formazione degli addetti) delle apparecchiature elettromeccaniche usate nei beauty center. Tali norme dovevano essere emanate entro 120 giorni dall’entrata in vigore della legge, invece sono passati 19 anni. Solo la Regione Piemonte ha prodotto nel 2003 un regolamento regionale che prevede sanzioni fino alla chiusura dell’attività. CHI CONTROLLA CHI? - Chi controlla che un quindicenne non si arrostisca in un lettino solare un giorno sì e uno no? E quanti gestori rimanderebbero indietro un cliente pel di carota? Alzi la mano chi non è mai entrato in un solarium andando dritto verso la cabina, senza che nessuno si sognasse di regolare prima tempi e intensità adatti. «Servono subito norme – insiste Giovanni Leone - che definiscano l’obbligo di qualifica per il personale che gestisce le attrezzature, di informazione all’utenza dei potenziali rischi, di selezione dell’utenza in base a fattori di rischio, come l’età e il tipo di pelle». NIENTE SOLARIUM PER I RAGAZZI – In Francia, oltre a promuovere controlli a tappeto sugli esercizi, è stato vietato ai minorenni l’uso dell’abbronzatura artificiale, come raccomandato da Oms e Unione Europea, mentre Germania e Gran Bretagna ci stanno pensando. Negli Stati Uniti le norme sono generalmente severe, sempre con un occhio di riguardo per i teenager. «Tanto più giovane è l’individuo, tanto meno i melanociti sono maturi e pronti a reagire alle radiazioni Uv» ammonisce Cascinelli. Meglio allora che i giovanissimi si accontentino del colorito di una giornata all’aperto. USARE LA TESTA – In generale vale l’invito al buon senso, ribadisce Cascinelli: «Quando si va a fare una lampada bisogna comportarsi come quando si prende il sole, occorre procedere con gradualità. Se una persona pallida dopo l’inverno ha fretta di abbronzarsi e fa un lettino da venti minuti è come se si sdraiasse al sole cocente di mezzogiorno! E le scottature sono un segnale d’allarme, sia al sole sia dall’estetista, da non sottovalutare». Meglio darsi una regolata e, in caso di dubbi, chiedere al dermatologo. (fonte: corriere.it)

Tumori, verso la chemioterapia di mantenimento? 01/08/2009 13:11
Usare la chemioterapia in modo continuativo, trattando i tumori come malattie croniche da tenere sotto controllo a vita: è questo uno degli obiettivi principali nella lotta al cancro. Il dibattito sui pro e i contro di una cura farmacologia prolungata a oltranza ha tenuto banco anche durante l’ultimo meeting annuale dell’American society of clinical oncology (tenutosi a maggio negli Stati Uniti), a cui hanno partecipato oltre 30mila oncologi e specialisti provenienti da tutto il mondo. Ora un articolo del New York Times rilancia l’argomento: «Ovviamente - ha dichiarato al quotidiano Usa Lawrence Einhorn, professore di medicina alla Indiana University - dietro al nuovo trend c’è anche la pressione delle case farmaceutiche affinché i loro prodotti vengano usati il prima e il più a lungo possibile». C’è, in effetti, un concetto-chiave da tenere presente: «Il farmaco giusto al paziente giusto», spiega Giorgio Cruciani, primario do Oncologia a Ravenna e past president del Collegio italiano dei primari oncologi medici ospedalieri (Cipomo). Solo così si risparmiano, oltre ai costi, trattamenti inutilmente tossici per malati che, invece, potrebbero beneficiare di altro. PER BLOCCARE LA CRESCITA DELLE METASTASI - Utilizzata finora principalmente nelle fasi acute, ovvero come «terapia d’urto» per bloccare la diffusione dei tumori e poi sospesa una volta ottenuto questo risultato, la chemioterapia – come suggerisce una serie di studi effettuati negli ultimi anni - porterebbe benefici aggiuntivi se somministrata anche come cura di mantenimento per le neoplasie in fase metastatica. Per prevenire le recidive della malattia prima che si manifestino e prolungare (anche per anni) la sopravvivenza dei pazienti. «Ma è necessario fare una premessa fondamentale – ribadisce Marco Venturini, direttore dell’Oncologia all’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negar (Verona) e segretario nazionale dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) -: la chemio di mantenimento si è dimostrata valida solo in casi specifici. Ovvero su determinati pazienti, con determinate tipologie di tumori. Altrimenti è troppo dispendiosa, sia per i pazienti che devono tollerare gli effetti collaterali dei farmaci, sia per il Servizio sanitario nazionale che paga cure costosissime inutilmente». POSSIBILE GRAZIE AI NUOVI FARMACI – Per molti anni le ricerche sulla chemio cronica non hanno portato a risultati interessanti. I trattamenti «a oltranza», infatti, risultavano non vantaggiosi per i pazienti dal punto di vista dei costi (in materia di tossicità dei medicinali) in confronto ai benefici che se ne potevano ricavare. Negli ultimi anni, invece, si sono aperte altre possibilità perchè i farmaci di nuova generazione (quelli a bersaglio molecolare, o farmaci target) sono meno dannosi e meglio tollerati dai malati. Inoltre cresce il numero dei preparati che possono essere presi per bocca, senza recarsi in ospedale per la chemio endovena: un fatto di non poca importanza se si tratta di seguire una terapia per molti anni. SEGNALI POSITIVI PER I TUMORI DEL SANGUE - «I dati sono particolarmente interessanti per alcune malattie onco-ematologiche e con farmaci biologici – commenta Giorgio Cruciani, primario di Oncologia a Ravenna e past president del Collegio italiano dei primari oncologi medici ospedalieri -. Ad esempio, al meeting Asco 2009 di Orlando, sono stati commentati i risultati a lungo termine di uno studio già pubblicato nel 2004 che dimostra come il mantenimento con rituximab è in grado di estendere la remissione nel linfoma follicolare. Infatti, fra i pazienti che rispondevano alla terapia, il gruppo sottoposto a sola osservazione ha avuto una remissione di 12 mesi, contro i circa 36 mesi dei malati trattati con rituximab a oltranza: dopo otto anni, il 35 per cento dei pazienti sottoposti a extended-rituximab era ancora in remissione. E – prosegue l’esperto - anche nel mieloma multiplo una terapia prolungata con inibitori del proteasoma sembra prolungare significativamente il tempo di progressione della malattia». COLON E MAMMELLA – Esistono poi gruppi di pazienti con carcinoma mammario o colonrettale metastatico nei quali sono stati dimostrati dei benefici. «Trastuzumab e lapatinib, ad esempio, sono efficaci nel ritardare la progressione della malattia nelle donne con un tumore del seno Her2 positivo, che sono circa il 15 per cento sul totale delle neoplasie mammarie», aggiunge Venturini. Le due molecole, ad oggi, vengono somministrate a questo gruppo di pazienti prima in associazione alla chemioterapia standard, e poi continuate da sole, finché non si verifica una ripresa della malattia. A quel punto s’interrompe la cura con una e s’inizia con l’altra. «Per quel che riguarda il colon – continua Venturini - sappiamo che può essere utile, sempre per rallentare l’evoluzione di una neoplasia metastatica, una terapia di mantenimento con cetuximab in quei pazienti che hanno il gene Kras non mutato (circa il 50-60 per cento del totale, ndr). E buoni segnali arrivano anche dal bevacizumab, per il quale però ancora non sappiamo su quale categoria di malati è utile». (fonte: corriere.it)

Un intenso esercizio fisico dimezza il rischio di cancro 01/08/2009 13:10
Il fatto che una regolare attività sportiva aiuti il benessere fisico generale è cosa nota. Oggi, però, arriva una nuova conferma del fatto che lo sport riduce significativamente le possibilità di ammalarsi di cancro. Ad affermarlo è uno studio finlandese pubblicato sul British Journal of Sports Medicine, secondo il quale il rischio di sviluppare tumori diminuisce sensibilmente - fino in alcuni casi a dimezzare – se si fanno 30 minuti di intenso esercizio quotidiano, grazie al consumo di ossigeno che questo comporta. SIAMO UN PAESE DI PIGRI – Una notizia che dovrebbe contribuire a invogliare anche gli italiani più pigri. Stando alle statistiche più recenti , infatti, sono più di 17 milioni gli sportivi in Italia, ma solo 3,5 milioni sono coloro che fanno agonismo e i tesserati di qualche federazione. Ben il 41 per cento dei connazionali, invece, non muove un dito. Sebbene sia ormai stato provato da diversi studi che l’attività fisica aiuta a prevenire molte malattie, quali diabete e obesità, cardiopatie e tumori: nella prevenzione del cancro del seno e del retto, ad esempio, il 30 per cento è dovuto alla buona attività fisica. E cifre alla mano, uno studio statunitense (pubblicato nel 2008 sul Journal of the National Cancer Institute) su 65 mila donne tra i 24 e i 42 anni aveva dimostrato che praticare sport fin dall’età dello sviluppo riduce del 23 per cento il rischio di un tumore mammario in pre-menopausa. LO STUDIO – Ora i ricercatori hanno seguito per circa 17 anni 2.560 uomini della Finlandia dell’est, di età compresa tra i 42 e i 61 anni, senza precedenti di cancro in famiglia. Misurando l’attività fisica in Met (ovvero l’equivalente metabolico del consumo di ossigeno) sembra che, in assenza di fattori influenzanti - come consumo il eccessivo di alcol e fumo o soprappeso -, coloro che arrivano a una media di 5.2 Met per circa 30 minuti al giorno dimezzano il rischio di cancro rispetto a chi fa meno attività sportiva. Secondo la ricerca, camminare per mezz’ora corrisponde a 4,2 Met, fare jogging equivale a 10,1, il giardinaggio fa consumare 4,3 Met e andare in bicicletta al lavoro 5,1. PREVENZIONE ANTICANCRO - Circa i due terzi delle neoplasie sono direttamente o indirettamente correlati con il tabacco e un regime alimentare non corretto. Teoricamente l’abolizione del fumo, una dieta più appropriata, una vita più sana in un ambiente meno inquinato possono drasticamente ridurre l’incidenza del cancro. Inoltre, numerosi esperti in oncologia ricordano che sarebbe buona regola fare almeno mezz’ora al giorno di esercizio, alternando lo sport alla semplice attività motoria (come passeggiare o salire le scale). Tutto questo con l’obiettivo di mantenere un peso corporeo desiderabile: molti studi, infatti, hanno provato come un’eccessiva introduzione calorica e l’obesità siano in relazione con un’aumentata mortalità per alcune neoplasie, tra le quali i tumori del colon, della mammella, dell’utero e della prostata. (fonte: corriere.it)

Mamma "anziana", bimbo a rischio cancro 19/07/2009 20:01
Il monito arriva dai pediatri dell'Università del Minnesota (Usa) che, tuttavia, ridimensionano l'allarme sottolineando che l'aumento del rischio è solamente "leggero". Secondo quanto dichiarato dal dr. Logan Spector, pediatra, infatti pare che il rischio che un bambino sviluppi una qualche forma di tumore durante l'infanzia è pressoché molto basso, tuttavia, precisa Logan, il rischio esiste ed è collegato alla maggiore età della mamma. Per capire come mai un numero sempre crescente di bambini si ammala di cancro negli Usa, i ricercatori hanno esaminato i dati relativi ai registri dell'anagrafe di alcuni stati come New York, Washington, Minnesota, Texas e California. Lo studio ha preso in esame 17.672 casi di cancro tra bambini di età compresa tra i 0 e i 14 anni e diagnosticati tra il 1980 e il 2004 e i record relativi a 57.966 bambini che invece non hanno sviluppato forme di cancro. Dai dati raccolti i ricercatori hanno notato che il rischio relativo alle sette più comuni patologie - come cancro alle ossa, leucemie e altri – è aumentato tra il 7 e il 10% in proporzione a un aumento di cinque anni in cinque anni nell'età della madre. Nonostante ciò, ricordano i ricercatori, dovranno essere fatte ulteriori ricerche per comprendere come e perché un aumento dell'età della mamma possa essere collegato a un maggior rischio di cancro nei bambini. Una prima ipotesi è quella che con l'età avanzata ci possano essere modifiche ormonali o dei mutamenti nel Dna degli ovuli che possono essere trasmesse al feto. I risultati sono stati pubblicati nel numero di luglio della rivista "Epidemiology". (fonte:lastampa.it)

Dalla Brachiterapia nuove speranze contro il tumore alla prostata 09/07/2009 20:15
Secondo uno studio pubblicato sulla rivista "International Journal of Radiation Oncology, Biology,Physics" che è l'organo ufficiale della American Society for Radiation Oncology, le persone che usufruiscono di un trattamento radioterapico con la brachiterapia, che non è tuttavia una terapia "nuova", possono contare sul fatto di non subire ricadute nell'arco di 10 anni, a patto che non l'abbiano avute entro i primi 5. I risultati ottenuti durante lo studio, condotto presso il Mount Sinai Medical Center Departments of Radiation Oncology and Urology di New York, fanno ben sperare; difatti tra i 742 pazienti affetti da carcinoma prostatico, a distanza di 5 anni dal trattamento, nessuno di questi ha avuto una ricaduta né ha sviluppato nuove metastasi o è morto di tumore alla prostata. Questi risultati sono stati ottenuti dopo aver sottoposto i pazienti a cure con la brachiterapia da sola o in concomitanza a terapie ormonali e radioterapia tradizionale. In seguito al test classico utilizzato come indicatore. Detto "antigene prostatico specifico" (PSA) si sono ottenute indicazioni sulla possibilità che nel 97% dei casi, a distanza di 10 anni dal trattamento, i pazienti non avrebbero subito ricadute o sviluppato il tumore. (fonte: lastampa.it)

Il cancro è "servito"… alla griglia 09/07/2009 20:14
L'allarme giunge dai dietologi dell'Anderson Cancer Center di Houston, in Texas. La carne e il pesce alla griglia possono essere cancerogeni. La dietista, dr.ssa Vicki Piper dell'Università del Texas, è stata chiara: dove c'è fumo, c'è rischio di cancro. E la carne che sgocciola bruciacchiando sulla brace o sulla griglia produce fumo. E, continua la dietista, questo avviene con qualsiasi tipo di carne, anche di pollo o pesce. In più, marinare la carne prima di grigliarla contribuisce a creare precursori chimici di agenti cancerogeni. L'ideale, suggerisce Piper, sarebbe fare una pre-cottura in casa in modo da togliere già un po' del grasso che oltre a fare meglio per la dieta, evita di provocare fiamme e fumo estremamente dannosi. In più, la carne è già stata sottoposta a un'alta temperatura e sopporta meglio quella altissima della griglia dato che, sottolinea la dr.ssa Piper, maggiore è la temperatura di cottura, più agenti cancerogeni sviluppa. Altri suggerimenti: per il barbecue è meglio utilizzare legno che brucia a minori temperature come i trucioli di pino; oliare la griglia aiuta a far attaccare ad essa il materiale carbonizzato anziché alla carne e poi l'olio aiuta a mantenere interi pollo e pesce; pulire accuratamente la griglia dopo l'uso evita che successivamente gli agenti cancerogeni attaccati siano trasferiti al nuovo cibo. (fonte: lastampa.it)

Danni del sole: le proprietà del tè verde in spray per prevenire il tumore alla pelle 09/07/2009 20:13
Le proprietà del tè verde sono ormai note e il suo potere antiossidante è tra i più apprezzati. Adesso si aggiunge alla lista dei benefici anche la capacità di intervenire positivamente nella prevenzione dei tumori alla pelle se usato sotto forma di spray, attualmente alla fase dei test clinici, prima e dopo l’esposizione solare. A Cleveland, nell’Ohio, si stanno studiando gli effetti immunitari dei polifenoli contenuti nel tè verde sulle cellule della pelle: un campione di volontari è stato sottoposto a esposizione ai raggi ultravioletti dopo un trattamento con spray al tè verde e le loro cellule si sono rivelate più resistenti ai danni provocati dai raggi UV rispetto a chi non aveva usufruito del trattamento. Ottime prospettive, dunque, nella prevenzione dei danni del sole. (fonte: benessereblog.it)

Cure soft per i tumori ginecologici 30/06/2009 23:10
L’ultima novità è un dispositivo del tutto simile alla spirale anticoncezionale, ma progettato per portare i farmaci direttamente nei pressi della massa tumorale, così da ottenere il massimo vantaggio terapeutico e il minimo disagio per la donna in chemioterapia. L’idea, ancora in fase sperimentale, è un brevetto messo a punto e depositato da Francesco Raspagliesi, direttore dell’Oncologia ginecologica dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano. E’ stata presentata al congresso nazionale della Società italiana di ginecologia oncologica tenutosi nel capoluogo lombardo dal 18 al 20 giugno, dove si è parlato di chirurgia conservativa, salvaguardia della fertilità e qualità di vita. Se il nuovo dispositivo intrauterino dimostrerà di funzionare, sarà la riprova che la parola d’ordine, contro i tumori femminili, è soprattutto una: leggerezza. LA «SPIRALE» ANTITUMORE – Si tratta di un piccolo cilindro da collocare all’interno della cervice uterina (proprio come accade con la spirale, o Iud), che rilascia sul posto i farmaci oncologici normalmente iniettati per via endovenosa (come taxolo, platino e topotecan). Il vantaggio? «Si può aumentare la concentrazione dei medicinali, che rilasciati localmente seguono le stesse vie di diffusione del tumore, riducendo i tempi della terapia e gli effetti tossici sistemici, come la nausea, il vomito o la caduta dei capelli» spiega Francesco Raspagliesi. Il meccanismo sembra semplice: il dispositivo intracervicale è rivestito di un polimero costituito da diversi strati di molecole che, come una spugna, trattengono i farmaci e poi, degradandosi lentamente, li rilasciano sul posto. CURE MENO INVASIVE - Per ora questo cavallo di Troia anticancro è stato provato su un numero limitato di pazienti e non risultano altri brevetti simili al mondo. Nei prossimi due anni, comunque, si lavorerà a un progetto sperimentale per determinare le dosi ottimali di chemioterapici e per sondare tutte le possibilità di utilizzo. «Le premesse sono buone – dice Raspagliesi – e la speranza è di poterlo usare, ad esempio, per evitare l’asportazione dell’utero in donne giovani con un carcinoma cervicale al di sotto dei quattro centimetri, oppure per rendere rimuovibile un tumore di grosse dimensioni, con una chemioterapia preoperatoria meno pesante di quella classica». BISTURI LEGGERO - Gli specialisti riuniti a convegno si sono confrontati anche su altre tecniche d’avanguardia, tutte all’insegna dell’approccio più rispettoso possibile al corpo femminile. La chirurgia «senza tagli», ovvero in laparoscopia, con l’inserimento degli strumenti tramite piccoli fori e la guida ecografia, trova sempre più spazio in ginecologia oncologica. «Nel nostro istituto e nei centri più avanzati ormai oltre un terzo degli interventi e il 40 per cento delle isterectomie (l’asportazione dell’utero) seguono questa modalità. E sono destinati ad aumentare – scommette Raspagliesi -. Contiamo, nei prossimi anni, di arrivare a trattare i carcinomi dell’endometrio solo in laparoscopia». TUTELARE SESSUALITA’ E FERTILITÀ - Altra frontiera è quella della chirurgia «nerve sparing» che, come già accade con gli interventi sulla prostata, consente quando possibile di effettuare isterectomie radicali impegnative senza danneggiare le vie nervose che regolano le funzioni sessuali, urinarie e intestinali. Si usa, anche nella pelvi come per la mammella e i melanomi, la tecnica del linfonodo sentinella, per individuare e asportare solo i linfonodi che possono essere intaccati dalla malattia e togliere gli altri solo se necessario. Al tempo stesso, si lavora per salvaguardare, almeno nelle donne più giovani, la possibilità di diventare mamme. «I tumori della cervice insorgono in media intorno ai 35 anni, un’età in cui oggi molte donne non hanno ancora avuto figli, ma spesso contano di averne – spiega Raspagliesi -. Per questo si persegue una chirurgia che salvi l’utero e almeno un ovaio, e si predilige una chemioterapia poco tossica alla radioterapia, più tradizionale ma più pericolosa per le funzioni riproduttive. Se la radioterapia non si può evitare, è possibile intervenire e spostare le ovaie al di fuori del campo di irradiazione limitando i danni nel 90-95 per cento delle pazienti». (fonte: ilcorriere.it)

Mangiare grassi animali può aumentare il rischio di cancro al pancreas 30/06/2009 23:09
Il cancro al pancreas è uno dei tipi di patologie più a rischio mortalità tra quelle conosciute. Riuscire a prevenirlo è senz’altro tra le azioni migliori che si possano compiere. Una di queste, potrebbe essere quella di assumere pochi grassi animali per mezzo di carne rossa e prodotti lattiero caseari. Questo è quanto suggerisce una nuova ricerca pubblicata sul "Journal of the National Cancer Institute". In questo nuovo studio, condotto dal dr. Rachael Z. Stolzenberg-Solomon della Divisione Cancer Epidemiology and Genetics presso il National Cancer Institute di Bethesda, sono stati analizzati i dati raccolti dal National Institutes of Health - AARP Diet and Health Study da più di 500mila persone. I partecipanti alla ricerca hanno dovuto compilare un questionario riguardante le abitudini alimentari tra il 1995 e il 1996, per poi essere seguiti per una media di 6 anni valutando lo stato di salute e le eventuali diagnosi di cancro al pancreas. Dai risultati è emerso che gli uomini e le donne che avevano consumato grandi quantità di grassi animali mostravano rispettivamente un tasso maggiore del 53% e 23% di casi di cancro pancreatico rispetto a coloro che consumavano meno grassi. In media, il rischio di tumore al pancreas era del 36% maggiore nei soggetti che consumavano molti grassi animali. I ricercatori hanno commentato i risultati suggerendo che vi sia una possibile correlazione tra l’assunzione di grassi animali da carne rossa e prodotti lattiero caseari nel maggiore rischio di cancro pancreatico. Al contrario non vi sono evidenze di sorta nell’assunzione di grassi polinsaturi da fonti vegetali. (fonte: lastampa.it)

Tumori, batteri come "cavalli di Troia" per aggredire cellule malate 30/06/2009 23:08
Ricercatori australiani hanno scoperto e sperimentato una maniera per superare la resistenza dei tumori ai farmaci, usando nanoparticelle come “cavalli di Troia”, per somministrare agenti terapeutici alle cellule cancerose e ucciderle. La nuova tecnica, sperimentata su topi e descritta sulla rivista Nature Biotechnology, consente di colpire direttamente con chemioterapia solo le cellule cancerose, come alternativa al trattamento corrente in cui i farmaci, iniettati nel paziente, attaccano anche le cellule sane. In una prima fase le particelle, o minicellule, ricavate da batteri da cui è stato rimosso il materiale genetico, penetrano nelle cellule cancerose e le disarmano rilasciando molecole di acido ribonucleico. Queste disattivano la produzione delle proteine che rendono le cellule cancerose resistenti alla chemioterapia. In una seconda ondata una settimana dopo, le minicellule chiamate EDV (EnGeneIC Delivery Vehicle), caricate con farmaci anticancro, vengono accettate nelle cellule cancerose e le uccidono. «Il bello è che le nostre EDV operano come 'cavalli di Troia. Arrivano alle porte delle cellule malate e viene sempre permesso loro di entrare», scrive la professor Jennifer MacDiarmid, coautrice dello studio. «Così battiamo le cellule maligne al loro stesso gioco. Loro attivano il gene che produce la proteina per resistere ai farmaci, e noi disattiviamo il gene in modo che i farmaci possano entrare». Le sperimentazioni umane inizieranno la prossima settimana presso il Cancer Centre del Royal Melbourne Hospital con la collaborazione di scienziati dell'università di Melbourne, su pazienti di tumori solidi alla testa, al collo, ai polmoni, fegato e colon. MacDiarmid ha osservato che le cellule cancerose resistenti ai farmaci sono la più grande minaccia alla sopravvivenza di lungo termine dei pazienti di cancro. Mentre i farmaci uccidono la maggior parte delle cellule malate, un piccolo numero di cellule cancerose può produrre proteine che le rendono resistenti alla chemioterapia. I tumori diventano così intrattabili e continuano a prosperare, uccidendo il paziente. (fonte: ilmessaggero.it)

Il tè verde attivo nel ridurre la progressione del cancro alla prostata 23/06/2009 17:37
Ancora il tè verde protagonista di un nuovo studio grazie ai suoi numerosi effetti sulla salute. Questa volta a dichiarare che le sostanze contenute in questa pianta possono rallentare il carcinoma della prostata, sono ricercatori statunitensi della Louisiana. Secondo questo nuovo studio condotto da un team di ricercatori del "Weiller Cancer Center, Louisiana State University Health Sciences Center-Shreveport", coordinati dal dr. James A. Cardelli, gli uomini che consumano tè verde mostrano una riduzione nel siero dei bio-marcatori predittivi la progressione del tumore. Lo studio è stato eseguito su 26 uomini di età compresa tra i 41 e i 72 anni, tutti con diagnosi di carcinoma della prostata e con in previsione l'asportazione della prostata (prostatectomia radicale). Ai pazienti sono stati fatte assumere quattro capsule al giorno contenenti Polyphenon E, che equivalgono, come concentrazione di elementi, a circa 12 tazze di tè verde mediamente concentrato. La supplementazione è durata in tutto 73 giorni. Tuttavia, alcuni pazienti ne hanno beneficiato per soli 12 giorni, altri di più. Nel totale la media è stata di 34,5 giorni, fino al giorno prima dell’intervento chirurgico. Le analisi condotte al termine della ricerca hanno evidenziato una significativa riduzione del livello dei marcatori. In alcun pazienti ha addirittura sfiorato il 30%. Purtroppo, dichiarano gli scienziati, questo studio non è stato randomizzato; cosa che avrebbe dato la possibilità di essere certi che i buoni risultati sono imputabili unicamente al tè verde e non ad altri fattori come una modifica in positivo dello stile di vita o altri. (fonte: lastampa.it)

Prostata: farmaco killer contro il cancro. Ora operabili anche le neoplasie gravi 23/06/2009 17:35
Speranze da un nuovo farmaco contro il cancro alla prostata testato dai ricercatori della statunitense Mayo Clinic, in Minnesota. Tre uomini con neoplasia in stato avanzato hanno avuto risultati talmente brillanti, a detta dei ricercatori capitanati da Eugene Kwon, che ora sarà possibile operarli, nonostante la malattia fosse giunta ad una fase che sbarrava ai tre pazienti le porte della sala operatoria. Quando al cancro alla prostata avanza troppo, superando i confini stessi della ghiandola, l’intervento chirurgico diventa una strada che gli addetti ai lavori preferiscono non percorrere. Si passa, in questi casi, alle cure palliative, attendendo che la malattia faccia il suo corso. Nel caso dei tre uomini su cui il farmaco, un anticorpo monoclonale che stimola il sistema immunitario, ha avuto «risultati straordinari», il tumore si è ridotto a tal punto che i tre hanno potuto sottoporsi all’intervento per rimuovere la neoplasia. E il primo trial su 108 pazienti ha mostrato risultati talmente positivi, assicurano i ricercatori, che si è ora deciso di passare a un altro studio su 30 volontari per testare dosi più alte del ritrovato. Una ricerca che accende speranze, soprattutto considerando che sono ben poche attualmente le terapie che consentono di intervenire sulla malattia in stato avanzato. Il farmaco «rappresenta il Santo Graal della ricerca sul cancro alla prostata -afferma Kwon, usando una metafora leggendaria, sulle pagine dell’Independent- eravamo sulle sue tracce da anni». «Non avevamo mai assistito a nulla di simile prima d’ora -gli fa eco Michael Blute, un chirurgo coinvolto nella ricerca- ho avuto difficoltà, dopo la terapia, a individuare il cancro da rimuovere». Ma sulle pagine della Bbc online, John Neate, chief executive del Prostare Cancer Charity, invita alla prudenza. «Va ricordato -sottolinea- che si tratta di risultati preliminari. Vanno condotti studi su larga scala per vedere se si tratta di esiti replicabili. Se lo fossero - riconosce - non c’è dubbio che avremmo stanato una strada estremamente promettente». (fonte: quotidianonet.com)

Il super test del sangue per i tumori 14/06/2009 12:14
Da un campione di sangue si può conoscere l'aggressività di un tumore. In base alle cellule «malate» presenti: per il tumore al seno e per quello alla prostata il numero è 5, per il colon è 3. Che cosa significa? Nel cancro al seno, per esempio: se le cellule tumorali circolanti nel sangue sono da zero a 4 non è aggressivo, se sono 5 o più allora lo è. Finora il termine «aggressivo» era statistico. Di facile comprensione per i pazienti, ma non misurabile. Oggi, grazie a una macchina «leggi sangue», diventa misurabile scientificamente. Gli studi, in vari centri del mondo, stanno individuando il numero magico per ogni tumore. Non solo. Un domani si potranno individuare le cellule staminali del tumore: «insensibili» alle cure e capaci, se presenti, di innescare metastasi e di far «riapparire» il male anche quando sembra sconfitto. Questo è il tema di Pier Giuseppe Pelicci nello Ieo day 2009 di lunedì 8 giugno, «vetrina» dell'Istituto milanese guidato da Umberto Veronesi. I dati sulle cellule tumorali circolanti nel sangue sono uno dei «fiori all'occhiello» dell'Istituto europeo di oncologia di via Ripamonti. Ne parlerà Maria Teresa Sandri, direttore della Medicina di laboratorio, che allo Ieo day annuncerà anche la ricerca appena avviata per caratterizzare, con questo esame del sangue, le cellule tumorali isolate e «vedere» se esprimono determinati «agganci» di superficie (recettori) bersaglio dei farmaci intelligenti. La cura mirata, «personalizzata», di cui si è parlato all'Asco (il congresso degli oncologi americani) di Orlando, avrà in questo esame di laboratorio il miglior complice. LA «MACCHINA» - Il campione di sangue prelevato dal paziente si affida alla nuova macchina che in tre ore e mezza, grazie ad appositi reagenti, seleziona le cellule tumorali poi esaminate al microscopio a fluorescenza: si vede se sono tumorali, quante sono, se sono morte o vive. Le morte non fanno numero. Messa a punto negli Stati Uniti 6-7 anni fa, approvata dall'agenzia americana del farmaco (Fda) nel 2008, la strumentazione (classificata l'anno scorso dalla Cleveland Clinic tra le 10 apparecchiature più innovative in ambito medico-scientifico) è stata finora utilizzata per «tarare» i possibili esami. In Italia è anche a Padova, Prato, Brescia e Napoli. A Roma è arrivata ma non è ancora operativa. Solo negli Stati Uniti, ma in pochi centri, l'esame del sangue per conoscere l'aggressività del tumore è già entrato nella routine clinica. Presto dovrebbe essere lo stesso in Italia e in Europa. «La rilevazione della presenza delle cellule tumorali circolanti nel sangue — spiega Maria Teresa Sandri — permette una valutazione della prognosi del tumore e offre una fotografia dello stato della malattia, permettendo all'oncologo una gestione terapeutica più mirata ed efficace. Evitando i trattamenti inutili. Da noi questa tecnica è utilizzata da circa quattro anni nell'ambito di diversi protocolli di ricerca clinica». I RISULTATI - I risultati di questi studi saranno illustrati durante lo Ieo day dalla Sandri. In sintesi? «In Istituto abbiamo analizzato circa 300 pazienti con tumore al seno, 50 pazienti con tumore alla prostata e 20 con tumori al colon. I risultati confermano che la presenza e la persistenza di cellule tumorali circolanti in prelievi di sangue eseguiti nel tempo sullo stesso paziente indicano una malattia più aggressiva e più resistente ai farmaci. In America è appena iniziato uno studio in pazienti affette da tumore della mammella metastatico, nelle quali la terapia può venire precocemente variata sulla base della persistenza di cellule tumorali circolanti». Lo Ieo day 2009 è anche compleanno: l'Istituto fondato da Veronesi celebra i 15 anni di attività. Interverranno: il viceministro Ferruccio Fazio, il governatori Roberto Formigoni, l'Assessore regionale alla sanità Luigi Bersani e l'Assessore alla salute del Comune Landi di Chiavenna. Oltre al presidente dello Ieo Carlo Buora e all'amministratore delegato Carlo Ciani. Umberto Veronesi, padrone di casa, festeggerà il suo Ieo raccontando i «15 anni di ricerca e cura», le scoperte fatte e le prospettive future. Infine l'annuncio della «Scuola di chirurgia robotica», diretta da Bernardo Rocco. (fonte: ilcorriere.it)

Tumori del seno: alcuni antidepressivi possono intralciare la terapia 14/06/2009 12:13
Alcuni fra i farmaci più usati contro depressione e «vampate» rischiano di diventare un boomerang per le donne che, dopo aver rimosso con successo un carcinoma mammario, seguono una cura antiricaduta con tamoxifene. Dal meeting annuale dell’American society of clinical oncology (Asco), il più importante appuntamento mondiale per l’oncologia clinica, arriva la conferma che i certi casi il mix di farmaci porta a un rischio di recidive quasi raddoppiato. SORVEGLIATI SPECIALI – Gli antidepressivi in questione sono medicinali piuttosto diffusi, appartenenti alla famiglia degli Ssri (selective serotonine reuptake inhibitors), che agiscono sui meccanismi di attivazione della serotonina. Comprendono molecole come la fluoxetina, la paroxetina e la sertralina . Da tempo la loro interazione con il tamoxifene era tenuta d’occhio dagli esperti, ma senza che ci fossero prove delle eventuali conseguenze per le pazienti. LO STUDIO – I ricercatori dell’Indiana University hanno seguito 1.300 donne per due anni, dal momento in cui hanno iniziato a prendere il tamoxifene in avanti. La terapia viene prescritta alle donne operate per tumore del seno per abbattere il rischio che la malattia si ripresenti. Ma le percentuali di successo si sono rivelate più basse della media fra le donne che assumevano anche una classe particolare di Ssri, diretti contro un microenzima chiamato CYP2D6. Per loro, il tasso di recidiva nell’arco dei due anni è stato del 16 per cento, contro il 7,5 di chi prendeva solo tamoxifene. Nessuna differenza, invece, per le pazienti in cura con antidepressivi che non agiscono su CYP2D6, come citalopram, escitalopram o fluvoxamina. UNA DONNA SU TRE - «Questi dati sono importanti perché parliamo di terapie diffuse e di malattie diffuse. Se ben utilizzate, le cure possono aiutare molto le pazienti» commenta Paolo Pronzato, direttore dell’oncologia medica dell’Istituto nazionale per la ricerca sul cancro di Genova. Negli Stati Uniti, circa il 30 per cento delle donne in cura ormonale dopo un cancro al seno prende antidepressivi. «In Italia ci sono 500mila donne che hanno avuto una diagnosi di tumore della mammella. Hanno attraversato momenti difficili e possono avere segni di depressione, che va curata a dovere». AFFIDARSI AL MEDICO – E non c’è solo la depressione. «Gli Ssri portano anche un beneficio contro alcuni sintomi tipici della terapia ormonale, come le vampate – prosegue Pronzato - . Inutile e fuorviante, quindi, demonizzare i farmaci, che vanno piuttosto gestiti al meglio per ogni singola paziente. Se è il caso, si possono scegliere alternative al tamoxifen (come gli inibitori dell’aromatasi) e ai Ssri che agiscono sulla proteina incriminata». Ecco perché è fondamentale che la mano destra sappia cosa fa la sinistro, ovvero che oncologo, medico di famiglia e psichiatra lavorino sempre in squadra, evitando di prescrivere farmaci senza conoscere le terapie concomitanti o tenerne conto. (fonte: ilcorriere.it)

Scoperta una possibilità di fermare il cancro al cervello 14/06/2009 12:12
Scienziati britannici hanno scoperto un possibile modo per fermare la diffusione del cancro nel cervello. Lo studio, condotto da ricercatori dell'Università di Oxford, grazie a un finanziamento del Cancer Research UK, del Medical Research Council e del National Institutes of Health, ha voluto indagare su come esattamente si sviluppa e cresce il cancro. Dalle analisi condotte hanno potuto constatare che il tumore alimenta se stesso dirottando letteralmente i vasi sanguigni per ottenere il nutrimento necessario per crescere. In questo modo i ricercatori, guidati dal dr. Shawn Carbonell, hanno scoperto che le cellule del cancro metastatico iniziano a crescere sulle pareti dei vasi sanguigni nel cervello in oltre il 95% dei casi, e non sulle cellule nervose come si pensava. La "chiave" di tutto questo, secondo gli scienziati, potrebbe essere una proteina detta Integrina che consentirebbe alle cellule tumorali di aderire ai vasi sanguigni. Da questa importante scoperta i ricercatori ora pensano che si potrebbe provare a intervenire con i farmaci per attaccare questa proteina in modo che le cellule cancerogene non possano alimentarsi e moltiplicarsi. (fonte: lastampa.it)

Tumore al pancreas, 30 minuti per rimuoverlo 14/06/2009 12:11
Bastano solo 30 minuti, tre sedute da 10 minuti l'una, per rimuovere il tumore al pancreas. Grazie ad una tecnica poco invasiva, presso il Policlinico San Matteo di Pavia, in un'anziana paziente si è riusciti a distruggere un tumore al pancreas in mezz'ora. La notizia del buon esito di questa nuova tecnica sperimentale è stata data in questi giorni (Giugno 2009). Il professor Sandro Rossi, medico che ha eseguito l'intervento e direttore della Struttura di medicina VI ed ecografia interventistica, spiega che per la prima volta si è operato un tumore al pancreas per via percutanea (una tecnica chirurgica a basso impatto sul paziente conosciuta anche come tecnica mininvasiva). L'esperto spiega che si è applicato un trattamento di termoablazione per via percutanea, una tecnica che fino a questo momento era stata applicata solo a tumori del polmone e dei reni. Aiutati da un'ecografia si inserisce nel tumore un elettrodo attraverso il quale si emanano onde ad alta frequenza che bruciano letteralmente il tessuto tumorale. La procedura standard prevede l'asportazione chirurgica della testa del pancreas. Con le tecniche tradizionali, nel periodo immediatamente precedente e in quello successivo all'intervento, la mortalità è di circa il 10 per cento e i tempi di degenza sono piuttosto lunghi. Nel caso della paziente in questione sono invece bastate tre sedute in anestesia locale. Il tumore asportato aveva raggiunto la dimensione di 2 centimetri e già nel corso della prima applicazione è stata distrutta il 90 per cento della massa malata. Il tumore al pancreas è uno dei più aggressivi che si conoscano. Se non curato in tempo non lascia nessuno scampo all'individuo colpito (la sopravvivenza dopo 5 anni è vicina a zero). Il professor Sandro Rossi spiega che non tutte le forme di tumore al pancreas possono essere curate con questa tecnica, la paziente è stata fortunata perché era affetta da un tipo di tumore che non dà facilmente metastasi, contrariamente a quanto accade di solito. In certi casi il rischio che frammenti del tumore si stacchino e si reinstallino in altre parti del corpo è troppo alto. Lo staff del professor Rossi adopera già da tempo delle tecniche innovative, negli ultimi 7 anni ha trattato con tecniche mini-invasive oltre mille pazienti affetti da tumore epatico di cui circa due terzi con tumore primitivo (carcinoma epatocellulare) ed un terzo con metastasi epatiche da carcinoma del colon. (fonte: universonline.it)

Da un nuovo farmaco le speranze per la cura del melanoma 14/06/2009 12:10
Il melanoma fa meno paura: un gruppo di ricercatori che lavora per la Roche è riuscito a mettere a punto un farmaco che aggredisce questo letale tumore della pelle nella sua forma più avanzata, spesso incurabile. Il farmaco, ancora in fase sperimentale, è stato ribattezzato PLX4032 (R7204) e potrebbe allungare la vita di molti pazienti affetti dal melanoma, ritardando la diffusione e la progressione della malattia, come emerso dai dati di un primo trial presentati dalla Roche e dal suo partner in questa ricerca, la Plexxikon, all’incontro dell’American Society of Clinical Oncology in Florida, negli Stati Uniti. Il PLX4032 funziona scovando e distruggendo le cellule tumorali portatrici della mutazione BRAF presente nel 60% dei melanomi maligni. Questo non solo aiuta a ridurre il tumore ma ritarda la sua diffusione. Attualmente solo il 5% dei pazienti il cui tumore si è diffuso in altre aree del corpo sopravvive più di due anni. Lo studio di fase I ha coinvolto 16 pazienti con melanoma BRAF-positivo e in più della metà l’estensione del tumore si è ridotta di almeno il 30%. Grazie al PLX4032 i pazienti sono vissuti per sei mesi senza che la malattia progredisse e in più della metà il tumore si è notevolmente ridotto. La Roche e la Plexxikon stanno ora progettando dei trial più vasti per studiare la sicurezza del farmaco e individuare il dosaggio più efficace. Gli esperti hanno ricordato che il melanoma è più facile da curare se diagnosticato tempestivamente. Per questo, è bene controllare i nei e riferire al medico ogni eventuale anomalia (modifica nella forma, dimensione, colore di un neo). Inoltre, occorre evitare un’eccessiva esposizione ai raggi ultravioletti: il sole è il fattore di rischio principale - e facilmente evitabile - perchè causa cambiamenti genetici nella pelle. (fonte: quotidiano.net)

Sconfitta la «triplice resistenza» dei tumori al seno 09/06/2009 15:09
Sono la bestia nera degli oncologi, ma stanno per essere domati: parliamo dei tumori al seno «triplo-negativi», così chiamati perché non hanno i tre classici bersagli che possono essere colpiti dai farmaci. E cioè: i recettori per gli ormoni estrogeni e progestinici e il recettore Her 2 (quello contro cui sono diretti i nuovi farmaci intelligenti). Questa loro triplice resistenza li rende particolarmente difficili da controllare e l’unica soluzione di terapia sono i classici chemioterapici. Almeno finora. Ma una nuova categoria di composti, diversa da tutte le altre, e presentata con una serie di studi a Orlando in occasione del meeting annuale degli oncologi americani (Asco), sembra davvero promettente: si chiamanoParp-inibitori (la sigla Parp indica un enzima che ripara i danni del Dna). L’EREDITARIETÀ - «Questi tumori – spiega Luca Gianni dell’Istituto Tumori di Milano – crescono rapidamente, sono aggressivi e non danno grandi speranze di sopravvivenza. Non sono frequentissimi, ma rappresentano pur sempre un quindici per cento di tutti i tumori alla mammella». I tumori triplo-negativi comprendono anche una quota di forme familiari, quelle che si ereditano e che sono legate alla mutazione dei geni Brca1 e 2 (geni che interferiscono con la capacità di riparazione del Dna delle cellule tumorali). «Se le cellule del tumore - spiega Gianni – acquisiscono la capacità di “autoripararsi” diventano anche resistenti ai chemioterapici: questi ultimi, infatti, funzionano proprio perché danneggiano il Dna della cellula e ne provocano la morte». Una volta individuato l’enzima-chiave di questi processi riparativi, appunto il Parp, i ricercatori hanno potuto costruire farmaci diretti contro il nuovo bersaglio: i Parp-inibitori, capaci di bloccare l’enzima e, quindi, la crescita del tumore. I RISULTATI - «I Parp inibitori – continua Gianni – funzionano se associati ai vecchi chemioterapici, come il cisplatino o la ciclofosfamide: bloccando i meccanismi di riparazione del Dna, danno il via libera all’azione tossica di questi ultimi». All’Asco sono stati presentati i risultati di due studi con questi nuovi farmaci (ce ne sono cinque o sei in sperimentazione) in diverse combinazioni. Il primo condotto dal Bayor-Charles A. Sammons Cancer Center di Dallas, il secondo dal Kings College di Londra. Entrambi hanno dimostrato una maggiore sopravvivenza nelle donne trattate con il farmaco rispetto a quelle in chemioterapia soltanto (sopravvivenza che gli oncologi hanno definito «rilevante da un punto di vista clinico»: in qualche caso ha superato i sei mesi) e una riduzione delle dimensioni del tumore. CANCRO ALL’OVAIO - «I risultati – ha commentato Andrew Tutt del Kings College – sono incoraggianti, ma andranno verificati con altri studi su un numero più grande di pazienti». Un altro piccolissimo studio ha dimostrato che uno di questi farmaci, sempre appartenenti alla categoria dei Parp-inibitori, funziona anche in certe forme di cancro all’ovaio dove è presente un’alterazione dei geni Brca. (fonte: corriere.it)

Il super test del sangue per i tumori 09/06/2009 15:06
Da un campione di sangue si può conoscere l'aggressività di un tumore. In base alle cellule «malate» presenti: per il tumore al seno e per quello alla prostata il numero è 5, per il colon è 3. Che cosa significa? Nel cancro al seno, per esempio: se le cellule tumorali circolanti nel sangue sono da zero a 4 non è aggressivo, se sono 5 o più allora lo è. Finora il termine «aggressivo» era statistico. Di facile comprensione per i pazienti, ma non misurabile. Oggi, grazie a una macchina «leggi sangue», diventa misurabile scientificamente. Gli studi, in vari centri del mondo, stanno individuando il numero magico per ogni tumore. Non solo. Un domani si potranno individuare le cellule staminali del tumore: «insensibili» alle cure e capaci, se presenti, di innescare metastasi e di far «riapparire» il male anche quando sembra sconfitto. Questo è il tema di Pier Giuseppe Pelicci nello Ieo day 2009 di lunedì 8 giugno, «vetrina» dell'Istituto milanese guidato da Umberto Veronesi. I dati sulle cellule tumorali circolanti nel sangue sono uno dei «fiori all'occhiello» dell'Istituto europeo di oncologia di via Ripamonti. Ne parlerà Maria Teresa Sandri, direttore della Medicina di laboratorio, che allo Ieo day annuncerà anche la ricerca appena avviata per caratterizzare, con questo esame del sangue, le cellule tumorali isolate e «vedere» se esprimono determinati «agganci» di superficie (recettori) bersaglio dei farmaci intelligenti. La cura mirata, «personalizzata», di cui si è parlato all'Asco (il congresso degli oncologi americani) di Orlando, avrà in questo esame di laboratorio il miglior complice. LA «MACCHINA» - Il campione di sangue prelevato dal paziente si affida alla nuova macchina che in tre ore e mezza, grazie ad appositi reagenti, seleziona le cellule tumorali poi esaminate al microscopio a fluorescenza: si vede se sono tumorali, quante sono, se sono morte o vive. Le morte non fanno numero. Messa a punto negli Stati Uniti 6-7 anni fa, approvata dall'agenzia americana del farmaco (Fda) nel 2008, la strumentazione (classificata l'anno scorso dalla Cleveland Clinic tra le 10 apparecchiature più innovative in ambito medico-scientifico) è stata finora utilizzata per «tarare» i possibili esami. In Italia è anche a Padova, Prato, Brescia e Napoli. A Roma è arrivata ma non è ancora operativa. Solo negli Stati Uniti, ma in pochi centri, l'esame del sangue per conoscere l'aggressività del tumore è già entrato nella routine clinica. Presto dovrebbe essere lo stesso in Italia e in Europa. «La rilevazione della presenza delle cellule tumorali circolanti nel sangue — spiega Maria Teresa Sandri — permette una valutazione della prognosi del tumore e offre una fotografia dello stato della malattia, permettendo all'oncologo una gestione terapeutica più mirata ed efficace. Evitando i trattamenti inutili. Da noi questa tecnica è utilizzata da circa quattro anni nell'ambito di diversi protocolli di ricerca clinica». I RISULTATI - I risultati di questi studi saranno illustrati durante lo Ieo day dalla Sandri. In sintesi? «In Istituto abbiamo analizzato circa 300 pazienti con tumore al seno, 50 pazienti con tumore alla prostata e 20 con tumori al colon. I risultati confermano che la presenza e la persistenza di cellule tumorali circolanti in prelievi di sangue eseguiti nel tempo sullo stesso paziente indicano una malattia più aggressiva e più resistente ai farmaci. In America è appena iniziato uno studio in pazienti affette da tumore della mammella metastatico, nelle quali la terapia può venire precocemente variata sulla base della persistenza di cellule tumorali circolanti». Lo Ieo day 2009 è anche compleanno: l'Istituto fondato da Veronesi celebra i 15 anni di attività. Interverranno: il viceministro Ferruccio Fazio, il governatori Roberto Formigoni, l'Assessore regionale alla sanità Luigi Bersani e l'Assessore alla salute del Comune Landi di Chiavenna. Oltre al presidente dello Ieo Carlo Buora e all'amministratore delegato Carlo Ciani. Umberto Veronesi, padrone di casa, festeggerà il suo Ieo raccontando i «15 anni di ricerca e cura», le scoperte fatte e le prospettive future. Infine l'annuncio della «Scuola di chirurgia robotica», diretta da Bernardo Rocco. (fonte: ilcorriere.it)

Da un nuovo farmaco le speranze per la cura del melanoma 09/06/2009 15:05
Il melanoma fa meno paura: un gruppo di ricercatori che lavora per la Roche è riuscito a mettere a punto un farmaco che aggredisce questo letale tumore della pelle nella sua forma più avanzata, spesso incurabile. Il farmaco, ancora in fase sperimentale, è stato ribattezzato PLX4032 (R7204) e potrebbe allungare la vita di molti pazienti affetti dal melanoma, ritardando la diffusione e la progressione della malattia, come emerso dai dati di un primo trial presentati dalla Roche e dal suo partner in questa ricerca, la Plexxikon, all’incontro dell’American Society of Clinical Oncology in Florida, negli Stati Uniti. Il PLX4032 funziona scovando e distruggendo le cellule tumorali portatrici della mutazione BRAF presente nel 60% dei melanomi maligni. Questo non solo aiuta a ridurre il tumore ma ritarda la sua diffusione. Attualmente solo il 5% dei pazienti il cui tumore si è diffuso in altre aree del corpo sopravvive più di due anni. Lo studio di fase I ha coinvolto 16 pazienti con melanoma BRAF-positivo e in più della metà l’estensione del tumore si è ridotta di almeno il 30%. Grazie al PLX4032 i pazienti sono vissuti per sei mesi senza che la malattia progredisse e in più della metà il tumore si è notevolmente ridotto. La Roche e la Plexxikon stanno ora progettando dei trial più vasti per studiare la sicurezza del farmaco e individuare il dosaggio più efficace. Gli esperti hanno ricordato che il melanoma è più facile da curare se diagnosticato tempestivamente. Per questo, è bene controllare i nei e riferire al medico ogni eventuale anomalia (modifica nella forma, dimensione, colore di un neo). Inoltre, occorre evitare un’eccessiva esposizione ai raggi ultravioletti: il sole è il fattore di rischio principale - e facilmente evitabile - perchè causa cambiamenti genetici nella pelle. (fonte: ilquotidiano.net)

Tumori al polmone, due nuove molecole frenano la malattia 31/05/2009 13:44
Il tumore ai polmoni è il primo della lista nei paesi occidentali per mortalità: sono 1,5 milioni i nuovi casi che ogni anno si contano nel mondo e 35.000 solo in Italia, con un alto tasso di mortalità (3.000 morti al giorno complessivamente nel mondo). Due molecole però danno nuove speranze nella terapia. Sono le bevacizumab e erlotinib: hanno dimostrato di aumentare la sopravvivenza dei pazienti bloccando, appunto, l'avanzare della malattia. La novità arriva da due studi presentati al Congresso della Società americana di oncologia clinica (Asco) in corso a Orlando. Il primo è lo studio Atlas di fase III: ha evidenziato che i pazienti con tumore al polmone avanzato non a piccole cellule (l'85% di tutti i cancri al polmone; una forma molto aggressiva, tanto che meno del 5% dei malati sopravvive dopo 5 anni) se sottoposti ad una terapia di mantenimento “combinata” con le due molecole, registrano un aumento del 39% del tempo di sopravvivenza senza progressione della malattia. L'efficacia di Erlotinib è dimostrata anche da un altro studio di fase III, Saturn. I risultati dei due studi, ha rilevato Federico Cappuzzo dell'Istituto clinico Humanitas Irccs di Milano e principale coordinatore dello studio Saturn, «sono molto importanti, poichè l'allungamento del tempo che il paziente vive senza progressione della malattia è un obiettivo chiave per il trattamento di questo tumore. Inoltre - ha aggiunto - si evitano gli effetti collaterali della chemioterapia e migliora la qualità di vita del malato». Test per chemioterapia. Ma oltre alle molecole frena-cancro, sono pronti anche nuovi esami per finalizzare i trattamenti: è il caso del test, sempre presentato all'Asco, per identificare (a seconda della presenza di una particolare proteina nell'organismo) quali pazienti risponderanno meglio alla chemioterapia. E se le terapie fanno passi avanti, la prevenzione resta fondamentale. Gli oncologi lo ricordano alla vigilia della Giornata mondiale senza tabacco, che si celebra domani 31 maggio. Proprio il fumo da sigaretta, ribadiscono, è la causa dell'insorgenza del tumore al polmone in 9 casi su 10. Un uomo che fuma, infatti, ha 23 volte maggiore probabilità di ammalarsi di tale patologia, mentre per la donna il pericolo è 13 volte maggiore. E se in Italia si registra un calo della mortalità maschile (-2,6%), sale quella femminile (+1%) per la maggiore abitudine al fumo tra le donne (il 30% di nuovi casi di cancro al polmone ogni anno riguarda proprio le donne). Per correre ai ripari, però, non è mai troppo tardi: se un tabagista smette di fumare, avvertono gli oncologi, il rischio di sviluppare il tumore al polmone si riduce progressivamente, fino a diventare, dopo 10-15 anni, pari a quello di chi non ha mai fumato. (fonte: lastampa.it)

Vaccino contro il melanoma : risultati promettenti 31/05/2009 13:43
Risultati positivi e promettenti contro il melanoma. Così è definito il vaccino presentato oggi al Congresso dell'ASCO (American Society of Clinical Oncology), che raduna a Orlando in Florida oltre 30mila specialisti da tutto il mondo. Il vaccino, infatti, blocca la crescita delle cellule malate, regalando circa 5 mesi di sopravvivenza in più dei malati. Agisce come la 'benzina' di un caccia bombardiere, che sorvola il territorio e individua le zone migliori dove sferrare l'attacco. Il vaccino infatti "attiva le cellule T citotossiche dell'organismo, che controllano la risposta immunitaria, le quali iniziano a cercare i punti giusti a livello della membrana, per minare le cellule tumorali, causandone la distruzione", spiega Patrick Hwu, Direttore del Dipartimento di Oncologia Medica e Melanoma all'A. D. Anderson - Università del Texas. "Siamo davanti a risultati molto incoraggianti - prosegue Douglas Schwartzenruber, Responsabile dello studio e Direttore medico al Centro dei Tumori del Goshen Health System in Indiana - si tratta di un vaccino contro la forma metastatica ed è costituito da una parte di proteina presente sulle cellule del melanoma, che gli permette di agire in maniera mirata". I pazienti coinvolti nello studio sono stati suddivisi in due gruppi: i risultati migliori sono stati ottenuti nei malati che hanno assunto il vaccino con l'interleuchina 2 (IL-2) rispetto alla sola IL-2, che rappresenta la terapia standard del melanoma avanzato. "Questi risultati sono un importante tassello sulla via della ricerca di una efficace cura del melanoma. Speriamo di avere ulteriori riscontri a breve", commenta Patrizio Mulas, presidente dell'Associazione dermatologi ospedalieri italiani (Adoi), che a fine giugno promuove il 'Melanoma Day' sotto l'Alto Patronato della Presidenza della Repubblica, proprio per informare e sensibilizzare l'opinione pubblica sull'importanza della prevenzione. L'incidenza di melanoma è cresciuta nel mondo a un ritmo superiore a qualsiasi altro tumore (eccetto il cancro al polmone nelle donne), con 132 mila nuovi casi l'anno. "La maggiore incidenza - sottolinea Paolo Ascierto, direttore dell'Unità di oncologia medica dell'Istituto Pascale di Napoli - si registra in Australia, Nord America ed Europa, e in Italia si stimano circa 6 mila nuovi casi ogni anno: 3.143 tra gli uomini e 2.851 tra le donne''. In oltre il 50% dei casi, poi, questo killer viene diagnosticato in giovani e adulti sotto i 59 anni. Al congresso di Orlando Ascierto presenta i risultati di uno studio di fase II su 'ipilimumab', una molecola con un meccanismo d'azione ''rivoluzionario, che agisce a livello delle cellule del sistema immunitario, rimuovendo i 'blocchi' che impediscono la risposta antitumorale dell'organismo, migliorando la sopravvivenza media". (fonte: larepubblica.it)

Un virus killer che colpisce solo le cellule cancerose 27/05/2009 10:57
Un virus Herpes aggressivo intelligente sfonda le porte dei tumori più maligni del seno e dell’ovaio uccidendo una a una le cellule malate, ma rimanendo assolutamente innocuo per le limitrofe cellule sane: unico nel suo genere, è il risultato di un elegante esperimento di ingegneria genetica messo a punto da ricercatori italiani, che promette di spalancare nuove frontiere di cura contro neoplasie aggressive e anche contro le metastasi al cervello oggi incurabili. Secondo quanto annunciato sulla rivista dell’Accademia americana delle scienze (Pnas), si tratta del primo virus Herpes anti-cancro modificato geneticamente per essere allo stesso tempo innocuo contro i tessuti sani e cattivissimo contro le cellule cancerose delle neoplasie mammarie e ovariche, che ogni colpiscono in Italia 42mila persone e ne uccidono oltre 10mila. COLPISCE SOLO IL BERSAGLIO - È stato creato dall’equipe della virologa Gabriella Campadelli-Fiume dell’Università di Bologna. La novità, rispetto a tentativi simili di creare virus da usare come terapie anticancro, è proprio che questo herpes-virus è molto distruttivo solo contro le cellule malate risparmiando totalmente quelle sane, per cui non c'è bisogno di ridurne la virulenza. «Infatti, quando si manipola geneticamente un virus per usarlo come arma contro i tumori - spiega la virologa - di solito lo si indebolisce per renderlo innocuo verso l’organismo cui viene somministrato». Questo, però, finisce spesso col renderlo poco aggressivo anche verso la neoplasia che si intende curare. E questa è una delle ragioni per cui questo tipo di armi anti-cancro non decolla nella pratica clinica. COME FUNZIONA IL VIRUS - «Noi abbiamo invece scelto una strada più sofisticata - aggiunge Campadelli-Fiume. Abbiamo lasciato inalterata la sua virulenza, ma tolto le «chiavi» molecolari con cui il virus entra nelle cellule sane. In pratica, abbiamo introdotto un anticorpo capace di aprire la «serratura» (recettore) delle cellule dei tumori del seno e dell’ovaio che producono la proteina Her-2». È proprio questa molecola, che riveste in abbondanza le cellule cancerose, a trasformale in bersaglio. Il virus modificato aggredisce queste cellule, l’infezione si autoalimenta, perchè il virus si replica progressivamente fino ad esaurimento delle cellule malate. Eliminata la neoplasia, non trovando più cellule dove insediarsi, il virus è destinato ad estinguersi senza arrecare danni all’organismo. FUNZIONA SULLE CAVIE DA LABORATORIO – L'efficacia del virus è stata misurata sui topi, in test condotti nei laboratori di Dipartimento di patologia sperimentale dell'ateneo nel corso degli ultimi dodici mesi. Il 60 per cento dei topolini trattati è completamente guarito dal tumore, mentre nel restante 40 per cento se ne è inibita significativamente la crescita. Il nuovo virus, che l’ateneo ha già chiesto di brevettare, potrebbe inoltre rivelarsi efficace contro le metastasi cerebrali dei tumori Her-2, che invece i principali farmaci oggi comunemente adottati nella terapie non riescono a raggiungere. Il prossimo passo sarà quindi quello di indagare la possibilità di veicolare il virus attraverso il sistema circolatorio, in modo da intercettare eventuali metastasi tumorali ignote, oltre ovviamente a portare la sperimentazione sull’uomo. (fonte: ilcorriere.it)

Un "nuovo" cereale combatte obesità e cancro 27/05/2009 10:56
È opera di un ricercatore dell’Università dell’Illinois: il dr. Soo-Yeun Lee, professore di scienza dell'alimentazione e della nutrizione. Il "nuovo" cereale a base di soia, a cui avrebbe donato un delizioso aroma di cannella, sarebbe in grado di combattere l’obesità e ridurre il rischio di cancro alla prostata e al seno. La soia, già utilizzata nella preparazione di molti prodotti a base di cereali per la colazione, non era ancora stata usata come base o ingrediente principale. Ora, con questo nuovo prodotto, si può fruire di un alimento bilanciato senza gli elevati contenuti in grassi o zuccheri dei normali cereali da colazione. La soia, infatti, possiede 10 g di proteine e 5 g di fibre per tazza. In questo modo, si può fare una colazione nutriente e che rende sazi fino all’ora di pranzo. Evitando di mangiare fuori pasto, magari ingurgitando poco sani spuntini che favoriscono il sovraccarico proteico e il sovrappeso. Il prof. Lee ricorda che consumare proteine della soia aiuta a ridurre il rischio di tumori al seno e alla prostata, in più riduce il livello di colesterolo nel sangue. Per questo e altri motivi, come la protezione contro l’osteoporosi, è bene introdurre la soia nella propria dieta, in particolare a colazione. Lee e colleghi stanno lavorando per dare al loro supercereale un sapore più adatto ai gusti delle persone comuni, nonostante affermino che quello che già possiede ora – un aroma di cannella – è stato giudicato buono. Una volta trovato il sapore "migliore" il prodotto potrà essere immesso sul mercato. (fonte: lastampa.it)

Tumori: conflitti di interesse per uno studio scientifico su tre 23/05/2009 17:17
In un terzo delle sperimentazioni in oncologia viene dichiarato qualche tipo di conflitto di interesse, soprattutto un coinvolgimento delle aziende farmaceutiche. E’ il calcolo compiuto da una ricerca dell’università del Michigan, apparsa sul numero di giugno della rivista Cancer. LO STUDIO - Su 1.534 pubblicazioni scientifiche esaminate (tutte tratte da otto fra le maggiori riviste del settore), il 17 per cento dichiara un finanziamento da parte dell’industria e il 12 per cento la presenza di almeno un autore con qualche incarico presso imprese farmaceutiche. E con quale effetto? In generale, hanno concluso gli autori, gli studi che dichiarano conflitti di interesse hanno la tendenza a ottenere risultati più positivi rispetto alla media. RICERCA ALLO SPECCHIO - «E’ da tempo che scienza indaga su se stessa e le conclusioni del gruppo di lavoro americano non sono una novità», sottolinea Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano: «Altri studi hanno evidenziato che le ricerche con un conflitto di interesse presentano dati più favorevoli». Così, fra gli altri, un’indagine apparsa su Cancer nel 2007 sugli studi per il cancro al seno che ha registrato un 84 per cento di esiti positivi per le sperimentazioni che avevano un coinvolgimento delle case farmaceutiche contro il 54 per cento di quelle che non l’avevano. E non solo in oncologia: un confronto di 124 metanalisi su farmaci contro l’ipertensione, apparso sul British Medical Journal nel 2008, ha evidenziato che anche se i risultati effettivamente positivi riguardavano poco più della metà degli studi, oltre il 90 per cento degli articoli riportava conclusioni comunque positive. IL BICCHIERE MEZZO PIENO - «Non c’è bisogno di grandi imbrogli – spiega Garattini – bastano piccole distorsioni, dire che un farmaco è molto meglio di un altro, anche se la differenza è lieve, oppure dire che un certo prodotto consente un notevole aumento della durata di vita, quando poi si va a vedere e magari si parla di un mese o poco più. Inoltre, spesso nella ricerca sponsorizzata si pubblicano solo gli studi con esiti favorevoli all’azienda e quelli con risultati negativi non escono neppure. Così - conclude il farmacologo – diventa molto difficile capire come vanno realmente le cose». RICERCA INDIPENDENTE «CANE DA GUARDIA» - E allora, c’è da chiedersi, non bisogna credere agli studi sponsorizzati dall’industria? «No, certamente non è così – risponde Garattini -. Significa piuttosto che bisogna essere molto più critici nei confronti di questi studi e, al tempo stesso, cercare di potenziare la ricerca indipendente, come sta facendo adesso l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, con un programma apposito». Già. Ma una ricerca che non ha bisogno dell’industria non è un’utopia? «Sì, un po’ sì. Ma bisogna cercare di avvicinarsi all’utopia. Se ad esempio per ogni nuovo farmaco invece di avere solo il rapporto dell’industria farmaceutica fosse obbligatorio abbinare anche uno studio indipendente, le cose sarebbero molto più equilibrate» suggerisce Silvio Garattini. «DIFENDERE ETICA E LIBERTÀ» - Umberto Veronesi commenta con un occhio preoccupato all’Italia: «Viviamo in un Paese in cui la percentuale del Pil dedicata alla ricerca scientifica - tutta le ricerca , non solo oncologica e non solo biomedica - non raggiunge neppure l’un per cento. Qui sta il cuore del problema, che da economico diventa anche culturale e sociale: manca cultura d’innovazione e manca capacità di attrarre menti e capitali. Ovvio che in questa situazione l’industria farmaceutica ha un ruolo imprescindibile, che non va demonizzato. Tuttavia l’eticità e la libertà della ricerca va difesa a tutto campo. Ci sono tanti modi per esercitare un’influenza , oltre agli studi. Per esempio le sponsorizzazioni dei medici per la partecipazione ai convegni, che sono comunque un sottile invito ad una scelta a favore di un farmaco o un prodotto, piuttosto che un altro. All’Istituto Europeo di Oncologia (del quale Veronesi è direttore scientifico, ndr)nessun medico può partecipare ad un incontro a spese di un’azienda, ma ogni viaggio è a carico dell’istituto che valuta e autorizza in base al valore scientifico». «L’INDUSTRIA? NON E’ IL NEMICO» - «Non c’è dubbio che le aziende giocano un ruolo fondamentale, poiché non ci sono istituzioni pubbliche che producono farmaci» commenta Francesco Boccardo, oncologo, direttore del Dipartimento di oncologia, biologia e genetica dell’università di Genova e presidente Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) . «Magari – prosegue - producono dei brevetti (sempre meno, purtroppo), ma poi non sono in grado di produrre il farmaco. Anche i centri che fanno ricerca indipendente hanno bisogno dei farmaci e li chiedono alle aziende produttrici». Questo comunque non significa che la ricerca perda di credibilità, aggiunge Boccardo: «I sistemi di verifica ci sono. L’Italia è il Paese dei comitati etici, sono più di 250 – spiega l’oncologo -. Spetta a loro vigilare e chiedersi, per ogni fase della sperimentazione, ‘ma il paziente cosa ci guadagna?’. Inoltre gli studi più importanti sono in genere multicentrici, coinvolgono cioè più istituti in vari Paesi. E più comitati etici. L’Italia però è anche il Paese che investe poco in ricerca e se avessimo più risorse potremmo forse svincolarci in parte, non certo dall’industria farmaceutica, perché sarebbe un controsenso, ma piuttosto dai suoi obiettivi». (fonte: ilcorriere.it)

La risposta antitumorale della brostallicina 18/05/2009 15:31
Nell'ambito dell'incontro annuale 2009 dell'American Association for Cancer Research tenutosi a Denver, Colorado, U.S.A. la Systems Medicine LLC (SM) ha presentato i risultati di uno studio, condotto in collaborazione con la divisione Pharmaceutical Genomics del Translational Genomics Research Institute di Scottsdale, Arizona, U.S.A., volto ad identificare i marker genetici che migliorano la risposta antitumorale alla brostallicina, utilizzando l'interferenza dell'RNA (RNAi) e delle routine bioinformatiche. L'obiettivo dello studio è stato identificare i determinanti molecolari della risposta antitumorale della brostallicina, dati che possono guidare lo sviluppo clinico e gli studi su un approccio farmacogenomico integrato. Jack Singer, Chief Medical Officer di CTI, ha dichiarato "Lo studio ha identificato certi gruppi di pazienti che potrebbero avere maggiori probabilità di trarre vantaggio dalla terapia a base di brostallicina ed è stato prezioso nel permetterci di individuare promettenti farmaci. In ultima analisi, riteniamo che questo approccio possa abbreviare i tempi di sviluppo clinico ed aumentarne il tasso di successo, facilitando lo sforzo di offrire il farmaco giusto al paziente giusto". (fonte: molecularlab.it)

Cancro, oggi un paziente su due ce la fa 18/05/2009 15:30
Contro il cancro oggi un paziente su due ce la fa. Il 47 % delle persone che si trovano a combattere con la malattia è vivo dopo 5 anni. I progressi più evidenti nel cancro al seno: ai primi stadi il tasso di sopravvivenza è al 98%. A fare il punto sono gli esperti in occasione del convegno “Per una vita come prima” all'ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar. Un appuntamento giunto alla terza edizione, e che si arricchisce anche di un sito internet (www.perunavitacomeprima.org) in cui sono raccolte le storie di persone che «ce l'hanno fatta». Sopravvivere al tumore, sottolineano gli oncologi, è oggi, per fortuna, la realtà per quasi due milioni di persone nel nostro Paese, ma «poco si sa - avvertono - dei bisogni e delle difficoltà incontrate dopo la malattia». Il cancro della mammella è una fra le neoplasie dove i successi sono più evidenti: se si interviene ai primissimi stadi, la sopravvivenza raggiunge il 98%. In quello del testicolo sfiora il 100%. Di cancro, sottolinea Marco Venturini, a capo dell'Oncologia di Negar, «si parla ormai come di una malattia cronica: ma se i farmaci “a bersaglio” rivestono un grande merito nella diminuzione della mortalità, la prevenzione primaria, in particolare dieta e movimento, gioca un ruolo almeno altrettanto importante». Esistono infatti prove evidenti che l'attività fisica sia protettiva nei confronti dei tumori, in particolare colon e seno: le donne che svolgono regolarmente attività fisica, affermano gli oncologi, presentano una riduzione del rischio relativo di ammalarsi di carcinoma mammario. Non solo: l'attività fisica è importante anche per la qualità di vita durante i trattamenti oncologici. I dati in pazienti che hanno già un tumore della mammella sono altrettanto chiari: l'attività fisica esercita un effetto protettivo sia sull'insorgenza di recidive che nel ridurre la mortalità. E questo effetto si evidenzia soprattutto nelle donne obese o in sovrappeso. (fonte: ilmessaggero.it)

Una maggiore densità ossea collegata al cancro alla prostata 05/05/2009 14:41
I ricercatori statunitensi del Johns Hopkins University School of Medicine ritengono che gli uomini con una maggiore densità ossea possano avere più probabilità di sviluppare il cancro alla prostata. I risultati della ricerca sono stati presentati al meeting annuale dell’American Urological Association in concomitanza all’Engineering & Urology Society annual meeting di Chicago in corso dal 25 al 30 aprile 2009. In questo nuovo studio, gli scienziati hanno analizzato i dati relativi alla misurazione della densità ossea di 519 uomini tra il 1973 e il 1984. Dopodiché hanno nuovamente controllato, dati alla mano, se tra questi uomini ci fossero stati casi di diagnosi di cancro alla prostata. Il team guidato dal dr. Stacy Loeb ha così potuto constatare che 76 dei 519 uomini avevano sviluppato il tumore alla prostata e tutti questi hanno mostrato di avere una densità ossea che è rimasta praticamente alta anche con l’avanzare dell’età, rispetto invece a quelli che non hanno maturato il cancro. I ricercatori ammettono che le ragioni per cui accade questo non sono chiare, ma che i fattori di crescita delle ossa potrebbero contribuire allo sviluppo del cancro. In più, fa notare il team di scienziati, la densità ossea può riflettere i livelli degli ormoni sessuali maschili che possono anch’essi influenzare l’evoluzione della patologia prostatica. (fonte: lastampa.it)

Una sola goccia di sangue per seguire l’evoluzione del cancro 05/05/2009 14:40
Una recente scoperta americana annuncia promettenti esiti da un test sul sangue che sembra in grado di rivelare l’efficacia di una terapia contro il cancro. Lo studio è stato condotto da un gruppo di ricercatori della Stanford University School of Medicine in California (USA), che ha messo a punto una macchina in grado di separare le proteine legate al cancro tramite l’impiego di cariche elettriche. Grazie all’uso di reagenti che consentono di differenziare i diversi tipi di cancro e a specifiche analisi di laboratorio, gli studiosi affermano che possono individuarsi in un piccolissimo campione biologico come una goccia di sangue i livelli delle proteine legate al cancro. In più possono anche essere osservate le variazioni dovute agli interventi terapeutici. Entrando più nello specifico, i ricercatori spiegano che questa tecnica permette di monitorare i vari livelli di attività dei geni cancerogeni all’interno dei linfomi umani e di distinguere i diversi tipi di questi ultimi. Questa tecnica lavora molto bene sulle cavie da laboratorio sia per i linfomi sia per le cellule tumorali in generale. Il sistema è stato battezzato col nome nanofluidic proteomic immunoassay (NIA). “Questa tecnologia ci permette di analizzare le proteine associate al cancro in scala ridottissima. Non solo si individuano i livelli di proteina nell’ordine dei psicogrammi, un trilionesimo di grammo, ma si osservano anche i più piccoli cambiamenti che avvengono nella proteina”, spiega Dean Feisher, uno degli scienziati che hanno preso parte allo studio. Questo tipo di test consente di diagnosticare precocemente il tumore e di monitorare il decorso della malattia senza l’ausilio di interventi chirurgici invasivi come la biopsia. “Attualmente è necessaria l’anestesia totale e il prelievo di grandi quantità di tessuti – afferma Alice Fan, coordinatrice dello studio – mentre adesso, grazie a questo nuovo test, basta un ago per prelevare le poche cellule necessarie consentendo ai medici di ripetere le analisi con maggiore frequenza”. Allo stato attuale delle cose questa tecnica si è rivelata valida negli studi sui tumori del sangue ma gli esperti stanno lavorando per svolgere test anche su altre forme di tumori maligni. (fonte: panorama.it)

Le donne sono più a rischio di cancro ai polmoni 05/05/2009 14:38
La scorsa settimana alla Conferenza Europea Multidisciplinare di Oncologia Toracica che si è tenuta a Lugano in Svizzera, sono stati resi pubblici due studi che mostrano le differenze tra i sessi nell’incidenza del cancro ai polmoni e l’eventuale recupero nel caso di intervento chirurgico. Mentre il primo dei due studi mostra come le donne siano più soggette a sviluppare il cancro ai polmoni, il secondo, per contro, suggerisce che, sempre le donne, tendono a recuperare meglio in caso di rimozione del tumore. Tra gli anni 2000 e 2005, gli scienziati hanno analizzato 683 pazienti affetti da tumore e hanno scoperto che le donne tendono a sviluppare il cancro in più giovane età rispetto agli uomini, nonostante abbiano fumato mediamente meno. «I nostri risultati suggeriscono che le donne possono essere più esposte agli agenti cancerogeni del fumo» ha commentato il dr. Martin Frueh del team di ricercatori che ha condotto il primo studio. Dello stesso avviso è la dr.ssa Enriqueta Felip, un ricercatore presso l'Ospedale Universitario Vall d'Hebron di Barcellona e co-presidente della conferenza. Tuttavia, ricordano i ricercatori, nei primi anni del Ventesimo secolo il cancro ai polmoni nelle donne era un fatto eccezionale, ma dagli anni ’60 in poi, solo negli Stati Uniti, è diventato una delle cause principali di morte. Il secondo studio, condotto da un team di scienziati irlandesi coordinati dal dr. Bassel Al-Alao, suggerisce che le donne tendono a recuperare meglio degli uomini dopo un intervento chirurgico per rimuovere il tumore del polmone. Nel corso di un periodo di 10 anni gli scienziati hanno studiato 640 pazienti, di cui 239 erano donne, sottoposti a rimozione delle cellule cancerogene. Essi hanno scoperto che la sopravvivenza media dopo l'intervento chirurgico è stata di 2,1 anni per gli uomini e 4,7 anni per le donne. (fonte: lastampa.it)

La strana Italia dei malati di cancro 05/05/2009 14:35
Oggi quasi due milioni di persone in Italia vivono in compagnia di una diagnosi di tumore, più o meno lontana nel tempo. In generale, si curano meglio di ieri, guariscono nella metà dei casi, ottengono più in fretta un sostegno economico e sanitario. Però non sono tutti uguali. Anzi. C’è chi ha accesso a nuovi farmaci in tempi brevi e chi no, chi ha un infermiere accanto al letto di casa e chi no, chi viene incoraggiato a fare riabilitazione per tornare a respirare, parlare, camminare, deglutire e chi, se proprio la vuole, se la cerca e se la paga. Lo ribadiscono i risultati di un’indagine condotta da Censis e Favo , la federazione delle associazioni di volontari in oncologia effettuata per la Giornata nazionale del malato oncologico del 3 maggio. La ricerca ha cercato di tracciare un identikit su chi e quanti sono i malati di cancro in Italia e, soprattutto, di cosa hanno bisogno. L’INDAGINE - Sono 1.841.000 gli italiani che nel corso della loro vita hanno avuto una diagnosi di tumore, per il 43,8 per cento uomini e per il 56,2 per cento donne. Erano 600mila in meno appena otto anni fa e oggi le regioni con il più alto numero di malati o ex-malati rispetto alla popolazione totale sono la Liguria, il Friuli Venezia Giulia e la Valle d’Aosta. La mortalità per tumore rappresenta in Italia il 30 per cento circa del totale dei decessi annui, ma migliora costantemente la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi, pari al 47 per cento (in linea con la media europea). PENSIONI E INVALIDITÀ – Rispetto al passato si contano più persone e più anni di vita con una malattia che ormai viene frequentemente definita cronica. E si vede dai dati dell’Inps. Circa il 57 per cento delle inabilità pensionabili accolte dall’Istituto fra il 1998 e il 2008 è ascrivibile a patologie tumorali. Nello stesso periodo le invalidità pensionabili legate a tumore sono state più di 89 mila e dal 2005 sono al primo posto tra le cause di riconoscimento, avendo per la prima volta superato quelle dovute alle malattie del sistema circolatorio. Per il riconoscimento dell’invalidità civile, vanno migliorando i tempi di accertamento e nel 2008 l’Inps ha esaminato quasi tutti i verbali trasmessi dalle Asl entro 30 giorni (l’accertamento sanitario da parte delle Asl, invece, deve essere effettuato entro 15 giorni dalla domanda, per legge). Restano però tempi profondamente diversi sui tempi di pagamento delle prestazioni economiche, secondo Favo perché sono ancora troppi gli enti investiti del potere di concederle (oltre all’Inps, Regioni, Province, Comuni e Prefetture) e molto meglio sarebbe se fosse solo l’Inps ad avere questo compito per tutti i malati di cancro italiani. ASSISTENZA DOMICILIARE INTEGRATA – Da un’iniezione di antibiotico a gli antidolorifici, dalla spesa per chi non può uscire alla ginnastica riabilitative. E’ la formula con cui infermieri, medici, assistenti sociali e volontari assicurano assistenza a casa degli ammalati, migliorando dignità e qualità di vita e facendo anche risparmiare un bel po’ al servizio sanitario pubblico. Ma non tutto funziona come dovrebbe. Le prestazioni dell’assistenza domiciliare integrata (Adi) sono riservate prevalentemente alle persone anziane e i malati oncologici vi figurano soprattutto tra i pazienti terminali (l’ otto per cento di tutte le persone seguite a casa). Sono in media otto casi ogni mille abitanti (variando fra 1,18 in Valle d’Aosta a 20,58 in Friuli Venezia Giulia) a ciascuno dei quali vengono dedicate in media 22 ore d’assistenza (15 ad opera di infermieri, quattro di terapisti della riabilitazione e tre di altre figure, assistenti sociali, psicologi, specialisti, medici di famiglia). Ma anche qui il ventaglio è ampio, poiché si va dalle sette ore dedicate al paziente friulano alle 152 di quello valdostano. RIABILITAZIONE FANTASMA – Un primo dato è che mancano i dati. L’indagine Censis-Favo rileva come il Sistema informativo sanitario non prenda in considerazione le patologie oncologiche come generatrici di specifici bisogni riabilitativi. Esistono rilevazioni statistiche distinte per la riabilitazione cardiologica, motoria, neurologica, pneumologica, psicosensoriale e neuropsichiatrica infantile, ma nulla per i tumori. Inoltre, la riabilitazione oncologica non è ancora contemplata come livello di assistenza da garantire a tutti in caso di bisogno, né nella normativa nazionale, né nella gran parte delle disposizioni regionali. Fanno eccezione le reti oncologiche di Toscana, Piemonte e Valle d’Aosta. I FARMACI – Non sono enormi, ma i divari restano. Di regione in regione, possono cambiare i tempi e le modalità di accesso alle nuove cure. Nello specifico, la maggior parte delle regioni (14) prevede che fra il via libera dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e la disponibilità di un nuovo prodotto per il paziente ci debba essere una commissione che autorizzi l’inserimento del farmaco nel Prontuario terapeutico regionale. Altre invece, come Piemonte e Lombardia, saltano un passaggio e ammettono alla rimborsabilità tutti i farmaci autorizzati dall’Aifa. CHE COSA PREOCCUPA I MALATI – L’esperienza dei pazienti cambia di molto lungo la penisola, e così gli aspetti ritenuti più problematici nel rapporto con i servizi sanitari. Al sud appaiono molto più preoccupati di come individuare l’oncologo e la struttura adatti (un problema per il 60 per cento, contro appena il 24 al nord-ovest) e della qualità dei servizi negli ospedali. Sembrano invece un cruccio dei pazienti settentrionali l’assistenza domiciliare, nonché la disponibilità e l’attenzione del medico di medicina generale una volta tornati a casa. Più uniforme, invece, la delusione per le capacità professionali degli operatori sanitari incontrati e i tempi d’attesa, che sono un problema per un terzo degli interpellati. CHE COSA PENSANO I VOLONTARI - Il giudizio delle associazioni del volontariato oncologico sull’operato della sanità è molto diversificato: positivo per il 51,3 su scala nazionale, ma decisamente più disilluso il sud, con appena il 29 per cento delle associazioni soddisfatte rispetto al 64,2 per cento del nord. In particolare, piace la gestione della terapia farmacologica (bene per il 93 per cento), della chirurgia e radioterapia (72,6 per cento) e della diagnostica (71,6 per cento). Tasti dolenti, non a caso, la riabilitazione (42 per cento), l’assistenza domiciliare (34 per cento) e l’informazione (33,7 per cento). LO PSICOLOGO PER POCHI - Particolarmente critica l’opinione delle associazioni sul sostegno psicologico ai malati. Sarebbe poco più del 26 per cento dei pazienti a beneficiare del sostegno psicologico offerto dalle Asl, molto più al nord (38 per cento) che al sud (12 per cento). Restano forti barriere all’accesso, scarseggiano gli specialisti nei centri pubblici e, infine, non si capisce a chi ci si può rivolgere. Sul sito interne si può leggere la sintesi completa dei risultati dell’indagine, condotta con la collaborazione dell’Inps e delle società di oncologia medica (Aiom) e radioterapia oncologica (Airo). (fonte: corriere.it)

Fumatori, un test delle urine per predire il rischio di cancro 20/04/2009 13:24
I ricercatori potrebbero aver scoperto perché alcuni fumatori si ammalano di tumore ai polmoni e altri no. L’ipotesi è stata esposta durante il convegno dell’American Association for Cancer Research a Denver. Che il tabacco aumenti notevolmente il rischio di cancro è un fatto ormai noto: più di un quarto di tutte neoplasie, nel mondo occidentale, è causata dall’abitudine alla sigaretta. Tumori non soltanto polmonari, ma che colpiscono anche l’esofago, la laringe, le corde vocali, la bocca, la vescica, il pancreas, il rene, lo stomaco e il sangue. «Ma quel che finora ci sfugge – ha spiegato Jian-Min Yuan, docente di Salute pubblica all’università del Minnesota – è il motivo per cui il danno delle sigarette si concretizzi in alcune in alcune persone e in altre no». In uno studio, Yuan e colleghi hanno ipotizzato che la presenza del metabolita NNAL nelle urine di un paziente possa aiutare a predire il rischio di un carcinoma polmonare. Il metabolita è un prodotto intermedio o finale delle reazioni chimiche del metabolismo e il NNAL, nello specifico, ha dimostrato – su cavie da laboratorio - di favorire la formazione di questa forma di cancro, ma ancora non sono state seguite verifiche su esseri umani. LO STUDIO - I ricercatori hanno raccolto i dati di 18.244 uomini precedentemente arruolati in un altro studio (Shanghai Cohort Study) e quelli di 63.257 uomini e donne partecipanti al Singapore Chinese Health Study. Hanno poi condotto interviste riguardanti il livello di sigarette fumate, il tipo di dieta e altri fattori inerenti lo stile di vita. Infine, hanno raccolto campioni di sangue e urine di oltre 50mila pazienti. Per valutare il reale impatto di NNAL, gli studiosi hanno selezionato 246 fumatori che hanno poi sviluppato un carcinoma polmonare e 245 «colleghi tabagisti» che invece - nei 10 anni successivi alle interviste e ai test di sangue e urine - non si sono ammalati. I livelli di NNAL sono stati divisi in tre gruppi: confrontati con i pazienti con i livelli più bassi, i soggetti con un tasso medio del metabolita hanno dimostrato il 43 per cento di rischio superiore di sviluppare un tumore. Infine, nelle persone con i livelli di NNAL più elevati il pericolo è risultato più che doppio, anche in considerazione l’effettivo numero di sigarette fumate al giorno, il numero di anni in cui si è fumato e i livelli di cotonina (un metabolita della nicotina) presenti nelle urine. Anche il tasso di nicotina nella urine è stato preso in analisi: in presenza di NNAL, le persone con i livelli più alti hanno mostrato un rischio 8,5 volte superiore ai fumatori con un grado minore di nicotina. «L’abitudine al fumo è causa di un cancro polmonare – ha concluso Yuan -, ma ci sono circa 60 possibili carcinogeni nel tabacco e quanto più precisamente riusciamo a identificare i “colpevoli”, tanto meglio riusciamo a predire il rischio». SMETTERE «FUNZIONA» - In Italia si stimano oltre 32mila nuovi casi di tumore ogni anno (circa 26mila uomini e 6mila donne) e sono quasi 30mila all’anno i decessi dovuti a questa malattia, che rappreresenta la prima ragione di morte oncologica negli uomini e la seconda nelle donne. Secondo l’ultimo rapporto Istat, la mortalità per cancro diminuisce del 2 per cento circa l’anno, ma nel caso di quello polmonare la riduzione riguarda solo gli uomini, mentre nelle donne i decessi sono aumentati dell’1,5 per cento. Bastano però cinque anni di stop al fumo per diminuire del 20 per cento il rischio di morire per un carcinoma polmonare e dimezzare quello per malattie coronariche. Dopo 30 anni dall’ultima bionda, il pericolo d’ammalarsi diventa uguale a quello di chi non ha mai fumato. (fonte: corriere.it)

Aglio contro il cancro. Nuove conferme 16/04/2009 10:11
Anche se a periodi alterni, l’aglio è sempre stato ammantato di un alone da rimedio utile contro diversi disturbi: dalla pressione alta, al più comune raffreddore, fino ad arrivare al più temuto cancro. Un nuovo studio, oggi, suggerisce che l’aglio utilizzato regolarmente nelle diete può avere buoni effetti protettivi nei confronti del cancro e, in più, proprietà attive che possono inibire, ritardare o addirittura invertire il processo di cancerogenesi umana. I risultati di questo studio sono stati presentati al simposio internazionale sulle “Nuove frontiere in Ematologia e Oncologia”. Secondo quanto riferito dai ricercatori indiani, la perossidazione lipidica conosciuta per i danni che provoca alle cellule, svolge un ruolo nocivo verso tutti i tumori della pelle compresa la cancerogenesi. Nello studio condotto sui topi si è dimostrato come una carcinogenesi della pelle indotta tramite un composto chimico detto “Dmba” sia stata contrastata dall’aglio che ha inibito il processo di ossidazione dei lipidi, proteggendo le cellule dagli attacchi delle molecole ossidate. Vi è stata anche una migliore risposta ai trattamenti chemioterapici nei topi a cui è stato fatto il trattamento con l’aglio prima e dopo l’induzione della carcinogenesi. «L’assunzione di aglio ritarda la formazione di papillomi negli animali e, contemporaneamente, riduce le dimensioni e il numero di papillomi che si riscontra anche nell’istologia della pelle dei topi trattati» conclude la relazione dei ricercatori presso il Dipartimento di Chemioprevenzione del cancro del Chittaranjan National Cancer Institute di Kolkata, India. (fonte: corriere.it)

Una molecola per fermare il cancro alla prostata 16/04/2009 10:10
Il cancro alla prostata è una neoplasia che colpisce in Italia circa 45.000 persone. La scoperta di una molecola che rallenta la crescita del tumore è una buona notizia. Un gruppo di ricercatori del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, secondo lo studio pubblicato sulla rivista Science, ha sperimentato la molecola MDV3100 su 30 pazienti affetti da cancro alla prostata. Su 22 di questi pazienti la molecola ha avuto effetti positivi, rallentando la velocità di crescita del tumore. In seguito all’esperimento è stato notato che la quantità di proteina PSA, il marcatore della presenza del cancro alla prostata, si è ridotta in molti pazienti e nella metà di essi si è dimezzata. La ricerca, sebbene non fornisca soluzioni, è un passo avanti nella sperimentazione di terapie e cure che, se affiancate ai metodi tradizionali, possono ridurre notevolmente la crescita del cancro e allungare la vita dei pazienti. (fonte: benessereblog.it)

Cancro: capire se la chemio funziona dopo un solo trattamento 16/04/2009 10:09
Un gruppo di oncologi del Jonsson Comprehensive Cancer Center dell’Ucla in California ha messo a punto un sistema combinato di PET (Tomografia emissione di positroni) e tomografia computerizzata per determinare dopo un solo trattamento se la chemioterapia a cui è sottoposto un paziente oncologico sta avendo effetto. La messa a punto di questo sistema diagnostico permetterà ai medici di interrompere la terapia che si dimostra inefficace. Gli oncologi spesso devono aspettare mesi prima di poter determinare se un trattamento sta funzionando. Ora, grazie a un metodo non invasivo, i ricercatori dell’Ucla hanno mostrato che è possibile capire dopo un solo ciclo di chemioterapia se i farmaci stanno o meno uccidendo il cancro. L’esperimento è stato fatto su 50 pazienti affetti da sarcoma sei tessuti molli (tessuto connettivo) che stavano ricevendo una chemioterapia che aveva lo scopo di ridurre i tumori prima dell’intervento chirurgico. Lo studio ha dimostrato che era possibile determinare la risposta alla terapia dopo appena una settimana dalla prima dose di farmaci chemioterapici, contro i tre mesi solitamente richiesti per poter appurare se la terapia sta funzionando. Fritz Eilbert, assistente alla cattedra di Oncologia chirurgica e direttore del programma Sarcoma al Jonsson Cancer Center dell’Ucla, nonché autore dello studio, pubblicato sul numero odierno della rivista Clinical Cancer Research, ha dichiarato: “Non ha senso somministrare al paziente un trattamento che non sta funzionando. Questi farmaci fanno stare i pazienti molto male e hanno seri effetti collaterali a lungo termine”. La PET mostra le funzioni biochimiche in tempo reale, come fosse una macchina fotografica molecolare. Per questo studio Eilbert e i la sua squadra hanno monitorato le funzioni metaboliche del tumore, o quanto zucchero veniva consumato dalle cellule tumorali. Siccome crescono senza controllo, le cellule tumorali consumano più zucchero delle cellule normali, il che le rende più visibili alla PET. Per determinare l’efficacia della terapia, i ricercatori dovevano notare una diminuzione dell’attività metabolica del tumore del 35 per cento. Dei 50 pazienti considerati, 28 non hanno risposto in maniera attesa, ed è stato possibile accertarlo dopo una sola settimana dall’inizio del trattamento. Questo ha permesso di interrompere immediatamente la somministrazione e passare a un trattamento sperabilmente più efficace per fare in modo che il paziente potesse sottoporsi all’intervento chirurgico più rapidamente. Per più della metà dei pazienti dello studio, quindi, proseguire la chemioterapia non aveva senso. “Nonostante lo studio fosse incentrato su pazienti in attesa di intervento”, ha dichiarato Eilbert, “penso che questi risultati avranno un impatto ancora maggiore sui pazienti con tumori inoperabili o con metastasi, perché consentono di fare una valutazione molto più rapida dell’efficacia del trattamento e aiutano i medici a prendere decisioni che avranno un impatto enorme sulla qualità della vita”. Eilbert e colleghi continueranno a seguire i pazienti e un trial clinico è in corso sulla base dei risultati ottenuti con lo studio, che ha coinvolto esperti in chirurgia, oncologia, radiologia, farmacologia molecolare, patologia, medicina nucleare e biostatistica. (fonte: panorama.it)

Una medicina in uso contro l'Aids potrebbe ridurre proliferazione cellule tumorali 09/04/2009 16:32
La medicina contro l"Aids Abacavir (ABC), puo" ridurre la proliferazione ed indurre il differenziamento di cellule umane di medulloblastoma attraverso la riduzione dell"attività telomerasica, che potrebbe portare a nuove efficaci terapie contro tumori devastanti quali quello al cervello, secondo una ricerca pubblicata dall"International Journal of Cancer. "Abbiamo scoperto che l"ABC, oltre ad inibire l"attività telomerasica, riduce la proliferazione ed induce al differenziamento, suggerendo cosi" che il suo uso potrebbe rappresentare una strategia terapeutica efficace per il trattamento dei tumori che esprimono la telomerasi, quali il medulloblastoma", afferma la dott.ssa Francesca Pentimalli PhD, leader del gruppo di ricerca, ricercatrice del CROM, Centro di Ricerche Oncologiche di Mercogliano, in provincia di Avellino e Assistant adjunct professor presso lo Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine, presso il Center for Biotechnology nel College of Science & Technology della Temple University, Philadelphia, PA, fondato dal prof. Antonio Giordano. L"autore principale dell"articolo è stata la dott.ssa Alessandra Rossi, PhD, ricercatrice presso lo Sbarro Institute. Lo studio è stato condotto attraverso una collaborazione tra ricercatori dello Sbarro Institute, del CROM, dell"Università di Siena, del Dipartimento di Informatica e Scienze dell"Informazione dell"Università di Genova, del Dipartimanto di Farmacologia dell"Università di Salerno, Fisciano e della Divisione di Oncologia Medica dell"Istituto Regina Elena di Roma. L"ABC è uno tra i più efficaci analoghi dei nucleosidi con una ben-caratterizzata attività di inibizione della trascrittasi inversa di origine retrovirale. Di recente, l"ABC si è dimostrato efficace nell"inibire anche l"enzima telomerasi delle cellule umane. L"attività telomerasica sembra essere richiesta in essenzialmente tutti i tumori per la immortalizzazione di alcuni tipi di cellule, incluse le cellule staminali. Infatti, molte cellule cancerose dipendono dalla telomerasi per la loro continua proliferazione. I ricercatori hanno testato se l"ABC potesse inibire la telomerasi nel medulloblastoma, il più comune tra i tumori maligni del sistema nervoso centrale tra i bambini. Nonostante il miglioramento, in termini di sopravvivenza, grazie al trattamento multimodale, il medulloblastoma resta una malattia a prognosi infausta. La dott.ssa Pentimalli sostiene che un vantaggio dell"ABC, rispetto ad altri farmaci anti-telomerasi che sono tutt"ora utilizzati in studi pre-clinici, è che l"ABC è stato usato per anni per trattare l"AIDS, il che comporta ovvi vantaggi visto il suo profilo di sicurezza favorevole ed il suo record epidemiologico di buona tolleranza in seguito alla somministrazione a lungo termine. Inoltre, sottolinea, la natura lipofilica dell"ABC gli permette di passare attraverso la barriera emato-encefalica più facilmente, il che rappresenta un ulteriore vantaggio per il suo possibile uso nel trattamento del medulloblastoma. "Il nostro report, suggerisce che l"uso dell"ABC come agente anti-telomerasico nel cancro merita di essere attentamente considerato". (fonte: molecularlab.it)

I broccoli prevengono il cancro allo stomaco 09/04/2009 16:31
Uno studio giapponese dell’università Johns Hopkins, ci fa sapere che mangiare circa 70 grammi di broccoli al giorno, per almeno due mesi, potrebbe prevenire gastriti, ulcere e addirittura proteggere dal cancro allo stomaco. Secondo lo studio, pubblicato sulla rivista Cancer Prevention Research, i broccoli sono ricchi di sulforafano, una sostanza che favorisce la produzione di enzimi che proteggono contro infiammazioni e attacchi al DNA. Il sulforafano è già noto essere un ottimo antibiotico contro il batterio dell’ Helicobater pylori, responsabile di gastriti e ulcere, ma è la prima volta che la sua azione viene correlata anche alla prevenzione del cancro. Durante la ricerca, 25 persone hanno mangiato 70 grammi di broccoli per due mesi; alla fine della somministrazione non solo queste persone avevano degli enzimi protettivi più alti, ma i livelli di infiammazione e infezione erano più bassi, rispetto all’inizio della dieta. Cominciare a introdurre 70 grammi di broccoli nella dieta sembra essere, quindi, un ottimo suggerimento, al fine di prevenire malattie gravi quali il cancro, e per cominciare a proteggersi quotidianamenti da lievi disturbi e bruciori di stomaco. (fonte: benessereblog.it)

Parte dal cervello la molecola complice delle metastasi 29/03/2009 18:07
L'interazione tra le cellule del nostro organismo gioca un ruolo fondamentale nella risposta immunitaria e nello sviluppo di molte patologie, comprese le neoplasie e la formazione di metastasi. Nei tumori infatti, le cellule perdono le connessioni presenti normalmente, e acquisiscono la capacità di migrare in nuovi siti. Per aderire le une alle altre e alla matrice extracellulare, e così formare dei tessuti compatti e impermeabili, le cellule hanno bisogno di speciali molecole. Si tratta delle molecole di adesione. Il ruolo della molecola di adesione L1 era fino ad oggi ben noto nello sviluppo cerebrale: sue mutazioni provocano infatti una complessa sindrome neurologica detta CRASH (Corpus callosum agenesis, Retardation, Adducted thumbs, Spastic paraplegia, Hydrocephalus). Uno studio condotto al Campus IFOM-IEO di Milano da Ugo Cavallaro, direttore del programma Adesione cellulare nella progressione neoplastica e nell'angiogenesi della Fondazione IFOM (Istituto FIRC di Oncologia Molecolare) in collaborazione con Maria Rescigno, direttrice del programma Immunologia delle cellule dendritiche e immunoterapia del Dipartimento di Oncologia dell'Istituto Europeo di Oncologia rivela sulle pagine della rivista The Journal of Experimental Medicine che L1 in realtà gioca un ruolo chiave anche nel sistema immunitario, aprendo delle interessanti prospettive terapeutiche nella cura sia dei tumori sia delle patologie del sistema immunitario. Tramite un approccio sperimentale in vitro e in vivo, lo studio condotto da Cavallaro ha osservato per la prima volta il ruolo di questa molecola di adesione neurale nella cascata di eventi che innesca la risposta immunitaria: L1 è espressa sulla superficie delle cellule dendritiche, vale a dire le cellule "sentinella" che trasportano gli antigeni dai tessuti periferici ai linfonodi, innescando così l'attivazione dei linfociti e quindi la risposta immunitaria. Per far questo, le cellule dendritiche devono entrare e uscire dal sistema circolatorio (vasi sanguigni e linfatici), ed è proprio qui che interviene L1, regolando il processo di attraversamento della parete dai vasi da parte delle cellule dendritiche. Lo studio ha inoltre dimostrato che a seguito di stimoli infiammatori anche le cellule endoteliali (che rivestono i vasi) iniziano a produrre L1, ed è il legame tra L1 delle cellule dendritiche e L1 delle cellule endoteliali che favorisce l'interazione tra i due tipi cellulari e la "transmigrazione". Oltre a offrire una comprensione più approfondita di come funzionano le nostre difese immunitarie questa scoperta apre le porte a interessanti approcci terapeutici per diverse patologie:"nel caso di risposta immunitaria "eccessiva" come, ad esempio, nelle malattie autoimmuni - spiega Cavallaro - sarebbe possibile prevenire l'interazione tra cellule dendritiche e parete vascolare neutralizzando L1 con uno specifico anticorpo. Mentre per i pazienti affetti da sindrome CRASH che sono soggetti a frequenti infezioni generalmente considerate conseguenza del deficit neurologico, localizzare la disfunzione di L1 nelle cellule dendritiche rappresenterebbe una causa più diretta e anche più trattabile terapeuticamente". La ricerca apre promettenti prospettive anche per l'individuazione di nuovi bersagli farmacologici nelle terapie anticancro: "alcuni tipi tumorali come il tumore al colon, il melanoma e il carcinoma ovarico – precisa Cavallaro – esprimono alti livelli di L1 che correlano con il potenziale invasivo e metastatico. Come dimostrato in altri contesti, spesso le cellule tumorali utilizzano meccanismi molto simili a quelle del sistema immunitario per entrare nei vasi sanguigni e metastatizzare, per cui inattivare L1 potrebbe rappresentare una valida strategia anti-disseminazione". "La presenza di L1 – aggiunge Maria Rescigno - potrebbe inoltre aiutare le cellule cancerose a sfuggire al controllo del sistema immunitario, chiarendo un fenomeno frequente in molti tumori noto come "immunoevasione". Infatti in seguito all'espressione aberrante di L1, le cellule dendritiche potrebbero essere indotte a migrare al linfonodo drenante in uno stato di parziale attivazione che potrebbe favorire lo sviluppo di linfociti T tollerogenici, che inibiscono cioè la risposta immunitaria verso il tumore" La ricerca è stata condotta grazie al sostegno dell'AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro), della Fondazione Telethon, della Fondazione Cariplo, del Ministero italiano della Salute, dell'Association for International Cancer Research, dal Cancer Council Victoria e dall'Australian Health and Medical Research Council Fellowship. (fonte: molecularlab.it)

Il tumore al seno si combatte con tè verde e funghi 29/03/2009 18:06
Le donne che mangiano funghi e bevono tè verde in abbondanza potrebbero abbassare il loro rischio di sviluppare il cancro al seno, secondo uno studio condotto in Cina su oltre 2.000 soggetti. I ricercatori hanno scoperto che le donne che mangiavano più funghi, freschi o secchi, avevano il rischio più basso di ammalarsi di tumore al seno e che il rischio si riduceva ancora di più se le stesse donne bevevano anche tè verde ogni giorno. "I risultati del nuovo studio suggeriscono che la dieta tradizionale cinese può aiutare a spiegare la minore incidenza del cancro al seno in Cina", ha spiegato la Dr.ssa Min Zhang. La ricerca, pubblicata dall'International Journal of Cancer, è stata condotta nel sud-est della Cina e ha coinvolto 1.009 pazienti con cancro al seno di età compresa fra 20 e 87 anni e un uguale numero di donne sane della stessa età; a tutte è stato sottoposto un questionario sulle abitudini alimentari. Le donne che mangiavano più funghi freschi (10 grammi o più al giorno) avevano circa due terzi di probabilià in meno di sviluppare il cancro al seno delle donne che non ne mangiavano; le donne che mangiavano 4 grammi o più di funghi secchi al giorno avevano un rischio dimezzato e quelle che mangiavano funghi e in più bevevano ogni giorno tè verde avevano solo l'11-18% del rischio di cancro al seno rispetto alle donne che non bevevano te' verde e non mangiavano funghi. (fonte: esseredonnaoggi.it)

Gli Omega-3 riducono il rischio di cancro della prostata 29/03/2009 18:05
Degli effetti benefici degli omega 3 se n'è già parlato molto, ma probabilmente c'è ancora molto da scoprire su come agiscano e quali possano essere tutte le aree di applicazione. Una di queste riguarda la protezione sul temibile cancro alla prostata che, oggi, si arricchisce di una nuova importante scoperta. La notizia giunge dai ricercatori statunitensi dell'Università della California a San Francisco, i quali hanno dichiarato che "precedenti ricerche hanno dimostrato una protezione contro il cancro alla prostata, ma questo è uno dei primi studi per dimostrare la protezione avanzata contro il cancro alla prostata e l'interazione con il gene della COX-2" I ricercatori hanno eseguito un'analisi su 466 uomini con diagnosi di carcinoma della prostata aggressivo e 478 uomini sani. Di questi ne è stata valutata e controllata la dieta. Il gruppo di uomini che hanno consumato molti acidi grassi omega-3 a lunga catena ha mostrato un 63% di riduzione dei rischi di cancro alla prostata aggressivo rispetto agli uomini che hanno assunto basse dosi di omega 3. I ricercatori hanno poi valutato l'effetto degli omega-3 tra gli uomini con la variante in rs4647310 COX-2, un noto gene infiammatorio. Dai risultati è emerso che gli uomini che presentano una basso livello di omega-3 e questa variante hanno più di cinque volte un maggiorerischio di cancro alla prostata avanzato. Invece gli uomini con un elevato apporto di acidi grassi omega-3 hanno mostrato una sostanziale riduzione del rischio. (fonte: lastampa.it)

Il cane e il farmaco che batte il tumore 29/03/2009 18:04
Oscar è ormai una celebrità. La sua storia comincia quando si ammala di tumore, un adenocarcinoma dell'intestino molto maligno: non si muove più e può sperare di sopravvivere solo tre mesi. La chemioterapia e la radioterapia non servono a niente, così sperimentano su di lui un farmaco, nuovissimo, che fa il miracolo: il cancro scompare e lui torna a camminare. Oscar è un paziente speciale: è un cagnolino, un Bichon frisè, di quelli che hanno il pelo bianco e un po' riccioluto e ha dieci anni. La sua fortuna (e dei suoi padroni) è stata quella di incontrare un gruppo di oncologi della Cleveland Clinic, in Ohio, che da un bel po' di anni stavano studiando un farmaco che funzionasse come un cavallo di Troia: capace cioè di penetrare, inosservato, nelle cellule tumorali e di liberare, una volta dentro, l'arma capace di distruggerle. IL FARMACO - Il farmaco è la nitrosilcobalamina, un mix di vitamina B12 e di monossido di azoto (NO): la B12 entra nelle cellule attraverso recettori presenti in gran numero sulla superficie (perché questa vitamina è indispensabile alla proliferazione cellulare) e libera NO che è tossico. Così Oscar-il miracolato ha conquistato la platea al congresso annuale dei chimici americani a Salt Lake City, dove è stato presentato il caso, e la sua fotografia sta facendo il giro del mondo. Dopo di lui sono stati curati, con la nitrosilcobalamina, altri due cani, con buoni risultati e senza effetti tossici: Buddy, un golden retriver di sei anni, con un tumore della spina dorsale e Haley, uno schnauzer gigante di 13 anni, con un tumore della tiroide: la risonanza magnetica e gli ultrasuoni hanno dimostrato una riduzione della massa per entrambi. Quando la lista comprenderà dieci «casi clinici » in tutto, i ricercatori chiederanno all'Fda, l'ente americano per i farmaci, l'autorizzazione per la sperimentazione sull'uomo. Cani e uomini sono molto simili da un punto di vista genetico e l'idea che ha avuto Joseph Bauer, coordinatore della ricerca, è intelligente: offrire subito un'opportunità di cura agli animali ammalati di cancro (Negli Usa sono 6 milioni) e ricavarne informazioni per salvare, in prospettiva, anche i pazienti. Del resto uomini e cani si ammalano allo stesso modo anche perché, genetica a parte, sono esposti agli stessi rischi ambientali. TUMORI NEI CANI - E come sta avvenendo per noi umani, anche nella popolazione a quattro zampe i tumori sono in aumento «Sono in crescita — spiega Laura Volontè, specialista all'Ospedale Veterinario Città di Pavia — anche perché aumenta l'età media degli animali, perché c'è più prevenzione e una maggiore disponibilità a curare. Anche i proprietari sono più attenti alla salute degli animali». I tumori più frequenti sono quelli della pelle, della mammella nelle femmine e dei testicoli nei maschi, ma ci sono neoplasie che si manifestano più frequentemente in certe razze. «Il Golden retriever per esempio — continua Volontè — si ammala di emangiosarcoma, un tumore della milza. Ecco perché nelle razze a rischio sarebbe bene, attorno agli otto anni, fare un'ecografia dell'addome». Anche per i cani si sta cominciando a parlare di prevenzione e di diagnosi precoce, oltre che di nuove chemioterapie. (fonte: ilcorriere.it)

Frutta e verdura riducono il rischio di tumori 29/03/2009 18:03
Buone notizie per i vegetariani: da uno studio pubblicato sull' American Journal of Clinical Nutrition, emerge che il tasso d’incidenza del cancro è significativamente più basso tra chi non mangia carne. Lo studio, condotto nel Regno Unito, ha preso in esame i dati provenienti da 52.700 uomini e donne, reclutate negli anni ’90. Ma un altro aspetto interessante, destinato ad aprire un nuovo filone di ricerche, è emerso sempre da questo studio: tra coloro che hanno sviluppato, pur essendo vegetariani, un tumore, si è trattato principalmente della forma di tumore del colon-retto, una malattia sino ad oggi collegata al consumo di carne rossa. Nonostante i ricercatori ricordino che è ampiamente raccomandato mangiare cinque porzioni di frutta e verdura al giorno per ridurre il rischio di cancro e di altre malattie, fanno però notare che vi sono poche prove sul fatto che questa riduzione del rischio sia esclusiva di una dieta vegetariana. Inoltre sarà necessario condurre nuove indagini per verificare una forte riduzione dell'incidenza del cancro nei vegetariani e nei consumatori di pesce. Gli scienziati inglesi hanno suddiviso le persone in quattro gruppi: vegetariani, vegan, mangiatori di carne e mangiatori di pesce. Le persone esaminate avevano un'età compresa tra i 20 e gli 89 anni e appartenevano entrambi i sessi. Confrontando i dati è emersa una minore incidenza di casi di tumore tra i vegetariani e quelli che consumano pesce rispetto a quelli che mangiano carne. Il Professor Tim Key, del Cancer Research UK, epidemiologista presso l'Università di Oxford, e uno degli studiosi che hanno firmato la ricerca, ha dichiarato che lo studio mostra un'interessante correlazione tra una riduzione del rischio di cancro e l'assunzione di verdure e pesce e ha invitato la comunità scientifica a porre attenzione a questo rapporto, per poter stabilire come e quanto una dieta di questo genere possa effettivamente agire positivamente sulla salute. Uno studio che apre nuove vie di indagine, ma non pone ancora dei puntelli fissi nella ricerca sul cancro. A dimostrare che il tumore è una malattia complessa e che tra i fattori che ne determinano lo viluppo giocano diversi elementi, la dieta, ma anche gli stili di vita in generale. (fonte: finanzainchiaro.it)

Carni rosse, e non i vegetali, a rischio tumore al colon 23/03/2009 17:44
Secondo il dott. Franco Berrino, direttore del dipartimento di Medicina preventiva dell'Istituto dei tumori di Milano, è da diverso tempo ormai che è stato accertato il collegamento tra una dieta ricca di carne, in particolare quelle rosse, con il tumore al colon-retto. Berrino si pone in contrasto con lo studio dell'Università di Oxford, commentando che secondo lui è sbagliato concludere che una dieta vegetariana possa aumentare il rischio di cancro al colon. Nonostante lo studio confermasse il collegamento tra l'assunzione sistematica di carni rosse e il tumore all'intestino, evidenziava come dato 'a sorpresa' che tra le persone che seguono una dieta vegetariana si presentasse potenzialmente un rischio legato alla possibilità di sviluppare il cancro al colon-retto. Il dott. Berrino, tuttavia, ricorda che lo studio dell'Università di Oxford è stato fatto su un campione poco rappresentativo – 57.000 persone – rispetto al più largo studio Epic, eseguito proprio sulla correlazione tra alimentazione e tumori, che è stato invece fatto su un campione di 500mila persone. Questo studio ha mostrato come una dieta che includa più fibre e meno carne diminuisca 'significativamente' l'incidenza di tumori all'intestino, ponendo l'accento tra la principale relazione proprio tra cancro dell'intestino e carni rosse, per le quali se ne consiglia un uso molto moderato. Lo scienziato italiano ritiene che le probabili dubbie conclusioni tratte dallo studio inglese siano da ricondurre al fatto che bisogna valutare anche altri fattori di rischio che concorrono allo sviluppo del tumore all'intestino come l'età, il sesso, un eventuale vizio del fumo o, ancora, un'assunzione di zuccheri che, secondo alcune recenti ipotesi, potrebbero avere anch'esse una stretta relazione con il rischio di cancro all'intestino. (fonte: lastampa.it)

Contro Il Cancro Al Seno Funghi E Te' Verde, Ecco La Dieta Amica Delle Donne 23/03/2009 17:42
Le donne che mangiano funghi e bevono te' verde in abbondanza potrebbero abbassare il loro rischio di sviluppare il cancro al seno, secondo uno studio condotto in Cina su oltre 2.000 soggetti. I ricercatori, guidati dalla Dr.ssa Min Zhang, hanno scoperto che le donne che mangiavano piu' funghi, freschi o secchi, avevano il rischio piu' basso di ammalarsi di cancro al seno e che il rischio si riduceva ulteriormente se tali donne bevevano te' verde ogni giorno. In Cina, l'incidenza del cancro al seno e' quattro-cinque volte inferiore di quella dei Paesi occidentali, anche se i tassi sono aumentati negli ultimi decenni nelle aree piu' ricche del Paese asiatico. I risultati del nuovo studio suggeriscono che la dieta tradizionale cinese - che prevede molti funghi e grandi quantita' di te' verde - puo' aiutare a spiegare la minore incidenza del cancro al seno in Cina, dice la Dr.ssa Zhang, che insegna alla University of Western Australia, a Perth. La ricerca, pubblicata dall'International Journal of Cancer, e' stata condotta nel sud-est della Cina e ha coinvolto 1.009 pazienti con cancro al seno di eta' compresa fra 20 e 87 anni, e un uguale numero di donne sane della stessa eta'. A tutte e' stato sottoposto un questionario sulle abitudini alimentari. Le donne che mangiavano piu' funghi freschi (10 grammi o piu' al giorno) avevano circa due terzi di probabilita' in meno di sviluppare il cancro al seno delle donne che non ne mangiavano. Le donne che mangiavano 4 grammi o piu' di funghi secchi al di' avevano un rischio dimezzato. Inoltre, quelle che mangiavano funghi e in piu' bevevano ogni giorno te' verde avevano solo l'11-18% del rischio di cancro al seno rispetto alle donne che non bevevano te' verde e non mangiavano funghi. (fonte: cybermed.it)

Tumori alla prostata, test Psa deludente: evita poche morti, provoca troppe analisi 23/03/2009 17:40
Riduce la mortalità meno del previsto, il test dell'antigene prostatico specifico (Psa): risulta dai primi due grandi studi condotti sull'efficacia di questo test, che da quasi vent'anni è il punto di riferimento nella diagnosi del tumore della prostata. È il risultato deludente delle ricerche, una statunitense e una europea, pubblicate nell'edizione online del New England Journal of Medicine. Entrambe giungono alla conclusione che il test del Psa riduce la mortalità per cancro alla prostata fino al 20%, ma è associato a un eccesso di diagnosi e a trattamenti invasivi inutili. Test valido ma ci sono sprechi. Il presidente della Società americana per la ricerca sul cancro, Otis Brawley, non ha esitato a definirli «fra gli studi più importanti nella storia della salute maschile». Tuttavia non è detto che prevenzione e diagnosi del tumore della prostata debbano ripartire da zero: per Andrea Lenzi, andrologo dell'università di Roma La Sapienza, «il test del Psa è un indicatore valido». È probabile, osserva, che «indagini di massa mettano in evidenza l'esistenza di sprechi, ma bisogna considerare che viviamo in una società avanzata che fa prevenzione». Il test del Psa, insomma, è utile quanto il Pap test per la diagnosi del tumore del collo dell'utero ed è oggi «l'unica possibilità di analisi non invasiva». Ma è anche vero, aggiunge che «da solo il valore elevato del Psa non dice molto: servono altri esami e controlli successivi» prima di qualsiasi intervento radicale. Due studi per placare le polemiche. A imporre la necessità di questi primi studi su larga scala è stata la grande disparità di opinioni sull'effettiva utilità del test, che per quasi vent'anni è stata discussa dalle società scientifiche di tutto il mondo: non c'è mai stata, finora, unanimità di vedute su quando, a che età e con quale periodicità sottoporsi al test, nè sui livelli soglia ai quali far scattare il campanello d'allarme. La ricerca americana. E' stata condotta nell'ambito del Plco (Prostate, lung, colorectal and ovarian) fra il 1993 e il 2001 in dieci centri e su circa 76.700 uomini. I dati mostrano che «lo screening non è associato ad una riduzione della mortalità dovuta al cancro della prostata» e non rilevano benefici per il 67% degli uomini seguiti per dieci anni. In pratica il numero di morti non è molto diverso fra chi ha fatto il test e chi non lo ha fatto. Lo studio considera quindi il test non indicato per gli uomini di oltre 75 anni. Lo studio europeo. L'Erspc (European randomized study of screening for prostate cancer) è stato condotto su 182.000 uomini (di età compresa fra 50 e 74 anni). I risultati, ancora preliminari, indicano che il test del Psa risulta associato a una riduzione delle morti per tumore della prostata pari al 20% per gli uomini fra 55 e 69 anni, unico gruppo per il quale sono indicati dei benefici. Si segnala poi il problema dell'eccesso di diagnosi, che riguarda il 50% degli uomini che hanno fatto regolarmente il test (fonte: ilmessaggero.it)

Settimana di prevenzione del tumore della prostata 16/03/2009 15:52
Se in Italia ci sono ben 9,3 milioni di persone potenzialmente a rischio di tumore alla prostata è indispensabile, non solo poter trovare una cura efficace, ma anche e soprattutto poter prevenire questa grave patologia. In occasione della Settimana di prevenzione del tumore della prostata, organizzata dalla World Foundation of Urology e in programma dal 12 al 19 marzo 2009, il presidente Mauro Dimitri ha dichiarato che l'Italia è passata da una media incidenza a una alta incidenza di casi di tumore alla prostata. Secondo gli stessi dati della fondazione, ogni anno vengono diagnosticati 23mila nuovi casi contro i 17mila di tre anni fa. Le persone più a rischio sono gli obesi con un 47% di rischio in più di ammalarsi, ma anche la sedentarietà e una dieta scorretta possono concorrere al rischio. Ma ecco arrivare un nuovo allarme. Secondo uno studio condotto da un team di scienziati dell'Australia's National Drug Research Institute presso la Curtin University, bere più di due bicchieri al giorno di alcolici aumenta significativamente il rischio di cancro alla prostata. Il team internazionale di scienziati ha esaminato 35 studi per valutare il rapporto tra il livello di alcol e il rischio di sviluppare la malattia. Da questi dati è emerso che gli uomini che bevono più di 14 bicchieri di bevande alcoliche a settimana hanno circa un 20% in più di possibilità di sviluppare il cancro alla prostata rispetto a coloro che bevono meno. Mentre con altri tipi di cancro l'alcol rappresenta un fattore di rischio già con meno di due bicchieri al giorno, nei confronti del tumore alla prostata si sono evidenziati effetti a partire da due o più bicchieri, ha dichiarato la dottoressa Tanya Chikritzh a capo dello studio. Questi risultati vanno in contrasto con precedenti attività di ricerca che hanno suggerito che bere due o più bevande poco alcoliche al giorno potrebbe aiutare a prevenire gli attacchi di cuore. A tale proposito gli autori della ricerca dichiarano che sono necessari altri approfonditi studi per valutare i rischi e gli eventuali benefici per le differenti tipologie di malattie e i diversi livelli di assunzione di alcol. Tuttavia, gli scienziati raccomandano comunque di bere con moderazione. (fonte: lastampa.it)

Poche ore di sonno notturno aumentano il rischio di diabete, cancro e ictus 16/03/2009 15:50
Alcuni giorni fa è stata pubblicata da molti la notizia che il pisolino pomeridiano potrebbe predisporre al diabete, oggi dagli Usa arriva un nuovo studio che suggerisce un collegamento tra il dormire poche ore di notte e anormali livelli di zucchero nel sangue, e altri fattori, che mettono a serio rischio la salute. Lo studio condotto dai ricercatori dell'Università di Buffalo a New York ha messo in evidenza come le persone che hanno dormito meno di 6 ore a notte avessero 4,5 volte più probabilità di sviluppare anomali livelli di zucchero nel sangue. "Questo studio sostiene la prova che la crescente mancanza di sonno è associata a effetti negativi sulla salute" ha dichiarato la ricercatrice dottoressa Lisa Rafalson che ha presentato le sue conclusioni alla Conferenza sulle Malattie Cardiovascolari Epidemiologia e Prevenzione a Palm Harbor in Florida. Rafalson e colleghi hanno voluto accertare se la mancanza di sonno potesse essere collegata all'aumento del rischio di diabete di tipo 2, rischio che aumenta in caso di obesità e stili di vita sedentari. Per fare ciò hanno analizzato i dati di un grande studio durato sei anni, qui hanno identificato 91 persone il cui livello di zucchero nel sangue è aumentato durante il periodo di studio e li hanno confrontati con 273 persone i cui livelli di glucosio sono rimasti nella normalità. I dati hanno suggerito che le persone che dormono poco hanno maggiori probabilità di sviluppare alterazioni della glicemia (una condizione che può portare al diabete di tipo 2), rispetto a coloro che dormivano da 6 a 8 ore per notte. "Con i nostri risultati speriamo di incoraggiare ulteriori ricerche nel settore molto complesso del sonno e delle malattie collegate" hanno commentato i ricercatori. Diversi studi hanno dimostrato le conseguenze negative per la salute connesse al dormire troppo poco. Nei bambini, gli studi hanno mostrato che aumenta il rischio di obesità, depressione e ipertensione. Negli adulti aumenta il rischio di infezioni, malattie cardiache, ictus e cancro. Negli anziani aumenta il rischio di cadute. Secondo il CDC (Centers for Disease Control and Prevention) americano, gli adulti in genere necessitano tra le 7 e le 9 ore di sonno notturno. (fonte: lastampa.it=

Tumori dell’ovaio, scoperto il meccanismo di resistenza ai farmaci 16/03/2009 15:49
Aggirare e sconfiggere la farmaco-resistenza che si crea nelle cellule tumorali: è quanto sono riusciti a fare alcuni ricercatori italiani dell’università Cattolica di Campobasso e della Fondazione Santa Lucia Irccs di Roma nel caso del carcinoma ovarico, che hanno individuato un nuovo meccanismo biologico attraverso il quale le cellule maligne riescono a opporsi a uno dei medicinali più usati per questa patologia, il paclitaxel. «Nonostante una buona risposta alla chirurgia e alla fase iniziale della chemioterapia, in molti casi assistiamo a un fallimento in termini di efficacia dei farmaci antitumorali - spiegano Lucia Cicchillitti e Michela di Michele, autrici dello studio pubblicato in questi giorni sulla rivista scientifica Journal of Proteome Research -. Il tumore sembra diventare indifferente e torna a essere aggressivo. Ecco perché il nostro principale obiettivo in questo momento è quello di capire i meccanismi biologici che stanno alla base della resistenza al paclitaxel». A questo scopo i ricercatori hanno fatto ricorso alla proteomica, una scienza relativamente giovane che studia i processi attraverso i quali l’insieme delle proteine di una cellula, una volta formate a partire dall’informazione genetica, vengono modificate ed adattate alla loro funzione. Si sono concentrati sulle proteine che sono maggiormente coinvolte nella resistenza al farmaco, in particolare la disulfide isomerasi ERp57, che può rappresentare un valido biomarcatore. E che interagisce con un’altra proteina - la tubulina di classe tre (TUBB3) – anch’essa dimostratasi attiva nell’opposizione al paclitaxel nel carcinoma ovarico, ma anche in altri tipi di tumore. Gli scienziati hanno così scoperto che il legame tra le due proteine è più evidente nel nucleo della cellula, fatto finora sconosciuto. BENEFICI - Comprendere meglio i meccanismi della farmaco-resistenza significa arrivare a distinguere, prima di iniziare la cura, le pazienti che possono trarne beneficio e quali no, evitando così trattamenti inefficaci. Nel trattamento dei tumori ovarici, infatti, la chemioterapia svolge un ruolo cruciale perché ad oggi non è possibile individuare le donne che presentano un rischio più elevato di sviluppare questa neoplasia, quindi è assai difficili per i medici poter fare prevenzione mirata. Inoltre i sintomi, nelle fasi iniziali, sono praticamente inesistenti. La diagnosi, dunque, è spesso tardiva e, di fronte a una malattia in fase avanzata, il solo intervento chirurgico non è sufficiente. (fonte: corriere.it)

Alimentazione, vegetariani più protetti contro il cancro 16/03/2009 15:40
La dieta vegetariana è un aiuto contro il cancro. Lo suggerisce una ricerca britannica condotta su 52.700 persone, uomini e donne, che però fa emergere anche un dato che ha stupito gli stessi ricercatori: tra i vegetariani hanno infatti rilevato un aumento dell'incidenza di tumore colorettale, una forma che invece viene normalmente associata al consumo di carne rossa. La ricerca è iniziata nel 1990 ed ha suddiviso i partecipanti in mangiatori di carne rossa, mangiatori di pesce, vegetariani e vegani (questi ultimi non mangiano alcun derivato animale): si è evidenziata appunto un'incidenza significativamente più bassa di tutti i tumori nei vegetariani e in chi mangiava pesce, rispetto a chi mangiava carne. Tuttavia per il tumore colorettale, tale tendenza si è invertita. Lo studio è pubblicato sull'American Journal of Clinical Nutrition. (fonte: istablog.org)

Tumori, stop ai pregiudizi sui malati più anziani 07/03/2009 00:28
Ogni anno, in Italia, vengono diagnosticati 270mila nuovi casi di tumore. Il 56 per cento delle persone colpite ha più di 65 anni e di questi il 45 per cento ha superato i 70. E se fino a pochissimi anni fa i malati seniores non vivevano abbastanza per trarre giovamento da una terapia antitumorale, molti studi recenti dimostrano invece l’esatto contrario: che le cure funzionano, allungano la vita e ne migliorano la qualità. A patto, però, che siano opportunamente calibrate e che nel programma terapeutico vengano tenuti nella giusta considerazione anche tutti gli elementi che caratterizzano la salute (e la malattia) della terza età. Gli anziani oggi rappresentano il 24,5 per cento della popolazione italiana (14 milioni di persone) e, secondo le stime dell’Onu, arriveranno al 35 per cento nel 2040, rendendoci il Paese più vecchio al mondo. Alla luce di questi dati, presentati in occasione del primo congresso nazionale della neonata Federazione Italiana di Medicina Onco-Geriatrica (Fimog), «s’impone – dicono gli esperti - la necessità di cure oncologiche appropriate per gli over 65». UNA PATOLOGIA TIPICA DELLA TERZA ETÀ - Il problema di terapie che tengano in conto le variabili dovute all’età, del resto, è evidente se solo si considera che l’incidenza del cancro è strettamente connessa con l’età: il rischio di sviluppare una neoplasia dopo i 65 anni, insomma, è circa quaranta volte più alto rispetto a quello di quando si ha un’età compresa tra i 20 e i 44 anni, e circa quattro volte quello medio della fascia che va dai 45 ai 64. Il cancro si potrebbe in sostanza definire una malattia tipica della vecchiaia. Ma la diagnosi e il trattamento di un tumore in un over 65 pongono immediatamente sul piatto una serie di questioni assenti in un individuo più giovane. Perché l’anziano, spesso, è già affetto da altre patologie, non di rado croniche, assume vari farmaci che possono costituire un ostacolo per le cure anticancro. E, fatto determinante nella vita quotidiana, talvolta vive solo o non è pienamente autosufficiente. UN TEAM DI SPECIALISTI - Chirurgo, oncologo e radioterapista, dunque, non bastano. «L’approccio diagnostico-terapeutico del paziente in età senile deve essere eseguito con modalità multidisciplinare e cioè con l'intervento congiunto di più specialisti – conferma Silvio Monfardini, presidente consiglio scientifico dell’Associazione italiana oncologia della Terza Età (Aiote ) -. Accanto a queste figure mediche bisogna aggiungere geriatra e anestesista. Ma anche psicologi, fisioterapisti e riabilitatori, terapisti del dolore, infermieri, farmacisti, personale per l’assistenza domiciliare, nutrizionisti. Solo così si avrà la certezza di evitare valutazioni incomplete del paziente e conseguenti errori di trattamento eccessivo o, al contrario, inferiore al necessario». E si può parlare di cure appropriate solo se si assicura l’aiuto a casa (magari coinvolgendo l’assistenza sociale) dopo le dimissioni ospedaliere. ANCORA INSUFFICIENTI I CENTRI SPECIALIZZATI – Aggiunge Adriano Tocchi, presidente Fimog e direttore del dipartimento di chirurgia Pietro Valdoni del Policlinico Umberto I di Roma: «Per il trattamento delle neoplasie negli anziani non esistono in Italia, allo stato attuale, abbastanza centri specializzati e mancano protocolli di trattamento definiti. Per questo, fra gli obiettivi principali di Fimog, c’è quello di mettere a punto protocolli terapeutici adeguati alle condizioni fisiche di questi pazienti, introducendone progressivamente l’uso omogeneo in tutto il Paese». Ma qualcosa già si muove: l’oncologia geriatrica italiana cresce, lentamente ma in modo costante e capillare. Secondo il primo sondaggio Aiote , rispetto a qualche anno fa, i gruppi che oggi si occupano specificamente della gestione del malato oncologico anziano sono più numerosi e meglio distribuiti sul territorio nazionale, sia pure con qualche differenza nord-sud. «CURARLI? NON NE VALE LA PENA» – In totale sono stati circa 59mila gli italiani over 65 ricoverati in assistenza ospedaliera per un tumore maligno nel 2005 (fonte: Ministero della salute). Molti hanno dovuto scontrarsi con una mentalità ancora diffusa, purtroppo anche fra i medici: «Anziano malato di cancro? Meglio lasciar stare. Non vale la pena sottoporlo a operazioni e farmaci…» Ma oggi a 65 anni si è vecchi? Secondo i dati raccolti dal Gruppo di Oncologia Geriatrico Italiano (Gogi), nei prossimi dieci anni il numero di anziani nel nostro Paese, soprattutto dagli 85 anni in su, è destinato a crescere. «Esistono, fondamentalmente, due tipi di vecchi – prosegue Tocchi -. I “grandi vecchi”, che raggiungono la età geriatria con i propri mezzi, per lo più senza aver dovuto ricorrere, se non per malattie occasionali, al medico. E gli anziani che, invece, hanno invece raggiunto l’età geriatrica solo grazie a terapie mediche, protratte nel tempo, per correggere patologie croniche. È sui primi che possono persino essere eseguiti interventi di chirurgia maggiore» e sui quali, secondo gli specialisti, pesano ancora troppi pregiudizi. ANCHE GLI ANZIANI GUARISCONO - L’età avanzata, insomma, non è di per sé una condanna né un fattore che da solo possa influenzare negativamente le possibilità di sopravvivenza. Quindi, non dovrebbe limitare più di tanto le decisioni dei medici. Le prove, ancora una volta, arrivano dalla statistica: nonostante i numerosi casi di tumore diagnosticati in Italia dal 1970 a oggi, il numero di morti per questa causa si è ridotto. Da quasi 100mila nel 1970, dopo un’impennata fra gli anni Ottanta e il 2005 (quando ne sono stati registrati 130mila), la quantità di decessi ha avuto un nuovo calo in questi ultimi anni, arrivando a poco più di 100mila. Se la maggior parte dei casi oncologici riguarda gli anziani, dunque, bisogna dedurne che anche gli anziani guariscono. «Un risultato ottenuto grazie alle più moderne terapie – spiega Lazzaro Repetto, direttore dell’unità di oncologia presso l’Istituto nazionale di riposo e cura per gli anziani di Roma – e ai progressi chirurgici, tanto che oggi il paziente oncologico può convivere con la malattia per molti anni e godere di una buona qualità della vita. Per quello che riguarda gli anziani, però, i miglioramenti nella sopravvivenza sono legati quasi esclusivamente alle maggiori possibilità di operare, perché quando si deve procedere con la chemioterapia, purtroppo, sono ancora molti i problemi da risolvere». POCHE RICERCHE E TROPPI FARMACI – Perchè le cure siano adeguate, infatti, servono farmaci efficaci. Ma da tempo ormai gli esperti denunciano che, per i malati di tumore con i capelli bianchi, i conti non tornano. «Gli anziani sono ancora fuori dalla ricerca – conferma uno dei massimi esperti mondiali in materia, Ludovico Balducci -, perché troppi pregiudizi frenano il loro coinvolgimento nelle sperimentazioni sui medicinali». Infatti, se circa il 60 per cento dei tumori si manifesta in persone di almeno 65 anni, la loro partecipazione ai trial clinici per studiare terapie migliori non supera il 25 per cento. «Assodato che i soggetti anziani sono i principali utilizzatori dei nuovi farmaci - precisa Repetto -, i preparati vengono però sperimentati su pazienti più giovani, di 40 e 50 anni, con il rischio di veder aumentare gli effetti collaterali quando impiegati nei 70 e 80enni». Il risultato? I medici non sanno con certezza quanto le cure siano valide e tollerabili anche per un organismo senile e, soprattutto, quale sia il rapporto benefici-effetti collaterali. Senza considerare che ancora troppo spesso ci si dimentica del fatto che le persone anziane, solitamente, soffrono di piccoli o grandi disturbi (cardiolocircolatori, respiratori, diabete, ad esempio) per cui già assumono un discreto numero di medicinali. Così, le prescrizioni si sommano e gli effetti collaterali lievitano con conseguenze anche gravi per i malati. I «PUNTI DEBOLI» DA SOSTENERE - Resta comunque un fatto indiscutibile: il paziente geriatrico, a seguito dei fenomeni tipici dell’invecchiamento, presenta una diminuzione delle riserve dell’organismo e le condizioni fisiche generali si deteriorano. Il che comporta una significativa e diversa resistenza allo «stress» determinato dai trattamenti anticancro alla quale verrà sottoposto. E poi, purtroppo, i malati anziani sono spesso soli, hanno difficoltà a muoversi e a conciliare le necessità della vita di tutti i giorni (fare la spesa, lavarsi, tenere in ordine la casa, cucinare, ecc.) con gli spostamenti per le visite e gli effetti collaterali delle cure e dell’intervento. Fornire loro un’adeguata assistenza è quindi indispensabile. A tutto ciò va ancora sommato l’impatto psicologico della malattia: «La solitudine e le difficoltà concorrono ad aumentare la depressione di cui generalmente soffrono, almeno dopo il primo shock iniziale, tutti pazienti oncologici – spiega Daniele La Barbera, docente di Psichiatria all’università di Palermo e responsabile del master in psiconcologia durante un recente convegno nazionale tenutosi nell’ateneo siciliano -. Così si crea un ulteriore problema che accresce lo stato d’ansia, rende gli anziani ancora più fragili e spesso finisce per contrastare l’efficacia dei trattamenti. Offrire a questi malati un supporto psicologico, perciò, è fondamentale». (fonte: ilcorriere.it)

Leucemia, una nuova speranza trapianto da genitori a figli 07/03/2009 00:26
Verrà dal midollo osseo dei genitori la salvezza dei bambini colpiti da leucemia acuta che non possono essere curati con la chemioterapia e che non trovano un donatore compatibile. Per loro finora non c'era più niente da fare. Il trapianto da genitori era, se non impossibile, tanto difficile da essere chiamato "il trapianto della disperazione". Ora, grazie a uno studio tutto italiano realizzato dal Gaslini di Genova e dal S. Matteo di Pavia, il trapianto da genitori diventa possibile, con percentuali di successo vicine al 75% dei casi. In genere, i bimbi leucemici vengono curati con il ricorso alla chemioterapia e questa cura ottiene risultati decisivi in circa l'80% dei casi. Per gli altri piccoli malati si apre la strada obbligata del trapianto di midollo osseo. Una strada difficile, irta di ostacoli: già è complesso trovare un donatore compatibile ed è una vera e propria lotta contro il tempo. Possono essere donatori i fratelli compatibili, ma sono presenti solo nel caso di un bambino leucemico su quattro. Oppure si fa ricorso a un donatore compatibile non consanguineo, ma anche qui se ne trova solo un caso su tre. La drammatica conseguenza è che per circa il 40% dei bambini malati che non possono essere curati con chemioterapia non ci sarà più niente da fare. Ma uno studio italiano di grandissimo rilievo che verrà pubblicato sul prossimo numero dalla rivista internazionale Blood apre prospettive che sembravano irrealizzabili fino a oggi. Lorenzo Moretta, immunologo di fama internazionale e direttore scientifico dell'Istituto Giannina Gaslini di Genova, ha collaborato con un'équipe clinica diretta da Franco Locatelli del S. Matteo di Pavia. La strada seguita dai ricercatori si chiama "trapianto aploidentico", che significa "identico a metà": è quello che ha come donatore uno dei genitori del bambino leucemico. Fino a ieri i risultati non erano del tutto soddisfacenti proprio perché il midollo di un genitore è "incompatibile a metà" rispetto a quello di un figlio. C'era il rischio, quasi la certezza, che un gruppo di cellule del nuovo sistema immunitario (le cellule T) attaccassero i tessuti dell'ospite, dando vita a una vera e propria aggressione contro il suo organismo. Contro questi meccanismi distruttivi interviene lo studio dei ricercatori del Gaslini. Quando si trovano di fronte a un bambino malato di leucemia acuta che non ha altre possibilità di cura, analizzano il midollo di entrambi i genitori e scelgono quello che ha le cellule più idonee a debellare la malattia. A questo punto prelevano il midollo del genitore e lo ripuliscono delle cellule T, cioè quelle che se infuse nel corpo del bambino lo ucciderebbero. Ma lasciano nel midollo infuso un particolare tipo di cellule, chiamate Natural Killer (Nk), globuli bianchi molto agguerriti che hanno la capacità di uccidere le cellule leucemiche (e che hanno un ruolo chiave nella difesa contro i virus). Da una parte quindi si eliminano le cellule cattive (i linfociti T) e dall'altra si potenzia il ruolo dei Natural Killer, che eliminano la malattia. I risultati clinici sono molto incoraggianti: "Con la nostra tecnica - afferma Franco Locatelli - l'aspettativa di guarigione è vicina al 75%. Ricordo che, senza un trapianto, tutti questi bimbi sarebbero morti a causa della leucemia o delle sue complicazioni. Dati questi risultati, ritengo che il trapianto aploidentico possa diventare la tecnica di riferimento nella cura delle leucemie acute del bambino che non rispondono alla chemioterapia". A Genova Moretta ha coordinato un gruppo di lavoro che comprende Daniela Pende, Stefania Marcenaro, Stefania Martini, Michela Falco, Maria Cristina Mingari e Alessandro Moretta. (fonte: larepubblica.it)

Tumore al seno, italiani scoprono molecola che provoca le metastasi 07/03/2009 00:25
Si chiama FOXP3 ed è una molecola la cui presenza nelle cellule del tumore al seno è legata allo sviluppo di metastasi. È stata scoperta da un gruppo di ricercatori italiani grazie alla collaborazione tra l'Unità Operativa Bersagli Molecolari dell'Istituto Tumori di Milano (Int), diretta da Elda Tagliabue e il gruppo che fa capo ad Andrea Balsari, docente di Immunologia all'Università Statale. La scoperta, che sarà utile per personalizzare sempre più le terapie, è stata fatta analizzando il tessuto neoplastico di pazienti operate di tumore al seno. Lo studio, finanziato dall'Airc, è stato pubblicato dal Journal of Clinical Oncology. L'analisi del tessuto neoplastico ottenuto da più di 300 pazienti - spiega una nota dell'Int - ha evidenziato come la presenza di FOXP3 nelle cellule tumorali mammarie si associa significativamente col rischio di sviluppare metastasi, quindi con una condizione di maggiore aggressività della malattia. In particolare, nelle pazienti che non presentavano cellule maligne nei linfonodi, la presenza di FOXP3 nelle cellule del tumore primario si correlava con un peggioramento della prognosi dovuto a metastasi, mentre nelle pazienti con coinvolgimento dei linfonodi, l'assenza di FOXP3 nelle cellule tumorali era in correlazione con una prognosi più favorevole. «Gli sforzi dei due gruppi di ricerca - sostiene Balsari - sono ora rivolti all'individuazione del meccanismo biologico attraverso cui la molecola FOXP3 spinge le cellule del tumore della mammella a diffondersi in altri organi». «E con le conoscenze acquisite - aggiunge Tagliabue - sarà possibile studiare il modo di usare FOXP3 per individuare i tumori più aggressivi contro cui indirizzare terapie mirate, oppure disegnare nuove molecole in grado di contrastare l'azione della stessa FOXP3». (da: ilmessaggero.it)

La marijuana aumenta il rischio di tumore ai testicoli 01/03/2009 20:52
In uno studio condotta al Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle (Usa), pubblicato su "Cancer", è risultato chiaro il legame tra un uso frequente o prolungato di marijuana e l'aumento dell'incidenza di tumore ai testicoli. La ricerca è stata condotta su 369 uomini dai 18 ai 44 anni e ha rilevato che fra i consumatori abituali di questa sostanza il rischio raddoppia rispetto ai coetanei che non hanno mai fumato uno spinello. Il campione, composto interamente da pazienti con cancro ai testicoli, è stato sottoposto a un questionario e le risposte sono state poi confrontane con quelle di mille coetanei apparentemente sani. Il consumo di marijuana comporta un 70% di pericolo in più, mentre per chi la fuma regolarmente o fin da giovanissimo il rischio di contrarre il cancro ai testicoli risulta il doppio rispetto a chi non l'ha mai provata. Tra gli autori della ricerca c'è Janet Daling, per la quale la pubertà potrebbe essere un periodo nel corso della quale i ragazzi sono più vulnerabili a fattori ambientali, come la marijuana. (fonte: molecularlab.it)

Nuovo farmaco a base vegetale per combattere il melanoma 01/03/2009 20:49
I composti estratti da verdure come broccoli e cavoli potrebbero essere utilizzati come un potente farmaco contro il melanoma. È quanto affermato dai ricercatori del Penn State College of Medicine (Usa) che hanno individuato un potenziale bersaglio contro le proteine che causano il cancro della pelle. I test effettuati sui topi indicano che questi composti, quando sono combinati con il selenio, risultano più sicuri ed efficaci della terapia convenzionale. "Al momento non esistono farmaci che vanno a colpire direttamente le proteine che scatenano melanoma" ha dichiarato Gavin Robertson, professore associato di farmacologia, patologia e dermatologia presso il Penn State College of Medicine. “Abbiamo sviluppato il farmaco da composti naturali in grado di inibire la crescita di tumori nei topi dal 50 al 60% a fronte di una dose molto bassa" aggiunge Robertson. Già precedentemente gli scienziati avevano dimostrato il ruolo della proteina Akt3 nei casi di melanoma e la ricerca di un farmaco per bloccare la proteina li condusse a una classe di composti chiamati isotiocianati. Queste sostanze chimiche presenti naturalmente nelle verdure della famiglia delle crocifere sono noti per le loro proprietà anticancerogene. Tuttavia, la potenza di questi composti presi singolarmente è così bassa che per ottenere risultati evidenti ce ne sarebbe bisogno di grandi quantità. Per ovviare a questo i ricercatori hanno modificato i composti di zolfo di cui sono fatti gli isotiocianati ricombinandoli con il selenio. Secondo le loro affermazioni, il risultato è stato un farmaco più potente che può essere iniettato per endovenosa in dosi anche basse. "Un deficit di Selenio è comune nei pazienti affetti da cancro, compresi quelli con diagnosi di melanoma metastatico" - ha spiegato Robertson – “Inoltre, il selenio è conosciuto per destabilizzare le proteine Akt nelle cellule del cancro alla prostata". I risultati dello studio sui topi che saranno pubblicati nel numero di marzo del Clinical Cancer Research mostrano che i composti modificati hanno ridotto la crescita dei tumori del 60%, rispetto ai composti a sola base vegetale. E anche se l'esatto meccanismo di come selenio inibisca il cancro rimane ancora poco chiaro, ci sono buone speranze di sviluppare un farmaco efficace e potente per combattere adeguatamente il melanoma. E poiché “con questa modifica sono necessarie piccole dosi di farmaco, questo significa meno tossicità ed effetti collaterali per i pazienti” conclude Robertson. (fonte: corriere.it)

Gli italiani e i tumori del colon: più consapevoli, ma ancora distratti 01/03/2009 20:48
Gli Italiani conoscono il tumore del colon? Così così, ovvero più di prima, ma non ancora abbastanza. Lo collocano al quinto posto per gravità, mentre è la terza forma di cancro per mortalità e frequenza nei Paesi occidentali. Sono più consapevoli della pericolosità e delle potenzialità della prevenzione, ma sottovalutano ancora l’aggressività della malattia e restano ancora piuttosto distratti in tema di controlli. Soprattutto gli ultra 50enni, proprio la fetta di popolazione che entra nella fascia d’età più a rischio. Questo è il quadro delineato da un’indagine Lexis Ricerche, sostenuta da Amgen Dompé, su un campione di 600 persone. I DATI - La convinzione generale è che il numero dei tumori in Italia sia cresciuto (64 per cento degli interpellati) e, dovendo indicare quale forma sia la più grave, in testa alla classifica si colloca quello al polmone (59 per cento), al seno (20 per cento), fegato (18 per cento), pancreas (16 per cento), colon e cervello (12 per cento). In Italia, secondo l’Airc, ogni anno vengono diagnosticati circa 38mila nuovi casi di tumore del colon-retto, 20.500 fra gli uomini (la terza forma di cancro per incidenza) e 17.300 fra le donne (la seconda). LA PREVENZIONE – Le campagne d’informazione a qualcosa sono servite: la maggior parte degli intervistati riconosce che controlli e vita sana sono essenziali. Il 57 per cento si considera attento anche se non così scrupoloso nelle azioni di prevenzione, il 23,3 per cento si dice molto attento e il 20,2 per cento invece ammette di essere rimasto un po’ superficiale sull’argomento. Fanno prevenzione più al Nord che al Centro Sud (29 contro 19 per cento), più le donne degli uomini (28 contro 18 per cento), più le persone mature, sopra i 45 anni, dei 35-45 enni (26 per cento contro 20). CONTROLLI, MOVIMENTO E DIETA SANA - Ma cosa si deve fare per prevenire il tumore del colon? Secondo la quasi totalità (94-95 per cento) degli interpellati sono necessari un check-up completo ogni due o tre anni, visite periodiche da specialista, ed esame del sangue una volta all’anno; l’88-91 per cento ritiene che si debba controllare l’alimentazione e gli alcolici, fare esami periodici delle feci, ridurre lo stress. BUONE INTENZIONI - La gente è più sensibilizzata, osservano gli autori dell’indagine, ma non ancora pronta a tradurre le buone intenzioni in comportamenti pratici. Il professor Roberto Labianca direttore del dipartimento di Oncologia ed Ematologia degli Ospedali Riuniti di Bergamo ha così commentato: «Alimentazione corretta ed esercizio fisico sono fondamentali deterrenti all’insorgere di questa aggressiva neoplasia. Occorre che gli sforzi delle amministrazioni locali volti al vaglio e all’analisi della popolazione a rischio siano seguite dal maggior numero possibile di persone». IL DOTTORE E LA TV – Da chi arrivano le informazioni su come mantenersi sani? Soprattutto dal medico di famiglia, per il 58,2 per cento degli intervistati, da amici, parenti e conoscenti (27,7 per cento) e dal farmacista (7.3 per cento). Quattro su dieci, però, considerano anche la televisione una fonte autorevole e utile. FIDUCIA, CON RISERVA – I tumori sono per gli Italiani la patologia maggiormente correlata al peggioramento della qualità della vita, più dello stress, della depressione e delle malattie cardiovascolari. Il 66 per cento ritiene che le malattie oncologiche oggi sono meglio curate che in passato, soprattutto in termini di attesa di vita, ma restano molti dubbi sulla capacità della società di essere di supporto al malato e alla sua famiglia. Solo il 13 per cento ritiene siano molto seguiti, il 56 che lo siano «abbastanza» e il 31 che non lo siano affatto. Quasi tutti chiedono che ai malati di cancro siano offerte le terapie più innovative, un’assistenza domiciliare di qualità, servizi di supporto informativi e accessi privilegiati per le urgenze. SPERANZE DALLA RICERCA - Gli specialisti tengono a sottolineare che i passi avanti sono stati fatti, specie per quei pazienti che prima non avevano speranze. Osserva Salvatore Siena, direttore della divisione di Oncologia dell’Ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano: «Negli ultimi cinque anni l’armamentario terapeutico per il tumore del grosso intestino, in particolare metastatico, si è arricchito di farmaci biotecnologici, come gli anticorpi monoclonali, che hanno permesso di aumentare la sopravvivenza complessiva e soprattutto la sopravvivenza senza progressione della malattia». «Se diagnosticato e trattato chirurgicamente e farmacologicamente nelle sue prime fasi – conclude Roberto Labianca - il tumore del colon retto permette di raggiungere percentuali di guarigione insperate per altre malattie neoplastiche». (fonte: corriere.it)

Testicoli, maggiore rischio-tumore per gli uomini non fertili 01/03/2009 20:47
Nuove prove sembrano confermare un’ipotesi già sollevata nella comunità scientifica internazionale: esiste un legame fra l’infertilità maschile e il rischio di sviluppare un tumore del testicolo. A sostenere questa tesi è ora uno studio pubblicato sull’ultimo numero della rivista Archives of Internal Medicine e firmato dai ricercatori della University of California (San Francisco) e della University of Washington School of Medicine (Seattle). LO STUDIO - Le analisi americane sono state condotte sui dati riguardanti 22.562 uomini che, con le loro compagne, si sono rivolti a centri della fertilità fra il 1967 e il 1998 per essere aiutati a concepire un figlio. L’incidenza di cancro testicolare fra questi soggetti è poi stata confrontata con quella relativa a maschi coetanei riportata nel Registro tumori nazionale (il National Cancer Institute's Surveillance Epidemiology and End Results program), basandosi sui casi di neoplasie segnalati dal 1988 al 2004. I risultati dimostrano che i maschi che soffrono d’infertilità hanno un rischio quasi triplo (2,8 volte superiore alla popolazione sana) di ammalarsi di un seminoma, la variante più diffusa di cancro dei testicoli che include circa il 90 per cento dei casi. DUE PROBLEMI CON ORIGINI COMUNI - «Attenzione, però. Questo non significa che l’infertilità causa il tumore – sottolinea Nicola Nicolai, urologo dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano esperto di questa patologia -, ma sta a indicare che si tratta di due fenomeni paralleli, che molto probabilmente hanno origini comuni. Origini che vanno ancora in parte comprese». Potrebbe trattarsi, ad esempio, di piccoli danni al Dna o di un’errata risposta dell’organismo a possibili difetti genetici, come ipotizzano gli autori dello studio. Ma per avere sicurezze servono ulteriori indagini. Fra i fattori di rischio certi per le neoplasie testicolari, invece, ci sono la familiarità e il criptorchidismo, ovvero la mancata o tarda discesa del testicolo nello scroto. Quali sono, allora, i risvolti pratici della notizia? «In concreto – aggiunge Nicolai – si tratta d’informazioni che aggiungono qualcosa alla nostra conoscenza della malattia e ci sostengono nel proseguire sulla stessa lunghezza d’onda attuale. Gli uomini che si sottopongono a visite nei centri fertilità, infatti, vengono già sottoposti a esami per individuare le cause del problema e verificare lo stato di salute dell’apparato genitale. Fra i controlli previsti, dunque, c’è anche l’ecografia testicolare che può individuare una neoplasia». GUARIGIONI NEL 99 PER CENTO DEI CASI – Secondo le stime della Società Italiana di Andrologia e Medicina della Sessualità, oltre 250mila italiani risultano attualmente infertili pur essendo anagraficamente in età feconda (18-50 anni). I tumori del testicolo sono malattie relativamente rare, con un’incidenza annuale complessiva di circa quattro casi ogni 100mila uomini, ma attualmente rappresentano le neoplasie solide più comuni nei maschi fra i 15 e i 35 anni. I seminomi, che interessano solitamente i maschi adulti (30-40 anni), oltre a essere la forma più diffusa sono anche quella più «buona», ovvero con un’evoluzione più lenta. Il paziente con questo tumore, comunque, guarisce nel 99 per cento dei casi, perché si tratta di una neoplasia poco aggressiva e molto sensibile alle cure. Le statistiche parlano chiaro: di 100 malati con un seminoma allo stadio iniziale, 75 guariscono con il solo intervento chirurgico. Altri 25, all’incirca, hanno invece una recidiva, che viene individuata in fase precoce se si sottopongono regolarmente ai controlli previsti. E, anche quando la malattia si ripresenta, è sufficiente procedere con chemio o radioterapia per eliminarla definitivamente. (fonte: corriere.it)

Calcio, un nuovo alleato contro i tumori femminili 01/03/2009 20:46
Yogurt, latte e formaggi magri nuovi alleati anti-cancro? Lo sostiene uno studio pubblicato sulla rivista Archives of Internal Medicine, che sembra dimostrare il potere benefico di un maggiore apporto di calcio nella dieta femminile come scudo contro i tumori. E’ cosa ormai che i latticini sono cibi amici della salute perché costituiscono ottima fonte di calcio, elemento essenziale per una corretta formazione e per la crescita delle ossa e dei denti. Ora, però, i ricercatori americani del National Cancer Institute di Bethesda forniscono buoni motivi in più per assumere dosi maggiori di questo elemento: diminuirebbe, nelle donne, il rischio di sviluppare un tumore in generale e, in particolar modo, un carcinoma del colon retto o una neoplasia dell’apparato digerente. LO STUDIO - I suggerimenti in arrivo dagli Usa si basano sui dati derivanti da 293.907 uomini e 198.903 donne che hanno preso parte ad un’indagine finalizzata a chiarire i rapporti fra regime alimentare e salute (AARP Diet and Health Study. I partecipanti hanno risposto, dal 1996 al 2003, a questionari mirati sulle loro abitudini a tavola e i risultati sono poi stati incrociati con gli elenchi che registrano i casi di tumore. Nell’arco di sette anni sono state identificate 39.965 neoplasie negli uomini e 16.605 nelle donne. Se per i maschi l’assunzione di calcio non si è dimostrata particolarmente importante, per le femmine pare giocare un ruolo fondamentale: il rischio di tumori appare, infatti, decisamente inferiore (circa il 23 per cento in meno) fra le signore che sono solite consumare fino a 1.800 milligrammi di calcio al giorno. L’apporto di calcio, secondo le stime dei ricercatori, sarebbe utile soprattutto a limitare la formazione di neoplasie del colon retto e dell’apparato digerente (contro i quali sembra avere effetti positivi anche per i maschi). LATTE E DERIVATI - La mancanza di calcio è una delle cause principali di osteoporosi, una patologia che colpisce soprattutto il sesso femminile. Motivo per cui gli specialisti hanno fissato una dose giornaliera raccomandata di calcio per le signore dai 50 anni in su (circa 1.000- 1.200 milligrammi) e consigliano di inserire nell’alimentazione quotidiana il latte e i suoi derivati (compresi yogurt, latte scremato e formaggi magri), ma anche alici, sgombri, sardine e, in misura minore, alcune verdure, come broccoletti, insalate verdi, carciofi, cardi. Attenzione a non esagerare, però: un eccesso di calcio porta alla formazione di calcoli renali. CIBO E CANCRO, UNA CERTEZZA: VERDE A TAVOLA - Nel 1983, l’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti è giunta alla conclusione che, dopo il tabacco, i fattori dietetici e nutrizionali costituiscono i fattori più rilevanti nello sviluppo dei tumori, responsabili di circa un terzo di tutte le morti per cancro nei Paesi sviluppati. Da allora, è stato un fiorire di ricerche epidemiologiche, nel tentativo di scovare quei componenti della dieta capaci di incrementare il rischio neoplasia e quelli, invece, in grado di contrastare la degenerazione cellulare. Se è certo, quindi, che esiste una relazione dieta-cancro, ci sono scarse prove effettive che suggeriscano la supremazia di un particolare componente della dieta su un altro. L’unica certezza su cui paiono concordare tutti gli esperti? Alti consumi di frutta e verdura ostacolano la comparsa della gran parte dei tumori. Numerosi studi condotti su diversi gruppi di popolazioni nel mondo hanno, poi, documentato che la maggiore o minore diffusione del cancro dipende in larga misura da come si vive, da quel che si mangia e da quanto si mangia nei diversi Paesi. (fonte: corriere.it)

Il tumore della cervice uterina, ancora una malattia "da poveri" 20/02/2009 18:08
A volerla disegnare, la geografia del tumore del collo dell’utero ricalcherebbe in gran parte quella delle aree a maggiore deprivazione sociale, con i livelli di reddito e di istruzione più bassi. La conferma – l’ultima di una lunga serie – arriva dalla Gran Bretagna e dal lavoro degli epidemiologi del King's College di Londra, che hanno esaminato i dati di oltre 2.200 casi di cancro cervicale per vedere se e quanto influisce lo svantaggio socioeconomico. DA QUARTIERE A QUARTIERE - In tutto il Sud-est del Paese, tra Londra, Kent, Surrey e Sussex, è nella capitale britannica che i ricercatori hanno registrato la più alta incidenza della malattia, in particolare nelle aree caratterizzate da maggiore povertà, elevata abitudine al fumo e alti tassi di gravidanze fra teenager. Il tutto anche nel raggio di pochi chilometri, hanno spiegato su BMC Public Health : «Le zone ad alta e bassa incidenza sono geograficamente molto vicine e i tassi variano in maniera vertiginosa all’interno di una stessa regione; in certi posti si contano percentuali tre volte più alte rispetto alle aree limitrofe». Per minimizzare le diseguaglianze nel tumore della cervice uterina, concludono gli studiosi inglesi, gli interventi di sanità pubblica dovrebbero concentrarsi sulle fasce di popolazione maggiormente svantaggiate. MENO CONTROLLI E PIU’ RISCHI - Più di altre forme di cancro, il tumore del collo dell’utero sembra legato allo status socio-economico. A livelli bassi di reddito, istruzione e integrazione sociale si associano meno prevenzione e maggiori fattori di esposizione alla malattia, prima fra tutti l’infezione da Hpv (papilloma virus umano) cui si deve almeno il 70 per cento dei casi di tumore cervicale. Poi, ricorda l’Istituto superiore di sanità, pesano i rapporti non protetti con un elevato numero di partner sessuali, il fumo di sigaretta, l’uso a lungo termine di contraccettivi orali e altre co-infezioni sessualmente trasmesse, come quelle da Chlamydia trachomatis o da herpes simplex. HPV:QUESTIONE DI STATUS – Una recente ricerca americana dei Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta ha cercato di esaminare l’associazione fra le forme tumorali legate all’infezione da papilloma virus e la condizione socioeconomica. Sono stati analizzati i registri tumori e le diagnosi fra il 1998 e il 2003, e il risultato, descritto in un numero speciale della rivista Cancer, ha indicato che i tumori del pene, del collo dell’utero e della vagina sono legati al basso livello di istruzione e alla povertà. NEL MONDO - A livello globale, il carcinoma cervicale risulta il secondo per mortalità fra le donne e, ricorda l’Organizzazione mondiale della sanità, di mezzo milione di nuovi casi che si manifestano ogni anno, otto su 10 colpiscono nei Paesi in via di sviluppo, in Africa, America latina e Asia, dove non ci sono programmi di screening, il 95 per cento delle donne non ha mai fatto un Pap test in vita sua e i trattamenti medici disponibili non sono quelli migliori. Già nel 1997 un rapporto dell’Agenzia internazionale sul cancro (Iarc) di Lione intitolato Diseguaglianze sociali e cancro, segnalava il tumore della cervice uterina come quello più comune fra le donne nei Paesi in via si sviluppo e il sesto nei Paesi più ricchi. Non solo. Il documento rilevava che, a qualunque latitudine, la malattia tende a colpire di più le donne di basso status socioeconomico e che laddove si diffondono programmi di screening si riducono sia l’incidenza che la mortalità. In Italia ci sono circa 3.400 nuovi casi di tumore cervicale l’anno, è il decimo tumore per frequenza fra le donne di tutte le età e il terzo fra le più giovani (15-44 anni). (fonte: ilcorriere.it)

L'alcol aumenta il rischio di cancro 20/02/2009 18:07
Consumare bevande alcoliche ogni giorno può aumentare i rischi di cancro. Le probabilità di contrarre un tumore crescono dal 9 al 168%, a seconda delle quantità di alcol ingerite e della tipologia delle diverse neoplasie. Che anche un buon bicchiere di rosso al giorno possa fare male lo dichiarano Dominique Maraninchi, direttore dell'Istituto Nazionale del Cancro della Francia (Inca), e Didier Houssin, direttore generale della Sanità, presentando un opuscolo rivolto ai medici sui consigli dietetici per prevenire il cancro intitolato "Alimentazione e prevenzione del cancro. Dalle conoscenze scientifiche alle raccomandazioni”. I consigli e gli avvertimenti della mini-guida scaturiscono da un rapporto internazionale del 2007 che, esaminando oltre 7mila studi scientifici, aveva messo in luce il rapporto tra consumo eccessivo di alcol e probabilità di sviluppare un cancro. Stando a quel rapporto, il 10,8% dei tumori negli uomini e il 4,5% delle neoplasie nelle donne sono causati dall'alcol. Questa notizia sembra un vero e proprio contrordine: fin dal 1990, infatti, i medici avevano affermato e verificato in varie ricerche scientifiche che bere una moderata quantità di vino rosso al giorno (uno o due bicchieri) poteva proteggere cuore e arterie grazie al resveratrolo, al tannino e ad altre sostanze benefiche e antiossidanti contenute nel nettare di Bacco. Tuttavia l'avvertimento che viene dalla Francia non fa distinzione di bevande, ma mette sul banco degli imputati l'alcol in generale: certamente, perchè aumenti il rischio di cancro, variano le quantità delle diverse bevande scelte: perchè faccia male basta bere ogni giorno un quarto di bicchiere di whisky, una pinta media di birra o un bicchiere di vino rosso. Per i medici francesi le bevande alcoliche possono incrementare del 168% il rischio di sviluppare un cancro alla bocca, alla faringe o alla laringe, del 28% il rischio di un tumore all'esofago, del 10% le possibilità di ammalarsi di un cancro alla mammella e del 9% quelle di una neoplasia al colon. Bere troppo, poi, è la causa principale della cirrosi epatica e dei tumori al fegato. Ma da cosa dipende questa cancerogenicità delle bevande alcoliche? Per gli esperti americani del National Cancer Institute l'alcol, una volta entrato nell'organismo, viene trasformato in acetaldeide, sostanza cancerogena che può danneggiare la salute umana anche se assunta in piccole dosi. Certamente occorreranno ulteriori conferme scientifiche a questo allarme che viene da Oltralpe, vista la mole impressionante di lavori scientifici che premiano la scelta di bere almeno uno o due bicchieri di un buon vino rosso a settimana. Forse la chiave del benessere è proprio nell'equilibrio: non bere troppo e nemmeno tutti i giorni, ma solo ogni tanto e preferibilmente vino rosso, ricco di molecole antiossidanti. (fonte: italiasalute.it)

Virus del morbillo contro cancro alla prostata 13/02/2009 11:53
Alla Clinica Mayo (Usa) è stato condotto uno studio, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista "The Prostate", dal quale è emerso che alcune specie di vaccino contro il virus del morbillo, inclusa la specie nota come MV-CEA, possono rappresentare un trattamento efficace per la cura del cancro alla prostata in fase avanzata. Tramite la viroterapia il virus viene applicato con facilità direttamente sul tumore della prostata attraverso aghi guidati via ultrasuoni e può infettare, riprodursi per replicazioni e quindi uccidere le cellule del cancro alla prostata, una delle più diffuse cause di morte degli uomini nel mondo occidentale. Evanthia Galanis, autrice senior dello studio, spiega "Queste specie oncolitiche di virus del morbillo rappresentano una nuove classe di agenti terapeutici contro il cancro che non evidenza una cross-resistenza con gli approcci terapeutici esistenti e che può quindi essere combinata con i metodi convenzionali". Uno stretto monitoraggio della terapia può essere realizzato attraverso tecniche non invasive come ultrasuoni e imaging a risonanza magnetica. (fonte: molecularlab.it)

Tumore alla prostata:per la diagnosi basta un test delle urine 13/02/2009 11:51
Una proteina in grado di diagnosticare precocemente e curare il cancro alla prostata. É il risultato di una ricerca condotta da studiosi dell'Università del Michigan e pubblicato dalla rivista "Nature". Lo studio approfondito dell'urina maschile ha permesso all'equipe di ricercatori, coordinata dal professor Aru Chinnaiyan, di individuare la sarcosina, una particolare proteina derivata dalla glicina, che aiuterebbe, appunto, a diagnosticare uno dei tumori maschili più frequenti. "Una delle sfide più importanti è arrivare a capire se il cancro è aggressivo - ha detto Chinnaiyan - perché quasi sempre i pazienti vengono trattati in maniera pesante, in quanto non riusciamo ancora ad essere sicuri se il tumore che li ha colpiti è di tipo aggressivo o no. Questa ricerca può aiutarci in tal senso". (fonte: agoranews.it)

Mutazione genetica causa tumori nel trevigiano 13/02/2009 11:50
Dovrebbe trattarsi di una malattia ereditaria molto rara ed invece nel trevigiano ha coinvolto già sei generazioni della stessa famiglia che, per questa specifica patologia, rappresenta la più grande mai scoperta fino ad ora in Italia. La causa è una mutazione del gene, chiamato MEN1, che può predisporre il corpo umano all’insorgenza di tumori endocrini multipli, legati quindi al sistema ormonale. La scoperta è stata possibile grazie alla collaborazione tra l’Unità Operativa di Endocrinologia dell’Azienda Ospedaliera di Padova e l’Istituto Oncologico Veneto che da circa un anno sta procedendo ad una meticolosa raccolta dati. “Quello di questa famiglia trevigiana – mette in evidenza il professor Giuseppe Opocher, Responsabile dell’Unità Tumori Ereditari dell’Istituto Oncologico Veneto – è un triste primato. Tuttavia, grazie alle nostre indagini, siamo riusciti ad individuare 111 componenti dell’albero genealogico. Di questi ne abbiamo già rintracciati e sottoposti ad analisi molecolare 29, dei quali in 20 hanno dimostrato di presentare una mutazione dei propri geni”. La complessità del progetto sta anche nel riuscire a trovare fisicamente le persone che fanno parte della famiglia. I diversi componenti hanno perso i contatti fra loro, alcuni si sono trasferiti e quindi i ricercatori dello IOV hanno dovuto compiere delle vere e proprie indagini investigative. “Tra le persone identificate 70 sono ancora da rintracciate e i loro casi andranno studiati singolarmente – sottolinea Opocher – Tuttavia in realtà, secondo le informazioni raccolte, la famiglia non si limita ai soli 111 soggetti da noi schedati anagraficamente. Dovrebbe essere infatti molto più ampia perché la discendenza di 4 dei 6 antenati dell’albero genealogico è ancora da identificare”. La complessità del progetto del resto è dovuta anche al fatto che questa mutazione genetica ereditaria, alterando la funzione di un gene che ha il compito di controllare la crescita cellulare, predispone all’insorgenza di più tumori diversi, rendendo quindi la cura molto articolata. Per questa ragione lo IOV ha creato un team di esperti che comprende anche endocrinologi di Castelfranco e Montebelluna. “E’ fondamentale proseguire con la ricerca e riuscire a metterci in contatto con tutti i componenti della famiglia – conclude il responsabile dell’Unità Tumori Ereditari dell’Istituto Oncologico Veneto – poiché, trattandosi di una malattia rara, i medici non specializzati potrebbero trovare notevoli difficoltà a fare la giusta diagnosi”. Inoltre lo studio, tanto da un punto di vista clinico quanto molecolare di un campione così vasto, potrebbe permettere di approfondire notevolmente le ricerche. Incrociando infatti i dati relativi alle migliaia di varianti di sequenze di DNA individuate, si potrebbero comprendere meglio tempi, modalità di comparsa e sviluppo dei diversi tumori provocati da questa specifica mutazione genetica. (fonte: italiasalute.it)

Tra dieci anni mortalità zero per il tumore al seno 13/02/2009 11:49
Secondo gli ultimi dati disponibili dalla ricerca nel campo dei tumori l"incidenza nelle donne del tumore al seno è in aumento, mentre diminuisce il tasso di mortalità, grazie alla prevenzione, alla diagnosi precoce ed all"efficacia delle terapie. Ogni anno in Italia il carcinoma colpisce circa 40mila donne, e una donna su nove riceve una diagnosi di cancro al seno; la chiave per abbassare il tasso di mortalità risiede nella diagnosi precoce, che permette di individuare la malattia molto velocemente quando non è in stato di grande evoluzione. Il Professore Umberto Veronesi, fondatore di un progetto chiamato "Mortalità Zero", dichiara che l"obiettivo è quello di arrivare ad un tasso di mortalità pari a zero nel giro di dieci anni. Il progetto vede coinvolte come testimonial anche Nadia Ricci, Olivia Toscani e Monica Guerritore, fotografate da Oliviero Toscani per la campagna dedicata al tumore al seno. Tre donne che, nella loro vita, hanno avuto a che fare con questa malattia, vincendo la battaglia. Veronesi ha detto "La malattia si può battere trent"anni fa quattro donne su dieci non ce la facevano, adesso sono la metà. Più di un terzo delle pazienti ha la percentuale di guarigione che sfiora il 100%" e continua "Con gli strumenti di diagnosi e cura oggi a disposizione, mortalità zero entro 10 anni è un traguardo raggiungibile. Sappiamo infatti che tanto più il tumore è piccolo tanto maggiore è la speranza di sopravvivenza: i tumori diagnosticati in fase precocissima, quando la lesione è impalpabile, guariscono nella quasi totalità dei casi. Il progetto della Fondazione Umberto Veronesi prevede da un lato azioni mirate ad accrescere tra le donne la consapevolezza dell"importanza della diagnosi precoce e dall"altro la diffusione capillare di centri adeguatamente attrezzati e con personale medico debitamente formato, dove le donne possano accedere alle metodologie diagnostiche e terapeutiche più avanzate". (fonte: molecularlab.it)

Fare sport dopo un tumore? Si può, anzi si deve, per vivere meglio 13/02/2009 11:47
Mens sana in corpore sano scriveva il poeta latino Giovenale già intorno al 100 d.C. e molti studi scientifici nei secoli successivi gli hanno dato ragione. Per vivere in buona salute è importante godere di benessere sia fisico che psichico. Una regola semplice, che più volte è stata confermata da ricerche specifiche in ambito oncologico e che viene rilanciata da un sondaggio pubblicato sull’ultimo numero della rivista Cancer Epidemiology Biomarkers and Prevention: un’attività fisica regolare contribuisce alla migliore qualità di vita dei pazienti curati per un tumore polmonare in fase iniziale. IL SONDAGGIO - Gli scienziati del Fox Chase e del Memorial Sloan-Kettering Cancer Centers hanno intervistato 175 persone operate per un carcinoma del polmone non a piccole cellule ai primi stadi nei sei anni precedenti lo studio. I malati, tutti liberi da malattia (quindi potenzialmente guariti), avevano in media 68 anni al tempo dell’intervista e hanno risposto a un questionario in merito alla loro abitudini sportive prima e dopo l’intervento chirurgico. Lo scopo delle domande era proprio quello di valutare la loro qualità di vita in termini di benessere fisico, mentale e sociale e l’esito non ha lasciato dubbi ai ricercatori: «I pazienti che fanno sport costantemente mostrano un maggiore vigore fisico, un umore migliore e, in generale, un livello più elevato di salute». BASTA ANCHE UNA CAMMINATA CON PASSO SVELTO - Naturalmente non si tratta di fare maratone, ma una minima attività quotidiana, come passeggiare almeno mezz’ora al giorno con un’andatura veloce. Solo un intervistato su quattro ha però dichiarato di seguire le linee guida sul dopo-tumore proposte dai medici, che prevedono almeno 60 minuti alla settimana di attività intensa (corsa, jogging, cyclette, ad esempio) o 150 minuti di esercizio moderato, come una bella camminata. E il test sulla qualità di vita ne ha segnalato i benefici: i più sportivi hanno mostrato inferiori sintomi di depressione, una maggiore vitalità e meno fiato corto rispetto ai «colleghi» sedentari. GINNASTICA SUBITO DOPO L’OPERAZIONE - «Purtroppo la maggior parte dei pazienti operati non segue i suggerimenti sulla ginnastica – sottolineano gli studiosi americani -, soprattutto nei sei mesi successivi all’operazione, quando invece sarebbe già utile per recuperare un po’ di capacità respiratoria». Se da un lato è comprensibile che i malati si sentano indeboliti e abbiano minor vigore rispetto alla loro vita precedente, dall’altro sono ormai molti gli studi scientifici che depongono a favore di un leggero e costante sforzo graduale che li aiuta a recuperare sul piano psico-fisico. SPORT UTILE, PRIMA E DOPO IL CANCRO - Una ricerca inglese pubblicata sul Journal of Clinical Oncology ha provato, per esempio, come un moderato ma costante esercizio aerobico, tre volte a settimana, migliori il benessere delle donne operate di tumore al seno. Palestra e cyclette possono aiutare molte donne in terapia anticancro a guarire più in fretta, a sentirsi in forma nonostante le cicatrici, la chemio e la radioterapia, ma anche a stare meglio con gli altri, in famiglia e sul lavoro. Mentre uno studio su 65mila donne pubblicato sul Journal of the National Cancer Institute sostiene che l’attività fisica praticata fin dall’età dello sviluppo riduce del 23 per cento il rischio di un carcinoma mammario in pre-menopausa. Inoltre, in bambini e ragazzi con una neoplasia cerebrale muoversi per prendersi cura di sé e fare ginnastica aiuta a bilanciare i danni causati dalle cure. (fonte: corriere.it)

La molecola del tumore del colon 04/02/2009 09:24
Sull'ultimo numero della rivista "Cancer Research" vengono riportati i risultati di una ricerca guidata da Janusz Jankowski della The Barts and London School of Medicine and Dentistry di Londra, nel Regno Unito, che chiarisce che la P-caderina, una molecola di adesione cellulare, sarebbe implicata nello sviluppo del tumore del colon, una patologia che ogni anno uccide 655.000 persone nel mondo. E' gia noto come la P-caderina sia espressa dalla mucosa dell'intestino in fase infiammatoria e i ricercatori hanno cercato di comprendere in che modo ne sia controllata l'espressione e quali siano gli effetti della sua presenza non fisiologica nell'intestino. La molecola in questione gioca un ruolo fondamentale nello sviluppo embrionale ma il gene responsabile della sua espressione viene silenziato nelle fasi successive dello sviluppo negli individui sani. Se la mucosa è infiammata l'inibizione dell'espressione della P-caderina non avviene e ciò determina una diffusione della condizione infiammatoria nei tessuti mucosali. Il gruppo ha chiarito i meccanismi genetici e molecolari che attivano il gene all'interno di una mucosa infiammata ha rivelato in che modo l'intestino subisca un allungamento anomalo ben prima che siano evidenti cambiamenti istologici al microscopio. E' inoltre stato chiarito in che modo le prime cellule precancerose si diffondano all'interno dell'organo. (fonte: molecularlab.it)

Svelato il segreto della protezione dal Cancro 04/02/2009 09:23
I ricercatori sono molto soddisfatti della loro scoperta in quanto questa avrà importanti effetti per la diagnosi e la cura del cancro. La nuova scoperta riguarda il gene Tp53, scoperto per la prima volta 30 anni fa, e la proteina p53: una proteina che si trova in ogni cellula umana. Il suo è un ruolo determinante nella prevenzione del possibile sviluppo del cancro. La proteina p53 interviene in molti processi, tra cui la riparazione del DNA danneggiato; non solo dalle cellule tumorali, ma anche dai trattamenti a base di radiazioni come la chemioterapia. Può inoltre indurre al suicidio le cellule malate in modo da bloccare la diffusione del cancro stesso. Lo studio, pubblicato in “Genes & Developement” è stato condotto da un team di scienziati dell’Università di Dundee e di Singapore. Per la ricerca sono stati utilizzati embrioni di pesciolini tropicali conosciuti come Zebrafish (o Danio rerio) che condividono con gli esseri umani questo tipo di gene. Con un trucco genetico hanno marchiato il gene Tp53 per evidenziare (di colore verde) quando questi viene attivato. In questo modo gli scienziati hanno scoperto come e quando il gene si attiva generando la ben nota proteina p53, ma anche una variante di questa proteina, detta isoforma. Normalmente gli Zebrafish sopravvivono all’esposizione a basse dosi di radiazioni, ma quelli che non hanno avuto modo di beneficiare dell’azione della proteina e dell’isoforma sono morti. Se non scatta “l’interruttore” la proteina non riesce a fare il suo lavoro correttamente. I ricercatori hanno dimostrato che questo interruttore ha svolto un ruolo fondamentale nel consentire alla p53 di eseguire la riparazione del DNA danneggiato. Il Professor Sir David Lane del team di scienziati ha detto: “La funzione di p53 è un fattore critico per il modo in cui molti trattamenti contro il cancro uccidono le cellule in quanto la radioterapia e la chemioterapia provocano il suicidio delle cellule in risposta ai danni al DNA”. La comprensione di questi meccanismi e del funzionamento del gene Tp53 è molto importante per lo sviluppo di nuovi farmaci e per migliorare le possibilità di diagnosticare in tempo e correttamente lo sviluppo della malattia. (fonte: lastampa.it)

Dal Vietnam l'albero che cura i tumori 04/02/2009 09:19
Grazie a una équipe di ricercatori italiani e vietnamiti che ha studiato gli effetti di una pianta utilizzata da sempre come farmaco naturale dalle popolazioni che vivono nel Nord del Vietnam, si potrebbe avere una decisiva svolta nella ricerca sugli immunosoppressivi. Il team diretto dal professor Domenico V. Delfino dell’Università di Perugia (sezione di Farmacologia, tossicologia e chemioterapia del dipartimento di Medicina clinica e sperimentale) ha lavorato insieme ai ricercatori dell’Institute of Chemistry dell’Università di Hanoi (diretto dal prof. Tran Van Sung) in virtù di un accordo di cooperazione scientifico-tecnologica concluso dal Ministero degli Affari esteri con il Governo vietnamita. Nelle ricerche condotte con l’obiettivo di individuare sostanze immunosoppressive in grado di agire in modo mirato e selettivo in maniera tale da evitare il verificarsi quegli effetti collaterali che possono pregiudicare l’efficacia della terapia immunosoppressiva e i possibili danni all’organismo, gli studiosi si sono imbattuti nell’Artocarpus Tonkinensis: un albero che cresce spontaneo nel Vietnam settentrionale e da secoli utilizzato nella medicina tradizionale della tribù dei Hmong come rimedio nella cura di patologie autoimmunitarie, quali l’artrite reumatoide. Da alcuni anni ormai sono oggetto di studio i principi attivi presenti nelle foglie di quest’albero. Oggi, si sa che una volta somministrati non sembrano sortire effetti collaterali specifici e gli scienziati stanno integrando questi studi con ricerche di laboratorio condotte presso l’Università di Perugia, indirizzate alla possibilità di sperimentare nuove forme di applicazioni terapeutiche, in particolare nei confronti di tumori, linfomi e leucemie. Si aprono così nuovi orizzonti per l’integrazione scientifica si conoscenze tradizionali o popolari con la medicina allopatica per riuscire a ottenere farmaci efficaci e con ridotti effetti collaterali. (fonte: lastampa.it)

Tumore, ogni giorno 700 casi in Italia 04/02/2009 09:17
Sono oltre 270mila gli italiani colpiti ogni anno da tumore, più di 700 nuovi casi ogni giorno. Questi i risultati dell'indagine "Vivere con il cancro" realizzata in occasione della Giornata mondiale contro il cancro, appuntamento promosso dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e dall’Unione Internazionale contro il Cancro, che si celebra il 4 febbraio. Secondo le stime nel 2010 saranno circa 1,9 milioni gli italiani che hanno avuto una neoplasia contro i 1,7 milioni attuali. Una realtà sempre più diffusa, che coinvolge circa una famiglia italiana su 20. Per questo motivo la Giornata, istituita per informare e sensibilizzare su tematiche inerenti i tumori, ha come tema la qualità di vita dei pazienti e dei familiari. GODERE LA VITA FINO IN FONDO – Il sondaggio (effettuato da Eurisko) ha voluto approfondire quali siano il significato e il valore del tempo per i malati oncologici e per i loro care givers (ovvero chi fornisce le cure ai pazienti: familiari, amici, conoscenti). Ne è emerso che per i malati di cancro «la priorità è il presente, avere il tempo per assaporare fino in fondo ogni attimo di una vita a cui viene restituito valore». E se da parte dei pazienti si evidenzia un’accettazione silenziosa della malattia e un conseguente sviluppo di grande attaccamento alla vita, con sentimenti di ottimismo e determinazione, i parenti sono più in difficoltà: provano sentimenti di impotenza, costantemente concentrati sulle difficoltà dell’assistenza e sull’ineludibilità della fine. PIÙ DIFFICOLTÀ PER I PARENTI - Il concetto di qualità della vita viene ridefinito dai pazienti in base a cosa si fa nella quotidianità, dal riuscire a fare le cose che si facevano prima (come lavorare, uscire con gli amici, fare sport) all’essere autosufficienti fino a sentirsi utili. Un modo di poter godere del presente senza rimorsi e malinconia verso il passato e senza angoscia per il futuro, focalizzandosi su una gestione del tempo a medio-breve termine, ponendosi dei piccoli traguardi (come accompagnare i figli a scuola o fare un weekend con la famiglia) e guardando a un futuro più lontano (scrivendo un libro, creando associazioni di volontariato o portando avanti la propria azienda). I parenti invece navigano a vista, tra la difficoltà di riuscire a progettare e il costante paragone con quello che si riusciva a fare prima della malattia, vivendo sempre in una continuo stato d'allerta. In entrambi i casi, per gestire al meglio la quotidianità, si chiede supporto al sistema sanitario, che viene percepito come alleato e vicino, ma a cui si domanda soprattutto una maggiore sensibilità alla dimensione psicologica (risulta prezioso l'aiuto dello psiconcologo). PREVENZIONE CONTRO OBESITÀ - La Giornata di quest'anno non è dedicata solo alla qualità di vita dei malati di cancro. L'altro tema cruciale è la prevenzione, partendo fin dalla più tenera età. L'Uicc, infatti, lancia per l’occasione una campagna mirata contro sovrappeso e obesità, che si sono dimostrati fattori di rischio certi per lo sviluppo di un tumore e il cui tasso continua a salire pericolosamente fra adulti e bambini. I numeri parlano chiaro: secondo le stime dell'Oms sono un miliardo gli adulti sovrappeso nel mondo, di cui almeno 300 milioni dichiarati clinicamente obesi. Fra i 5 e i 17 anni, poi, un bambino su dieci è fuori forma e ben 45 milioni sono quelli obesi (circa il 3 per cento del totale). Per questo l’Uicc lavorerà con genitori, insegnanti e politici perché si portino avanti programmi che incoraggiano i bambini a seguire una dieta sana, fare sport e mantenere un peso corporeo salutare. COLON, SENO, POLMONE - In Italia tra i tumori più frequenti ci sono quello al colon-retto, con 48mila nuovi casi all’anno, alla mammella (primo tra le donne con 40mila nuove diagnosi) e il tumore al polmone con 32mila, la neoplasia più diffusa tra gli uomini ultraquarantenni e tra quelle a più elevata mortalità. Grazie a screening, diagnosi precoci e innovazioni terapeutiche la lotta contro il tumore sta registrando molti successi, anche nei pazienti negli stadi più avanzati. «Per molti tipi di tumore abbiamo oggi farmaci efficaci e meno tossici. I farmaci anti-angiogenetici, e quelli biologici in generale, hanno cambiato molti paradigmi di trattamento» ha spiegato Alberto Sobrero, responsabile della divisione di Oncologia medica dell'ospedale San Martino di Genova. (fonte: corriere.it)

Annusare il tumore 02/02/2009 11:37
I ricercatori del Monell Chemical Senses Center a Filadelfia hanno presentato al convegno della American Chemical Society i risultati della loro ricerca dalla quale emerge che gli odori della pelle possono essere utilizzati per riconoscere il carcinoma basocellulare, la forma più comune di cancro della pelle. La scoperta verrà pubblicata sul numero del mese prossimo del British Journal of Dermatology. Partendo dalla nozione che la pelle umana produce numerose molecole chimiche volatili, molte delle quali odorose (VOC), i ricercatori hanno campionato l'aria immediatamente soprastante a tumori basocellulari in 11 pazienti, identificando un profilo di composti chimici VOC chiaramente differente da quello riscontrabile nella stessa posizione in altrettanti soggetti sani di controllo. Utilizzando tecniche di gas-cromatografia di massa gli studiosi hanno scoperto che i profili VOC contengono la stessa serie di composti chimici ma si riscontrano differenze notevoli nelle quantità dei diversi composti, alcuni dei quali sono presenti in misura maggiore in caso di carcinoma basocellulare, mentre altri appaiono ridotti. Lo studio ha mostrato anche che l'invecchiamento non influenza il tipo di VOC trovati nei profili, tuttavia alcune sostanze chimiche appaiono presenti in maggiori quantità negli anziani che nei giovani. Questo lavoro rappresenta la prima caratterizzazione complessiva dei VOC in siti dell'epidermide che non siano le ascelle in persone di età e genere differente. Lo studio ha mostrato anche che l'invecchiamento non influenza il tipo di VOC trovati nei profili, tuttavia alcune sostanze chimiche appaiono presenti in maggiori quantità negli anziani che nei giovani. Michelle Gallagher, che ha diretto la ricerca, ha affermato "La nostra scoperta potrà un giorno permettere ai medici di stabilire una diagnosi di cancro della pelle fino dagli stadi più iniziali" e ha specificato anche che la tecnica potrà essere utilizzata anche per altre forme di tumori della pelle. I ricercatori infatti ora mirano a tracciare il profilo VOC anche del melanoma e del cancro a cellule squamose, sperando che le loro scoperte siano gemellabili con i risultati delle ricerche nel campo delle tecnologie dei neno-sensori applicata alla produzione di "nasi elettronici", per introdurre una nuova forma di diagnosi. (fonte: molecularlab.it)

Ricercatori finanziati dall'UE affrontano il cancro della cervice 02/02/2009 11:36
Il cancro della cervice è la forma tumorale più comune a livello mondiale. Ogni anno viene diagnosticato in circa 60.000 donne e in più o meno nella metà di esse è causa di decesso. Bloccare il problema sul nascere è un'impresa difficile se la malattia non viene scoperta e curata in uno stadio sufficientemente precoce. Il progetto ASSIST ("Association studies assisted by inference and semantic technologies"), finanziato dall'UE con 2,63 milioni di euro, aveva l'obiettivo di risolvere questo problema attraverso la creazione di collegamenti tecnologici tra centri medici specializzati nella diagnosi e nel trattamento del cancro della cervice, nonché di aumentare lo scambio dei dati e la creazione di maggiori quantità di dati. Mentre gli scienziati accettato il fatto che il papillomavirus (HPV) rappresenta il maggiore rischio per il cancro della cervice, essi riconoscono anche che l'HPV non è l'unico responsabile. I ricercatori hanno valutato il ruolo dei fattori genetici e ambientali specifici nella determinazione della persistenza dell'HPV e la conseguente progressione della malattia. Studi precedenti avevano suggerito meccanismi patogenici che avrebbero potuto fornire nuovi marcatori del rischio, diagnosi e prognosi e avrebbero condotto a potenziali nuovi trattamenti. Il progetto ASSIST intendeva combinare i diversi tipi di dati raccolti dai ricercatori, automatizzare il processo di valutazione delle ipotesi mediche, fornire un motore di inferenza capace di valutare il materiale statisticamente, riunire le cartelle cliniche dei pazienti delle istituzioni partecipanti, e sviluppare strumenti grafici espressivi per i ricercatori medici dove indirizzare i loro quesiti. I ricercatori medici usano studi associativi per individuare i fattori comuni presenti nelle varie malattie. Essi valutano i dati clinici dei test ospedalieri, dati sullo stile di vita (come il fumo o le abitudini alimentari) e dati genetici. I ricercatori confrontano anche i dati dei pazienti con quelli di soggetti sani. "Quello che cerchiamo di fare è di permettere ai ricercatori medici impegnati negli ospedali e nei centri medici specializzati di usare i dati reciproci e di combinarli in un contesto più ampio", ha detto il professor Pericles Mitkas del Centro per la ricerca e la tecnologia - Hellas, Informatics and Telematics Institute, in Grecia. "Il problema è che ogni ospedale usa formati diversi, regole diverse per la conservazione dei dati, anche se si tratta di esattamente lo stesso test," ha detto il coordinatore del progetto. "Perfino nello stesso ospedale, ogni medico potrebbe avere il suo modo particolare di fare le cose." Il prof. Mitkas ha fatto notare che il più grande successo raggiunto da ASSIST è stato quello di rafforzare il dialogo tra medici, biologi molecolari e esperti informatici. "Finalmente si parlano e capiscono il rispettivo 'linguaggio tecnico'," ha spiegato. Tre ospedali in Belgio, Germania e Grecia hanno partecipato alla prima parte del progetto. Dopo essersi trovati d'accordo sulla terminologia e sulla rappresentazione e consultazione dei dati, il team di ricerca ha sviluppato una piattaforma software prototipo che assicura ai ricercatori la ricezione dei dati nel formato richiesto. "Lo facciamo usando la rappresentazione semantica, il ché significa che assegniamo un'interpretazione ad ogni valore per aiutare il computer a capire a cosa si riferisce un determinato dato," ha spiegato il capo del progetto. Facilitiamo anche l'interpretazione di valori soggettivi come "alto rischio" o "basso rischio", "caso serio" e "caso non serio", e usiamo tecniche inferenti basate su una serie di norme mediche fornite dai medici per dire al computer quali risultati sono più validi," ha detto. "I risultati delle biopsie, ad esempio, sono più attendibili dei risultati del Pap test e potrebbero indicare uno stato precanceroso che il Pap test non ha rivelato." La piattaforma prototipo ASSIST ha offerto ai ricercatori accesso ai dati dei pazienti dei reparti di ginecologia e ostetricia dei tre ospedali. "Man mano che andiamo avanti, aggiungiamo funzionalità, ma almeno ora i medici hanno tra le mani qualcosa con cui lavorare e valutare," ha detto il prof. Mitkas. "Più in là, capire il percorso della malattia e i fattori che influiscono su di essa, aiuterà i singoli medici a diagnosticarla più precocemente, prevenirla dando indicazioni alle loro pazienti, e sviluppare farmaci o procedure per curare la malattia," ha detto. "Ma ASSIST è soprattutto uno strumento per i ricercatori, che attraverso i risultati delle loro ricerche potranno aiutare tutte le donne. (fonte: molecularlab.it)

Due nuovi bersagli contro i tumori 27/01/2009 21:12
Un gruppo di scienziati del Laboratorio Nazionale Consorzio Interuniversitario Biotecnologie (LNCIB) dell'AREA Science Park e del Dipartimento di Scienze della Vita dell'Università di Trieste, che ha lavorato in collaborazione con ricercatori dell'IFOM Fondazione Istituto FIRC di Oncologia Molecolare, dell'Università di Milano, dell'Università di Padova e del Wistar Institute di Filadelfia, ha pubblicato su Nature Cell Biology i risultati della ricerca grazie alla quale han potuto scoprire che l'enzima Pin1 causa un cambio conformazionale della proteina Notch1. Notch1, che induce le cellule a crescere incontrollate avviando lo sviluppo di un tumore, è più attiva a seguito del cambio conformazionale attuato da Pin1 Secondo Giannino Del Sal, coordinatore dello studio e responsabile dell'Unità di Oncologia Molecolare del LNCIB e ordinario di Biologia presso la Facoltà di Medicina dell'Università di Trieste, senza l'enzima Pin1, Notch1 perderebbe gran parte della sua capacità di promuovere la crescita tumorale. Nel tessuto prelevato da pazienti con tumore alla mammella le due proteine tendono ad andare di pari passo: quando l'una è presente in quantità superiori alla norma, anche l'altra si accumula, e cio fa sospettare che notch1 sia a sua volta promotore della formazione di Pin1 Del Sal ha spiegato che "Interrompere il circuito molecolare che ha come punti di forza Notch1 e Pin1 o modularlo farmacologicamente significherebbe bloccare la crescita del tumore". Grazie a questa ricerca è ora disponibile un nuovo bersaglio verso cui sviluppare farmaci antitumorali , e infatti i ricercatori hanno dimostrato che in modelli di cellule cancerose che esprimono livelli alterati di queste due proteine i trattamenti con farmaci che interferiscono sia con l'azione di Notch1 sia con le funzioni di Pin1 contrastano più efficacemente la crescita tumorale. La ricerca è stata condotta grazie a finanziamenti specifici dell'Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC). (fonte: molecularlab.it)

Fumo: non solo cancro al polmone. Le sigarette ree di 70% morti tumore uomini 27/01/2009 21:11
Cambia l'accusa e diventa ancor più pesante: il fumo siede sul banco degli imputati non solo per il cancro al polmone, ma pare legato a doppio nodo con il 70% di tutte le morti maschili imputabili a tumori. Una stima da brividi quella che arriva dallo studio della University of California, soprattutto considerando che raddoppia i numeri sullo scottante tema, fermi al 34% secondo una ricerca analoga del 2001. Ma il bicchiere potrebbe sembrare anche mezzo pieno ai più ottimisti. Più morti legate alle bionde, certo, ma anche più vite da salvare riducendo il consumo di tabacco. La ricerca, che ha guadagnato la pubblicazione su Bmc Cancer online, è stata condotta utilizzando i dati del National Center for Health Statistics. Gli studiosi guidati da Bruce Leistikow hanno comparato i numeri sulle morti di cancro al polmone con tutti gli altri decessi causati da tumori negli uomini del Massachusetts nell'arco di ben 25 anni, ovvero dal '79 al 2003. Così hanno potuto osservare che le morti, su entrambi i fronti, cambiavano 'in tandem', con una forte correlazione soprattutto nella fascia d'età 30-74 anni. "Lo studio - spiega Leistikow - mostra che il fumo, compreso quello passivo o comunemente definito di seconda mano, è stato ampiamente sottovalutato, sinora, come fattore reo di neoplasie diverse dal cancro al polmone. Ora abbiamo un motivo in più per intensificare la lotta al tabagismo". ( Fonte: Tio.ch)

Un tumore sconfitto dallo stress 27/01/2009 21:09
Lo studio, finanziato dall'Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (Airc), Cariplo (NoBEL project), Ministero della Sanità, Miur (CoFin and Center of Excellence in Physiopathology of Cell Differentiation), e Telethon è stato pubblicato su Blood e realizzato dai ricercatori dell'Istituto Scientifico Universitario San Raffaele e dell'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, con la collaborazione di ricercatori delle Università di Torino, Pavia e Parma e della Harvard Medical School di Boston, Usa. Il mieloma multiplo è un tumore del midollo osseo molto frequente e ancora incurabile, responsabile del 2% di tutte le morti per cancro. Ha origine dalla trasformazione tumorale delle plasmacellule, le cellule del nostro sistema immunitario deputate a produrre gli anticorpi, le difese del nostro organismo. Recentemente il nuovo farmaco bortezomib, della categoria degli inibitori del proteasoma, si è rivelato in grado di aumentare l'aspettativa di vita. Abbiamo utilizzato linee tumorali già disponibili in laboratorio e cellule tumorali selezionate da campioni di midollo osseo di pazienti, mediante sofisticate tecniche bio-molecolari, e abbiamo misurato l'attività dei proteasomi e la quantità di "scorie" accumulate dalle cellule tumorali. E abbiamo scoperto che, paradossalmente, i tumori che presentano meno proteasomi, a causa di un'intensa attività metabolica, ne hanno più bisogno: di conseguenza sono carichi di scorie e quindi più "stressati". Non solo: questi stessi tumori sono anche i più sensibili al bortezomib che, bloccando il lavoro del proteasoma, aumenta lo stress della cellula fino a farla morire come "soffocata" dalle scorie. Infine, manipolando la quantità dei proteasomi o sovraccaricandoli di lavoro siamo riusciti a modificare la vulnerabilità del tumore al farmaco. Lo sbilanciamento nelle cellule tumorali tra la scarsa capacità di degradare le proteine ed il carico di lavoro sui proteasomi genera un particolare tipo di stress che può essere sfruttato per distruggere selettivamente le cellule del mieloma multiplo, rappresentando un vero tallone d'Achille del tumore. Ecco un caso in cui lo stress può far bene. La scoperta apre la strada a studi clinici per cercare di individuare in anticipo i pazienti che risponderanno meglio a questo nuovo farmaco. Inoltre lo studio potrà servire a individuare nuovi bersagli per colpire in maniera più efficace le cellule tumorali. * Capo progetto dello studio (fonte: iltempo.it)

Cancro della cavità orale: il caffè può prevenirlo 22/01/2009 17:26
Ne beviamo svariate tazzine ogni giorno. E’ un’abitudine quotidiana di cui pochi riescono a fare a meno. Ora c’è un motivo in più per bere con gusto una tazzina di caffè. Si tratta di un nuovo studio condotto in Giappone che ha dimostrato come bevendo caffè si possa diminuire il rischio di sviluppare un cancro alla cavità orale o alla gola. Lo studio è stato condotto su oltre 38.000 persone tra i 40 e i 64 anni divisi in due gruppi: quelli senza precedenti di cancro e quelli che avevano sofferto di cancro alla bocca, alla faringe o all’esofago negli ultimi 13 anni. Ebbene, paragonati alle persone che non bevono caffè, i pazienti che hanno bevuto una o più tazzine al giorno hanno sperimentato la metà del rischio di sviluppare questo tipo di cancro. La riduzione dei casi si è verificata anche in persone considerate ad alto rischio perchè ne avevano già sofferto in passato. (fonte: benessereblog.it)

La genomica dei tumori 14/01/2009 15:31
Le alterazioni genomiche che consentono alle cellule normali di trasformarsi in cellule tumorali nel caso di glioblastoma multiforme (il più comune dei tumori cerebrali) e il cancro del pancreas sono state descritte in due nuovi studi pubblicati sull'ultimo numero di "Science", che han dimostrato l'esistenza di alterazioni dei processi di regolazione comuni in molti tipi di tumori. Il primo studio è stato condotto da Williams Parsons e colleghi dell'Howard Hughes Medical Institute di Baltimora, nel Maryland, del Johns Hopkins Kimmel Cancer Center sempre di Baltimora, e dell'Università di San Paolo, in Brasile. I ricercatori hanno analizzato 22 campioni di glioblastomi umani per rivelare potenziali mutazioni in sequenze di più 20.000 geni che codificano per proteine; inoltre sono andati alla ricerca di variazioni tumore-specifiche negli schemi di espressione dei geni. Grazie a questo studio sono state riconosciute responsabili dei tumori in esame alterazioni genetiche che fino ad ora non erano state considerate. Nei "glioblastomi secondari" che derivano da tumori di livello più basso e nei pazienti più giovani sono state identificate mutazioni del gene IDH1 che potrebbe quindi essere considerato come marker clinico per lo screening e il trattamento. Nel secondo studio sono stati analizzati i dati genetici del cancro del pancreas, scoprendo che in una percentuale di tumori compresa tra il 70 e il 100 per centorisultano alterazioni genetiche, sopratutto a carico di 12 cammini di segnalazione cellulare. Secondo gli autori: "Il maggiore motivo di speranza per lo sviluppo di terapie risiede nella scoprta di agenti che bersaglino gli effetti fisiologici dei cammini e dei processi alterati, invece che le loro singole componenti genetiche." (fonte: molecularlab.it)

Ricercatori spagnoli scoprono nuovi componenti antitumorali nell'olio extravergine d'oliva 09/01/2009 12:28
Ricercatori in Spagna hanno scoperto componenti dell'olio extravergine d'oliva che proteggono contro il cancro della mammella HER2-positivo e HER2-negativo. Le loro scoperte, che hanno implicazioni per la progettazione di nuovi farmaci contro il tumore della mammella, sono stati pubblicati nella rivista BMC cancer. L'olio extravergine d'oliva, protagonista della dieta mediterranea, è unico tra gli oli vegetali per il fatto che è poco elaborato e per questo motivo ricco di polifenoli (sostanze comuni contenute nelle piante). Studi precedenti avevano mostrato gli effetti benefici dell'acido oleico e di un componente fenolico contro determinati tumori del seno. Il dottor Javier Menendez dell'Istituto Catalano di oncologia e il dottor Antonio Segura-Carretero dell'università di Granada hanno condotto uno studio sugli effetti che altri componenti fenolici, trovati nell'olio extravergine d'oliva, hanno sulle cellule cancerogene mammarie umane. Nello specifico, essi hanno indagato l'effetto di queste sostanze sull'HER2, uno dei geni più frequentemente analizzati negli studi sul cancro. L'HER2 riveste un ruolo importante nella trasformazione dei geni normali in geni cancerogeni, creando tumori e diffondendo la malattia. Secondo lo studio, il gene è abbondantemente presente nel 20 - 30% dei tumori al seno invasivi e viene associato a "prognosi non favorevole, tempi di ricaduta più brevi e una diminuita sopravvivenza generale." L'azione antitumorale dei componenti dell'olio, perciò, dipende in gran parte dalla loro capacità di sopprimere l'espressione dell'HER. In laboratorio i ricercatori hanno separato l'olio in frazioni e hanno valutato l'effetto di ognuna di esse sulle cellule tumorali del seno. Hanno scoperto che tutte le frazioni contenenti i principali polifenoli dell'olio extravergine d'oliva (ad esempio i lignani, anche presenti nei semi di lino, e i secoiridoidi, anche presenti nel gelsomino) inibiscono efficacemente l'HER2. "Le nostre scoperte rivelano per la prima volta che tutti i fenoli complessi presenti nell'olio extravergine d'oliva sopprimono drasticamente la sovra-espressione del gene tumorale HER2 nelle cellule mammarie umane cancerose," ha detto il dott. Mendez. Tuttavia, è forse ancora troppo presto per tradurre questi risultati in consigli nutrizionali. L'azione dei componenti dell'olio extravergine d'oliva, come i secoiridoidi e i lignani, "devono essere affrontati con attenzione in modelli animali e studi pilota sugli uomini," avvertono gli autori. Le sostanze fitochimiche attive uccidono efficacemente le cellule tumorali nelle colture, ma soltanto in presenza di livelli che difficilmente potrebbero essere raggiunti nella vita reale attraverso il consumo di olio d'oliva. Le scoperte forniscono nuove prospettive sui meccanismi attraverso i quali l'olio extravergine d'oliva ricco di polifenoli potrebbere contribuire a ridurre il rischio di tumore al seno. "Queste scoperte, insieme al fatto che l'uomo ha assunto da sempre quantità considerevoli di lignani e secoiridoidi attraverso il consumo di olive e olio extravergine d'oliva, indicano fortemente che questi polifenoli potrebbero costituire un eccellente e sicuro punto di partenza per lo sviluppo di nuovi farmaci antitumorali per il seno," conclude lo studio. (fonte: molecularlab.it)

Più rischio di cancro alle ovaie per le donne obese 09/01/2009 12:27
Non è più solo una questione estetica: i chili di troppo non danneggiano soltanto la linea, ma anche la salute e spesso lo fanno in maniera molto grave. Oltre agli aumentati rischi di andare incontro a malattie cardiovascolari, ictus e infarti, l'obesità sembra aumentare le probabilità di ammalarsi di tumore all'ovaio nelle donne che aumentano di peso dopo la menopausa e che non si sono mai sottoposte a terapie ormonali. A questa conclusione è giunta l'equipe di scienziati americani del National Cancer Institute, coordinata dal dott.Michael Leitzmann, dopo aver condotto uno studio epidemiologico durato sette anni su 95mila donne in età compresa tra i 50 e i 71 anni. La ricerca scientifica, pubblicata online sulla rivista “Cancer”, ha messo in luce come l'incremento del peso, e specialmente della massa grassa, nelle donne nel periodo post-menopausa incrementi le possibilità di ammalarsi di cancro alle ovaie in assenza di terapie ormonali. Dei 303 casi di cancro alle ovaie riscontrati tra le partecipanti alla ricerca, ben l'80% erano donne obese che non si erano mai sottoposte a terapie ormonali sostitutive. Gli studiosi statunitensi ritengono dunque che l'aumento del peso in menopausa faccia crescere la produzione di estrogeni, stimolando la crescita delle cellule ovariche, fattore, quest'ultimo, che predispone allo sviluppo di cancro alle ovaie. I rimedi, oltre a uno stile di vita sano con alimentazione corretta e un po' di moto, sembrano essere quelli volti a definire adeguati programmi di salute pubblica, che riescano a contrastare il dilagante fenomeno dell'obesità. (fonte: italiasalute.it)

Come colpire le cellule staminali leucemiche 09/01/2009 12:25
velata dagli scienziati del Campus IFOM-IEO di Milano la strada per eliminare le cellule staminali del cancro, le vere responsabili dell’inguaribilità della malattia. I risultati della ricerca, tutta italiana, appaiono sulla rivista “Nature”. I ricercatori, guidati da Pier Giuseppe Pelicci, hanno scoperto come le cellule staminali del cancro diventano immortali: sono gli stessi oncogèni (i geni che innescano il processo tumorale) che impediscono alle staminali di invecchiare, mantenendo intatta la loro capacità di formare nuovo tessuto, il tumore. I farmaci attuali sono diretti contro le altre cellule tumorali (“figlie”); questa scoperta apre la via all’altra fase della cura, mirata a colpire le cellule staminali (“madri”). Nuovi farmaci con questa funzione sono già in sperimentazione clinica sull’uomo: nei prossimi 5-10 anni potrebbero diventare disponibili, per alcune forme di tumore. La ricerca è stata effettuata in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano. Già sapevamo che, a differenza delle normali cellule staminali dei tessuti, che invecchiano e muoiono, le cellule staminali del cancro sono immortali e mantengono indefinitamente la loro capacità d’automantenersi e di generare cellule tumorali. Ma non sapevamo perché. Come fanno le staminali del cancro ad evadere il processo fisiologico dell’invecchiamento e della morte alimentando all’infinito il tumore? È la domanda su cui si è focalizzato lo studio che appare su Nature. Il team di ricerca di Pelicci - Direttore Scientifico del Dipartimento di Oncologia Sperimentale dell’Istituto Europeo di Oncologia e Professore di Patologia generale presso l’Università di Milano - ha scoperto che gli stessi geni responsabili (oncogèni) di uno specifico tipo di tumore – leucemia mieloide acuta – sono anche la causa diretta dell’immortalità delle cellule staminali. Questo effetto era del tutto inatteso, perché si sapeva che le cellule del nostro organismo si difendono dagli oncogèni attivando un processo d’invecchiamento precoce (senescenza) o addirittura di morte (apoptosi). Ma questa procedura di difesa, hanno osservato i ricercatori, non si attiva nelle cellule staminali. Le cellule staminali, infatti, sopravvivono all’oncogène e non smettono di funzionare. “Le normali cellule staminali dei nostri tessuti – spiega Andrea Viale, uno degli autori della scoperta – accumulano, nel tempo, danni a carico del loro genoma, smettono di funzionare e quindi muoiono. Nel caso delle staminali del cancro, sono gli oncogèni a renderle invece immortali aumentando le loro capacità di riparo del danno genomico. In questo modo le cellule staminali leucemiche non invecchiano e continuano ad alimentare, indefinitamente, la leucemia”. Gli scienziati hanno scoperto che gli oncogèni facilitano il riparo del genoma (e quindi l’immortalità delle cellule staminali) provocando l’attivazione di un gene (p21). Il p21 rallenta la proliferazione delle cellule staminali, lasciando loro più tempo per riparare il genoma danneggiato. In sostanza, le cellule staminali della leucemia non invecchiano perché proliferano poco. Infatti, straordinariamente, quando l’équipe di Pelicci ha tolto il gene p21 dalle leucemie, ha visto le cellule staminali proliferare di più, accumulare danni al genoma e quindi morire (e con loro anche la leucemia!). Questi risultati forniscono una rappresentazione nuova dei tumori. Essi sono formati da rarissime cellule staminali – che proliferano poco – e da tante cellule “figlie” – che, come già sapevamo, proliferano molto. Tutto questo ha una grande implicazione per il trattamento dei tumori: le terapie anti-tumorali disponibili, infatti, colpiscono principalmente le cellule proliferanti, e sono quindi poco, o per nulla, efficaci sulle cellule staminali del cancro. Occorre quindi trovare terapie che agiscano sulle staminali. È ora la strada è segnata. “La nostra scoperta – commenta Pelicci – definisce un metodo per eliminare le cellule staminali del cancro: bloccare i loro sistemi di riparazione del genoma. In questo modo, infatti, le cellule staminali del cancro accumuleranno danno genomico, invecchieranno e moriranno, come fanno normalmente le cellule staminali dei nostri tessuti. Nuovi farmaci che inibiscono il riparo del genoma stanno muovendo i primi passi della sperimentazione clinica nell’uomo. Sapremo nei prossimi 5-10 anni quanto sono importanti nella cura dei tumori”. La ricerca è stata realizzata presso i laboratori dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO), in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano (Dipartimento di Scienze Biomolecolari e Biotecnologie e Dipartimento di Medicina, Chirurgia e Odontoiatria) e con l’Università degli Studi di Perugia (Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale, Policlinico Monteluce) ed è stata possibile grazie ai finanziamenti dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC), del Ministero della Salute, di Cariplo e della Comunità Europea. NOTE EDITORIALI Pubblicazione: Nature del 1 gennaio 2009 Titolo originale dell’articolo: "Cell-cycle restriction limits DNA damage and maintains self renewal of leukaemia stem-cells" Autori: Andrea Viale, Francesca De Franco, Annette Orleth, Valeria Cambiaghi, Virginia Giuliani, Daniela Bossi, Chiara Ronchini, Simona Ronzoni, Ivan Muradore, Silvia Monestiroli, Alberto Gobbi, Myriam Alcalay, Saverio Minucci, Pier Giuseppe Pelicci. (fonte: italiasalute.it)

Carne e latticini nemici della prostata 03/01/2009 18:04
Mangiare troppo spesso carne e latticini potrebbe aumentare il rischio di sviluppare il cancro alla prostata. Lo suggerisce uno studio pubblicato di recente sugli Annals of Internal Medicine dal quale è emerso che una dieta ricca di questi alimenti fa salire i livelli dell'ormone IGF-1 (fattore di crescita insulinosimile, di tipo 1) che promuove la crescita cellulare ed è risultato associato a un rischio maggiore di sviluppare alcuni tumori, tra cui quello della prostata. EFFETTO ORMONALE – La ricerca è stata condotta da ricercatori dell’Università di Oxford i quali hanno esaminato i risultati di 12 studi precedenti, per un totale di circa 9 mila uomini coinvolti: 3.700 con tumore della prostata e 5.200 non ammalati, serviti come gruppo di controllo. I ricercatori hanno scoperto che gli uomini con livelli alti nel sangue di IGF-1 avevano fino al 40 per cento di probabilità in più di sviluppare il cancro alla prostata rispetto a quelli con livelli bassi. Il coordinatore della ricerca, Andrew Roddam, puntualizza che non è ancora chiaro fino a che punto l'alimentazione influisca sui livelli di IGF-1, ma pare che i suoi livelli possano essere fino al 15 per cento più alti nelle persone che mangiano molta carne e molti prodotti derivati dal latte. ALIMENTAZIONE - «E’ ormai evidente da tempo che l’alimentazione gioca un ruolo importante nello sviluppo del tumore della prostata – conferma il professor Francesco Rocco, direttore della I Clinica urologica dell’Università di Milano -. Osservazioni fatte in Cina sono molto esplicative in questo senso. Si è infatti visto che in chi vive nelle zone rurali i casi di tumore della prostata sono molto meno rispetto a quelli riscontrati in chi vive in città industrializzate come Pechino. Non solo, vari studi hanno evidenziato che i cinesi di campagna che emigrano negli Usa, dopo una generazione raggiungono la stessa incidenza di tumore prostatico dei bianchi americani. E il motivo di questo fenomeno risiede principalmente in diverse abitudini alimentari». INDICAZIONI DIETETICHE – Tra gli alimenti considerati nemici della prostata, e non solo, rientrano quelli ricchi di grassi saturi, tra cui carni rosse e buona parte dei latticini. Ma vari studi hanno evidenziato che esistono anche cibi protettivi. «Un più basso tasso di tumore della prostata è stato riscontrato in chi consuma tanto tè verde e ha una dieta ricca di soia, probabilmente per l'azione dei cosiddetti fitoestrogeni che bloccano la crescita delle cellule della prostata. Effetti protettivi sulla prostata sono stati evidenziati anche in alcune verdure, in particolare nelle crucifere e nei pomodori, ricchi di licopene, una sostanza antiossidante» segnala Rocco. Non bisogna tuttavia dimenticare che il tumore della prostata è una malattia multifattoriale: conta l’alimnetazione, ma contano anche l’età (incidenza e mortalità aumentano con l’aumentare degli anni) e la familiarità (a causa di una predisposizione genetica). (fonte: corriere.it)

Scoperta l'immortalità delle cellule; tolto il gene p21, ora il cancro "muore" 03/01/2009 18:03
Svelata dagli scienziati del campus Ifom-Ieo di Milano la strada per eliminare le cellule staminali del cancro, le vere responsabili dell’inguaribilità della malattia. I ricercatori guidati da Pier Giuseppe Pelicci, direttore scientifico del dipartimento di oncologia sperimentale dell’istituto europeo di oncologia (Ieo) e docente di patologia generale all’università di Milano, hanno scoperto come le cellule staminali del cancro diventano immortali. Sono gli stessi oncogeni, i geni che innescano il processo tumorale, che impediscono alle staminali di invecchiare, mantenendo intatta la loro capacità di formare nuovo tessuto, il tumore. In pratica le cellule madri del cancro si replicano più lentamente delle altre per avere il tempo di riparare i danni. E così facendo diventano virtualmente immortali. La scoperta si è guadagnata le pagine della prestigiosa rivista Nature. " I farmaci attuali - spiegano, in una nota, gli oncologi che hanno lavorato al progetto - sono diretti contro le altre cellule tumorali, le figlie. Questa scoperta apre la via all’altra fase della cura, mirata a colpire le cellule staminali da cui originano, dunque le madri». Nuovi farmaci con questa funzione sono già in sperimentazione clinica sull’uomo: «Nei prossimi 5-10 anni - assicurano gli scienziati - potrebbero diventare disponibili, per alcune forme di tumore». La ricerca è stata effettuata in collaborazione con l’università degli Studi di Milano. «Già sapevamo che, a differenza delle normali cellule staminali dei tessuti che invecchiano e muoiono, le staminali del cancro sono immortali e mantengono indefinitamente la loro capacità d’automantenersi e di generare cellule tumorali. Ma - spiega Pelicci - non sapevamo perchè. Come fanno le staminali del cancro a evadere il processo fisiologico dell’invecchiamento e della morte alimentando all’infinito il tumore?», chiede provocatoriamente il ricercatore che ha trovato la risposta al quesito. Il team ha infatti scoperto che «gli stessi geni responsabili di uno specifico tipo di tumore, nel caso dello studio della leucemia mieloide acuta, sono anche la causa diretta dell’immortalità delle cellule staminali. Questo effetto - ammette - era del tutto inatteso, perchè si sapeva che le cellule del nostro organismo si difendono dagli oncogeni attivando un processo d’invecchiamento precoce, la senescenza, o addirittura di morte, cioè l’apoptosi». Ma questa procedura di difesa, hanno osservato i ricercatori, non si attiva nelle cellule staminali. «Le cellule staminali, infatti, sopravvivono all’oncogene e non smettono di funzionare». «Le normali cellule staminali dei nostri tessuti - interviene Andrea Viale, uno degli autori della scoperta - accumulano nel tempo danni a carico del loro genoma, smettono di funzionare e quindi muoiono. Nel caso delle staminali del cancro, sono gli oncogeni a renderle invece immortali aumentando le loro capacità di riparo del danno genomico. In questo modo le cellule staminali leucemiche non invecchiano e continuano ad alimentare, indefinitamente, la leucemia». Gli scienziati hanno scoperto che gli oncogeni facilitano la riparazione del genoma, e quindi l’immortalità delle cellule staminali, provocando l’attivazione di un gene: il p21). Questo, proseguono, rallenta la proliferazione delle cellule staminali, lasciando loro più tempo per riparare il genoma danneggiato. In sostanza, le cellule staminali della leucemia non invecchiano perchè proliferano poco. Infatti, straordinariamente, quando l’èquipe di Pelicci ha tolto il gene p21 dalle leucemie, ha visto le cellule staminali proliferare di più, accumulare danni al genoma e quindi morire. E con loro anche la leucemia. Questi risultati forniscono una rappresentazione nuova dei tumori. Essi sono formati da rarissime cellule staminali - che proliferano poco - e da tante cellule figlie che, come già sapevamo, proliferano molto. «Tutto questo - affermano i ricercatori italiani - ha una grande implicazione per il trattamento dei tumori: le terapie anti-tumorali disponibili, infatti, colpiscono principalmente le cellule proliferanti, e sono quindi poco, o per nulla, efficaci sulle cellule staminali del cancro. Occorre quindi trovare terapie che agiscano sulle staminali. E ora la strada è segnata». «La nostra scoperta - commenta Pelicci - definisce un metodo per eliminare le cellule staminali del cancro: bloccare i loro sistemi di riparazione del genoma. In questo modo, infatti, le cellule staminali del cancro accumuleranno danno genomico, invecchieranno e moriranno, come fanno normalmente le cellule staminali dei nostri tessuti. Nuovi farmaci che inibiscono il riparo del genoma stanno muovendo i primi passi della sperimentazione clinica nell’uomo. Sapremo nei prossimi 5-10 anni quanto sono importanti nella cura dei tumori». La ricerca - precisa infine il comunicato - è stata realizzata nei laboratori dell’Ieo, in collaborazione con l’università degli Studi di Milano (dipartimento di scienze biomolecolari e biotecnologie e dipartimento di medicina, chirurgia e odontoiatria) e con l’università degli Studi di Perugia (dipartimento di medicina clinica e sperimentale, policlinico Monteluce). Ed è stata possibile grazie ai finanziamenti dell’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc), del ministero della Salute, di Cariplo e della Comunità europea. (fonte: ilsole24.it)

Dal succo d'uva una speranza contro i tumori 03/01/2009 18:01
Un estratto di semi d'uva per indurre le cellule leucemiche al suicidio. E' il cuore dell'esperimento effettuato in laboratorio da scienziati dell'università del Kentucky (Usa), che riportano gli incoraggianti risultati sulla rivista 'Clinical Cancer Research'. I dati ottenuti fanno sperare in un futuro impiego di composti naturali per prevenire o curare la grave malattia. Nel giro di 24 ore - riportano gli esperti - abbiamo osservato che il 76% delle cellule leucemiche esposte a un estratto di semi d'uva comunemente reperibile sul mercato è morto per apoptosi. Il tutto pare sia avvenuto perché il composto utilizzato è in grado di attivare la proteina Jnk, che regola proprio il processo di suicidio cellulare, la cosiddetta apoptosi. Gli studiosi sono riusciti peraltro a evidenziare che l'estratto non agisce sulle cellule sane, anche se il motivo non è ancora stato chiarito. In ogni caso, questa indagine si aggiunge ad altri studi precedenti, che avevano rilevato come l'estratto di semi d'uva fosse in grado di combattere, nei topi, anche le cellule del cancro al seno e della pelle. (fonte: rainews24.it)

Ritorna la Talidomide: questa volta per curare un tumore raro 24/12/2008 21:17
Torna in Italia un farmaco dal triste passato ma che, accompagnato da uno strettissimo programma di sicurezza, servirà per la cura di un grave tumore del midollo osseo, il mieloma multiplo, di cui si registrano in Italia dai 3 ai 4 mila casi ogni anno. L’agenzia italiana del farmaco, l’Aifa, in una delle riunioni di dicembre ha dichiarato chiusa la negoziazione per inserire nel nostro prontuario terapeutico il Talidomide, ritirato dal commercio nel novembre del '61 dopo aver causato nel mondo almeno 10 mila casi di focomelia (malformazione congenita che provoca un'insufficiente crescita degli arti ) nei bambini e un numero imprecisato di aborti In quegli anni veniva usato come antinausea, sedativo blando o antinfluenzale. Decine di migliaia di donne lo presero in gravidanza quando ancora gli effetti collaterali della molecola sul feto non erano noti o venivano volutamente sottaciuti dall’azienda produttrice tedesca. FARMACO «ORFANO» - Ma adesso per il Talidomide comincia una nuova vita che non ha niente a che fare con la precedente. Prodotto dall’azienda americana Celgene, che l’ha solo rilevato e non ha responsabilità nei fatti degli anni ’60, è stato già approvato dalle Emea, l’agenzia europea del farmaco, come medicinale «orfano», per la cura di un tumore che viene classificato tra le malattie rare per la bassa incidenza (i medicinali orfani sono quelli che godono di particolari procedure di registrazione perchè destinati a un mercato ristretto per la rarità delle malattie cui sono destinati). Si è visto infatti che grazie alle sue caratteristiche di anti angiogenesi (cioè di bloccare la crescita di vasi che servono al tumore per procurarsi nutrimento) capace di bloccare il nutrimento del tumore. SOLO IN OSPEDALE - Verrà distribuito solo in ospedale con un programma di controllo che garantirà ai pazienti l’assoluta sicurezza. Non potrà essere dato in gravidanza. Non solo: le donne curate con Talidomide dovranno prendere la pillola anticoncezionale nei tre mesi precedenti e successivi la terapia oncologica. Tra l’altro è previsto un meccanismo di tracciabilità delle confezioni in modo da avere la certezza che il farmaco vada a finire nelle mani del paziente che ne ha bisogno. Tutte le schede di ogni malato in trattamento saranno on line per dare modo all’Aifa di vigilare sull’uso appropriato. Un sistema di sicurezza e di allerta condiviso da tutte le associazioni di vittime di Talidomide nel mondo. Favorevole all’immissione in commercio è Nadia Malavasi, presidente dell’associazione Thali Onlus, che raccoglie circa 80 talidomidici italiani: «Non abbiamo timori. Accompagnata da questo programma di sicurezza il Talidomide non potrà più provocare dolore, ma sarà di enorme aiuto nella cura di una malattia difficile. L’azienda produttrice ha chiesto il nostro parere. La gente e i medici avranno le informazioni che mancarono ai tempi delle nostre mamme». Nata alla fine degli anni ’50 con focomelia a tre arti, Nadia Malavasi nel 2004 ha fondato l’associazione che ha l’obiettivo primario di ottenere un risarcimento dallo Stato. E’ probabile che nella prossima Finanziaria le vittime de Talidomide otterranno un indennizzo equiparabile a quello già percepito dai danneggiati da vaccino. In Europa il farmaco venne ritirato nel novembre del '61. In Italia il decreto per il ritiro uscì in Gazzetta il 25 luglio dell’anno successivo. Ma prima che venissero eliminate le scorte dalle farmacie passarono altri mesi. Si calcola che attualmente le vittime del farmaco, oggi cinquantenni, siano 150-200. Non è mai stato fatto un censimento. (fonte: ilcorriere.it)

Terapia ormonale associata a radioterapia nel cancro prostatico localmente avanzato 24/12/2008 21:16
La terapia ormonale associata alla radioterapia riduce la mortalità specifica e quella totale in pazienti con cancro prostatico localmente avanzato. Questo studio è stato presentato in anteprima al 50° Meeting dell'American Society for Therapeutic Radiology and Oncology (Boston, settembre 2008). Durante la presentazione dello studio si è sottolineato che attualmente nel cancro prostatico localmente avanzato si prescrive di solito solo la terapia ormonale perchè si ritiene che il tumore sia, comunque, già diffuso. Questo atteggiamento pessimistico però dovrebbe cambiare alla luce dei risultati di questo RCT in cui sono stati reclutati 880 pazienti (età media 67 anni) con malattia in stadio T3. Tutti i pazienti sono stati sottoposti a 3 mesi iniziali di terapia ormonale intensiva e successivamente un gruppo ha continuato con la terapia medica mentre ad un gruppo è stata aggiunta anche la radioterapia. Dopo un follow-up medio di 7,5 anni erano deceduti per cancro della prostata il 18% dei pazienti del gruppo terapia ormonale e l'8,5% del gruppo terapia ormonale + radioterapia. Inoltre la mortalità totale risultò essere del 30% nel primo gruppo e del 21,6% nel secondo (P = 0,004). La qualità di vita era lievemente peggiore nel gruppo radioterapia per la presenza di incontinenza urinaria (6% vs 3%) e disfunzione erettile (85% vs 72%). (fonte: pillole.org)

Tumori e speranze 24/12/2008 21:14
La necessità di ricorso alle nuove tecniche è confermata da una recentissima indagine che ha lo scopo di comprendere l'importanza del valore del tempo e della qualità della vita nei malati di cancro, nei loro familiari, amici, conoscenti. L'attuale situazione è drammatica. Nel nostro Paese circa dieci milioni di connazionali, un italiano su sei, ha problemi causati dal tumore. Un tema cruciale, dunque, per 1,7 milioni di persone (oltre 1,9 milioni stimati per il 2010) che hanno conosciuto la malattia e per chi sta loro vicino; riflessioni che evidenziano soprattutto l'importante progresso fatto dalla medicina nella lotta contro il cancro, permettendo ai malati di aumentare il tempo di vita e di migliorarne la qualità. Questi alcuni degli aspetti principali che emergono dalla ricerca «Vivere con il cancro», realizzata da Federazione Italiana Associazioni di Volontariato in Oncologia (F.a.v.o.) e GfK Eurisko con il supporto di Roche. L'indagine ha voluto approfondire quale sia il significato e il valore del tempo nei malati oncologici e nei care givers (l'intera sfera relazionale), costruendo uno spazio libero in cui raccontare, confrontare e condividere esperienze e opinioni riguardanti le attese sulla qualità della vita e la dimensione del tempo in relazione alla malattia. Una ricerca del genere, solamente pochi anni fa, non avrebbe avuto senso. Il tempo a disposizione dei malati di cancro in fase di recidiva non lasciava spazio a riflessioni sulla qualità della vita e sul valore del tempo. Come afferma Alberto Sobrero, Responsabile della Divisione di Oncologia Medica dell'Ospedale San Martino di Genova, «Non sono stati scoperti, né è realistico attenderselo, farmaci che da soli consentano la guarigione in condizione di malattia avanzata. Tuttavia, solo dieci anni fa il carcinoma del colon-retto era invariabilmente inguaribile l'aspettativa media di vita di 10 mesi circa; oggi, anche in condizioni di malattia avanzata, la guarigione è ancora possibile, anche se rara, e l'attesa media di vita è più che raddoppiata». In questa prospettiva la vitrificazione degli ovociti e la selezione del seme maschile rappresentano una visuale di grande valore per non dire assolutamente rivoluzionaria. La nuova metodica di selezione degli spermatozoi permette, infatti, di scegliere in maniera scientificamente accurata i migliori spermatozoi da impiegare nelle tecniche di fecondazione assistita. Tramite un complesso sistema di lenti e d'ingrandimenti è possibile osservare, in tempo reale, la morfologia fine degli spermatozoi. Molte, infatti, sono le patologie che affliggono il seme maschile. Con questa metodica si possono osservare la presenza di malformazioni a carico delle diverse regioni degli spermatozoi. Diventa possibile selezionare lo spermatozoo in maniera diversa, ancora più rigorosa. Inoltre, ora è possibile individuare anche quegli spermatozoi dall'aspetto morfologicamente normale, con anomalie dell'ultrastruttura interna. L'impiego di questa metodica diventa quindi ancora più precisa. Lo stesso accade per la vitrificazione del gamete femminile, un processo che adesso può essere impiegata con successo; le tradizionali metodiche di congelamento, "lento" e "rapido", hanno fornito e forniscono tuttora ottimi risultati, ma oggi l'attenzione è decisamente spostata verso questa tecnica, di recente introduzione in Italia, ma già in uso in altri paesi. Sul tema della conservazione dei gameti negli ammalati di tumore si è svolto a Roma un convegno scientifico organizzato dalla Warm, l'organizzazione mondiale della medicina riproduttiva, al quale hanno partecipato esperti di grande valore a cominciare da Hal Hasani che opera in Germania fino al professor Sasso della Cattolica. Moderatore Hossein Gholami che ha sottolineato il grande valore della relazione della dottoressa Monica Antinori sulla vitrificazione. Ferme restando alcune valutazioni in tema di riproduzione assistita,tutti i partecipanti hanno concordato che è assolutamente necessario, nel caso di persone giovani colpite da malattie neoplastiche, far presente le nuove possibilità tecniche di conservare gli elementi riproduttivi fondamentali per poterli poi utilizzare a cura ultimata. Il professor Severino Antinori nella sua presentazione del tema ha passato in rassegna tutte le procedure attuali terminando che la nuova frontiera del trattamento oncologico è costituita proprio dalla necessità di conservare la possibilità di riproduzione utilizzando le nuove forme di protezione degli ovociti. È bene ricordare che con le tecniche di vitrificazione si ottengono risultati di valore assoluto con possibilità di tornare in maniera positiva alla procreazione anche diversi anni dopo la conservazione dell'elemento riproduttivo femminile. Inutile dire che questa scelta rappresenta un grande motivo di speranza che deve essere assolutamente incoraggiato a tutti i livelli e in tutte le forme. Sarebbe addirittura auspicabile l'intervento dello Stato, del servizio sanitario nazionale per assicurare a tutti i malati neoplastici questa possibilità. (fonte: iltempo.it)

Nuova cura per il tumore dell'occhio nei bambini 18/12/2008 18:17
Per la prima volta in Europa è stata messa a punto a Siena, presso il policlinico Santa Maria alle Scotte, una nuova terapia per la cura del retinoblastoma, il tumore dell’occhio più diffuso nei bambini. L’importante risultato è stato realizzato grazie alla collaborazione della dottoressa Doris Hadjistilianou, responsabile del centro retinoblastoma dell’U.O.C. Oculistica, e del dottor Carlo Venturi, direttore della Neuroradiologia Diagnostica e Interventistica del policlinico Santa Maria alle Scotte. Di cosa si tratta? “E’ una nuova opportunità terapeutica – spiega Doris Hadjistilianou – che si aggiunge a quelle tradizionali e che può permettere di evitare l’enucleazione dell’occhio attraverso una tecnica di chemiochirurgia, eseguita dal neuroradiologo e che abbiamo studiato presso lo Sloane Kettering Centre di New York. Prima dell’intervento i pazienti vengono accuratamente selezionati, in base alle caratteristiche cliniche della malattia, dall’oculista”. La tecnica di chemiochirurgia che è stata messa a punto è una metodica angiografica di microcateterismo. “Attraverso un catetere sottilissimo e flessibile, che viene introdotto all’altezza dell’inguine nell’arteria femorale – spiega in dettaglio Venturi – possiamo arrivare sino all’arteria oftalmica da cui origina l’arteria centrale dell’occhio, e somministrare selettivamente una sostanza chemioterapica attiva ed efficace, con minima invasività oculare, che aggredisce il tumore e che ha bassissima tossicità per la retina”. In considerazione della vascolarizzazione dell’occhio, alimentato dalla sola arteria oftalmica, la somministrazione locale di chemioterapici, ripetibile ed a dose ridotta, può potenziarne l’attività e l’efficacia riducendo nello stesso tempo le complicanze tipiche dell’infusione sistemica tradizionale. Secondo i dati della letteratura mondiale, circa il 60% degli occhi con retinoblastoma è destinato all’enucleazione. “Il ruolo dell’oculista esperto in oncologia oculare – concludono Hadjistilianou e Venturi - è quindi fondamentale per diagnosi, stadiazione, impostazione terapeutica e valutazione della risposta del tumore alle terapie. Allo stesso tempo la complessità dell’intervento e la precisione di particolari micro-manovre all’interno dell’occhio sono frutto della competenza del neuroradiologo”. Poter risparmiare gli effetti collaterali della chemioterapia sistemica e ridurre i cicli di terapie e l’ospedalizzazione è un notevole miglioramento della qualità della vita per i piccoli pazienti. Il “primato europeo” senese nell’attuazione della nuova terapia è legato alla fortunata presenza, all’interno dell’ospedale, di due reparti di alta specializzazione, quello oftalmologico e quello neurointerventistico, da anni punti di riferimento nazionali ed internazionali. (fonte: italiasalute.it)

Scoperto il segnale che fa scattare il tumore dell'intestino 18/12/2008 18:16
Le cellule staminali all'origine del tumore dell'intestino sono attivate da un segnale che è stato scoperto per la prima volta dopo ricerche condotte sui topi in Olanda e negli Stati Uniti. I risultati dello studio sono stati pubblicati su Nature. I ricercatori europei coordinati da Hans Clevers, dell'istituto Hubrecht di Utrecht, hanno osservato che nei topi geneticamente modificati in modo da essere privi del gene Apc le cellule staminali del tumore dell'intestino perdono ogni freno e cominciano a moltiplicarsi in modo incontrollato. Le cellule staminali all'origine del tumore dell'intestino sono state identificate recentemente, ma finora non era chiaro il meccanismo che le attiva nè erano stati individuati criteri per riconoscerle. Adesso, secondo Clevers, il passo ulteriore dei ricercatori sarà verificare se le cellule staminali del tumore dell'intestino si comportano nello stesso modo anche nell'uomo. Parallelamente prosegue anche la ricerca per identificare altri possibili geni coinvolti nella malattia. (fonte: ilmessaggero.it)

Con il fumo a rischio anche il colon-retto 18/12/2008 18:15
Nuovo capo d’accusa per le sigarette. Il fumo aumenta del 18% il rischio di sviluppare un cancro del colon-retto e del 25% di morire per questo tumore. Lo rivela uno studio condotto da Edoardo Botteri, epidemiologo ricercatore all’Istituto europeo di oncologia di Milano, e pubblicato su Jama. Il ricercatore ha portato avanti per la prima volta un lavoro di revisione e sintesi dei dati già esistenti sul legame tra incidenza e mortalità per tumore del colon-retto e il fumo. Sebbene il fumo di tabacco sia stato responsabile di circa 5,4 milioni di morti nel 2005, nel mondo sono ancora ben 1 miliardo e 300 milioni i fumatori. Le sigarette erano già sotto accusa per l’insorgenza di alcune forme tumorali, primo fra tutti il cancro del polmone, ma non era risultato significativo il legame con il tumore del colon-retto. «Identificare questa relazione - sottolineano gli autori dello studio - può aiutare a ridurre le vittime di tale tumore, il terzo più diffuso nel mondo e che attualmente causa ogni anno 500 mila morti. Solo negli Stati Uniti, si stima che nel 2008 le morti per tumore del colon-retto siano cinquantamila». L’equipe ha preso in esame 106 studi d’osservazione per un totale di circa 40 mila nuovi casi di tumore del colon-retto. Il fumo risulta associato a un aumento del 18% del rischio di sviluppare un tumore. I ricercatori inoltre hanno rilevato «l’esistenza di un rapporto significativo tra casi di tumore e dose di tabacco, con un aumento dei malati in proporzione al numero di pacchetti di sigarette consumati ogni anno e numero di sigarette aspirate ogni giorno. Il rapporto è comunque risultato statisticamente rilevante solo dopo 30 anni di fumo», sottolineano. Il rischio sia di incidenza che di mortalità è risultato maggiore per il tumore del retto rispetto a quello del colon. «Fino ad oggi il fumo non è mai stato considerato un fattore significativo per determinare le fasce di popolazione che necessitano dello screening per tumore del colon-retto», spiegano gli autori, che aggiungono: «Tuttavia molti studi dimostrano che questo tumore compare più precocemente nei fumatori, e in particolare nei forti fumatori, e i dati raccolti sia in passato che oggi forniscono prove evidenti di quanto la sigaretta abbia un effetto determinante sullo sviluppo dei polipi adenomatosi (tumori benigni) e del tumore vero e proprio. È dunque un fattore importante da tenere in considerazione quando si deve determinare l’età in cui iniziare lo screening». (fonte: lastampa.it)

Stati Uniti, scoperto un nuovo enzima nella crescita tumorale 15/12/2008 12:38
Una speranza in più per la lotta contro i tumori giunge dal centro di ricerca medica dell’Università dell’Oklahoma, dove un gruppo di studiosi guidato da Patrick McKee, indagando sul meccanismo dei coaguli ematici ha individuato nel plasma un enzima denominato sFAP, che sembra svolgere un ruolo fondamentale nella crescita e nella progressione tumorale. Dopo averne analizzato le caratteristiche biochimiche, identificando inoltre il gene che ne controlla la funzione, i ricercatori hanno scoperto che l’enzima in questione è quasi identico a una proteina nota per indurre la crescita cellulare nei tessuti, compresa quella tumorale. La funzione principale della proteina, che nella sua forma originaria è indicata con l’acronimo inglese FAP (proteina di attivazione dei fibroblasti), è infatti quella di accelerare la crescita tissutale durante lo sviluppo fetale, il processo di risanamento di ferite gravi e, per l’appunto, la progressione di determinate forme tumorali, come quelle al seno, ai polmoni, al pancreas e al colon. Come spiega McKee, tutte le cellule cancerose crescono sulla base di qualcosa che faccia da impalcatura, alla quale appoggiarsi per la loro proliferazione e migrazione. Egli ritiene che sia proprio l’enzima appena scoperto a svolgere tale funzione, scavando uno spazio intorno al tumore e contribuendo a creare la struttura d’appoggio in questione. La scoperta che una simile proteina esiste anche nel sangue, e non solo nei tessuti, se si trova il modo di inibirla apre la strada a terapie più efficaci che, in combinazione con quelle già esistenti, potrebbero rallentare o arrestare la crescita tumorale. Le ricerche in questa direzione saranno ora portate avanti dal gruppo guidato da McKee in collaborazione con altri oncologi dell’Università dell’Arkansas per le Scienze Mediche. (fonte: panorama.it)

Olio, ceci e fagioli bloccano il tumore 15/12/2008 12:37
Trattate con questi alimenti le cellule malate hanno in effetti rallentato sensibilmente lo sviluppo. Ne ha dato notizia la stessa professoressa Brandi intervenendo a un convegno scientifico sui prodotti tipici organizzato dal Centro di Ricerca e Valorizzazione degli Alimenti (CeRA), una struttura interdipartimentale che fa capo all'ateneo fiorentino. «Solo con la biologia molecolare» - ha ricordato - sapremo davvero perché certi cibi fanno bene o male alla salute». L'esperimento è stato condotto in vitro e ha utilizzato due identiche culture di cellule umane di cancro del colon, ovvero due nuclei con un numero di cellule equivalenti, 10 mila circa. Per 12 giorni consecutivi uno dei nuclei è stato lasciato a se stesso, mentre l'altro ha ricevuto un trattamento a base di olio extravergine di oliva, ceci e fagioli. Due i tipi per ciascun alimento: in particolare un olio toscano della zona di Montalcino e uno ligure della zona di Imperia; per i ceci, uno di Prato, l'altro di Sorano (Grosseto); per i fagioli, uno di nuovo della campagna di Sorano, l'altro di Pratomagno (Firenze). Ne hanno fatto un estratto e ne hanno ricavato una polvere che è stata poi dissolta nella coltura delle cellule cancerose. La proliferazione di entrambe le masse tumorali è stata controllata ogni 48 ore e dopo poco meno di due settimane il risultato è apparso evidente. Le cellule non trattate si sono sviluppate in misura esponenziale, da 10 mila a 980 mila. Il gruppo trattato è invece rimasto abbondantemente sotto le centomila cellule, arrivando per l'esattezza a quota 86 mila, ovvero circa 12 volte in meno. «Se questo eccezionale processo possa ripetersi sull'uomo è presto per dirlo - commenta la professoressa Brandi - Di sicuro lo possiamo ipotizzare. Gli effetti sono talmente marcati da lasciar pensare che un opportuno consumo quotidiano di olio extravergine di oliva e di legumi un paio di volte la settimana rappresenti un'azione preventiva nei confronti del tumore del colon». Dati più significativi potranno venire solo da una diretta sperimentazione sull'uomo. Nell'attesa, ulteriori test condotti dall'equipe Brandi (ne fanno parte i dottori Elisa Bartolini, Francesca Ieri, Carmelo Mavilia, Barbara Pampaloni, Annalisa Romani, Annalisa Tanini, Pamela Vignolini) hanno rilevato nei tre prodotti in questione alcune sostanze con attività simili a quelle degli estrogeni, gli ormoni femminili. Olio extravergine d'oliva, ceci e fagioli contengono sostanze, cioè, che si comportano come estrogeni di origine vegetale (fitoestrogeni), noti per l'efficacia nel contrastare molti disturbi della menopausa (vampate di calore, disturbi dell'umore, ecc.). Il vantaggio è che non presentano gli effetti collaterali indesiderati legati alla terapia ormonale sostitutiva. Secondo la professoressa Brandi, una dieta con apporto regolare di legumi può perciò giovare soprattutto alle donne in menopausa per riequilibrare in parte, in modo del tutto naturale, il calo ormonale tipico del periodo. I test su olio e legumi hanno peraltro consentito di individuare alcuni geni coinvolti nei processi che controllano i meccanismi di formazione dei tumori estrogeno-dipendenti (cancro del colon, della mammella, dell'ovaio). (fonte: iltempo.it)

Selenio, rischio cancro 11/12/2008 20:26
Il selenio è un oligonutriente per gli esseri umani e viene impiegato per eliminare i radicali liberi in sinergia con la Vitamina E e in molti enzimi antiossidanti e gioca anche un ruolo importante nel funzionamento della ghiandola tiroide. In clinica, il selenio può essere usato in sindromi a livello del sistema cardiovascolare, soprattutto come cofattore per il controllo della pressione arteriosa, ma sembrerebbe esserci altro. Recentemente i ricercatori della Dartmouth Medical School hanno confrontato i livelli di questo minerale in 767 pazienti con recente diagnosi di tumore al rene con quelli di più di 1100 soggetti estratti dalla popolazione generale. L’associazione inversa tra i livelli di selenio e tumore è stata riscontrata non nella popolazione complessiva dello studio, ma solo, e in modo significativo, in alcuni sottogruppi di soggetti, ovvero nelle donne, nei fumatori moderati e nei soggetti con tumore positivo al p53. «Si ritiene che esistano diversi cammini di progressione di questo tipo di tumori e in uno dei più importanti sembra che siano implicate significative alterazioni del gene p53 gene», ha spiegato Margaret Karagas, docente di medicina presso il Norris Cotton Cancer Center del Dartmouth e coautrice dello studio. «Inoltre, quelle forme che derivano da questo tipo di alterazioni sono associate alla patologia nelle sue forme più avanzate». Neanche a dirlo, la dieta che appare più adeguata appare ancora una volta quella a base di pesce, verdure e cereali, dove la concentrazione del selenio è più elevata. (fonte: bioblog.it)

Lotta ai tumori, in campo anche matematici e bioinformatici 08/12/2008 22:37
San Francisco, 8 dic. La medicina del futuro dovra' cercare nuovi alleati per provare a mettere la parola fine al cancro. E precisamente dovra' arruolare bioinformatici e matematici per studiare al meglio il ruolo e gli effetti della nuova era di farmaci biotecnologici appena iniziata. Parola di Michele Milella, ematologo e oncologo dell'istituto Regina Elena di Roma, a San Francisco per il 50esimo congresso dell'American Society of Hematology (Ash). ''I nuovi farmaci intelligenti, a bersaglio molecolare -spiega all'ADNKRONOS SALUTE- ci impongono di fare un salto di livello, ossia misurarne l'interazione tra loro, e non piu' in associazione alle terapie tradizionali''. Per il medico-ricercatore italiano, quindi, la nuova sfida e' rappresentata ''dall'uso di piu' farmaci biologici insieme, una volta messo in luce il meccanismo di una certa malattia. In questo modo - continua - si ottiene un effetto sinergico 'a cascata' molto superiore a quello che si registra dall'uso di un farmaco biotech insieme alle cure standard. Per studiare questa nuova alleanza tra molecole biotech, i possibili benefici e i rischi da evitare, pero' - aggiunge - la medicina deve dotarsi di strumenti nuovi. E soprattutto di professionalita' diverse: in primis di esperti di bioinformatica, in grado di disegnare mappe dei segnali cellulari, e di matematici capaci di costruire modelli di interpretazione dei dati''. Prepariamoci dunque a fare spazio in laboratorio, perche' ''la biologia dei sistemi sara' un nuovo e proficuo settore per la ricerca medica''. La sfida del futuro pero', "ci trova impreparati - ammette Milella - perche' non solo in Italia, ma anche nel resto d'Europa, e in misura crescente negli Usa, cominciano a scarseggiare le figure dei medici traslazionali. Cioe' dei camici bianchi che dividono il loro tempo tra il letto del malato e le provette e i microscopi". "Dovremmo -suggerisce l'oncologo- tornare a formare nuove generazioni di professionisti in grado di muoversi a proprio agio in tutti e due i campi, della clinica e della ricerca. Purtroppo a crisi economico-finanziaria non gioca a nostro favore. I 'cervelli' della ricerca non diventano una rarita' solo in Italia, dove sono sottopagati e male impiegati, ma anche in quello che finora e' stato l'Eldorado, cioe' gli Usa". "Negli Stati Uniti -assicura Milella- diventa sempre meno interessante fare il ricercatore rispetto al medico. Proprio per via dei piu' sicuri guadagni". Da qui l'appello "alle istituzioni italiane affinche' affrontino finalmente, in maniera adeguata, questo aspetto cruciale per gli interessi del Paese". (fonte: padovanews.it)

Combattere il cancro fa invecchiare più in fretta? 02/12/2008 15:00
Le cellule si chiudono e smettono di dividersi quando il loro Dna è danneggiato, fornendo di fatto una protezione contro il cancro. Ma una nuova ricerca, pubblicata su Plos Biology, ha verificato che contemporaneamente a questo processo avvengono anche dei cambiamenti nel microambiente circostante. Il fenomeno, noto come senescenza cellulare, se da un lato aiuta a combattere il cancro, dall’altro causa infiammazione e prepara le condizioni per lo sviluppo di malattie correlate all’età, tra le quali paradossalmente il cancro. Judith Campisi e i membri del suo team al Buck Institute for age research, in California, hanno mostrato che le cellule senescenti secernono una serie di proteine che mutano drasticamente il tessuto intorno alle cellule malate, sia in coltura sia in risposta ai danni al Dna causati dalla chemioterapia nei pazienti. I dati ottenuti in vivo si riferiscono al confronto tra campioni di tessuto di pazienti con cancro alla prostata prima e dopo il completamento della chemioterapia. Lo studio ha anche mostrato che le cellule normali che acquisiscono una versione mutante della proteina conosciuta come RAS, correlata all’insorgenza del cancro, secernono maggiori quantità di molecole che alterano il tessuto, proprio come fanno le cellule che perdono le funzioni della proteina p53, considerata un oncosoppressore. In pratica questo spiega come le cellule senescenti stimolino la crescita e l’aggressività delle cellule cancerose e precancerose che le circondano, e definisce un nuovo meccanismo in base al quale queste cellule che hanno perso p53, l’oncosoppressore, o hanno acquisito un oncogeno come il RAS, facciano avanzare il cancro in maniera così “efficiente”. Questo spiegherebbe anche perché i pazienti si sentono così male quando praticano la chemioterapia. “La chemioterapia”, spiega Campisi, “è brutale. Sia le cellule normali sia quelle cancerose sono forzate alla senescenza. Il risultato è la secrezione di fattori infiammatori che possono produrre sintomi simili a quelli dell’influenza nel corso del trattamento”. Ma allora bisogna rivedere le terapie anticancro e trovare delle alternative? Secondo Campisi la chemioterapia può curare il cancro, ma lo studio invita alla cautela nella cura dei pazienti più giovani, che ricevono trattamenti che potrebbero promuovere lo sviluppo di altri tipi di tumore più avanti con gli anni. C’è perciò bisogno di nuove terapie che possano sfruttare differenze più specifiche tra le cellule normali e quelle tumorali. Attualmente la chemioterapia si focalizza sulle cellule che si dividono rapidamente, e causa un danno al Dna sia delle cellule tumorali sia di molte altre sane. “La sfida”, conclude Campisi, “è ora quella di preservare l’attività anti-cancro del processo di senescenza abbattendone gli effetti sull’invecchiamento”. (fonte: panorama.it)

Nuova proteina antitumorale: nasce Omomyc 02/12/2008 14:58
E' opera di Sergio Nasi e Laura Soucek, ricercatori presso l'Istituto di Biologia e Patologia Molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Roma, la creazione di Omomyc, una piccola proteina che potrebbe aprire uno spiraglio per una cura del cancro efficace e priva degli effetti collaterali delle attuali terapie. Sergio Nasi, autore dell'articolo pubblicato su Nature che riporta la scoperta, spiega "La proteina Myc è protagonista nello sviluppo della gran maggioranza dei tumori nell'uomo ma è stata sempre trascurata come bersaglio terapeutico, per due motivi: Myc è una sorta di direttore d'orchestra della crescita dei tessuti, anche di quelli sani, e si pensava che la sua inibizione avesse effetti devastanti sull'organismo, uccidendo anche le cellule normali. Inoltre non c'erano prove che colpire Myc, cosa tutt'altro che facile, fosse efficace contro il cancro" Myc espleta la sua funzione associandosi ad un'altra proteina chiamata Max; il complesso Myc/Max interagisce con altre molecole sul DNA e regola l'attività di moltissimi geni. Modificando la proteina Myc, sostituendone 4 aminoacidi in punti chiave, i ricercatori del CNR hanno ottenuto l'Omomyc, proteina inibitrice del legame tra Myc e Max. L'attività di Myc viene così reindirizzata divenendo un efficace oncosoppressore. Nell'articolo pubblicato vengono anche riportati i risultati di uno studio, frutto della collaborazione tra il gruppo del CNR ed il gruppo di Gerard Evan dell'Università di San Francisco, che mostra come l'inibizione di Myc possa rappresentare una terapia efficace e sicura. Utilizzando il modello murino i ricercatori hanno dimostrato che "sebbene l'inibizione di Myc in animali sani rallenti la proliferazione di tessuti in rapida rigenerazione come la pelle ed i villi intestinali, i topi continuano a godere di buona salute. Inoltre, tali effetti collaterali sono ben tollerati e rapidamente reversibili in quanto le anomalie spariscono rapidamente se si spegne Omomyc". Per quanto riguarda i tumori "In presenza di Omomyc, non solo non si sviluppa più il cancro al polmone ma addirittura, se si accende questa proteina in topi che avevano precedentemente sviluppato il cancro al polmone, anche in stadi molto avanzati, i tumori regrediscono rapidamente fino a scomparire". I risultati di questo studio pongono le basi per ideare terapie con minori effetti collaterali a danno dell'organismo del paziente. "L'idea è che sia possibile una cura non distruttiva. Un farmaco che bersagli la proteina Myc potrebbe rappresentare una terapia efficace e con minori controindicazioni". (fonte: molecularlab.it)

In fumo la legge Sirchia e i tumori aumentano 02/12/2008 14:56
A lanciare l'allarme è lo stesso Sirchia: «Sui treni si fuma - denuncia - ma soprattutto nei locali, nei ristoranti e nelle discoteche. Anzi, in quasi tutte le discoteche i divieti ormai stanno solo sulla carta. Pochi gestori impongono nel proprio locale di non fumare, i più chiudono un occhio per quieto vivere o per convenienza». Il problema, attacca Sirchia, «è la totale assenza delle istituzioni, che dovrebbero controllare e che non lo fanno». I casi sono molteplici: «Mi ha scritto un giovane - racconta l'ex ministro - dicendomi che siccome fumavano nel suo ufficio si è rivolto ai carabinieri, e gli hanno risposto che non è compito loro intervenire. Neanche chi è chiamato a farle rispettare conosce le leggi. Se si continua così arriveremo fatalmente al punto da cui siamo partiti, prima della mia legge». Sotto la sua gestione, ricorda Sirchia, «facevamo un certo numero di ispezioni periodiche con i Nas, di cui davamo conto pubblicamente. La mia legge prevedeva anche il sostegno ai fumatori per smettere». Mercoledì scorso il sottosegretario alla Salute Ferruccio Fazio ha annunciato alcune iniziative per "misure più aggressive contro il fumo", a partire dall'ormai "classica" idea di alzare il prezzo delle sigarette, fino a 5 euro. «Certo sarebbe un intervento efficace - commenta Sirchia - ma si dice da anni». E che il fumo non sia al centro delle preoccupazioni degli italiani, lo conferma una recente indagine del Censis, secondo cui la gente è preoccupata per l'ambiente e l'inquinamento, ma c'è un drastico crollo dell'attenzione verso gli effetti nocivi delle sigarette, con un 21% in meno di persone rispetto a dieci anni fa che considera il fumo come un elemento rilevante per il benessere fisico. I numeri parlano chiaro: dopo il salutare shock della legge Sirchia, nel 2005 si registrò un secco -6% nella vendita di sigarette. Già l'anno dopo, si assistette a un aumento dell'un per cento. In sostanza, il numero di bionde vendute ha smesso quasi subito di calare, e si è stabilizzato a dispetto degli appelli di grandi oncologi come Veronesi. Uno zoccolo duro di 17 milioni di fumatori, che continuano a perseverare nel loro vizio esponendo i propri e gli altrui polmoni a rischi gravissimi. Tanto che, pur calando la mortalità grazie soprattutto a interventi più precoci, anche le statistiche sul tumore al polmone restano inchiodate alla terribile cifra di 250.000 casi ogni anno, con 35.000 morti. «Le idee ci sono: a Milano - racconta l'ex ministro, premiato recentemente dall'Unione Europea proprio per il suo impegno antifumo - con il Comune stiamo pensando a una campagna che crei dei personaggi positivi, dei modelli con cui i giovani si identifichino lanciando dei mini spot al cinema che veicolino il messaggio che vogliamo dare. La bella ragazza non fuma più perché non intende macchiarsi i denti, il giovane manager non ci pensa proprio a rischiare il suo futuro brillante; l'ex fumatore ha smesso perché teme di perdere quel che si è costruito». (fonte: iltempo.com)

Usa, dietrofront del cancro prima volta in 80 anni 26/11/2008 11:49
LA DIMINUZIONE dell'incidenza dei tumori negli Stati Uniti, legata al minor numero di casi di tumore al polmone, segna il successo dell'impegno e della serietà con cui gli americani hanno affrontato la lotta al fumo, agendo sulla consapevolezza individuale e il consenso sociale. Dovrebbe essere quindi un riferimento per tutto il mondo. Il tumore del polmone ha avuto negli anni '50 una forte diffusione perché la sigaretta era una forma di fuga dallo stress post-bellico e il principale rito in cui si riconoscevano gli ex soldati. Negli anni '80 il governo acquista la consapevolezza che questa abitudine è causa di sofferenza e morte anche per le nuove generazioni e avvia una campagna informativa-educativa senza precedenti, sfociata nelle grandi cause legali contro i giganti produttori di fumo. Oggi negli Stati Uniti fumare è un comportamento mal sopportato socialmente. Il risultato di questa enorme azione culturale è: meno casi e meno morti di cancro al polmone, meno sofferenza e meno costi sanitari e sociali. Lo stesso risultato è stato in parte ottenuto anche in Europa, grazie soprattutto alla legislazione di paesi "illuminati" come il nostro. L'Italia è stata tra i primi in Europa ad adottare la legge che proibisce il fumo nei luoghi pubblici, a seguito della mia proposta del 2000, quando ero ministro della Sanità. E' un esempio di normativa che ha inciso profondamente nella cultura del paese perché ha avuto risultati quantitativi (sono diminuiti i pacchetti di sigarette vendute) e anche psico-sociali perché oggi il fumatore si sente a disagio. Il nostro esempio è stato seguito da Spagna, Francia e recentemente anche dalla Germania. Certo resta ancora molto da fare. Primo, dobbiamo salvare le donne dal fumo. Purtroppo, infatti, mentre i maschi hanno iniziato a disdegnare la sigaretta, il mondo femminile l'ha assunta come modello di emancipazione ed ora vediamo gli effetti di questa scelta fuorviante perché la mortalità per tumore al polmone nella donna è vorticosamente aumentata e se continua il trend attuale, in futuro le morti da fumo supereranno quelle per tumore del seno. Occorrono quindi nuove campagne educative e nuovi interventi legislativi. Io sto pensando di fare appello in primo luogo alla madre che c'è in ogni donna, proponendo un disegno di legge che tuteli i più piccoli dal fumo passivo e dai modelli comportamentali negativi, vietando ai genitori di fumare in presenza dei loro figli. (fonte: larepubblica.it)

Tumori: il più diffuso fra i giovani italiani è al testicolo 26/11/2008 11:36
Il cancro ai testicoli in Italia è il tumore più diffuso negli uomini fra i 16 e i 40 anni di età. Le cause sono soprattutto ambientali: diossina e altri inquinanti dei cibi, esposizione a colle, vernici e insetticidi e pesticidi. A fotografare la diffusione di questo tipo di tumore ed analizzarne le cause è uno studio dell'Università di Roma La Sapienza presentato a Roma durante la settimana per l'andrologia. LO STUDIO - Per comprendere le cause dell'insorgenza di questo tumore, che negli ultimi 40 anni è triplicato nel nord Europa, lo studio ha osservato 50 pazienti dal punto di vista ecografico, ormonale e seminale. Fra i fattori di rischio individuati ad esempio per il seminoma (uno dei quattro tipi di tumore testicolare), vi sono i prodotti caseari e il pesce. «Pensiamo - ha detto una delle autrici dello studio, Loredana Gandini - che sono le sostanze inquinanti, come la diossina, presenti in questi cibi, responsabili dell'insorgenza del tumore». Le altre sostanze inquinanti associate ai tumori testicolari, evidenziate dallo studio sono quelle definite endocrine, disruptig chemicals presenti in pesticidi, colle e vernici. Questi agenti chimici, ha osservato Andrea Lenzi, presidente della società italiana di andrologia e medicina della sessualità, mimano l'azione degli estrogeni naturali o si confortano come antiandrogeni che danneggiano i tessuti dei testicoli fino a determinare la proliferazione delle cellule cancerose. Queste sostanze, hanno sottolineato gli esperti, anche in gravidanza (se vi è una esposizione ad esse da parte delle donne) possono interferire con il normale equilibrio ormonale del feto e alterare i processi di differenziamento sessuale maschile. (fonte: corriere.it)

Scoperta la miccia della diffusione del cancro del pancreas, uno dei principali 'big killer' 23/11/2008 18:56
Raro, poiché colpisce il 5% della popolazione, questo tumore si conferma una 'bestia nera': solo il 5% dei pazienti operati, può sperare oggi nella guarigione. E infatti è la quarta causa di morte per neoplasia nel mondo occidentale, con un'incidenza in aumento. La ricerca che ha portato a individuare una delle basi molecolari (una chemochina) che guida il cancro del pancreas a diffondersi invadendo i nervi circostanti, è frutto del lavoro di un'equipe della Fondazione Humanitas per la ricerca, guidata da Paola Allavena e dal professor Alberto Mantovani. Hanno collaborato i ricercatori dell'Istituto scientifico San Raffaele, coordinati da Lorenzo Piemonti. Lo studio, condotto con il sostegno di Airc (Associazione italiana per la ricerca contro il cancro) è pubblicato su 'Cancer Research'. Notevoli le implicazioni della scoperta sulla terapia, oggi rappresentata dall'intervento chirurgico, in abbinamento a farmaci mirati. La diffusione attraverso i nervi, infatti - spiegano in una nota i ricercatori - è uno dei motivi per cui il tumore, anche se asportato chirurgicamente, ricompare nelle vicinanze o in altre parti dell'organismo. Ossia dà origine a metastasi. "Cellule maligne che lasciano il tumore d'origine per migrare lontano, colonizzare altri organi, riprodursi e formare altri tumori, sono uno dei principali problemi legati al cancro - sottolinea Mantovani, direttore scientifico di Humanitas e docente dell'Università degli studi di Milano - Se si trattasse solo di una malattia locale sarebbe più semplice sconfiggerla, rimuovendola chirurgicamente e con la radioterapia". "Perciò è molto importante - aggiunge - capire con quale meccanismo i tumori invadono e metastatizzano. Una via è quella nervosa: alcuni tipi di cancro infatti, primi fra tutti quello del pancreas e del colon, invadono i nervi e li utilizzano come una vera e propria 'autostrada' per diffondersi nei tessuti circostanti". Secondo l'equipe, chiarire il meccanismo molecolare alla base della diffusione del cancro attraverso i nervi consentirà di mettere a punto nuove terapie, mirate a bloccare la chemochina responsabile di questo processo. Inoltre, l'interazione con i nervi sembra avere un ruolo importante nel dolore associato al cancro del pancreas. La scoperta potrebbe, dunque, aprire strade terapeutiche nuove per il controllo del dolore spesso legato a questa malattia. (fonte: finanzainchiaro.it)

Un gene che ferma il cancro? Il segreto dei nani dell'Ecuador 23/11/2008 18:53
Con la sinistra mi abbarbico al sedile, la mano destra saldata alla maniglia sopra la portiera della 4x4 a noleggio. Procediamo a balzelloni su una strada tutta solchi tra banani e asini al pascolo. Siamo nel profondo sud rurale dell'Equador, un'area depressa tropicale fino a poco tempo fa tagliata fuori dal resto del mondo. All'apparenza è il luogo più improbabile per andare in cerca della causa del cancro, e di una possibile cura. Al volante della 4x4 siede il Dr. Jaime Guevara, endocrinologo di Quito, la capitale dell'Ecuador. Circa 25 anni fa iniziò a studiare un gruppo di abitanti di quest'area affetti da una rara patologia, detta nanismo di Laron o sindrome di Laron, che ne arresta la crescita. In termini medici in questi soggetti i recettori dell'ormone della crescita sono inibiti. "Nel mondo si contano circa 300 casi di questa patologia. 100 sono in Ecuador", spiega Guevara mentre affronta le insidie della strada tortuosa. "In Ecuador si trova quindi un terzo della popolazione mondiale affetta da questa sindrome". L'anomalia dei Laron. Vent'anni fa il dott. Guevara iniziò a studiare i nani dell'Ecuador meridionale a scopo terapeutico. Ma dalle sue indagini emerse un dato strano e interessante: tra di loro non si era mai registrato neppure un caso di cancro o di diabete. "Mi colpì che in una zona nota in Ecuador per l'alta incidenza di neoplasie nessuno di questi pazienti fosse mai morto di cancro", racconta. "Mi riferisco a circa 135 persone di cui ho memoria. Nessuno di loro è mai morto di cancro. A mio avviso è pressoché impossibile che si tratti di una coincidenza, perché nelle loro famiglie si contano almeno uno, due o tre componenti morti di tumore". I cosiddetti nani di Laron sono storicamente molto longevi. Non si concentrano in un'unica comunità, sono sparsi nelle cittadine e nei villaggi sperduti nell'arco di 100 miglia dalla città principale Piñas. Da queste parti li chiamano affettuosamente Viejitos - vecchietti - per via dell'aspetto precocemente invecchiato. Ci fermiamo in una casa modesta ma ben curata fuori dalla cittadina di Balsas. Ne esce Norman Apolo, un uomo normale in tutti i sensi, solo che è alto circa un metro e venti. Racconta di aver scoperto di essere affetto da un disturbo della crescita verso i 6 7 anni, alle elementari. Sposato e padre di tre figli, Norman Apolo conduce una vita molto normale. E' uno stimato insegnante e autore e manda avanti una piccola fattoria. La sua statura non gli impedisce di guidare l'auto con l'ausilio di prolunghe sui pedali. A trecento miglia di distanza, dal suo studio presso l'Istituto ecuadoregno di endocrinologia nella capitale, Guevara segue i suoi particolarissimi pazienti. "Il protocollo prevede che i pazienti siano periodicamente fotografati o ripresi in video registrando le variazioni di statura nel tempo", spiega. "Ho documentato la loro crescita da quando erano bambini fino ad oggi, è molto importante". Questa forma di nanismo fu identificata per la prima volta 40 anni fa dal Dr. Zvi Laron , studioso israeliano, che ne osservò dodici casi in Israele e in Europa. Un unico antenato. Incredibile a dirsi, pare che i nani di Laron ecuadoregni abbiano una discendenza comune, i loro antenati sarebbero ebrei fuggiti dal sud della Spagna secoli fa ai tempi dell'Inquisizione. Convertiti da generazioni al cattolicesimo, hanno da tempo dimenticato la discendenza ebraica. Ma i test genetici hanno rivelato che in Israele vive un nano di Laron che è con quasi assoluta certezza un loro lontano cugino. Probabilmente i suoi antenati fuggiti dalla Spagna meridionale si diressero in Europa orientale e quindi nell'attuale Israele. Norman Apolo, insegnante, alla guida della sua auto modificata per permettergli di raggiungere i pedali "Uno di loro evidentemente arrivò qui portando con sé la malattia genetica per via delle unioni tra consanguinei", dice Guevara. "In quest'area esiste un alta incidenza di unioni tra consanguinei perché si tratta di zone isolate, la patologia ha avuto quindi opportunità di emergere". Assieme al fratello Marco, anch'egli medico, il Dr. Guevara studia l'incidenza del cancro tra i familiari dei nani di Laron di statura normale. Marco preleva campioni di saliva per i test genetici. Jaime invece raccoglie anamnesi e dati relativi ai casi di cancro verificatisi nelle famiglie. Tutti i risultati vengono inviati alla University of Southern California di Los Angeles, per essere analizzati. La ricerca in California. Ben prima di occuparsi dei nani di Laron ecuadoregni i ricercatori della USC realizzarono su cavie di laboratorio una simulazione della mutazione genetica provocata dalla malattia. Secondo la loro tesi inibendo il recettore dell'ormone della crescita si potrebbe fermare l'avanzata del cancro bloccando il fattore di crescita insulino-simile o IGF-1. Valter Longo, docente presso l'Andrus Gerontology Center, lavora su questo progetto da più di 15 anni. Longo ha scoperto che i topi in cui viene inibito il recettore dell'ormone della crescita "non solo hanno una longevità superiore del 50% ma registrano anche meno del 50% di episodi di cancro. Se fosse confermato che l'incidenza di neoplasie tra i nani di Laron in Equador è scarsa o nulla avremmo la prova che inibire il recettore della crescita è uno strumento efficace per prevenire il cancro e potremmo sviluppare farmaci, come già stiamo facendo, per mimare queste mutazioni genetiche". Grazie ai fondi milionari stanziati per la ricerca dai National Institutes of Health, Longo e altri ricercatori sono all'opera per creare un farmaco in grado di replicare la mutazione genetica del nanismo di Laron e arrestare la crescita dei tumori. Il farmaco potrebbe essere sul mercato da qui a dieci anni. I tempi sarebbero stati molto più lunghi se Longo non avesse incontrato Guevara nel 2002 apprendendo dell'esistenza dei nani di Laron ecuadoregni. Farmaci tra dieci anni. "Gli studi sui Laron potrebbero accelerare la nostra ricerca forse di vent'anni", dice Longo. "Molti dei dati clinici relativi ai topi si rivelano inapplicabili ai soggetti umani. La maggioranza dei farmaci testati su topi non risultano efficaci nella sperimentazione umana. Ma se esiste una popolazione umana che dimostra l'efficacia di questa strategia si è già a buon punto". In Ecuador, il Dr. Jaime Guevara e i suoi pazienti collaborano con i ricercatori della USC. "Qui abbiamo un meraviglioso esperimento della natura", dice il Dr. Guevara. "E' una condizione tragica per i pazienti ma una splendida opportunità per noi ricercatori di comprendere cosa accade nel corpo umano quando si abbassa l'IGF-1". Quanto alla possibilità che grazie a questi studi si giunga ad una cura per il cancro Guevara esprime cautela . "Posso solo dire che tutto questo porterà a conoscere un po' meglio il fenomeno del cancro". Una cura contro il nanismo. Ma Guevara e i suoi pazienti hanno anche altre aspettative. L'arresto della crescita nei pazienti affetti da sindrome di Laron potrebbe essere evitato con regolari iniezioni di ormone della crescita prima dell'adolescenza. La cura però viene a costare decine di migliaia di dollari, ben oltre le disponibilità economiche della maggioranza della popolazione di un paese in via di sviluppo come l'Ecuador. Le case farmaceutiche hanno promesso farmaci gratuiti ma non sono mai arrivati. Norman Apolo ribadisce che la ricerca non deve limitarsi ad una possibile cura per il cancro, vuole che i giovani affetti da sindrome di Laron ricevano le cure di cui hanno bisogno. "Sono disponibile a collaborare se può essere d'aiuto alla ricerca", dice, "Ma non voglio essere usato. Non vogliamo essere usati". (fonte: larepubblica.it)

Il punto sui tumori ereditari del colon-retto 20/11/2008 17:06
Condividere le esperienze di ricerca scientifica per diagnosticare prima e curare meglio i tumori ereditari, in particolare quelli che colpiscono l'apparato digerente. Il cancro al colon-retto è la seconda causa di morte nei paesi sviluppati con un'incidenza di 40 nuovi casi l’anno su 100.000 persone. La “poliposi adenomatosa familiare” la cui età di insorgenza è intorno ai 25 anni e il “tumore ereditario non poliposico” o Sindrome di Lynch, che compare in genere vicino ai 40 anni di età, rappresentano circa il 5%- 10% del totale dei tumori al colon retto. Lo studio delle patologie ereditarie che predispongono allo sviluppo dei tumori gastrointestinali può condurre alla comprensione dei meccanismi molecolari di questa temibile neoplasia. Tali sindromi genetiche sono trasmesse con carattere “autosomico dominante”, il che vuol dire che, se non intervengono programmi di sorveglianza sui soggetti a rischio, il 50% dei discendenti da un individuo affetto svilupperanno il cancro colon-rettale. Simili programmi sono estremamente costosi per la Sanità pubblica e creano forti disagi psicologici al paziente che nel corso della vita deve sottoporsi a circa 30 controlli endoscopici in caso di poliposi adenomatosa familiare e circa 50 esami in caso di Sindrome di Lynch. Il test genetico risolve questi problemi grazie all’identificazione delle mutazioni responsabili di queste malattie, con due vantaggi: l'esclusione dei soggetti non portatori delle mutazioni, con evidente risparmio di risorse e una maggiore motivazione ad aderire ai programmi di sorveglianza da parte dei portatori di mutazione. I tumori a carattere ereditario rappresentano pertanto un problema non solo di rilievo scientifico ma anche sociosanitario. Da qui nasce l’esigenza di una realtà come l’“Associazione Italiana per lo Studio della Familiarità ed Ereditarietà dei Tumori Gastrointestinali (AIFEG”) che promuove, come ogni anno, il VII Congresso Nazionale sui tumori Colonrettali ereditari. L’incontro si svolgerà il 20 e il 21 Novembre a Roma presso il Centro Congressi Frentani. Responsabile del Comitato Scientifico del Congresso la Dott.ssa Vittoria Stigliano, referente per i programmi di prevenzione dei tumori dell’apparato digerente della Gastroenterologia dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IRE). Sono note numerose condizioni che predispongono in maniera ereditaria allo sviluppo di un tumore del colon-retto. Due di esse, la poliposi adenomatosa familiare (FAP) che compare in 1-7 casi su 8000 nascite e il tumore ereditario non poliposico (HNPCC o S. di Lynch), 1 caso ogni 200 nascite, si caratterizzano per l’ insorgenza in età giovanile. E' stato dimostrato recentemente che programmi di sorveglianza sanitaria possono ridurre l'incidenza e la mortalità per tali forme di cancro. Essi si basano su controlli endoscopici annuali per i familiari a rischio a partire da 10-15 anni fino a 40 anni di età per la FAP e da 20-25 anni fino a 65 anni per l'HNPCC. Da un punto di vista genetico sono stati identificati i geni responsabili di queste due sindromi. “La maggioranza delle mutazioni associate alla FAP causa un arresto prematuro nella sintesi di una proteina codificata dal gene oncosoppressore APC (Adenomatous Polyposis Coli) – spiega la Dr.ssa Vittoria Stigliano referente per i programmi di prevenzione dei tumori dell’apparato digerente della Gastroenterologia IRE – ciò determina il precoce sviluppo di innumerevoli adenomi colon-rettali e l’inevitabile loro evoluzione in cancro e in lesioni neoplastiche extra-colonrettali, che includono forme di fibromatosi aggressiva. Maggiormente difficoltoso è il riconoscimento dei casi di HNPCC, la quasi totalità dei pazienti affetti da tale sindrome presenta inserzioni e/o delezioni di semplici sequenze ripetitive di Dna.” “Lo studio di queste patologie rappresenta spesso una premessa alla comprensione dei meccanismi implicati nelle comuni forme non-ereditarie di tumore – afferma il Dr. Giovanni Viceconte Responsabile della Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva IRE - Inoltre il riconoscimento e l'inquadramento nosologico di questi casi rappresenta un aspetto di particolare rilevanza sociosanitaria, in quanto ha riflessi positivi sulla gestione clinica dei pazienti e dei familiari a rischio. Da questo punto di vista l’identificazione dei geni responsabili della sindrome, apre nuove possibilità ad una diagnosi più sicura e precoce delle mutazioni predisponenti e consentirà un migliore riconoscimento ed una più adeguata gestione di questi pazienti. Tale gestione permetterà l’effettuazione di controlli endoscopici periodici, ad intervalli di tempo variabili in relazione non solo alle caratteristiche cliniche-fisiopatologiche ma soprattutto biomolecolari del paziente.” In questo ambito opera il un gruppo multidisciplinare IRE coordinato dalla dr.ssa Vittoria Stigliano che collabora con altri gruppi nazionali che lavorano sulla familiarità ed ereditarietà dei tumori dell’apparato digerente e che si riuniranno, come ogni anno, in occasione del Congresso Nazionale AIFEG, per fare il punto della situazione. “La caratteristica principale del team IRE che si occupa dell’ereditarietà dei tumori gastrointestinali è l’interdisciplinarità – precisa la Prof.ssa Paola Muti Direttore Scientifico del Regina Elena di Roma - Genetisti, Gastroenterologi, Chirurghi, Biologi Molecolari, Internisti, Oncologi, Psicologi ed altri specialisti collaborano attivamente determinando una interazione tra ricerca di base e clinica e creando le condizioni per trasferire rapidamente a livello clinico-diagnostico le conoscenze derivanti dagli studi di genetica molecolare.” Nelle due giornate del Congresso si toccheranno argomenti quanto mai svariati e più o meno complessi e si discuterà anche dell’identificazione, da parte del gruppo di ricercatori guidati dalla Dr.ssa Stigliano, di una nuova variante patogenetica che causa la “Muir Torre”, sindrome ereditaria molto rara alla quale si associano tumori del colon e tumori della cute e di cui parlerà il Dr. Pietro Donati Istopatologo dell’Istituto San Gallicano. Di rilievo le Letture Magistrali del Dr.Carlo Garufi dell’Oncologia medica C IRE: “Chemioterapia nei tumori ereditari” e del Dr. Riccardo Capocaccia Direttore del Reparto di Epidemiologia dei Tumori dell’Istituto Superiore di Sanità: “ Il cancro del colon retto: Epidemiologia”. (fonte: italiasalute.it)

Sperimentato con successo sui topi il pomodoro antitumore 20/11/2008 17:03
Uno studio internazionale, con la collaborazione italiana dell'Istituto Europeo di Oncologia e dell'Universita' Cattolica di Campobasso, ha portato alla creazione di pomodori transgenici arricchiti di antiossidanti, dimostrando che tali pomodori ogm hanno la proprieta' di prevenire i tumori in topolini geneticamente predisposti ad ammalarsi di cancro. Nello studio, la pianta del pomodoro e' stata geneticamente modificata aggiungendo al suo Dna due geni della pianta bocca di leone, 'chiave' per la produzione di antocianine, molecole antiossidanti che danno il caratteristico colore rosso scuro ai tarocchi e ad alcuni fiori. Un estratto di questi pomodori OGM e' stato quindi somministrato a topolini geneticamente suscettibili al cancro e la somministrazione ha permesso di prevenire la comparsa dei tumori allungando considerevolmente la vita media delle cavie. I pomodori sono il frutto di uno studio coordinato da Cathie Martin del John Innes Centre, Norwich Research Park presso Colney, Gran Bretagna, e condotto da Eugenio Butelli che oggi lavora presso lo stesso istituto, insieme a ricercatori dell'Universita' Cattolica di Campobasso e dell'Istituto Europeo Oncologico (IEO) di Milano. (fonte: molecularlab.it)

L'orgasmo fa bene al cuore e aiuta a prevenire il tumore 18/11/2008 11:12
Non può essere più considerato un luogo comune. Ormai esistono diversi studi scientifici che dimostrerebbero che l’orgasmo, oltre a regalare sensazioni uniche, fa veramente bene alla salute. L’apice del piacere, infatti, sembrerebbe liberare l’ormone Dhea e l’ossitocina, che fanno bene al cuore oltre a contribuire nella prevenzione di alcuni tumori. Senza distinzioni di sesso. A fare una piccola rassegna di tutte le ricerche che hanno evidenziato gli effetti benefici dell’orgasmo è stato il quotidiano Los Angeles Times. Lo studio scientifico - Due grandi studi, diffusi nel 2003 e nel 2004, hanno rilevato che gli uomini di mezza età che hanno dichiarato di avere almeno quattro orgasmi a settimana avevano un terzo in meno di probabilità di sviluppare un tumore alla prostata. Questo, secondo alcuni ricercatori, perchè l’eiaculazione potrebbe liberare la prostata da agenti cancerogeni. Simile effetto per le donne, che se avrebbero orgasmi frequenti sono più protette dal rischio di sviluppare un cancro al seno. Secondo quanto riportato dal Los Angeles Times, diverse ricerche in laboratorio avrebbero dimostrato che le donne riescono a sopportare meggiormente il dolore quando viene contemporaneamente stimolata la loro vagina. Questa stimolazione, infatti, raddoppierebbe la soglia del dolore. Non solo. Ulteriori studi hanno concluso che l’orgasmo aiuterebbe le donne che soffrono di emicrania. Infine, da uno studio del 1997 su uomini gallesi è emerso che coloro che avevano due o più orgasmi a settimana avevano anche un rischio dimezzato di morire rispetto a coloro sessualmente meno attivi. (fonte: ilgiornale.it)

Tumore al pancreas, uno studio italiano fa luce sul meccanismo di diffusione 18/11/2008 11:11
E’ uno dei big killer, quarta causa di morte per tumore nel mondo occidentale, un killer silenzioso, perché non dà avvisaglie fino a che spesso non è già tardi: solo il 5 per cento dei pazienti operati può sperare nella guarigione. Negli ultimi decenni la sua incidenza è sensibilmente aumentata, sia perché si fanno più diagnosi, sia per un aumento generalizzato dell’età media. Questo tumore colpisce infatti maggiormente gli anziani, per lo più maschi. Ora uno studio italiano ha finalmente fatto luce su una delle basi molecolari che guida il cancro del pancreas a diffondersi invadendo i nervi che lo circondano: si tratta del recettore di una proteina che fa parte della famiglia delle chemochine. Lo ha scoperto un gruppo di ricercatori di Fondazione Humanitas per la Ricerca, in collaborazione con i ricercatori dell’Istituto Scientifico San Raffaele, che hanno pubblicato i risultati sulla rivista scientifica Cancer Research. Lo studio è stato condotto con il sostegno di AIRC, Associazione Italiana per la Ricerca contro il Cancro. La diffusione della malattia attraverso i nervi è uno dei motivi per cui i tumori, anche in seguito all’esportazione, possono ricomparire nelle vicinanze dell’organo malato in forma di metastasi. Capire il meccanismo biologico che sta alla base della loro diffusione all’interno dell’organismo può perciò essere un aiuto per combattere la formazione di metastasi. “Invasione e metastasi, cellule maligne che lasciano il tumore d’origine per colonizzare altri organi, riprodursi e formare altri tumori, sono uno dei principali problemi legati al cancro - spiega Alberto Mantovani, Direttore Scientifico di Humanitas e docente dell’Università degli Studi di Milano -. Se il tumore fosse solo una malattia locale sarebbe più semplice sconfiggerlo. Oggi infatti il tasso di guarigione nei tumori individuati precocemente è altissimo, e la battaglia si concentra sulle metastasi, vero pericolo per il paziente. Prevedere, al momento della diagnosi, se e dove queste si svilupperanno, è determinante per la cura. Perciò è molto importante capire in che modo, con quale meccanismo i tumori invadono e metastatizzano. Una via è quella nervosa: alcuni tipi di tumori, primi fra tutti quelli del pancreas e del colon, invadono i nervi e li utilizzano come una vera ‘autostrada’ per diffondersi nei tessuti circostanti”. Che ruolo ha la chemochina al centro dello studio? “Si tratta di una famiglia di proteine che fanno muovere le cellule in una direzione”, spiega a Panorama.it Lorenzo Piemonti, Responsabile dell’Unità della Biologia della cellula Beta all’Istituto Scientifico San Raffaele. “Si sa da sempre che le chemochine hanno un ruolo nella migrazione dei globuli bianchi e ora si sta sempre più valutando come siano in grado di modulare la migrazione anche di cellule tumorali. Nel nostro caso in realtà quello che abbiamo dimostrato è che il tumore al pancreas esprime un recettore (CX3CR1) per una chemochina (CX3CL1) che viene espressa dai nervi”. Come può questa scoperta aiutare nella cura di un tumore che ancora oggi quasi non lascia scampo? “Individuato un meccanismo molecolare che sta alla base della sua diffusione” spiega Piemonti, “l’idea è sviluppare dei farmaci che vadano a bloccare questo ‘messaggio’ e così facendo impedire che il tumore dilaghi a livello dei nervi”. “Purtroppo”, prosegue Piemonti, “non esistono metodiche di screening che ci permettano di trovare efficientemente la malattia in stadi abbastanza precoci. Le correlazioni con fattori di rischio sono poche e i sintomi molto poco specifici: si va dai dolori alla schiena alla difficoltà a digerire, alla comparsa o al peggioramento del diabete. Quindi si arriva a intervenire quasi sempre quando il cancro è in stadio localmente avanzato, impossibile da asportare chirurgicamente, o ha già sviluppato metastasi. Al di là di qualche avanzamento minimo nella terapia farmacologica avvenuto negli ultimi 10 anni, con poca incidenza clinica, questo è un tumore che uccide sempre e la sua incidenza, per quanto bassa, è in aumento”. Si spera che i risultati di questa ricerca possano aiutare gli studiosi a elaborare strategie di contrattacco efficaci per aumentare la sopravvivenza dei pazienti. (fonte: panorama.it)

Tumori della pelle, scoperto vaccino: partono i test sull'uomo 18/11/2008 11:10
Scienziati australiani hanno scoperto un vaccino che “insegna” al sistema immunitario come combattere i virus che causano una delle forme letali di cancro alla pelle. L'equipe guidata dal professor Ian Frazer, noto per aver scoperto il vaccino contro il cancro alla cervice, ha annunciato che le sperimentazioni umane cominceranno fra pochi mesi, dopo il successo dei test su animali, e che il vaccino potrebbe essere disponibile al pubblico fra 5-10 anni. L'obiettivo, ha spiegato oggi Frazer nella sua relazione al Congresso australiano di ricerca medica a Brisbane, è di formulare un vaccino di routine da somministrare una sola volta ai bambini sani dai 10 ai 12 anni. Il vaccino è diretto contro il carcinoma a cellule squamose, ma non contro il più pericoloso melanoma. Frazer ha spiegato che la sua equipe ha trovato la maniera di attivare e disattivare certe cellule, in modo da permettere all'organismo di combattere le cellule divenute cancerose, o cellule infettate da virus, come il virus del papilloma, che possono causare cancro alla pelle. Anche se le sperimentazioni umane avranno successo, ci vorranno ancora anni prima che il vaccino sia messo a punto, nonostante che il progetto sia iniziato nel 1985. «Ci sono voluti tutti questi anni per capire come funziona il sistema immunitario nella pelle, prima di poter ottenere questi risultati. Se il vaccino confermerà la sua efficacia sull'uomo, sarà un grande passo avanti». Il Consiglio australiano per il cancro ha accolto con grande soddisfazione la scoperta, ma avverte che il vaccino non potrà sostituire le altre misure preventive, come le creme di protezione, gli occhiali da sole e ripararsi all'ombra. Solo in Australia 380 mila persone sono diagnosticate con cancro alla pelle ogni anno, e 1600 ne muoiono. (fonte: ilmessaggero.it)

Crio-oncologia 12/11/2008 15:35
Il freddo per distruggere le masse tumorali è già da tempo usato per il cancro alla prostata, al rene e osseo. Per la prima volta in Italia la Crioablazione, o Crioterapia, viene applicata anche per contrastare il tumore al polmone. I primi interventi sono stati eseguiti in Sardegna da un’équipe guidata dal dottor Claudio Pusceddu, all’Ospedale oncologico Businco di Cagliari, usando un dispositivo costituito da sonde e da diversi aghi attraverso i quali passa del gas Argon in grado di congelare i tessuti a una temperatura di -41 °C. Successivamente attraverso gli stessi aghi viene fatto passare del gas Elio che fa sollevare la temperatura fino a provocare uno shock termico che causa la necrosi delle cellule malate. Il sistema (Galil medical systems) è stato messo a punto da una società israeliana. Tramite le criosonde possono essere posizionati all’interno dei tessuti da trattare fino a venti crioaghi monitorati grazie a un tomografo computerizzato. L’intervento richiede circa un’ora, è però necessaria una estrema precisione soprattutto quando si interviene in particolari zone come il mediastino tra i due polmoni. Possono essere trattate masse tumorali fino a dieci centimetri nella stessa seduta. Ad oggi i pazienti malati di cancro al polmone curati a Cagliari con la crioablazione sono tre, le loro condizioni sono buone tanto che sono stati dimessi dopo una breve degenza. I risultati ottenuti fanno dunque sperare in una più ampia applicazione di questa metodica. L’intervento è indicato per i pazienti non operabili chirurgicamente o per coloro che non rispondono a chemio o radioterapia. L’utilizzo di questa tecnica per il cancro polmonare è recente e non è ancora possibile stabilire se nel tempo potrà in parte sostituire gli interventi chirurgici classici. (fonte: bioblog.it)

Tumore al polmone: farmaco rallenta progressione malattia 12/11/2008 15:34
Il Gruppo Roche ha annunciato che lo studio SATURN ha raggiunto il suo endpoint primario: la sopravvivenza senza progressione di malattia. Lo studio ha dimostrato che l’utilizzo del farmaco erlotinib come terapia di mantenimento in prima linea - immediatamente dopo il trattamento iniziale con chemioterapia a base di platino - estende in maniera significativa il tempo libero da malattia vissuto dai pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule (NSCLC) a uno stadio avanzato. I pazienti con tumore del polmone infatti hanno bisogno di opzioni terapeutiche che rallentino il rapido progredire di questa malattia senza gli effetti collaterali della chemioterapia. Lo studio SATURN dimostra che erlotinib offre questa possibilità. Erlotinib ha già dimostrato di essere efficace nei pazienti con tumore del polmone a uno stadio avanzato che non hanno avuto beneficio da trattamenti precedenti. Quello del polmone è il tumore più diffuso al mondo, con 1.400.000 nuovi casi ogni anno; l’80% è rappresentato della forma non a piccole cellule. Gli obiettivi chiave nel trattamento di questa patologia sono il prolungamento del tempo libero da malattia e il controllo degli effetti collaterali, pertanto i risultati dello studio SATURN sono molto significativi sia per i pazienti sia per i clinici. IRoche intende richiedere una nuova indicazione per erlotinib. E in collaborazione con OSI Pharmaceuticals e Genentech, continuerà con l’ampio programma di sviluppo di erlotinib, che comprende oltre 130 studi clinici negli stadi iniziali della patologia e in combinazione con altri trattamenti, per valutare ulteriormente i benefici di questo farmaco per i pazienti con NSCLC. (fonte: sanihelp.it)

Un farmaco biologico dopo la chemioterapia 09/11/2008 19:18
L'esito positivo della sperimentazione del Tarceva, il primo farmaco biologico orale per la terapia del cancro al polmone – sviluppato da Osi Pharmaceutical, dalla multinazionale svizzera Roche e dalla sua controllata americana Genentech – apre la strada a un nuovo approccio clinico per la cura di una patologia che è la prima causa di morte per tumore nel mondo. L'annuncio della conclusione dello studio "Saturn", condotto su 889 pazienti e coordinato da un giovane oncologo siciliano, Federico Cappuzzo, approdato all'Istituto Humanitas di Milano dopo importanti esperienze all'estero, è di ieri. E accende la speranza delle decine di migliaia di persone colpite da questa grave e inguaribile forma di neoplasia. Le stime dell'Istituto superiore di sanità indicano per l'Italia oltre 32mila nuovi casi nel 2008. «Dalla sperimentazione è emerso – spiega Cappuzzo, in partenza per il Giappone per una serie di conferenze – che il Tarceva, una semplice pillola, oltre che scarsamente tossico, riduce in maniera significativa il rischio di progressione della malattia contribuendo a ridurre l'insorgenza dei sintomi a essa collegati quali tosse, difficoltà respiratorie e dolore». Un precedente studio, che ha portato alla registrazione del farmaco, «ha già mostrato – riferisce l'oncologo – che pazienti con certe caratteristiche trattati con Tarceva hanno una mediana di sopravvivenza che supera i venti mesi, risultato impensabile appena qualche anno fa». L'attesa media di vita di un soggetto che scopre di avere una metastasi al polmone è infatti, in questa fase, intorno ai dieci mesi. «I più reattivi al farmaco – prosegue Cappuzzo – si sono dimostrati i pazienti che presentano la mutazione di un particolare tipo di gene che produce il recettore del fattore di crescita epidermoidale, mutazione presente in circa il 10% dei malati». La malattia oggi è aggredita con farmaci chemioterapici che, nella migliore delle ipotesi, portano alla temporanea regressione del male, non alla cura definitiva. Generalmente non si va oltre i 4-6 cicli per il rischio di dare al paziente solo gli effetti collaterali della chemioterapia: nausea, vomito, caduta dei capelli, riduzione dei globuli bianchi (con rischi di malattie infettive). Ora il Tarceva rende possibile una terapia di mantenimento alternativa alla chemio, che finora è mancata. «Le attuali terapie di mantenimento – dice Cappuzzo – essendo a base di chemioterapici e richiedendo ulteriori ricoveri ospedalieri finiscono per essere rifiutate dai pazienti, mentre d'ora in poi, conclusa la chemio, ci si potrà continuare a curare in modo non solo efficace ma anche più comodo, assumendo una pillola». Essendo peraltro mirato alle cellule responsabili della proliferazione del tumore, il farmaco biologico non dà gli effetti indesiderati tipici della chemioterapia. Cappuzzo è visibilmente soddisfatto per i risultati della sperimentazione. Laureatosi all'Università di Palermo, sua città natale, l'oncologia è stata la sua passione, da sempre. «Sono stato spinto verso questo campo – racconta – per il terrore che mi sono portato dentro fin da bambino per questo tipo di malattia». Nel '93 è andato a specializzarsi all'Istituto dei tumori di Milano, allora diretto da Umberto Veronesi, per poi prendere la via dell'estero: prima, a partire dal '97, al Gustave Roussy di Parigi diretto da Thierry Le Chavalier, poi a, partire dal 2004, negli Stati Uniti d'America, al Colorado Cancer Center di Denver diretto da Paul Bunn, una delle massime autorità mondiali in materia di cancro al polmone, ex presidente della prestigiosa società americana di oncologia. Il rientro in Italia all'Humanitas, nell'equipe diretta da Armando Santoro, è di qualche anno fa. Oggi, a 40 anni, Cappuzzo può già vantarne 15 di esperienza come medico e ricercatore. «Il problema italiano – dice – non è tanto la mancanza di ricerca quanto l'assenza di una cultura della ricerca. Negli Usa il medico non solo trascorre del tempo col paziente, ma continua anche a studiarlo in laboratorio. In Italia, purtroppo, fare il ricercatore non paga, né economicamente né professionalmente, e la ricerca è considerata una perdita di tempo. In medicina e in particolare in oncologia, dove purtroppo si continua a morire, non è possibile garantire la migliore cura senza ricerca. Ho la fortuna di lavorare in una struttura che ha la ricerca come missione e mi offre la possibilità di confrontarmi quotidianamente – conclude Cappuzzo – con ricercatori di grande spessore e rigore scientifico come Armando Santoro e il nostro direttore scientifico, Alberto Mantovani, un grande esempio per tutti noi». (fonte: ilsole24ore.com)

Le arance combattono il tumore alla prostata 07/11/2008 12:29
L’arancia è il frutto antitumorale per eccellenza, e questa ricerca apparsa su Cancer reserach e presentata da un gruppo di studiosi italiani, lo dimostra una volta in più: negli oli essenziali della buccia sono contenute sostanze in grado di combattere il cancro alla prostata. In questi oli essenziali, infatti, sono contenute molecole simili ai triterpenoidi naturali, con i quali si realizzano nuovi farmaci antinfiammatori e antitumorali che potrebbero costituire un valido aiuto alla popolazione maschile soggetta a cancro alla prostata, soprattutto per quegli individui per i quali c’è una familiarità con la patologia. Perché funziona? In pratica i triterpenoidi ottenuti sinteticamente uccidono le cellule di tumore insensibili alla terapia ablativa ormonale riattivando alcune vie di morte cellulare programmata potenzialmente molto efficaci, ma sopite nelle cellule malate. (fonte: gustoblog.it)

Scoperto ruolo delle staminali responsabili del tumore alla tiroide 07/11/2008 12:28
Potrebbero essere le cellule staminali le responsabili di alcune forme aggressive di tumore tiroideo (Atc). La scoperta e' di un gruppo di giovani biotecnologi, biologi e medici della sezione di Endocrinologia - Policlinico dell'universita' degli Studi di Palermo. Nello studio, pubblicato ieri su Plos One, i ricercatori hanno descritto un subset di cellule staminali tumorali che, in quanto capaci di proliferare continuamente, sarebbero responsabili della crescita incontrollata del tumore. Infatti, tali cellule sono resistenti ai chemioterapici e spiegherebbero perche' l'Atc abbia un decorso clinico cosi' infausto nell'arco di pochi mesi. Inoltre, gli autori hanno scoperto quali marcatori specifici esprimono le cellule staminali tumorali tiroidee: sulla base di tali osservazioni presto sara' possibile identificarle e renderle bersaglio per nuovi approcci terapeutici. 'Questa scoperta - dice Carla Giordano, responsabile del laboratorio di Endocrinologia Molecolare, in cui e' stato condotto lo studio - apre delle possibilita' per il trattamento non solo del tumore anaplastico della tiroide, ma anche per tutte quelle neoplasie considerate incurabili a causa della resistenza alle terapie convenzionali'. (fonte: molecularlab.it)

L’allergia protegge dal cancro 05/11/2008 02:29
Allergici? Rallegratevi. Sopporterete con maggior pazienza l’infinita serie di starnuti, il naso rosso come un pomodoro e gli sfoghi cutanei che spesso visitano la vostra pelle, sapendo che chi è allergico gode di un vantaggio rispetto agli altri: minor rischio di soffrire di cancro. Pare infatti, secondo uno studio pubblicato su The Quarterly Review of Biology, che i sintomi allergici aiutino ad espellere eventuali agenti cancerogeni grazie agli sfoghi cutanei e agli starnuti, al prurito e alla sudorazione eccessiva, alla tosse e alla lacrimazione abbondante. Lo hanno scoperto i ricercatori della Cornell University che hanno sottoposto al vaglio circa 650 studi scientifici sull’argomento giungendo alla conclusione secondo cui il cancro che colpisce organi a diretto contatto con l’ambiente esterno (pelle, bocca, gola, colon-retto e cervice uterina) ha una minore incidenza nel caso di soggetti allergici.

Nuove molecole per terapia personalizzata dei tumori 05/11/2008 02:28
Nel prossimo futuro potrebbe essere realtà una terapia antitumorale calibrata sull'organismo e le caratteristiche di ogni singolo paziente. Uno studio finanziato dall'AIRC (Associazione Italiana Ricerca sul Cancro) e svolto dall'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena insieme all’Istituto Weizmann di Israele è stato pubblicato sulla rivista “Cell Cycle”. Questa ricerca ha portato ad individuare nuove molecole per la terapia personalizzata dei tumori e a interrompere il legame pericoloso di due proteine, che legate insieme compiono seri danni, mentre separate hanno funzioni fondamentali di protezione e di risposta terapeutica. Il cancro è una patologia che si sviluppa a causa di molti fattori, di certo origina dall’aberrante attivazione di geni, gli oncogeni. L’insorgenza e la progressione tumorale è il risultato di attività di geni modificati che in condizioni normali presiedono alle funzioni fisiologiche di una cellula e dal blocco di attività di geni, gli oncosoppressori, la cui funzione principale è il controllo della proliferazione cellulare e dell’integrità del patrimonio genetico. Obiettivo dei ricercatori è trovare “l’interruttore” che accende e spegne il funzionamento corretto delle nostre cellule. L’aberrante produzione di proteine oncogeniche e la ridotta presenza o l’assenza di quelle oncosoppressorie determina l’attivazione dei processi di trasformazione neoplastica di una cellula normale. Le attuali conoscenze nel campo della oncologia molecolare, la scienza che studia la formazione e lo sviluppo dei tumori, hanno dimostrato che l’anomala attività di complessi proteici contribuisce significativamente all’insorgenza di un tumore. Uno dei principali “focus” oggi della ricerca in campo oncologico dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, e non solo, è rappresentato dall’individuare tali complessi proteici e nuove molecole sintetiche in grado di inibire tali attività incontrollate. I risultati dello studio condotto dal Regina Elena con l'Istituto Weizmann di Israele ha raggiunto due importanti conclusioni: è stato identificato il complesso proteico fra una proteina ad attività tumorale, p53 mutata, e la proteina oncosoppressoria p73, il cui risultato ha rivelato una forte attività oncogenica; l’inattivazione di questo complesso pro tumorale mediante l’uso di piccole molecole rende le cellule tumorali più vulnerabili e sensibili ai vari trattamenti farmacologici. Le nuove molecole peptidiche sono state disegnate, prodotte e brevettate dall’IRE, e si sono confermate capaci di rompere il complesso p53mutata/p73 e di attivare le funzioni anti-tumorali della proteina p73. “Tali risultati sono stati possibili – sottolinea la Prof.ssa Paola Muti, Direttore Scientifico IRE - grazie al lavoro di cooperazione del laboratorio di Farmacocinetica e Modelli Animali con la Dr.ssa Di Agostino - già borsista FIRC- e il Dr. Gennaro Citro, del gruppo di studio della Chemioprevenzione Molecolare con la dr.ssa Sabrina Strano ed il Dipartimento di Chimica (Dr.ssa Miriam Eisenstein) dell’Istituto Weizmann. Questa fattiva collaborazione ha permesso la produzione di nuove molecole sintetiche la cui attività antitumorale in vivo sembra specificamente correlata al tipo di mutazione del gene p53, che è mutato nel 50% dei tumori umani”. ”L’ulteriore approfondimento di questi studi – dichiara il Dott. Giovanni Blandino, Coordinatore Scientifico del Rome Oncogenomic Center - sono rivolti all’identificazione di molecole sintetiche specifiche e all’associazione con agenti chemiopreventivi da applicare a pazienti oncologici con specifiche mutazioni del gene p53 e quindi contribuire alle terapie tumorali sempre più personalizzate”. “Tale studio potrebbe quindi aprire interessanti prospettive grazie alla possibilità di individuare farmaci che simulino l’attività di questi piccoli peptidi – dichiara la Dott.ssa Sonia Lain della University of Dundee, Scotland, nel commento all’articolo apparso sullo stesso numero di Cell Cycle - che tra l’altro svolgono un’azione selettiva, poiché sono dannosi per le cellule tumorali con p53 mutato, o almeno con un particolare tipo di mutazione di p53, pur avendo effetti trascurabili sulle cellule normali”. Molti altri studi IRE su questo filone sono diretti e focalizzati ad interrompere i processi di trasformazione neoplastica mediante l’identificazione di nuove molecole che vadano ad interferire o inattivare gli “interruttori” oncogenici. (fonte: italiasalute.it)

Pattern di attività genica potrebbe aiutare nella scelta dei trattamenti per il cancro 01/11/2008 17:32
Scienziati francesi hanno individuato il pattern di attività genica che prevede in modo preciso a quali trattamenti i pazienti affetti da cancro colon-rettale risponderanno meglio. Nel futuro le scoperte potrebbero essere applicate nello sviluppo di test per determinare in modo tempestivo il tipo di farmaci da somministrare a ciascun paziente. Il team francese è stato il primo a dimostrare che nei pazienti con cancro del colon-retto la determinazione genica prevede la risposta ai trattamenti. I risultati sono stati presentati al 20° Simposio sui target molecolari e le terapie per il cancro (Symposium on Molecular Targets and Cancer Therapeutics), tenutosi il 22 ottobre a Ginevra, in Svizzera. Il cancro del colon-retto può generalmente essere curato attraverso la chirurgia se viene scoperto allo stadio iniziale. Tuttavia, nella metà dei pazienti il tumore si diffonde al fegato, e questi casi sono molto più difficili da trattare. Generalmente, il primo intervento che si fa su questi pazienti è una chemioterapia, come il FOLFIRI, che comprende leucovorina, fluoruracile e irinotecan. Ma nonostante siano ora disponibili farmaci nuovi e migliori, questi protocolli si rivelano inefficaci in circa la metà dei pazienti. Inoltre, con il passare del tempo i tumori tendono a diventare resistenti ai farmaci, anche quelli che inizialmente rispondono bene al trattamento. Attualmente non esistono metodi per prevedere quali pazienti risponderanno ai trattamenti di prima scelta e quali, invece, risponderebbero meglio ad approcci alternativi. "Per la riuscita complessiva del trattamento è necessario che al suo inizio venga scelto il regime chemioterapico con la maggiore probabilità di indurre la massima risposta," dichiara la dott.ssa Maguy Del Rio dell'Istituto per la ricerca sul cancro di Montpellier, in Francia. "Il fatto di riuscire ad individuare i pazienti che potrebbero rispondere bene ad una particolare chemioterapia rappresenta una grande sfida, e anche quello di individuare quei pazienti che non risponderebbero e che quindi hanno bisogno di trattamenti alternativi." In questa ultima ricerca la dott.ssa Del Rio e il suo team hanno studiato i livelli di attività di una serie di geni presenti in campioni prelevati su 19 pazienti con tumore del colon-retto diffuso al fegato. Nessuno dei pazienti aveva iniziato una chemioterapia al momento del trial. Il team ha individuato una "marcatura" genetica che coinvolge 11 geni che indicano chiaramente quali pazienti risponderanno bene al trattamento con il FOLFIRI e quali invece no. Sulla base di questi risultati, gli scienziati hanno sviluppato un modello matematico capace di classificare i pazienti in gruppi con un'esattezza del 100%. "Il fatto di aver raggiunto un'esattezza del 100% potrebbe essere dovuto al numero limitato di 19 campioni," ammette la dott.ssa Del Rio. "È ovviamente necessaria una convalida e, se del caso, bisogna migliorare la marcatura dei geni in un numero maggiore di pazienti. Finché non sarà adeguatamente convalidata, la marcatura genetica non potrà tovare un'applicazione clinica." Tuttavia, una volta convalidate, le scoperte potrebbero essere convertite in un test per stabilire quali pazienti risponderebbero meglio ai trattamenti più comuni e quali invece trarrebbero beneficio da farmaci diversi. I pazienti che si rivelerebbero non-rispondenti, potrebbero immediatamente essere sottoposti a regimi farmacologici alternativi e più avanzati. "Per i pazienti con tumore colon-rettale metastatizzato il tempo è un fattore prezioso e il fatto di poter compiere una scelta della terapia iniziale azzeccata, potrebbe rivelarsi decisivo per la riuscita generale del trattamento," ha commentato la dott.ssa Del Rio. Secondo i dati dell'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (parte dell'Organizzazione mondiale della sanità) nel 2006 sono stati rilevati circa 300.000 casi di cancro del colon-retto nell'UE, facendone il terzo tipo di cancro più comune, dopo il cancro del seno e della prostata. Nello stesso anno sono decedute circa 140.000 persone a causa di questa malattia. A livello mondiale ne vengono diagnosticati ogni anno circa 945.000 nuovi casi. (fonte: molecularlab.it)

Guerra al cancro: quel che resta da vincere 30/10/2008 11:38
Come mai si è riusciti a mandare un uomo sulla Luna in dieci anni, come promesso dal presidente americano John Kennedy, e in quasi 40 anni non è stato possibile vincere la “guerra al cancro”, annunciata dal suo successore, Richard Nixon? Una risposta approssimativa mi sembra semplice. Arrivare sulla Luna era una sfida tecnologica e le basi scientifiche erano chiare da Galileo e Newton in poi. Per vincere il cancro, invece, occorre capirlo: una questione biologica, prima che tecnologica. E la ricerca biologica richiede sì investimenti, ma ha i suoi tempi, procede a piccoli passi. Dal 1971 in poi, quando fu dichiarata la guerra al male del XXI secolo, come il cancro è stato definito, di passi avanti se ne sono fatti: non pochi, alcuni di grande importanza». A dirlo è Lucio Luzzatto, oncologo e genetista di fama mondiale, nella prefazione al libro di Devra Davis, La storia segreta della guerra al cancro (Codice), presentato lunedì 27 ottobre al Festival della scienza di Genova. Molto di più sappiamo oggi sui fattori che hanno contribuito nei paesi industrializzati a delineare «l’epidemia» del cancro. «Sono migliorate le tecniche di diagnosi, e i programmi di screening, sull’intera popolazione, favoriscono una diagnosi sempre più precoce. Talora fin troppo, tanto da far coniare il neologismo di over-diagnosis» scrive Luzzatto. E poi? Il fattore età. «La maggior parte dei tumori insorge dopo i 60 anni e se per chi nasceva un secolo fa era questa l’aspettativa di vita, oggi si superano gli 80. È il prezzo che si deve pagare e la maggior parte di noi pensa ne valga la pena, almeno finché la qualità della vita è buona». Le cifre dicono che la mortalità per tutti i tipi di tumore è in calo, anche se cresce l’incidenza. Uno dei modi per migliorare le percentuali di sopravvivenza è individuare il cancro precocemente. Due esempi: il pap test, che nei paesi occidentali ha ridotto la mortalità per tumore del collo dell’utero del 70 per cento, e la mammografia che, estesa a tutte le donne sopra i 49 anni, si è rivelata efficace ad anticipare la diagnosi. «Prevenire è meglio che curare. Un caso clamoroso di prevenzione primaria è la vaccinazione contro il virus dell’epatite B per il carcinoma del fegato. Da noi la trasmissione del virus è quasi debellata, ma in paesi come la Nigeria per i maschi il top della mortalità per cancro è l’epatoma, per le femmine il tumore al collo dell’utero. L’aver scoperto un’associazione forte (oltre il 95 per cento dei casi) tra infezione da papilloma virus e tumore ha aperto la strada a un altro vaccino». Eludendo l’infezione si evita il carcinoma (ogni anno al mondo 500 mila casi e 225 mila vittime), specialmente nei paesi non industrializzati dove risorse economiche e organizzazione di salute pubblica ostacolano la diagnosi precoce e dove, paradossalmente, il costo del vaccino è per ora inarrivabile. L’eradicazione con antibiotici dell’Helicobacter pylori, che può causare cancro gastrico e dello stomaco, è stato un altro passo avanti. «Fare prevenzione primaria significa anche intervenire sullo stile di vita, ma deve tradursi in cambiamenti concreti, non sempre proponibili» dice l’esperto. «Man mano che una società diventa occidentalizzata la frequenza del cancro alla mammella cresce, e per una donna che voglia proteggersi l’indicazione sullo stile di vita, provocatoria, c’è: fare il primo figlio a 16 anni, averne una decina, e allattare ciascuno fino a 2-3 anni. E, ovviamente, niente contraccezione». Per evitare il tumore al polmone un intervento decisivo è smettere di fumare. Nel libro della Davis si fa un resoconto critico e appassionato delle strategie usate dall’industria del tabacco per nascondere le prove sulla nocività del fumo, arrivando a corrompere chi voleva produrre l’evidenza. «C’è poi la dieta. La questione non risolta è quanto incidano i fattori nutrizionali. Dal 30 al 50 per cento? L’incertezza è molta e vale ciò che si è detto per lo stile di vita: identificati i fattori dietetici, resta da vedere quanto è realistico calarli nella realtà. Su un punto tutti concordano, l’apporto calorico: più alto è, maggiore è la frequenza del cancro» dice Luzzatto. Come si spiega? «Il meccanismo è oscuro ma i dati sono convincenti e consistenti. E l’indicazione anticancro va bene anche per prevenire le malattie cardiovascolari e, probabilmente, per allungare la vita». La tempestività della diagnosi è importante anche per pianificare la migliore forma di trattamento. Le terapie sono più efficaci quando il tumore è a uno stadio iniziale. E le tecnologie per scoprire almeno alcuni ditipi di tumore esistono, ma i segnali vanno letti in modo corretto. Per individuarli a uno stadio molto precoce, alcuni puntano ora sui cosiddetti biomarcatori, proteine o modificazioni del dna che facciano da indicatori molecolari di processi normali o patologici. Molto ci si attendeva dalla proteomica, ossia dalle tecniche di analisi delle centinaia di proteine delle cellule tumorali in circolo nel sangue. Lance Liotta, pioniere di questa possibile applicazione, nel 2002 promise un test per il carcinoma all’ovaio basato su una goccia di sangue, non se n’è fatto nulla. «Il suo risultato era chiaro e affascinante: aveva trovato una proteina particolare in chi aveva carcinoma all’ovaio. Il problema era un altro: la trovava anche in rare pazienti, il 3 per cento, senza tumore. Significa che quelle donne, per escludere una diagnosi così seria, avrebbero poi dovuto sottoporsi a ecografia, risonanza magnetica… In uno screening di massa il 3 per cento significa milioni di persone e costi elevati. Ma questo potrebbe valere per altri marcatori» aggiunge. Basti pensare al test che misura nel sangue i livelli dell’antigene prostatico specifico, il Psa, il più sperimentato. Come evidenziano vari studi, mancano prove che la diagnosi precoce del tumore con questo marcatore modifichi significativamente la mortalità, anche scegliendo la strada del bisturi: nessun paese ha adottato lo screening di massa con il Psa, né in Europa né oltreoceano. Molte informazioni si ricavano dall’analisi delle mutazioni ereditarie, quelle della linea germinale, che predispongono a tumori detti eredo-familiari; e quelle di geni che aumentano anche solo di un po’ il rischio. «Geni oncògeni forti, così li chiamo io, come il BrcA-1 e il BrcA-2, che incrementano l’eventualità di cancro al seno dell’80 per cento, e geni oncogeni deboli con un rischio più piccolo, un fattore di 2 o 3. Ma nei grandi numeri, come in metà della popolazione, ha un peso. Oggi si può il dna di cento pazienti con carcinoma al colon e altri cento di controllo, uguali per sesso ed età, e vedere se c’è un qualunque snip, ossia la variazione di un singolo nucleotide, più frequente in chi ha il tumore. Da un punto di vista biologico è di enorme interesse». Il mesotelioma è un tumore legato all’amianto, ma non si presenta in tutti quelli esposti. Alla maggioranza viene l’asbestosi, non il cancro. Forse una mutazione genetica lo favorisce. È così per altri tumori al polmone: non tutti i fumatori lo sviluppano. Oggi sappiamo molto di più su cosa trasforma una cellula da normale a cancerosa. Fattori mutageni ambientali, radiazioni, sostanze chimiche, emissioni inquinanti e lavorazioni a rischio possono accelerare il processo. «Le mutazioni somatiche si accumulano con l’età e noi ne collezioniamo fin dalla nascita, anzi da prima ancora, a ogni divisione cellulare. E sono miliardi. Supponiamo che per ogni tumore io sappia quali mutazioni somatiche sono avvenute, cosa impensabile fino a 2-3 anni fa. I costi della sequenza genica sono calati e non passerà molto che, fatta la biopsia, si proceda all’analisi delle mutazioni genetiche. Significherà avere decine di potenziali bersagli per farmaci. E, combinandone diversi, colpirne magari più di uno». L’analisi molecolare ha già permesso di creare terapie mirate che puntano su differenze specifiche tra cellule normali e tumorali. Sono i farmaci «intelligenti», con una tossicità ridotta: anticorpi molecolari e piccole molecole che inibiscono recettori e segnali sulle cellule neoplastiche con un ruolo chiave nella crescita tumorale. «Allo studio terapie ancora più mirate per azzerarne la tossicità» dice Luzzatto. «Un passo avanti sarebbe un farmaco che abbia come bersaglio il punto di fusione di due proteine, mutazione che riguarda la leucemia mieloide cronica (su cui funziona il Glivec) e altre leucemie, ma che nei tumori solidi non si pensava ci fosse. Nel 2005 si è scoperta una fusione simile fra due geni nel tumore della prostata e ci stiamo lavorando» precisa. L’obiettivo? «Una classificazione dei tumori in cui l’analisi molecolare complementi quella morfologica. Per lo stesso tumore si potranno stabilire sottogruppi, e la terapia si baserà su target diversi». Cinquant’anni fa si diceva «è una leucemia mieloide acuta», ora se ne conoscono almeno otto sottotipi, ognuno corrisponde a una lesione molecolare diversa. Una simile eterogeneità c’è anche in quello della mammella. Ma, a livello molecolare, per ora ne sappiamo meno. «Il successo della cura dei tumori solidi è ancora nelle mani del chirurgo. Anzi, in molti casi la terapia adiuvante post-chirurgica potrebbe non essere necessaria: se solo sapessimo quali». Perciò si studia la possibilità di reperire nel sangue delle donne operate, con anticorpi monoclonali, le rare cellule tumorali circolanti: se non ci sono, niente chemioterapia adiuvante. «Ciò che emerge è la maggiore sinergia che oggi esiste tra ricerca di base e clinica che spesso procedevano su due binari paralleli, anziché integrarsi e potenziarsi» conclude Luzzatto. (fonte: panorama.it)

Test molecolare per la diagnosi del tumore alla prostata 30/10/2008 11:34
PROGENSA PCA3 è il primo test molecolare specifico per il carcinoma prostatico che si basa su una tecnologia innovativa e servirà come ausilio nella diagnosi di questa specifica forma tumorale. L’esame, che si basa su una tecnologia innovativa, servirà come ausilio nella diagnosi di questa specifica forma tumorale. L’accuratezza di PROGENSA PCA3 come predittore di positività alla biopsia in soggetti con precedente esito negativo si è rivelata superiore rispetto al test del PSA (antigene prostatico specifico). Uno studio pubblicato sul Journal of Urology nel maggio di quest’anno ha dimostrato che i punteggi ottenuti con PROGENSA PCA3 ben si correlano con le dimensioni del tumore prostatico, cosa che può favorire l’identificazione, da parte dei medici, di quei pazienti che necessitano di una terapia aggressiva, differenziandoli da coloro che, affetti da forme localizzate e di basso grado, possono essere invece destinati alla vigilanza attiva. La corretta identificazione dei pazienti ideali per una strategia di vigilanza attiva è stato finora un compito estremamente difficile per i medici. Il biomarcatore PCA3, in aggiunta ai dati clinici esistenti, sembra essere il candidato ideale per aumentare il livello di accuratezza nell’identificazione di questi pazienti. Il Prof. Montorsi, Ordinario di Urologia all’Università Vita-Salute, Ospedale San Raffaele di Milano, ha dichiarato: “La diagnosi di tumore alla prostata può essere difficile. Gli attuali strumenti diagnostici impiegati per questo tipo di cancro, come il PSA sierico, hanno dei limiti. Per questo, la comparsa sulla scena di PROGENSA PCA3 è da considerarsi un fatto positivo. Questo esame potrebbe rappresentare una grande svolta per un certo numero di pazienti, in quanto faciliterebbe la decisione del medico sull’opportunità o meno di procedere con un’ulteriore biopsia, intervento che può essere doloroso e causare effetti collaterali indesiderati. È stato inoltre dimostrato che il PCA3 è in grado di identificare i pazienti affetti da forme tumorali circoscritte o di basso grado, per i quali una vigilanza attiva potrebbe risultare più adatta rispetto a una terapia aggressiva”. La specificità del test PROGENSA PCA3 potrà contribuire ad eliminare parte dell’incertezza che ancora avvolge la diagnosi di carcinoma prostatico, fornendo risultati più accurati e definitivi. Ma la vera novità è che il test PROGENSA PCA3 potrebbe contribuire ad evitare ripetute biopsie in quei pazienti che presentano risultati contradditori, riducendo al minimo il senso di ansia e disagio spesso provato da chi deve convivere con il sospetto di un tumore alla prostata. Il PCA3 è un gene specifico per la prostata che si presenta sovraespresso in caso di tumore3. Il test PROGENSA PCA3 si avvale della tecnica della TMA (Transcription Mediated Amplification) per quantificare il livello di mRNA corrispondente al gene PCA3 presente in un campione di urina; maggiore è la quantità di PCA3, maggiori saranno le probabilità della presenza di una neoplasia.1 Dagli studi è emerso che PROGENSA PCA3 è in grado di predire, fra i pazienti con precedente biopsia negativa, chi risulterà positivo alla biopsia di controllo in modo più accurato rispetto al solo test del PSA. Il Prof. Scarpa, Ordinario di Urologia all’Università degli Studi di Torino e Direttore della Struttura Complessa a Direzione Universitaria di Urologia dell’AOU San Luigi Gonzaga, spiega: “Il problema più serio quando si pone una diagnosi di tumore alla prostata è dato dall’incertezza che avvolge l’aumento dei livelli di PSA. PROGENSA® PCA3 potrebbe contribuire ad aumentare le probabilità di una diagnosi precoce. Qualsiasi esame che riduca il rischio di essere sottoposti a una biopsia senza che ce ne sia realmente il bisogno e che possa favorire l’identificazione delle forme di carcinoma prostatico localizzate o di basso grado rappresenta una buona notizia per i pazienti”. Lo screening periodico e la diagnosi precoce delle forme letali di tumore alla prostata sono fondamentali per ridurre gli indici di mortalità dovuti a questo tipo di neoplasia4. Tuttavia, la variabilità e i limiti degli strumenti diagnostici attualmente a disposizione, come il test del PSA e la biopsia, hanno finora impedito di stabilire in modo tassativo la presenza di un carcinoma e di differenziare fra forme tumorali più o meno significative da un punto di vista clinico. Allo stato attuale, i pazienti con sospetta diagnosi di carcinoma prostatico vengono sottoposti al test del PSA, seguito dall’esplorazione digitorettale (DRE). La presenza di un carcinoma prostatico può elevare i livelli di PSA, ma l’aumento di questo antigene può essere dovuto a una serie di altri fattori5,6, e questo rende il PSA un parametro poco selettivo. Inoltre, nel 10-25% dei pazienti con risultato bioptico negativo la diagnosi di carcinoma prostatico viene successivamente confermata7. Pertanto, il margine di incertezza rimane spesso consistente anche dopo l’esecuzione del test del PSA e/o della biopsia. (fonte: bioblog.it)

Conservare la fertilità dopo la chemioterapia, una nuova tecnica 30/10/2008 11:31
Nell'ambito del convegno "PMA-Procreazione medicalmente assistita: nuove strategie", organizzato dal ginecologo Raffaele Ferraro, direttore sanitario del Centro Genesis, tenutosi a Caserta, si è discusso di crioconservazione dell'ovocita e del tessuto ovarico, al fine di permettere a una donna che ha sviluppato un tumore in eta' fertile di proteggere le sue potenzialita' riproduttive che potrebbero essere compromesse da trattamenti di chemioterapia o radioterapia. E' questo uno degli ultimi traguardi raggiunti dalle tecniche di procreazione medicalmente assistita. L'innovativa tecnica permette di conservare a bassissime temperature ovociti maturi che, dopo la guarigione della donna, vengono scongelati, messi in coltura e poi impiegati per una fecondazione extracorporea attraverso la Fivet o la Icsi. Salvatore Dessole, direttore della clinica di Ostetrica e ginecologia dell'Università di Sassari, ha spiegato che la nuova tecnica consistente nel prelievo di tessuto ovarico e il suo riutilizzo tramite reimpianto in siti eterotopici porterebbe ad un ripristino della funzione gametogenica. Ferraro ha detto "In medicina si assiste ogni giorno a progressi diagnostici e terapeutici ma è la procreazione medicalmente assistita ad avere raggiunto negli ultimi anni sviluppi inaspettati, anche per le limitazioni introdotte dalla legge 40/2004 che ha reso necessario a chi si occupa di questa branca un grande sforzo di perfezionamento delle procedure per aumentare le possibilità di successo". Tra gli argomenti affrontati dal meeting di Caserta anche quello della personalizzazione dei trattamenti nella stimolazione ovarica, del varicocele come causa di infertilità maschile e delle recenti tecniche di prelievo dei gameti dal testicolo. (fonte: molecularlab.it)

Tumori: quelli rari sono "sconosciuti" persino agli oncologi 30/10/2008 11:30
I tumori rari complessivamente sono responsabili del 20% di tutte le neoplasie. ma presi uno per uno riguardano pochissime persone, e questo probabilmente spiega perchè persino alcuni esperti fanno talvolta fatica a riconoscerli. Lo hanno sottolineato a Milano gli esperti riuniti al convegno sui tumori rari solidi dell'adulto, organizzato dall'Istituto nazionale tumori (Int) di Milano e a cui ha partecipato amche il sottosegretario alla salute Ferruccio Fazio. ERRORI DI VALUTAZIONE - «Poche persone affette da tumori rari riescono ad arrivare nei centri giusti e, soprattutto, a ricevere le cure giuste» spiega Anna Costato, presidente dell'associazione nazionale Gist, che si occupa di pazienti con un raro tumore gastrointestinale (il Gist). L'associazione, dice Costato, riceve continuamente e-mail di malati che raccontano i «disguidi» con gli specialisti che li hanno in cura: un esempio «lo racconta il parente di un malato al quale l'oncologo, dopo aver asportato un tumore del gruppo Gist, ha consigliato di tenersi sotto controllo con una Tac all'anno. Indicazione errata: una tac all'anno non basta, e la salute di quel paziente è stata messa a rischio». Alle persone colpite da un tumore raro, in pratica, «mancano i punti di riferimento - conclude Casato - il 40% dei malati si affida al web per orientarsi e per chiedere aiuto. Le migliaia di e-mail che arrivano alla nostra associazione sono allarmanti. Parlano di oncologi che ignorano l'esistenza dei tumori rari, anche di quelli più noti». (fonte: corriere.it)

Ricercatori scoprono il legame tra cancro della cervice e nazionalità 23/10/2008 09:48
Una nuova scoperta del Karolinska Institutet in Svezia ha gettato nuova luce sul legame tra cancro della cervice e nazionalità. Lo studio, che comprendeva test di screening ginecologici condotti su tutte le donne dello stato nordico lungo un periodo di 40 anni, ha mostrato che la possibilità di sviluppare il cancro della cervice è maggiore per le donne immigrate che vivono in Svezia. I risultati dello studio sono stati recentemente pubblicati sull'International Journal of Cancer. La nazionalità, comunque, non è l'unico fattore di rischio. "Esistono altri fattori di rischio, come il fumo, le abitudini sessuali e il non sottoporsi a test di screening, il che rende interessante il confronto tra l'incidenza del cancro della cervice in diversi gruppi di donne immigrate in Svezia e native svedesi," ha spiegato il professor Pär Sparén, coordinatore dello studio. Sulla base dei risultati dello studio, condotto dal 1968 al 2004, sono state trovate significative differenze nelle donne provenienti dagli stati nordici e dall'America centrale. I ricercatori hanno scoperto che le differenze sono legate alla variazione nell'incidenza mondiale del virus dei papillomi umani (HPV), che è un fattore di rischio chiave del cancro della cervice. Le ricerche condotte in passato hanno mostrato che il collegamento con l'HPV funziona provocando cambiamenti nelle cellule della cervice, che possono causare lo sviluppo di una neoplasia intraepiteliale cervicale, e di conseguenza il cancro. Fino a questo momento sono stati identificati 250 tipi di HPV. Gli studi hanno scoperto che 15 di questi sono classificabili come tipi ad alto rischio; 3 come probabilmente ad alto rischio; e 12 come tipi a basso rischio. Il corpo di 750.000 campioni era formato da donne provenienti da vari paesi, registrate nel database nazionale per la salute delle donne del Karolinska Institutet. I ricercatori hanno trovato 1991 casi di cancro della cervice nel gruppo di immigranti. Questo dato rappresenta un balzo del 10% del rischio di sviluppare il cancro della cervice. Il risultato mostra inoltre che la proporzione dei casi della malattia era più bassa tra le donne che si sono stabilite in Svezia in confronto alle donne che sono rimaste nei loro rispettivi paesi. Nel confrontare i gruppi di immigranti, i ricercatori hanno inoltre scoperto che esiste un'ampia oscillazione. Per esempio, le donne dell'Africa orientale avevano cinque volte meno probabilità di sviluppare il cancro della cervice rispetto a donne nate in Svezia, ha affermato il team. Ma le donne dell'Asia meridionale avevano 50% di probabilità in meno di sviluppare la malattia. Le donne danesi e norvegesi avevano rispettivamente l'80% e il 70% di probabilità in più di contrarre la malattia rispetto alle donne Svedesi, mentre per le donne dell'America centrale, il rischio di sviluppare la malattia è il 150% più alto rispetto alle donne svedesi. Questo lavoro ha inoltre mostrato che il rischio di cancro della cervice aumentava con l'età di ingresso in Svezia. Il rischio si riduceva durante il periodo di residenza nella loro nuova patria, hanno detto i ricercatori. "I risultati sono utili per una più efficace prevenzione del cancro della cervice, attraverso, per esempio, programmi di screening mirati," ha commentato il professor Sparén. "Dobbiamo introdurre specifici test di screening per la prevenzione del cancro della cervice tra i gruppi ad alto rischio, in particolare le donne al di sopra dei 50, durante i loro primi 10 anni in Svezia." Il finanziamento per questo studio è stato fornito dal Consiglio svedese per la vita lavorativa e la ricerca sociale (FAS) e la Scuola nazionale di specializzazione della sanità presso il Karolinska Intitutet. Lo studio era un progetto in collaborazione con l'Università Mälardalen in Svezia e l'Università di medicina di Teheran in Iran. Fonte: Cordis

Tumore alla prostata, nuovi approcci terapeutici 23/10/2008 09:47
Questo importante risultato, frutto di una ricerca coordinata dall'Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con l'équipe del professor Giovanni Muto (primario di Urologia dell'Ospedale San Giovanni Bosco di Torino) e con l'Istituto Oncologico del Mediterraneo di Catania, apre nuove speranze per il futuro anche se la strada verso una cura definitiva potrebbe essere ancora lunga. I dettagli della ricerca, finanziata con i fondi dell'accordo Italia-Usa e dall'Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro, sono stati pubblicati sulla rivista Nature Medicine (Ottobre 2008). Enrico Garaci, Presidente dell'ISS (Istituto Superiore di Sanità), spiega che comprendere i meccanismi che portano un tumore a diventa più aggressivo è molto importante in quanto contribuisce ad avvicinarsi verso una cura in grado di guarire gli stadi avanzati del cancro alla prostata. L'analisi del tessuto neoplastico di 40 pazienti ha dimostrato che l'aggressività del carcinoma prostatico è causata dalla perdita di un frammento di DNA del cromosoma 13 che contiene due piccoli geni, chiamati microRNA-15a e microRNA -16, che agiscono bloccando la progressione maligna del tumore. Secondo Garaci, grazie ai risultati ottenuti nel costo si questo studio, si potrebbe arrivare in tempi brevi a comprendere come curare i tumori più avanzati. Attualmente il tumore della prostata è trattato con la terapia ormonale e la chirurgia, ci sono però dei limiti, è efficace solo negli stadi iniziali. Per il momento non esiste alcuna cura valida per il tumore allo stadio avanzato, una neoplasia che provoca la morte di oltre il 20 per cento dei pazienti affetti da cancro alla prostata. Ruggero De Maria, coordinatore dello studio e Direttore del Dipartimento di Ematologia Oncologia e Medicina Molecolare dell'ISS, spiega che grazie a questa ricerca si è scoperto che se i microRNA-15a e microRNA -16 vengono reintrodotti nelle cellule tumorali che li hanno perduti, queste cellule smettono di crescere e vengono distrutte. La possibilità di curare i tumori aggressivi della prostata tramite la somministrazione di questi microRNA è stata confermata dalla terapia sperimentale effettuata in animali da laboratorio. Il cancro della prostata è uno dei tumori riscontrati con maggiore frequenza nei paesi occidentali. In Italia ogni anno vengono diagnosticati circa 44.000 nuovi casi che sono destinati ad aumentare, considerando il progressivo invecchiamento della popolazione. Sebbene negli ultimi quindici anni il dosaggio dell'antigene prostatico specifico (PSA) abbia aumentato considerevolmente le diagnosi precoci e le possibilità di guarigione, il cancro alla prostata rappresenta ancora oggi la seconda causa di morte da tumore nell'uomo dopo il carcinoma del polmone. I risultati ottenuti nell'ambito di questo studio sono quindi molto importanti, i ricercatori spiegano che le conoscenze acquisite confermano che il cancro alla prostata potrà essere sconfitto. Attualmente, però, sono stati condotti degli esperimenti solo su delle cavie da laboratorio, la strada verso una cura utilizzabile sull'uomo è ancora lunga e dovrà attraversare diversi stadi di sperimentazione. (fonte: agoranews.it)

Birra anticancro 23/10/2008 09:45
La birra, una delle più diffuse e antiche bevande alcoliche del mondo, è stata ingegnerizzata dalla Rice University per ottenere un liquido in grado di ridurre il cancro e le malattie cardiovascolari, almeno nel modello animale. La BioBeer, questo è il nome della bevanda innovativa, sarà in gara alla International Genetically Engineered Machine (iGEM) l’8 e 9 novembre a Cambridge. L’iGEM, per chi non lo sapesse, è la competizione più grande e importante al mondo sulla biologia sintetica, in cui diversi team si sfidano per creare cose utili. I ricercatori della Rice University hanno realizzato una birra geneticamente modificata per produrre il resveratrolo, un fenolo non flavonoide presente nella buccia dell’acino d’uva avente un’azione antiteratogena e di fludificazione del sangue che può limitare l’insorgenza di placche trombotiche, durante il processo di fermentazione. Insomma, una bevanda a bassa gradazione alcolica con i benefici del vino che potrebbe entrare in commercio già nei prossimi anni se i benefici dimostrati nei topi dovessero esserci anche per gli uomini. Resta solo da vedere se gli appassionati della bionda apprezzeranno la “modifica”. (fonte: bioblog.it)

Una mutazione nella leucemia associata alla sindrome di Down potrebbe portare a una nuova cura 23/10/2008 09:44
In uno studio finanziato dall'UE, una squadra internazionale di ricercatori ha scoperto una mutazione genetica in persone affette dalla sindrome di Down che soffrono anche di leucemia linfoblastica acuta (ALL), un tumore del sangue o del midollo osseo. Questa scoperta, pubblicata online nella rivista Lancet, potrebbe portare allo sviluppo di nuovi farmaci per curare questo grave tipo di leucemia. Le persone con la sindrome di Down, un disturbo causato da una copia in più del cromosoma 21, presentano un rischio maggiore (da 10 a 30 volte) di sviluppare la leucemia, in particolare la ALL. Questa associazione è conosciuta da quasi 70 anni, ma la sua causa e i meccanismi di fondo non sono mai stati ben compresi. Poiché le persone con la sindrome di Down hanno, tra le altre anomalie fisiche, una predisposizione maggiore rispetto al normale alle infezioni, progettare dei trattamenti efficaci e a bassa tossicità per questi pazienti è stata una grande sfida. La ALL nella sindrome di Down sembra essere simile alla ALL negli altri bambini. Ciononostante, i pazienti malati di ALL con la sindrome di Down in passato ricevevano delle cure meno aggressive, poiché mostravano una scarsa tolleranza ai regimi classici. Nel corso degli anni sono state avanzate diverse teorie per spiegare l'associazione tra sindrome di Down e ALL. Il prof. Shai Izraeli del Sheba Medical Centre in Israele e i suoi colleghi hanno testato l'ipotesi che la mutazione nella JAK2 possa essere comune nella ALL associata alla sindrome di Down. Questa particolare mutazione era un ottimo candidato da studiare, poiché le mutazioni della JAK2 sono già state implicate in altri cancri che attaccano i globuli bianchi. I ricercatori hanno analizzato campioni di midollo osseo provenienti da pazienti affetti da ALL associata alla sindrome di Down. Essi hanno scoperto che il 18% di questi pazienti presentavano mutazioni della JAK2 che non erano state ereditate dai genitori (chiamate mutazioni "somatiche"), e che ai bambini che presentavano la mutazione della JAK2 veniva diagnosticata la ALL prima (4,5 anni) rispetto ai bambini senza la mutazione (8,6 anni). La mutazione della JAK2 è composta da alterazioni in cinque alleli, ciascuna delle quali colpisce un singolo residuo aminoacidico codificato dal gene della JAK2, conosciuto come R683. Gli autori hanno concluso che,"le mutazioni R683 JAK2 acquisite per via somatica delimitano un sottogruppo ALL distinto che è associato soltanto alla sindrome di Down. Gli inibitori della JAK2 potrebbero essere utili per la cura di questa leucemia." Nel suo commento di accompagnamento sullo studio della JAK2, il dott. Charles Mulligan del St. Jude's Research Hospital nel Tennessee, Stati Uniti, ha spiegato che "la ALL è caratterizzata da anomalie cromosomiche, come acquisizioni o perdite di interi cromosomi [...] L'identificazione di queste anomalie è importante per la gestione clinica, e ha fornito dei chiarimenti fondamentali sulla emopoiesi normale e leucemica". Egli ha continuato dicendo che le scoperte del presente studio "suggeriscono che l'inibizione della JAK2 potrebbe essere un utile approccio terapeutico nella ALL con mutazione della JAK2 associata alla sindrome di Down". La scoperta di questa mutazione nella ALL associata alla sindrome di Down rientra in uno sforzo più grande di analizzare l'intero genoma della ALL. Il dott. Mulligan ha avvisato che i risultati "rappresentano un importante progresso nella caratterizzazione genetica della ALL associata alla sindrome di Down, ma ci si deve ricordare che la nostra comprensione delle aberrazioni genomiche necessarie a indurre la leucemia è lontana dall'essere completa." La possibilità di risequenziare interi genomi per la cura della leucemia e di altri tumori è il soggetto di intensi studi; si spera che con il tempo l'intero genoma della ALL venga scoperto e che questo porti allo sviluppo di nuovi interventi terapeutici per questa malattia. Lo studio è stato guidato da scienziati in Israele ed è stato condotto da una squadra di ricercatori provenienti da istituzioni in Israele, Italia, Germania, Austria, Repubblica Ceca, Irlanda, Francia e Svizzera. Esso è stato supportato in parte dalla Commissione europea mediante il progetto integrato del Sesto programma quadro (6°PQ) EUROHEAR ("Advances in hearing science: from functional genomics to therapies"). (fonte: molecularlab.it)

Elettrochemioterapia: nuova arma contro le metastasi 16/10/2008 11:52
L’elettrochemioterapia rappresenta una metodica innovativa e uno strumento in più per la cura dell’aggressività del tumore. Essa, in grado di combattere la metastatizzazione locale e loco – regionale, è il frutto di studi congiunti di 4 dei più prestigiosi istituti di ricerca a livello internazionale (IGR, Institute Gustave Roussy, Villejuif France, Institute of Oncology ,Ljublyana Slovenia, Herley Hospital Copenhagen Denmark, UICC Cork Ireland) ed è una delle eccellenze del “made in Italy” in campo medico scientifico. Questo approccio terapeutico, sfruttando il fenomeno fisico dell’elettroporazione attraverso impulsi elettrici intensi e brevi, permette di aumentare la permeabilità delle membrane cellulari. Ciò consente a farmaci con elevata tossicità intrinseca, ma scarsa capacità di penetrare nelle cellule tumorali, come alcuni chemioterapici, di penetrare e di svolgere la loro azione nell’interno della cellula, altrimenti non permeabile da questi principi attivi. L’elettrochemioterapia e le sue applicazioni saranno presentate e discusse in un workshop al Centro Congressi “Raffaele Bastianelli” di Roma. La dott.ssa Stefania Bucher, Responsabile del reparto di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva dell’Istituto Dermatologico San Gallicano IRCCS di Roma, afferma: “L’elettrochemioterapia è un trattamento loco-regionale e una terapia palliativa che risulta particolarmente efficace per patologie come metastasi da melanoma singole e in-transit, metastasi cutanee e sottocutanee da altri tumori, ed alcuni tumori cutanei primitivi.” Studi clinici compiuti finora e pubblicati sull'European Journal of Cancer, hanno rilevato una efficacia nell'80% delle lesioni trattate. “Abbiamo pazienti” - continua la Dr.ssa Bucher – “che dopo essersi sottoposti a cicli chemioterapici o radioterapici, presentano lesioni dolorose e invalidanti, spesso multiple. Grazie all’elettrochemioterapia abbiamo la possibilità di trattarle, attenuando dolore e sanguinamento e, in molti casi, di farle scomparire a livello cutaneo o sottocutaneo migliorando considerevolmente la qualità della vita del paziente.” L’elettrochemioterapia è praticata con Cliniporator, un’apparecchiatura completamente “made in Italy” prodotto da IGEA (Carpi) e in uso in 42 centri in tutto il mondo. I farmaci meglio indicati per l’elettrochemioterapia e quindi per l’uso combinato con gli impulsi elettrici sono attualmente la bleomicina ed il cisplatino. Gli scenari futuri, visti gli ottimi risultati ottenuti negli attuali ambiti di applicazione della metodologia, potrebbero prevedere, nei tumori della cute, un ampliamento del numero dei farmaci indicati per l’elettrochemioterapia e una maggiore complementarietà di questa con le tradizionali terapie. Elenchiamo di seguito i centri presso i quali è possibile sottoporsi all'elettrochemioterapia. Centri attivi per l’ECT ITALIA Istituto Europeo di Oncologia – Milano Dr. Testori (Unità Melanoma – Chirurgia) Az. Ospedaliera “Molinette – San Giovanni Battista di Torino” Prof. Bernengo – Dr. C. Mortera, dr. P. Quaglino (Dermatologia) Policlinico Umberto I – Roma Prof. S. Calvieri – Dr. P. Curatolo – Prof.ssa R. Clerico – dr.ssa M. Mancini (Dermatologia) Policlinico di Padova Prof. C. R. Rossi – Dr. L. Campana (Chirurgia) INT, Istituto Nazionale Tumori – Milano Dr. Santinami – Dr.ssa Ruggeri (Chirurgia Generale 5 – Melanoma e Sarcoma) Ospedale Maggiore – Trieste Prof. Trevisan – Dr. A. Gatti (Dermatologia) Ospedale dell’Angelo – Venezia Mestre Dr. Sedona (Dermatologia) Ospedale “Santa Corona” – Pietra Ligure Dr. Bormioli - Dr. Ferraro (Chirurgia Plastica) IST Istituto Nazionale Ricerca sul Cancro – Genova Prof. P. Santi (Chirurgia plastica) – Dr.ssa P. Queirolo (Oncologia medica) Osp. Morgagni Pierantoni – Forli Dr. G.M. Verdecchia - Dr. M. Framarini – dr.ssa F. Tauceri (Tecnologie avanzate in oncologia e chirurgia) Spedali Civili – Brescia Dr. Manca (Chirurgia Plastica) Ospedali Riuniti - Ancona Prof.ssa A. Offidani – dr. I. Cataldi (dermatologia) Policlinico di Modena Prof. Giannetti – Dr. Cimitan (Dermatologia) Policlinico S.Orsola Malpighi – Bologna Dr. Zannetti (Chirurgia Plastica) - Dr. Galuppi (Radioterapia) I.N.R.C.A. – Ancona Dr. Ricotti – Dr. Serresi (Dermatologia) Ospedale Santa Maria Annunziata – Bagno a Ripoli (Firenze) Dr. Borgognoni - dr. gerlini(Chirurgia Plastica) Ospedale SS. Annunziata – Chieti Scalo Prof. Tulli - dr.ssa b. Di Domizio - dr. G. Proietto - (Dermatologia) IFO San Gallicano – Roma Dr.ssa Bucher – dr. Bonadies (Chirurgia Plastica) Centro Aktis – Mugnano (Napoli) Dr. Scoppa (Radioterapia) INT G. Pascale – Napoli Prof. N. Mozzilo - Prof. P.A.Ascierto (Oncologia medica) Ospedale Cardarelli – Napoli Dr. E. Cubicciotti (Chirurgia Plastica) Ospedale Oncologico IRCCS – Bari Dr. M. Guida – dr. G. Porcelli (Oncologia medica) Fondazione “Tommaso Campanella”, Università di Catanzaro – Catanzaro Prof. Bottoni (Dermatologia) CROB Ospedale Oncologico Regionale – Rionero in Vulture ((PZ) Dr. Fabrizio – dr. Orlandino (Chirurgia Plastica) ESTERO Institut Gustave-Roussy – Villejuif, Paris (France) dr Jean Rémi Garbay – dr. Lluis Mir Institute of Oncology – Ljubljana (Slovenia) prof Zvonimir Rudolf - prof Gregor Sersa Cork Cancer Research Centre – Cork (Ireland) prof Gerald O’Sullivan – dr. Declan Soden University Hospital Herlev – Herlev, Copenhagen (Denmark) dr Julie Gehl – dr.ssa Louise Wichmann Hospital Provincial de la Misericordia – Toledo (Spain) dr Vincente Munoz Madero Clinica Universitaria, Univesidad de Navarra – Pamplona (Spain) dr E. Garcìa Tutor – dr. M. Algarra JCUH John Cook University Hospital – Middlesbrough (UK) Dr. Tobian Muir Szeged University – Szeged (Hungary) Prof. Kemény (Dermatologia Oncologica) – prof. Ola (oncologia medica) Hospital Clinic Barcelona; dr. Rull (dermatologia) Hospital MD ANDERSON - Madrid; dr.ssa Ortega – (chirurgia oncologica) Athens Regional Cancer Hospital “Aghios Savvas”- Athens (Greece); Lund University – Sweden Dr. Per Engstroem Örebro University - Örebro dr. Lennart Löfgren IPO – Lisbona dr. Farricha – Unità melanoma e sarcoma Kiel University– Kiel prof. Axel Hauschild; dr. C.K.Kaelher Bonn Medical Centre – Bonn prof. Uwe Reinhold. (fonte: italiasalute.it)

Cavallo di troia contro il cancro 14/10/2008 14:03
Uno studio che verrà pubblicato dalla rivista internazionale Cancer Cell, coordinato da Luigi Naldini, direttore dell'Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica e professore presso l'Università Vita-Salute San Raffaele, insieme a Michele De Palma, ricercatore dell'Unità di angiogenesi e targeting tumorale dell'Istituto Scientifico Universitario San Raffaele, indica come sia possibile utilizzare particolari cellule del sangue per portare farmaci verso i tumori e rilasciarli solo in loro prossimità, fungendo così da "cavalli di troia" per ingannare e distruggere le neoplasie. Il lavoro dei ricercatori si è concentrato specialmente sui fibromi e sulla possibilità di insegnare, grazie alla terapia genica, ad una popolazione di cellule del sangue che contribuisce alla crescita dei tumori, a produrre una potente proteina anticancro, l'interferone-alpha. Esposto all'azione dell'interferone, il tumore ha ridotto la sua crescita in cavie di laboratorio. . Le cellule sintetizzano interferone-alpha come difesa dalle infezioni virali e per bloccare la moltiplicazione delle cellule tumorali. Per questa ragione tale farmaco naturale è già utilizzato nella pratica clinica per il trattamento del cancro, in particolare del carcinoma del rene, del melanoma e di alcune forme di leucemia. Tuttavia fino ad oggi la terapia era limitata dalla difficoltà ad indirizzare il farmaco in dosi adeguate nella sede del tumore. Per questo motivo si utilizzavano alte dosi di interferone, ma ciò portava spesso nei pazienti ad effetti tossici tali da richiedere l'interruzione della terapia. La novità è ora che i ricercatori del San Raffaele sono riusciti a produrre l'interferone-alpha direttamente all'interno del tumore grazie alle "cellule TEM", cellule del sangue che sono richiamate dai tumori e che grazie alla terapia genica sono state rese capaci di produrre interferone una volta giunte al loro organo bersaglio. Queste cellule sono state in seguito trapiantate in cavie affette da tumore e nell'organismo, le staminali hanno attecchito e generato, tra le altre cellule del sangue, anche le cellule TEM che hanno raggiunto il tumore e lì rilasciato l'interferone che ha rallentato, e in alcuni casi bloccato, lo sviluppo del tumore, o limitato la diffusione delle metastasi. Utilizzando questo sistema il farmaco viene rilasciato in maniera continua e localizzata, senza gli effetti tossici frequentemente osservati con le modalità convenzionali di somministrazione, in quanto il metodo richiede una piccola quantità di biofarmaco, con una minore tossicità per l'organismo e una maggiore efficacia dovuta al suo rilascio direttamente nei tessuti tumorali. Luigi Naldini spiega che "Poiché il trapianto di cellule staminali del sangue è già adottato nel trattamento di alcuni pazienti oncologici, in futuro si potrebbe pensare di associare alla chemioterapia o altre terapie antitumorali convenzionali anche il trapianto di queste cellule modificate con la terapia genica. E' importante sottolineare comunque che, nonostante il nostro lavoro abbia fornito una incoraggiante prova di principio nelle cavie di laboratorio, per il passaggio alla terapia sull'uomo dovremo aspettare i risultati di ulteriori studi pre-clinici che ci impegneranno per alcuni anni". (fonte: molecularlab.it)

Un olio dalle arance contro il cancro alla prostata 14/10/2008 14:00
Dalla buccia delle arance è possibile estrarre un olio che ha dimostrato di possedere delle proprietà terapeutiche per il cancro alla prostata. Oltre agli altri benefici per la salute già noti di questi agrumi, arriva ora questa significativa notizia dallo studio italiano, pubblicato su “Cancer Research”, condotto dagli scienziati coordinati da Adriana Albini dell'Irccs MultiMedica di Milano e Francesca Tosetti dell'Ist di Genova. Una categoria di nuovi farmaci antinfiammatori e antitumorali derivati dai triterpenoidi naturali, molecole simili agli oli essenziali delle bucce d'arancia - annunciano i ricercatori italiani - potrebbe costituire una risorsa terapeutica o preventiva per la popolazione maschile a rischio di sviluppare il tumore prostatico, soprattutto quando esista una storia familiare di malattia". Questi dati sono stati presentati durante il Congresso nazionale della nazionale della Società italiana di cancerologia, svoltosi a Napoli, dai tre giovani ricercatori di MultiMedica Ilaria Sogno, Rosaria Cammarota e Luca Generoso, in collaborazione con Roberta Vené di Genova. "Abbiamo scoperto - spiega Albini, responsabile della Ricerca oncologica dell'Irccs MultiMedica - che i triterpenoidi sintetici uccidono preferenzialmente le cellule di tumore alla prostata insensibili alla terapia ablativa ormonale, riattivando alcune vie di morte cellulare programmata potenzialmente molto efficaci, ma 'sopite' nelle cellule tumorali". Una batteria di enzimi sentinella, le caspasi, sono infatti normalmente deputati all'eliminazione delle cellule irrimediabilmente danneggiate, prodotte continuamente in un organismo sano. Da un certo punto di vista, le cellule tumorali sono anch'esse cellule danneggiate, che però acquisiscono la capacità di convivere con anomalie consistenti, continuando a proliferare e a colonizzare altri organi. "La scoperta - prosegue Albini - è che i triterpenoidi funzionano indebolendo l'attività di una proteina di recente interesse come target farmacologico, la glicogeno sintasi cinasi-3 (GSK-3), che favorisce appunto la vitalità delle cellule tumorali limitando l'attività delle caspasi o proteggendo i mitocondri da cui parte il processo di smantellamento delle cellule malate. La disattivazione di GSK-3 da parte dei triterpenoidi ha ulteriori conseguenze metaboliche che infliggono il colpo finale alle cellule prostatiche maligne: le priva di energia, causandone la disintegrazione". "Sorprendentemente - continua Albini - tutto ciò avviene utilizzando dosi molto basse di farmaci, il che lascia ben sperare sulla possibilità di controllarne gli effetti collaterali". Lo studio, sostenuto dall'Airc (Associazione italiana per la ricerca sul cancro), è il completamento delle ricerche compiute sui terpenoidi come antiangiogenici condotte dall'équipe di Albini in collaborazione con gli Usa. Il nuovo farmaco è già in fase I di sperimentazione clinica sui pazienti con varie neoplasie. "Il triterpenoide sintetico, in associazione con un lontano parente della vitamina A - conclude Albini - era già efficace contro il tumore al seno ormono-resistente in studi preclinici e ora potrebbe diventare un'arma importante contro quello alla prostata". I ricercatori hanno testato la molecola della buccia d'arancia in provetta e in modelli preclinici, osservando che è in grado di agire efficacemente sulle cellule malate, combattendo il tumore. Buone notizie e una nuova speranza, dunque, per la salute dei malati di tumore alla prostata. (fonte: italiasalute.it)

Tumori: frutta e verdura li prevengono grazie alla pectina 14/10/2008 13:59
Che la frutta e la verdura fossero un toccasana nella prevenzione dei tumori era gia' noto grazie a diversi studi statistici. Ma il perche' e' stato scoperto soltanto ora da un gruppo di ricercatori dell'Institute of Food Research (Ifr). In pratica, un particolare frammento della pectina, un polisaccaride contenuto nella parete cellulare dei vegetali, sembrerebbe inibire una proteina responsabile dello sviluppo del cancro, la 'galectina-3'. I test condotti dai ricercatori dell'Ifr hanno prima confermato i risultati di molti studi di popolazione, come per esempio quelli effettuati da Epic, lo European Prospective Investigation of Cancer, che hanno identificato una stretta correlazione statistica fra l'assunzione di fibre e il minore rischio di cancro nel tratto gastrointestinale. E poi hanno cercato di trovarne la spiegazione nell'azione della pectina. Questa non e' l'unico esempio di carboidrato "bioattivo", che interagisce cioe' con le proteine delle cellule animali inibendo lo sviluppo dei tumori. Sono note per esempio le proprieta' benevole dei "beta glucani". " Per avere una combinazione completa di diversi effetti - ha spiegato Victor Morris, uno degli autori dello studio - e' consigliabile mangiare una varieta' piu' ampia possibile di frutta, verdura e alimenti contenenti fibre vegetali. Il prossimo passo - ha aggiunto - sara' identificare i meccanismi con cui l'organismo assimila la pectina per capire in modo piu' dettagliato come essa agisce sulle cellule tumorali". La scoperta e' importante soprattutto perche' apre nuove possibilita' alla ricerca nel campo dei carboidrati "bioattivi" e alla comprensione dei meccanismi che sono alla base degli effetti dell'alimentazione sull'insorgenza dei tumori. (fonte: cybermed.it)

Quali sono i tumori più frequenti? 14/10/2008 13:58
I tumori più frequenti, almeno nel nostro paese, sono quelli che colpiscono il colon retto, il polmone, il seno e la prostata. Nel complesso, i casi di cancro sono in costante aumento ma allo stesso tempo aumentano anche i casi di guarigione. A livello nazionale oltre un milione e mezzo di persone hanno sconfitto il cancro, se si osservano i dati a livello europeo si superano addirittura i 10 milioni. Questi e altri dati sono stati comunicati in occasione del congresso dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) (Verona, Ottobre 2008). La medicina ha fatto enormi passi in avanti nella cura dei tumori. Rispetto al 1985, oggi, la probabilità di sconfiggere il cancro è cresciuta del 15 per cento. Attualmente, almeno nel nostro paese, la sopravvivenza a cinque anni è del 55 per cento, inoltre, è aumentata anche quella a 10 anni. Le ultime stime denotano una costante diminuzione delle morti per cancro, nel 2007 sono state 140 mila e quest'anno si dovrebbe scendere a 125 mila. Il merito di questi risultati non è però attribuibile unicamente alle nuove terapie anti cancro, un ruolo importante è giocato anche dalle campagne informative e la diffusione dei programmi di screening. Vediamo ora nel dettaglio i numeri relativi ai 4 tumori più frequenti nel nostro Paese. Tumore al colon retto Questa forma di neoplasia rientra fra i tumori dell'apparato digerente. Negli ultimi anni, il tumore del colon retto, sta diventando la neoplasia più frequente tra i maschi e la seconda nelle femmine. In Italia colpisce 77-78 persone ogni 100.000 abitanti, per un totale di circa 40mila nuovi casi l'anno. Il tasso di mortalità di questo tumore è attualmente stimato intorno al 55 per cento. Come si può prevenire il tumore al colon? Numerosi studi hanno concluso che la dieta è la miglior arma. Una dieta ricca di cereali, fibre, verdure e povera di grassi animali esercita un'azione protettiva per questa forma tumorale. Tumore al polmone Il tumore al polmone fa parte delle neoplasie dell'apparato respiratorio. Fra le cause principali del tumore al polmone c'è ancora il fumo di sigarette, responsabile nell'87 per cento dei casi. Si stima che un uomo che fuma, rispetto ad un non fumatore, aumenta di 23 volte la probabilità di ammalarsi di cancro al polmone, per le donne si stima invece un pericolo di 13 volte maggiore. Ultimamente si sta assistendo ad un fenomeno particolare, la neoplasia polmonare si manifesta sempre più frequentemente nella donna mentre sta decrementando nell'uomo. Nell'ultimo anno sono stati diagnosticati 37 mila nuovi casi di tumore al polmone, circa 30 mila uomini e 6 mila donne. Per il cancro al polmone la sopravvivenza a cinque anni è stimata fra il 10 e il 15 per cento, la percentuale sale però fino all'80 per cento se la diagnosi e l'asportazione del tumore sono precoci. Tumore al seno Il cancro al seno fa parte dei tumori dell'apparato genitale femminile. A partire dalla fine degli anni '80 questa neoplasia è in costante crescita e oggi è la forma di tumore più comune nelle donne italiane (colpisce circa sette donne su cento). Nel Sud e nelle Isole la malattia è meno diffusa rispetto al Nord per motivi non ancora chiari anche se si ipotizza che potrebbe dipendere dal numero di figli, dall'alimentazione e dall'ambiente. Ogni anno a oltre 36 mila donne italiane viene diagnosticato un tumore al seno ma, grazie alla diagnosi precoce, oggi le morti sono notevolmente diminuite. Se il tumore è diagnosticato quando ha dimensioni inferiori ad uno o due centimetri le probabilità di guarigione sono molto elevate, intorno al 95 per cento. Tumore alla prostata Il cancro alla prostata fa parte dei tumori dell'apparato genitale maschile. Negli ultimi anni si è registrata un'impennata delle diagnosi per questa neoplasia grazie alla nuova tecnica di diagnosi basata sulla ricerca dell'antigene prostatico specifico (Psa), introdotta in Italia all'inizio degli anni '90. Annualmente, nel nostro Paese, vengono diagnosticati oltre 23.500 nuovi casi di tumore alla prostata. Le morti causate da questa neoplasia, circa 7 mila ogni anno, rappresentano circa il 7 per cento dei decessi per tumore negli uomini. (fonte: universonline.it)

Sangue di squalo: speranza contro il cancro 14/10/2008 13:57
Scienziati australiani hanno scoperto che gli anticorpi nel sangue dello squalo potrebbero potenzialmente essere una potente arma nella lotta contro il cancro. Il sistema immunitario degli squali è simile a quello umano, ma i loro anticorpi - le molecole che effettivamente combattono la malattia - sono eccezionalmente resistenti. I ricercatori ritengono che questa qualità potrebbe essere sfruttata per contribuire a rallentare la diffusione di malattie come il cancro. Potenzialmente, si potrebbe arrivare a una nuova generazione di trattamenti farmacologici. Il team australiano ha riscontrato che gli anticorpi di squalo sono in grado di sopportare temperature elevate, nonché condizioni estremamente acide o alcaline. Il Prof Mick Foley della La Trobe University di Melbourne ha detto che le molecole dello squalo possono legarsi con le cellule tumorali e impedirne la loro diffusione. Gli squali sono stati scelti per il progetto perché hanno robusto sistema immunitario e raramente soccombono alle infezioni ed è auspicabile che possano essere utilizzati per il trattamento di altre condizioni, come la malaria e l'artrite reumatoide. (fonte: takecare.it)

Tumore al polmone, bocciato il beta-carotene in pastiglia 14/10/2008 13:56
Molti parevano pronti a giurarci: negli anni scorsi tante ricerche hanno provato a dimostrare che i carotenoidi proteggono dal tumore al polmone. Adesso la doccia fredda: la revisione degli studi condotti finora sull'argomento, pubblicata sull'American Journal of Clinical Nutrition, suona come un verdetto negativo e senza appello. Le proprietà anticancro dei supplementi a base di carotenoidi, scrivono Lisa Gallicchio e i suoi collaboratori dell'Università Johns Hopkins di Baltimora, sono pressoché nulle. REVISIONE – I ricercatori hanno rianalizzato i dati provenienti da 6 sperimentazioni randomizzate e 25 studi prospettici: mettendo assieme tutti i risultati emerge chiaramente che né il beta-carotene, né altri carotenoidi (come luteina, zeaxantina e beta-criptoxantina) riducono il rischio di ammalarsi di cancro al polmone. In qualche caso è emersa un'associazione inversa fra il livello di carotenoidi nel sangue e la probabilità di sviluppare il tumore: la diminuzione del rischio, però, era comunque lieve e poco significativa; per di più secondo gli autori potrebbe essere soltanto lo specchio di uno stile di vita più sano. Rilevare molti carotenoidi nel sangue significherebbe, in altri termini, esserseli procurati con una dieta ricca di frutta e verdura: questo sì può ridurre il rischio di ammalarsi, ma non i supplementi. «Vero: fermo restando che il primo passo per diminuire davvero il pericolo di sviluppare un cancro al polmone è smettere di fumare, il secondo è un'alimentazione sana ed equilibrata», conferma Andrea Ghiselli, ricercatore dell'Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione. ANTIOSSIDANTI – Ma perché tanti hanno creduto che i carotenoidi potessero davvero prevenire il tumore al polmone? «Una ventina di anni fa si cominciò a capire qualcosa sugli effetti degli antiossidanti», racconta Ghiselli. «Si notò che la dieta mediterranea, che ne apporta in quantità, riduceva la mortalità per eventi cardiovascolari e cancro, con una correlazione evidente fra i livelli plasmatici di antiossidanti e il rischio di ammalarsi. Si osservò poi che lo stress ossidativo può essere responsabile della comparsa di malattie cardiovascolari e tumori: da qui a pensare che i supplementi a base di antiossidanti fossero protettivi il passo è stato breve». I carotenoidi, inoltre, sono particolarmente attivi quando c'è poco ossigeno: ideali da usare nei fumatori, allora, che hanno i polmoni ricoperti di catrame e quindi una tensione di ossigeno molto bassa a livello polmonare. «Anni fa perciò sono partite sperimentazioni per provare l'efficacia di questi antiossidanti, ma i risultati sono stati scoraggianti», riferisce l'esperto. «Un trial fu addirittura interrotto perché chi prendeva carotenoidi registrò un rischio di tumore al polmone del 18 per cento maggiore rispetto a chi non li assumeva. Il messaggio, in fondo, è semplice: se carotenoidi e antiossidanti arrivano dalla dieta fanno senza dubbio bene, se si sceglie la via degli integratori l'effetto positivo non è per niente scontato», conclude Ghiselli. (fonte: corriere.it)

PSAWatch il nuovo test per misurare il rischio di sviluppare un cancro alla prostata 11/10/2008 12:34
Per predire il rischio di cancro alla prostata esiste un test che si fa sul sangue che valuta il livello di un marcatore del cancro, chiamato "Antigene prostatico specifico" o Psa. Per avere questi risultati gli uomini devono aspettare giorni. Nel Regno Unito è stato lanciato un nuovo test che predice il rischio di sviluppare un cancro alla prostata in 10 minuti. Psa è una proteina che fuoriesce dalla prostata quando è danneggiata. Un livello elevato di Psa non significa necessariamente che il paziente ha il cancro, ma potrebbe suggerire la necessità di fare ulteriori esami. Si chiama "PSAWatch", e per farlo funzionare basta solo una goccia di sangue che viene analizzata da un dispositivo portatile. Costa 40 sterline ed è disponibile in tutto il Regno Unito ma presto arriverà anche in Italia. (fonte: takecareblog.it)

Il vino rosso riduce i rischi di cancro al polmone 11/10/2008 12:32
Stando a quanto è emerso da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori del Department of Research and Evaluation di Pasadena, in California, e pubblicato sulla rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention, un consumo moderato di vino rosso puo' diminuire il rischio degli uomini di sviluppare il cancro al polmone. Chun Chao, coordinatore dello studio, ha spiegato che "Un componente antiossidante del vino rosso puo' essere protettivo contro il cancro al polmone, in particolare tra i fumatori" I ricercatori hanno analizzato i dati raccolti grazie alla collaborazione col California Men's Health Study, che collegavano i dati clinici del sistema sanitario della California con quelli auto-rilasciati da 84.170 uomini di eta' compresa tra i 45 e i 69 anni. I dati demografici e gli stili di vita del campione, raccolti tra il 2000 e il 2003, sono stati confrontati e rapportati individuando 210 casi di cancro al polmone. Lo studio è proseguito valutando l'effetto del consumo di birra, di vino rosso, di vino bianco e di liquore sul rischio di sviluppare il cancro ai polmoni ed i risultati indicherebbero che tra i partecipanti allo studio vi sia stato in media il 2 per cento di rischio in meno associato a chi ha consumato del vino rosso e in particolare il campione che ha dichirato di consumare vino nel quantitativo di uno o due bicchieri di al giorno ha mostrato un 60 per cento in meno di rischio di sviluppare il cancro ai polmoni. Chao spiega i dati sostenendo che "Il vino rosso e' noto per il fatto che contiene elevati livelli di antiossidanti. Vi e' un composto chiamato resveratrolo che ha dimostrato di apportare significativi benefici per la salute". Ma i ricercatori hanno anche sottolineato che le conclusioni del loro studio non dovrebbero essere interpretate come un invito a consumare più alcolici. (fonte: molecularlab.it)

La genomica contro il tumore al seno 11/10/2008 12:32
Il tumore al seno colpisce ogni anno circa 32 mila donne in Italia. Il tasso di mortalità negli ultimi 5 anni ha iniziato a decrescere. Secondo le statistiche nel 70% dei casi si ottiene la guarigione completa, mentre la cifra sale al 90% nel caso in cui si riesca ad avere una diagnosi precoce. Ogni anno il carcinoma mammario fa registrare nel mondo oltre un milione di nuovi casi con un'incidenza nei Paesi europei di una donna ogni 16. Oggi grazie alla genomica è possibile fare una mappatura dei geni del tumore e conoscere quindi la tendenza di questo a formare recidive. Grazie a queste informazioni il medico potrà scegliere una terapia più aggressiva e mirata per la sua paziente oppure un trattamento più leggero per quelle che non sono a rischio di recidiva, per salvaguardarne la qualità di vita. Così spiega il dott. Luca Gianni direttore dell'Oncologia medica all'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. I test genomici sono già disponibili in America ed in Europa ma se in America il loro uso è prassi comune, in italia ancora non sono diffusi poiché non vi sono linee guida di riferimento e a causa dell'ingente costo, non coperto dal SSN. In ogni caso questi test rappresentano un notevole passo avanti nella conoscenza della malattia ed un valido supporto nella scelta terapeutica della paziente. I test disponibili sono stati sviluppati in concerto dai professori Soon Paik e Rene Bernards che, insieme al prof. Richard Simon del National Cancer Institute di Bethesda, presenzieranno al seminario che si svolgerà all'Istituto dei tumori di via Venezian, l'ottavo organizzato dalla Fondazione Michelangelo, per discutere con i professori Lajos Pusztai e Antonio Wolff, sull'efficacia dei biomarcatori, oggi usati, nella caratterizzazione della malattia e dell'influenza che la genomica possa avere sulla scelta terapeutica Il dott. Gianni spiega che "È proprio questo aspetto che interessa a noi oncologi, capire se una donna con diagnosi di cancro alla mammella e sottoposta a chirurgia per la prima volta possa avere un esito favorevole della malattia. I biomarcatori e i profili di espressione genica dei tumori possono aiutarci a fare cioè scelte meditate, più modulate alle reali esigenze della paziente". (fonte: molecularlab.it)

Nuovo test per il cancro alla prostata 11/10/2008 12:30
Un nuovo test in grado di predire il rischio individuale di sviluppare il cancro alla prostata è stato lanciato nel Regno Unito. Il test, chiamato "PSAWatch", consiste in un esame del sangue grazie al quale è possibile indagare il livello di un marcatore del cancro chiamato "Antigene prostatico specifico" o Psa, in soli 10 minuti, grazie ad un dispositivo portatile. Proprio nel tempo ridotto risiede il carattere di novità di questa analisi, che si propone come alternativa ai test tradizionali per i quali la risposta richiede di norma diversi giorni e l'analisi richiede laboratori specializzati. Il Psa e' una proteina che fuoriesce dalla prostata quando e' danneggiata e sebbene un livello elevato di Psa non significa necessariamente che il paziente abbia il cancro, potrebbe suggerire la necessità di fare ulteriori esami. Il nuovo test, grazie alla sua velocità, dovrebbe rendere piu' facile diagnosticare in tempo la malattia. Per funzionare ha bisogno soltanto di campione di sangue che viene analizzata da un dispositivo portatile. Tim Larner, un consulente urologo della Brighton e Sussex University Hospitals NHS Trust, dice che "Questo test e' importante per i pazienti che vogliono monitorare attivamente i loro livelli di Psa e per i pazienti che necessitano di questo monitoraggio regolare per misurare la progressione della malattia e l'efficacia dei trattamenti". Il test costa 40 sterline (poco piu' di 57 euro) ed e' disponibile in tutto il Regno Unito. (fonte: molecularlab.it)

Tumore al polmone, nuova terapia poco invasiva 11/10/2008 12:29
Una nuova terapia poco invasiva che limita i danni ai tessuti sani, la crioablazione, permette di curare il tumore al polmone con il freddo. Per il momento (Ottobre 2008) questa tecnica, applicata per la prima volta in Italia, è stata sperimentata su 5 pazienti sardi con tumore al polmone. La sperimentazione della Crioablazione, o Crioterapia, condotta presso l'ospedaliero Oncologico Businco di Cagliari, è stata coordinata dal radiologo interventista Claudio Pusceddu. La Crioterapia è una tecnica altamente innovativa che consiste nell'uso di un dispositivo formato da una sonda e da aghi, in grado di congelare i tessuti portandoli a temperature fino a -41°C sotto zero e di scongelarli gradualmente fino a provocare uno shock termico che determina la morte delle cellule tumorali. Già sperimentata con successo per il cancro della prostata, del rene e dell'osso, è indicata soprattutto per i pazienti affetti da tumore del polmone non trattabile chirurgicamente, o con metastasi che non rispondono più a chemioterapia, e ha il vantaggio di essere ben tollerata. Nella maggior parte dei casi è eseguibile in anestesia locale e offre la possibilità di distruggere in una singola seduta, della durata di 1 ora circa, tumori di dimensioni notevoli (anche superiori a 10 cm). La tecnica è inoltre ripetibile nei casi di distruzione tumorale incompleta o di ricrescita e presenta un basso costo in termini di ospedalizzazione e di disagio sociale. I pazienti sino ad ora operati tramite Crioablazione presentano attualmente delle buone condizioni cliniche. L'utilizzo di questa tecnica apre pertanto un importante scenario per la lotta al tumore al polmone che rappresenta una delle più comuni cause di morte per cancro. Come funziona la Crioablazione La crioterapia (CT) si basa sul principio che il congelamento dei tessuti con temperature inferiori a - 20°C, seguito da lento scongelamento, causano uno shock termico con conseguente morte cellulare. La tecnica, altamente innovativa, viene eseguita in anestesia locale ed è già stata sperimentata da anni con successo nel trattamento dei tumori maligni del rene e della prostata. Tale procedura risulta indicata anche nei pazienti affetti da tumore primitivo del polmone non trattabile chirurgicamente o con metastasi del polmone che non rispondono più a chemioterapia. Tramite la sonda possono essere posizionati all'interno dei tessuti da trattare fino a venti "crioaghi" monitorati grazie a un tomografo computerizzato che permette un preciso controllo dell'intervento e impedisce che vengano danneggiati i tessuti sani. All'interno della "criosonda" viene fatto circolare del gas Argon che permette un rapido congelamento del tessuto (si arriva al di sotto dei 40°C, temperatura in cui ogni processo metabolico cellulare cessa). Si forma così una sorta di massa di ghiaccio, l'ice ball, che avvolge completamente la massa maligna. Successivamente, attraverso gli stessi aghi viene fatto passare del gas Elio che determina invece lo scongelamento del tessuto con danno immediato ed irreversibile alle cellule tumorali. Questa tecnologia è stata messa a punto da pochi anni in Israele. Rispetto alla Crioterapia che l'ha preceduta le differenze sono notevoli, in particolare: L'uso di crioaghi notevolmente più sottili con minor rischio durante l'infissione dell'ago nel tessuto L'utilizzo dell'argon come gas per formare il ghiaccio (prima si usava l'azoto liquido ma con difficoltà nel calibrare la necrosi con rischi elevati di danno iatrogeno durante il trattamento) L'assenza della fase di scongelamento (bisognava aspettare che il ghiaccio scongelasse spontaneamente con peggioramento delle condizioni cliniche in caso di reazioni indesiderate) Tra i principali vantaggi della crioblazione attualmente usata: Assenza di dolore periprocedurale Assenza della sindrome post ablativa Perfetto controllo dell'aera di necrosi Degenza breve (1-2 giorni), eseguibile in anestesia locale Può essere ripetuta in caso di metastasi o recidive La crioablazione non si sostituisce alla chirurgia nel trattamento delle neoplasie polmonari, ma la affianca in tutti quei casi in cui non si può procedere all'operazione, o il paziente non risponde alla chemioterapia o, ancora, in presenza di tumori recidivanti. (fonte: universonline.it)

Più informazione sulla brachiterapia prostatica 11/10/2008 12:27
Dopo più di 10 anni dalla sua comparsa, la tecnica terapeutica della brachiterapia prostatica per il cancro alla prostata è ancora troppo poco conosciuta in Italia. In Italia il carcinoma della prostata è la forma di cancro più diffusa nella popolazione maschile: la sua prevalenza è di 623 soggetti colpiti ogni 100.000 persone, con una crescita complessiva in 10 anni del 197 per cento. Si stima che nel 2010 in Italia i casi saliranno a 1.000 soggetti ogni 100.000 persone, rappresentando il 30% di tutti i tumori maschili. La brachiterapia prostatica a basso dosaggio (LDR, Low Dose Rate) è una forma di radioterapia mirata che consiste nell’impianto di minuscoli semi radioattivi, per un tempo predeterminato, all’interno della prostata. La radiazione emessa dai semi distrugge le cellule cancerose, minimizzando gli effetti sui tessuti circostanti. La brachiterapia, nel trattamento dei pazienti con cancro alla prostata localizzato e in fase iniziale, adeguatamente selezionati, ha dimostrato risultati oncologici sovrapponibili a lungo termine a quelli della radioterapia a fasci esterni e del trattamento chirurgico. La brachiterapia è un trattamento minimamente invasivo, è caratterizzata da un basso tasso di complicanze e garantisce un’ottima preservazione della qualità di vita in pazienti adeguatamente selezionati. In particolare, molti studi riportano un elevato tasso di preservazione della continenza urinaria e della funzione sessuale. L'Advisory Board Italiano per la Brachiterapia Prostatica ha sviluppato e presentato ieri il portale informativo www.prostatebrachytherapyinfo.it. Il sito ha lo scopo di fornire a medici, pazienti e loro familiari e a chi si occupa di comunicazione scientifica informazioni puntuali e aggiornate sulla brachiterapia prostatica. Nel sito sono disponibili risorse mirate alle esigenze dei diversi utilizzatori, tra le altre una sezione dedicata agli studi costantemente aggiornata, per accompagnare il paziente nel suo percorso verso la guarigione dalla malattia e aiutare il medico che lo ha in cura con informazioni puntuali e aggiornate sulle diverse terapie del cancro alla prostata. L'Advisory Board Italiano per la Brachiterapia Prostatica è formato da urologi e radioterapisti che operano in modo sinergico per promuovere lo sviluppo della brachiterapia a livello nazionale aumentando la consapevolezza dei pazienti e dei medici in merito all'efficacia e ai potenziali vantaggi di tale metodica. Ne fanno parte: Giuseppe Morgia, urologo, Direttore della Clinica Urologica e della Scuola di Specializzazione in Urologia dell'Università degli Studi di Messina, Luciano Nava, urologo, Aiuto e Professore a Contratto presso il Dipartimento e Cattedra di Urologia, Ospedale San Raffaele Turro, Università Vita-Salute di Milano, Roberto Orecchia, Chairman, oncologo radioterapista, Professore Ordinario di Radioterapia e Direttore della Scuola di Specializzazione in Radioterapia presso l’Università degli Studi di Milano, Direttore della Divisione di Radioterapia dell’IEO Istituto Europeo di Oncologia di Milano, Umberto Ricardi, oncologo radioterapista, Professore I Fascia Radioterapia Università di Torino, Direttore Radioterapia Azienda Ospedaliero-Universitaria San Giovanni Battista di Torino. Questo progetto è supportato da un educational grant Oncura. Vi è dunque ora un nuovo impegno informativo per tutelare la salute dei malati di cancro alla prostata. Tutti i malati e coloro che si interessano di salute e benessere, ovviamente, potranno continuare ad essere informati tempestivamente ed esaurientemente sul nostro portale di Italiasalute. Letteratura di riferimento: 1. Roberta De Angelis, Enrico Grande, Riccardo Inghelmann, Silvia Francisci, Andrea Micheli, Paolo Baili, Elisabetta Meneghini, Riccardo Capocaccia, Arduino Verdecchia, Cancer prevalence estimates in Italy from 1970 to 2010, Tumori, 93: 392-397, 2007. 2. Riccardo Inghelmann, Enrico Grande, Silvia Francisci, Arduino Verdecchia, Andrea Micheli, Paolo Baili, Gemma Gatta, Riccardo Capocaccia, Riccardo Valdagni, Roberta De Angelis, Regional estimates of prostate cancer burden in Italy, Tumori, 93: 380-386, 2007. 3. Frank S, Pisters L, Davis J, Lee A, Bassett R, Kuban D. An Assessment of Quality of Life Following Radical Prostatectomy, High Dose External Beam Radiation Therapy and Brachytherapy Iodine Implantation as Monotherapies for Localized Prostate Cancer. The Journal of Urology, Volume 177, Issue 6, Pages 2151—2156, 2007. 4. Sylvester JE, Grimm PD, Blasko JC et al. 15-Year biochemical relapse free survival in clinical Stage T1 — T3 prostate cancer following combined external beam radiotherapy and brachytherapy; Seattle experience. International Journal Radiation Oncology Biology Physics 2007; 67:57—64. (fonte: italiasalute.it)

Tumore alla gola, importante la prevenzione 11/10/2008 12:25
Il carcinoma del cavo orale colpisce in Italia circa 6.000 persone. Basterebbe una visita specialistica di pochi minuti per diagnosticarlo precocemente e per effettuare le cure con successo. A ribadirlo sarà l'Associazione nazionale dentisti italiani (Andi) in occasione della seconda edizione dell'Oral Cancer Day, la giornata tutta dedicata all'informazione sul tumore al cavo orale che avrà luogo venerdì 10 ottobre in 80 piazze italiane, con possibilità di effettuare controlli gratuiti finalizzati a intercettare la neoplasia. «Si parla troppo poco di tumori del cavo orale, forse perché li si ritiene relativamente poco frequenti – dice il presidente di Andi, Roberto Callioni. Per questo vogliamo sensibilizzare il pubblico e motivarlo verso una corretta igiene orale, per prevenire le più comuni malattie che possono interessare bocca e denti, con una particolare attenzione verso le patologie più gravi». Al contrario di quanto si crede, infatti, si tratta di una forma di cancro che rappresenta circa il 7% di tutti i tumori e quasi il 40% di quelli dell'area testa e collo, e interessa soprattutto gli uomini nell'età compresa tra i 50 e 70 anni.E, anche in questo caso, fumo e abuso di alcool tornano sotto accusa, a ribadire il ruolo fondamentale della prevenzione: l'assunzione di entrambi comporta un rischio di ammalarsi 20 volte superiore rispetto a quello di un non-fumatore non bevitore. L'iniziativa si occuperà, inoltre, della prevenzione dai papilloma virus, alcuni dei quali (l’Hpv-16 e 18) sembrano avere un ruolo diretto nelle aree di sviluppo del cancro delle vie aeree superiori. Testimonial d'eccezione, l'inviato di "Striscia la notizia", Max Laudadio, che si è spesso occupato di abusivismo nel settore odontoiatrico. (fonte: agoranews.it)

L'olio delle bucce d'arancia alleato della prostata 11/10/2008 12:24
Arance, frutto anticancro per eccellenza. In particolare, l’olio essenziale della buccia si è dimostrato un alleato per la cura e la prevenzione del tumore alla prostata. Una categoria di nuovi farmaci antinfiammatori e antitumorali derivati dai triterpenoidi naturali, molecole simili agli oli essenziali delle bucce d’arancia, potrebbe costituire una risorsa terapeutica e preventiva per la popolazione maschile a rischio tumore prostatico. Soprattutto quando esista una storia familiare di malattia. La scoperta, pubblicata sulla rivista internazionale «Cancer Research», è dell’equipe guidata da Adriana Albini dell’IRCCS MultiMedica di Milano e Francesca Tosetti dell’IST di Genova. I dati sono stati presentati nel corso del congresso nazionale della Società italiana di cancerologia di Napoli dai tre giovani ricercatori di Multimedica Ilaria Sogno, Rosaria Cammarota e Luca Generoso, in collaborazione con Roberta Venè di Genova. «Abbiamo scoperto - spiega Albini, responsabile ricerca oncologica IRCCS MultiMedica - che i triterpenoidi sintetici uccidono preferenzialmente le cellule di tumore alla prostata insensibili alla terapia ablativa ormonale riattivando alcune vie di morte cellulare programmata potenzialmente molto efficaci, ma sopite nelle cellule tumorali». (fonte: lastampa.it)

Come prevenire il cancro alla prostata? 05/10/2008 14:23
Nel 1992, il Movimento di opinione per la città "Il Ponte" non esisteva ancora, tuttavia grazie alle persone che oggi costituiscono l'associazione, sono state portate avanti importanti iniziative, quali la campagna di sensibilizzazione per la diagnosi precoce del tumore al seno. A quell'epoca, i tempi non erano maturi e i costi proibitivi per "Il Ponte" e per la stessa USL, quindi non era possibile avviare una vera e propria campagna di screening: tuttavia, grazie all'adesione totale dei medici di famiglia, venne avviata una campagna di sensibilizzazione con l'obiettivo di attuare una prevenzione secondaria del tumore al seno. I risultati furono altrettanto buoni e con costi decisamente inferiori. Oggi, "Il Ponte" torna con un'iniziativa simile che si rivolge però alla popolazione maschile. Perchè quando si parla di prevenzione si pensa immediatamente alle donne? Nonostante il successo dello screening per i tumori del colon, che colpisce sia gli uomini che le donne, non esistono iniziative decisive per la prevenzione dei tumori che colpiscono esclusivamente gli uomini, come il tumore alla prostata. E qui entra in scena la nostra associazione. Nel 2006, il Dr. Fiaccavento viene chiamato come ospite durante la trasmissione televisiva condotta dal Dr. Madeyski all’interno di "Cronache del Veneto Orientale". Il Dr. Fiaccavento parla del Tè Verde, esponendo gli ottimi risultati della bevanda nella prevenzione del tumore alla prostata. Il Dr. Madeyski, ispirato dall'idea, comincia a studiare il problema e a raccogliere gli studi delle università di varie nazioni attestanti il dato e gli altri effetti benefici del Tè a tutti i livelli. L'idea è di mettere in commercio un Tè Verde senza controindicazioni, e il progetto prende forma nel 2008, quando il Tè Verde del Benessere viene distribuito e venduto in tutto il Veneto. Il Tè Verde del Benessere è completamente naturale: non contiene dolcificanti o coloranti ed ha un alto contenuto di antiossidanti -catechine e polifenoli- che apportano numerosi effetti benefici nella prevenzione e nella riduzione dell'incidenza del cancro alla prostata. A questo punto, il Dr. Madeyski, ripensando al successo dell'iniziativa del 1992, propone il progetto "La prevenzione non è solo donna. Come prevenire il cancro alla prostata?" Il 18 ottobre, al centro culturale "Leonardo da Vinci" di San Donà di Piave, interverranno numerosi urologi del Veneto Orientale e medici di famiglia, che parleranno al pubblico del tumore alla prostata e, in particolare, della prevenzione primaria e secondaria e della diagnosi precoce. Per tutti i presenti, è prevista una confezione in omaggio del Tè Verde del Benessere. Saranno, inoltre, pubblicati 300.000 opuscoli di 4 pagine con consigli pratici per gli uomini, disponibili in tutti gli ambulatori medici del Veneto Orientale.

Formazione dei tumori, nuova ipotesi 04/10/2008 16:40
Secondo un recente studio il cancro sembrerebbe dipendere da più fattori, un'alterazione del DNA non è l'unica causa responsabile della patologia in quanto anche l'RNA potrebbe avere un ruolo nella formazione dei tumori. Questa è la conclusione di una ricerca, coordinata da Saverio Alberti, condotta presso l'Unità di Patologia Oncologica dell'Università di Chieti. I dettagli dello studio sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale Cancer Research (Ottobre 2008). La ricerca, sostenuta dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Chieti e dall'ABO Project di Venezia, ha dimostrato che RNA derivati da due geni normali possono fondersi in un'unica molecola dando origine ad un RNA ibrido anomalo che può generare un tumore maligno. L'RNA, o ARN (acido ribonucleico), è un intermediario tra il DNA e le proteine. Sebbene chimicamente l'RNA è molto simile al DNA, a differenza di quest'ultimo non è in grado di replicarsi da solo. I due geni al centro dello studio sono la CICLINA D1, un importante componente della regolazione del ciclo cellulare, e TROP2, un gene scoperto dal team del prof. Saverio Alberti, che è in grado di stimolare la crescita del cancro e che è espresso dalla maggior parte dei tumori nell'uomo. L'RNA ibrido è stato rilevato prevalentemente in particolari neoplasie quali: tumore dello stomaco, tumore del colon, tumore dell'ovaio, tumore dell'utero, tumore del rene e in un sottogruppo dei tumori del seno. Fino ad oggi era idea comune che tutti i tumori si originassero da un'alterazione del DNA, nello specifico da mutazioni di particolari geni di controllo (oncogeni). Grazie a questa scoperta si aprono però nuovi scenari interessanti. Attualmente la lotta al cancro si basa principalmente sulla prevenzione di mutazioni del DNA indotte dal fumo, da raggi solari o da sostanze radioattive. Prevenire la generazione di un RNA anomalo che origina da geni perfettamente normali richiederà studi approfonditi sui meccanismi che danno origine all'RNA ibrido e sulla loro regolazione. Visto che i vari tumori esprimono l'RNA ibrido a livelli diversi, i ricercatori italiani hanno sviluppato delle nuove metodiche per rilevare la presenza dell'RNA anomalo. Grazie a questo particolare test, che apre la via a nuovi studi diagnostici, si è in grado di misurare i livelli di espressione nel giro di alcune ore. Una futura evoluzione del test potrebbe aiutare a determinare se l'espressione di questo RNA ibrido è legata a specifiche caratteristiche biologiche di particolari sottogruppi di tumori, in particolare alla loro aggressività e sensibilità alle terapie antitumorali. Saverio Alberti spiega che questi risultati potrebbero anche aprire la strada a nuove cure. Per il momento, anche se si è lavorato su cellule in coltura, i ricercatori hanno ottenuto dei buoni risultati riuscendo ad eliminare l'RNA ibrido. Prima di iniziare la sperimentazione sull'uomo bisognerà però attendere, ci sono delle fasi obbligatorie da superare che hanno il compito di valutare la non tossicità dei farmaci e l'effettiva efficacia nei pazienti. (fonte: universionline.it)

Caratteristiche e cure del tumore osseo 04/10/2008 16:36
l tipo più comune di tumore dell'osso è l'osteosarcoma, che si sviluppa dal tessuto osseo; vi è poi il condrosarcoma, che prende origine dalla cartilagine. Infine esiste il sarcoma di Ewing, che origina dalla trasformazione maligna di zone di tessuto nervoso immaturo presenti nel midollo osseo, la zona spugnosa e ricca di cellule che sta all'interno delle ossa. L'osteosarcoma e il sarcoma di Ewing sono più frequenti nei bambini e negli adolescenti, mentre il condrosarcoma colpisce più spesso gli adulti. Bisogna poi considerare i tumori ossei metastatici, ovvero la presenza, all'interno delle ossa, di cellule tumorali provenienti da cancri che si sono formati in altri organi. È questa un'evenienza relativamente frequente, soprattutto in alcuni tipi di tumore come quello polmonare o quello della mammella. In tal caso, però, le caratteristiche della malattia e le cure da somministrare dipendono dal tessuto d'origine e non dalla struttura dell'osso stesso. I sintomi, invece, sono simili a quelli dei tumori di origine ossea. I più colpiti sono i giovani, con un'età media di 19 anni. Interessati sono tutti i segmenti ossei, specie le ossa lunghe (femore, ossa del braccio), colpite in oltre il 90 per cento dei casi, e le ossa del ginocchio, in circa il 50 per cento dei casi. Le cause che portano allo sviluppo di un tumore delle ossa restano sconosciute. Per l'osteosarcoma tuttavia, l'elevata frequenza in giovane età e lo sviluppo di gran parte dei casi durante il periodo di massima crescita ossea permettono di ipotizzare che un fattore predisponente possa proprio essere la crescita. Uno dei fattori di rischio certi è l'esposizione a radiazioni, dato che la radioterapia effettuata per altre forme tumorali è responsabile della comparsa di circa il 4 per cento degli osteosarcomi. Oltre alle radiazioni, sono implicate nella comparsa di osteosarcoma anche le mutazioni a carico di geni oncosoppressori, tra cui il gene p53 localizzato nel cromosoma 17. Infatti, alterazioni di questo gene sono state rilevate in circa il 30-50 per cento dei casi di osteosarcoma. Inoltre mutazioni del gene p53 sono state associate anche a una malattia particolare, la sindrome di Li-Fraumeni, caratterizzata da un'elevata frequenza di diversi tumori tra cui l'osteosarcoma. Un altro fattore genetico predisponente è la perdita del gene oncosoppressore del retinoblastoma (gene RB1), localizzato nel cromosoma 13. La perdita parziale o completa di questo gene porta alla comparsa in età infantile di retinoblastoma, un raro tumore della retina. E i pazienti con retinoblastoma ereditario hanno un rischio di sviluppare osteosarcoma nell'adolescenza circa 500 volte maggiore del normale. Molti studi hanno dimostrato che l'alterazione contemporanea di p53 e RB1 è un evento chiave per la comparsa di diversi tumori, tra cui il tumore dell'osso. Sintomi Il dolore o un gonfiore localizzato in un punto qualsiasi dello scheletro è il sintomo più comune del cancro osseo. Tuttavia i sintomi di esordio possono variare a seconda della localizzazione e della dimensione della neoplasia. Per esempio, i tumori che si formano all'interno o in vicinanza di un'articolazione possono causare tumefazione e dolore localizzato alla zona colpita. Il tumore osseo può anche ostacolare i normali movimenti e indebolire la struttura ossea a tal punto da causare fratture, dette patologiche per distinguerle da quelle dell'osso sano che accadono in presenza di traumi. Altri sintomi, più generali e meno specifici, sono l'affaticamento, la febbre, la perdita di peso e l'anemia. Prevenzione Purtroppo nessun tipo di prevenzione è attualmente disponibile, né alcun tipo di screening diagnostico ha dimostrato di essere efficace nel ridurre la mortalità del tumore osseo. Diagnosi Il primo esame da effettuare è una radiografia della zona interessata, seguita eventualmente dalla scintigrafia ossea o dalla PET (tomografia a emissione di positroni), dalla tomografia computerizzata (TAC) o dalla risonanza magnetica nucleare. Questi sono gli esami strumentali più importanti per la diagnosi, la valutazione dell'estensione della malattia e della risposta alla chemioterapia e per la pianificazione del trattamento chirurgico. Oltre agli esami strumentali va eseguita una biopsia ossea che consiste nel prelevare dall'area interessata un campione di tessuto, che sarà inviato in laboratorio per l'esame istologico al microscopio. La procedura si esegue in ospedale. Nella valutazione dell'estensione della malattia la scintigrafia scheletrica, la PET, la tomografia computerizzata e la risonanza magnetica consentono di scoprire metastasi in circa il 20 per cento dei nuovi casi. Va segnalato che diversi studi hanno dimostrato come otto pazienti su dieci con una diagnosi di tumore localizzato (che quindi non avrebbe già dato luogo a metastasi) sono in realtà portatori delle cosiddette micrometastasi, ovvero piccole quantità di cellule che i normali esami diagnostici (con la parziale esclusione della PET) fanno fatica a identificare. Allo scopo di dividere in diversi stadi il tumore dell'osso, a seconda della sua estensione, la maggior parte dei pazienti è classificata in funzione della presenza del tumore in una sola zona (localizzato) o in più zone (metastatico). Sapere se la malattia è localizzata o diffusa è importante per la scelta del trattamento più indicato. Il tumore osseo si definisce quindi come segue: localizzato se le cellule cancerose sono circoscritte al tessuto osseo in cui il tumore ha avuto origine o non si sono diffuse oltre il tessuto adiacente; metastatico se le cellule tumorali si sono diffuse dal tessuto osseo in cui hanno avuto origine invadendo altre parti del corpo, più spesso i polmoni, ma anche nuove zone dello scheletro; recidivante quando le cellule tumorali si ripresentano dopo il trattamento nella stessa sede del tumore primitivo oppure in un altro organo. Le cure disponibili Le probabilità di guarigione (prognosi) e il tipo di cura dipendono dalle dimensioni e dallo stadio del tumore, dalla durata dei sintomi, dalla possibilità di asportare completamente il tumore visibile o di distruggere le cellule tumorali con la chemioterapia, dai risultati delle analisi e delle altre procedure diagnostiche, nonché dall'età e dalle condizioni di salute del paziente. Esistono tre possibilità terapeutiche: la chirurgia, che consiste nell'asportazione del tumore; la chemioterapia, che consiste nella somministrazione di farmaci che distruggono le cellule tumorali; la radioterapia, che utilizza dosi elevate di raggi X per distruggere le cellule tumorali (poco o nulla efficace in questo tumore). La chirurgia è il trattamento fondamentale e consiste nel rimuovere il tumore e, ove possibile, un margine di tessuto sano circostante. In alcuni casi è tuttavia necessaria l'amputazione parziale o totale dell'arto per garantire che il tumore venga completamente eliminato. Attualmente gran parte dei tumori, specie se la diagnosi è tempestiva, può essere asportata senza amputazione e la parte di osso mancante reintegrata con innesti di tessuto osseo sano. La chemioterapia, invece, distrugge il cancro con farmaci antitumorali che possono essere somministrati per bocca oppure iniettati per via endovenosa o intramuscolare. Tale trattamento viene definito sistemico, non localizzato come la chirurgia o la radioterapia, perché il farmaco entra nella circolazione sanguigna, si diffonde nell'organismo e in questo modo può raggiungere e distruggere le cellule tumorali disseminate nell'organismo. Nel trattamento dei tumori ossei i chemioterapici possono anche essere somministrati nei vasi sanguigni che irrorano la regione in cui è localizzato il tumore: in questo caso si parla di chemioterapia regionale. La chirurgia, quindi, ha lo scopo di rimuovere il tumore localmente, mentre la chemioterapia serve a distruggere le eventuali cellule tumorali residue. Talvolta si procede con un primo ciclo di chemioterapia prima dell’intervento chirurgico (terapia neoadiuvante) con lo scopo di ridurre le dimensioni della massa da asportare, e si fa seguire un secondo ciclo (terapia adiuvante) per eliminare eventuali cellule maligne residue. La radioterapia, infine, consiste nell'applicazione di radiazioni ad alta frequenza per distruggere le cellule neoplastiche e ridurre le dimensioni del tumore. Purtroppo la sua utilità nel trattamento dei tumori ossei è molto limitata. Nel campo delle cure contro i tumori le novità terapeutiche si susseguono continuamente, dunque e auspicabile e possibile che la ricerca scientifica metta presto a disposizione di medici e pazienti nuovi strumenti di diagnosi e cura per contrastare e vincere i tumori ossei. (fonte: italiasalute.it)

Agopuntura e cancro alla mammella 30/09/2008 15:44
Il 24 settembre scorso presso l'American Society for Therapeutic Radiology la ricercatrice Eleanor Walker ha presentato un lavoro clinico randomizzato che fa un confronto tra venlafaxina (Effexor) e agopuntura per la riduzione dei sintomi vasomotori in soggetti con carcinoma della mammella e trattati con terapia ormonale come il tamoxifene o Arimidex. In questo studio di 12 settimane, è stato dimostrato che l'agopuntura riduce le vampate di calore in maniera più efficace rispetto alla venlafaxina e senza gli effetti collaterali che presenta quest'ultimo come diminuzione della libido, insonnia, vertigini e nausea. Il gruppo di confronto sottoposto a agopuntura ha segnalato maggior aumento del benessere, più energia e anche dopo l'interruzione dell'agopuntura le vampate di calore sono durate meno a lungo rispetto al gruppo di pazienti che seguivano la terapia con venlafaxina. Lo studio ha coinvolto 47 donne con cancro della mammella e che avevano una media di 14 vampate di calore a settimana. (fonte: takecareblog)

Nano-vescicole per identificare e distruggere i tumori 26/09/2008 11:04
I ricercatori dell’Università di San Diego, Santa Barbara e MIT hanno sviluppato delle vescicole o micelle costituite da un sottilissimo strato di lipidi per veicolare farmaci direttamente nei siti strategici, evitando attacchi da parte del sistema immunitario. Le micelle sono state realizzate utilizzando i lipidi che normalmente compongono le membrane delle cellule, modificati per poter circolare liberamente nei vasi sanguigni. Inoltre, sulla superficie delle micelle è stata inserita una proteina chiamata F3 in grado di riconoscere e aderire alle cellule tumorali. Le vescicole sono state create materialmente nel laboratorio di Erkki Ruoslahti, biologo e professore presso il Burnham Institute for Medical Research alla UC Santa Barbara, con la possibilità di trasportare farmaci e liberarli solo all’interno delle cellule cancerogene fino al nucleo. Il diametro delle vescicole è di soli 50 nanometri, 1000 volte inferiore del diametro di un capello e sono equipaggiate di un farmaco antitumorale tossico molto concentrato, per eliminare con sicurezza le cellule a cui si legano, senza però avere un impatto negativo sull’organismo. Il bioingegnere Sangeeta Bhatia è cauto: «Molti farmaci promettenti in laboratorio posso fallire nel modello umano perché le concentrazioni che effettivamente raggiungono i tessuti sono diversi». Ruoslahti ha affermato: «Stiamo lavorando a un nuovo dispositivo diagnostico per visualizzare le masse tumorali nell’organismo utilizzando sempre le micelle con all’interno ossido di ferro superparamagnetico e quanti fluorescenti. La distribuzione di queste sostanze può essere osservata con la risonanza magnetica MRI o con uno scanner a fluorescenza». Lo scanner a fluorescenza, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, ha una risoluzione molto maggiore rispetto alla MRI e permette al chirurgo di localizzare in maniera molto accurata il tumore da rimuovere. La ricerca effettuata rappresenta una svolta nel settore delle biotecnologie mediche in quanto con un unico sistema, le vescicole, è possibile trasportare contemporaneamente farmaci e molte altre molecole all’interno della medesima cellula tumorale bersaglio.

Contraccetivi orali riducono rischio di cancro ovarico 23/09/2008 16:15
I Contraccettivi Orali sembrano conferire una protezione a lungo termine nei confronti del carcinoma ovarico. I contraccettivi orali (CO) sono attualmente assunti da più di 100 milioni di donne. Questi farmaci possono ridurre il rischio di carcinoma ovarico, ma la reale efficacia di un loro impiego in tale ambito dipende anche dal perdurare della protezione dopo la cessazione dell’uso. Per valutare questo effetto è stata condotta un’analisi di 45 studi epidemiologici, coinvolgendo 23257 donne in totale affette da carcinoma ovarico (casi) e 87303 donne senza questa neoplasia (controlli). Sono stati raccolti dati relativi all’uso di CO, quali durata dell’assunzione, età della paziente ed anno della prima assunzione, età ed anno dell’ultima assunzione. È stato stimato il rischio relativo di carcinoma ovarico in relazione all’uso di CO, stratificando il campione per tipo di studio, età dei soggetti, numero di gravidanze ed eventuale isterectomia. In totale, 7308 (31%) casi e 32717 (37%) controlli hanno usato in maniera continuativa CO, con una durata d’uso in media di 4,4 anni per i primi e di 5 anni per i controlli. Più duratura è stata l’assunzione di CO, maggiore è stata la riduzione del rischio di carcinoma ovarico (p<0,0001), riduzione che persisteva anche a più di 30 anni dall’interruzione del trattamento, anche se diminuiva con il passare del tempo. Infatti, in proporzione, la riduzione del rischio per 5 anni di assunzione di CO è stata del 29% (IC 95%: 23-34%) se il trattamento era stato interrotto da meno di 10 anni, del 19% (14-24%) e 15% (9-21%) dopo rispettivamente 10-19 anni o 20-29 anni dall’interruzione del trattamento. Lo studio ha coperto un arco di tempo molto ampio, fino al gennaio 2006. L’impiego dei CO negli anni ‘60, ’70 ed ‘80 è stato associato ad una riduzione simile del rischio, sebbene il dosaggio estrogenico negli anni ’60 era più del doppio di quello degli anni ’80. L’incidenza di carcinoma mucinoso (12% del totale) sembrava poco influenzata dall’uso di CO, mentre la riduzione del rischio non variava di molto per quanto concerne gli altri tipi istologici. Nei Paesi industrializzati, l’uso per 10 anni di CO sembra ridurre l’incidenza di carcinoma ovarico prima dei 75 anni dall’1,2 allo 0,8 per 100 utilizzatrici e la mortalità dallo 0,7 allo 0,5 per 100; ogni 5000 anni-donna d’uso, sono stati prevenuti 2 carcinomi ovarici ed un decesso per malattia prima dei 75 anni. Alla luce di questi risultati, i CO sembrano conferire una protezione a lungo termine nei confronti del carcinoma ovarico, avendo permesso di prevenire circa 200.000 casi di questa neoplasia e 100.000 decessi e facendo ipotizzare che il numero di carcinomi evitati nei prossimi decenni possa aumentare ad almeno 30.000 per anno.L’effetto dei CO sul cancro, comunque, è più complesso: infatti, sebbene sembrino ridurre il rischio di carcinoma ovarico ed endometriale, essi possono aumentare quello di carcinoma mammario e cervicale. (fonte: pillole.org)

La masturbazione protegge dal cancro alla prostata 23/09/2008 16:14
Intanto cominciamo a capire cos'è e dov'è situata la prostata. E' una ghiandola presente solo negli uomini che, in condizioni normali, ha le dimensioni di una noce. È situata dietro l'intestino e avvolge l'uretra. Tra i suoi compiti c'è quello di produrre e immagazzinare il liquido seminale rilasciato durante l'eiaculazione. Il tumore della prostata è provocato dalla crescita incontrollata di alcune cellule all'interno della ghiandola stessa. I principali fattori di rischio noti, a parte l'età, sono una dieta ricca di grassi saturi e la presenza in famiglia di altri casi: per quest'ultima categoria il rischio è doppio rispetto alla popolazione generale. Inoltre, anche i geni sembrano avere un ruolo nell'aumento del rischio. Si stima che il numero di persone malate di cancro alla prostata aumenti di 8000 ogni anno. Adesso ci sono informazioni e notizie che vengono da una recente ricerca inglese e i risultati sono di grande attualità: la masturbazione è in grado di proteggere dal cancro alla prostata. L'autore dello studio, Chris Hiley del Prostate Cancer Charity ha ipotizzato nel suo lavoro che sostanze ad azione cancerogena si formino all'interno della prostata di chi non eiacula regolarmente e il loro accumulo può portare allo sviluppo di tumori. Uomini che hanno una eiaculazione 5 o più volte a settimana hanno minore rischio di sviluppare un tumore alla prostata nella loro vita. (fonte: mindfully)

Cellulari e tumori: minori più a rischio 23/09/2008 16:12
Lo dice una ricerca svedese pubblicata in prima pagina nello scorso numero dell’Independent on Sunday. Secondo i ricercatori, l’uso del telefonino in modo continuativo porta un rischio di sviluppare tumori al cervello 5 volte maggiore in bambini e teen ager rispetto agli adulti. La motivazione di questa evidenza sta nell’anatomia poichè i minori hanno il cranio più sottile e il loro cervello è più esposto alle radiazioni. E’ l’ennesimo studio sull’argomento, che sembra passare quasi sotto silenzio, ormai. Quante altre ricerche serviranno per lo sviluppo di una coscienza collettiva su questo problema e per la diffusione di una serie di norme sull’uso dei telefonini da parte dei più piccoli? (fonte: Ansa)

La causa del cancro sta nelle staminali? 23/09/2008 16:11
Sarebbe nello sviluppo delle cellule staminali, o meglio in uno sviluppo di storto di alcune di esse, il mistero dell'insorgenza del cancro. Un principio apparentemente semplice che, se confermato e sviluppato, porterebbe ad una svolta nella cura del tumore. L'idea sta prendendo sempre piu' piede nella comunita' scientifica, e si basa su un'intuizione risalente ad alcuni anni fa ma solo di recente presa in maggior considerazione. Questa: il cancro si sviluppa dalle cellule staminali esattamente come il resto degli organi del corpo umano. Nello svilupparsi, infatti, la staminale da' forma a due diverse cellule, non eguali tra di loro. Una resta staminale, l'altra si moltiplica nel tipo di cellule necessarie a dar forma all'organo. Bene, il cancro sarebbe scritto in queste ultime fin dall'inizio. Le terapie al momento mirano all'eliminazione di tutte le cellule cancerose nel loro insieme. Ora potrebbero concentrarsi solo sulle cellule che danno origine al mal, eliminandolo letteralmente alla radice. La prima prova a favore di questa tesi fu trovata nel 1997 da uno studioso dell'Universita' di Toronoto, John Dick, che riusci' ad isolare quella che sembrava essere una staminale da una forma di cancro del sangue, la Aml (acute myeloid leukaemia). Lo stesso tipo di ricerca e' stato svolto negli anni successivi nel campo del cancro al seno, alla prostata, al colon, al polmone, alla testa, ma anche al melanoma, al sarcoma e al mieloma. William Matsui, della Johns Hopkins University, ha successivamente confermato che su un campione di 300 pazienti affetti da tumore al pancreas il periodo di sopravvivenza era nettamente piu' breve per quanti presentavano cellule staminali nel tumore. Ma ancora piu' interessanti sono le risultanze di una ricerca condotta in Texas presso il Baylor College of Medicine, dove si cura il cancro al seno. Qui e' stato appurato che la chemioterapia tende ad eliminare, agendo su tutte le cellule indiscriminatamente, tende a lasciare in vita le staminali da cui poi il male torna a presentarsi. Le cure messe a punto usando questo principio stanno dando il loro risultato, soprattutto nel campo del tumore al seno. Manca comunque la certezza, e la comunita' scientifica internazionale usa i toni cauti. Come sempre in questi casi, l'efficace della terapia potra' essere misurata solo nel medio-lungo periodo. Ma se l'intuizione dovesse rivelarsi corretta, l'aver capito la vera origine del cancro portera' prima o poi alla sua sconfitta definitiva. (fonte: Aduc)

Un nuovo test per il cancro al polmone 23/09/2008 16:09
Una ricerca presentata al Congresso annuale dell'American Thoracic Society in corso a Toronto afferma che un semplice test ematico potrebbe fornire uno strumento di screening accurato nei casi sospetti di cancro del polmone fin dai suoi primi stadi. E' questo il risultato del lavoro condotto da Anil Vachani dell'Università della Pennsylvania, il quale spiega che "lo screening tomografico del polmone evidenzia noduli in una percentuale che va dal 20 al 60 per cento dei soggetti. Questo tasso elevato di falsi positivi fa sì che i pazienti debbano sottostare a una sequela di esami come, tomografie seriali, PET e biopsie. Questo test, invece, può consentire di evitare tutte queste cose se venisse sviluppato come strumento diagnostico su vasta scala". Il test di nuova ideazione si basa sull'identificazione di marker tumorali espressi dai globuli bianchi circolanti nei soggetti esaminati, anzichè di quelli espressi e rilasciati dal tumore stesso. Vachani ha spiegato che i tipi di geni presenti nelle cellule della serie bianca possono dire se il cancro è presente o no. I controlli per quantificare accuratezza e validità del test sperimentale sono stati condotti su un campione di 44 pazienti affetti da tumore del polmone ai primi stadi, e 52 soggetti di controllo che corrispondevano ai primi per età, sesso, razza e dedizione o meno al fumo. Dopo un accurato esame dei profili di espressione genetica si è scoperto che l'esame dell'espressione di 15 geni forniva un'accuratezza dell'87 per cento. Vachani sostiene che "Questi risultati suggeriscono che i tumori del polmone interagiscono con i globuli bianchi circolanti, variandone il tipo di geni espressi. Ciò può potenzialmente essere sfruttato per sviluppare un test diagnostico non invasivo su pazienti sospettati du essere colpiti da un cancro del polmone. Un test di questo tipo sarebbe molto utile e avrebbe anche significative implicazioni economiche, riducendo interventi chirurgici, biopsie ed esami radiologici non necessari". (fonte: molecularlab.it)

Prostata: i valori corretti di PSA 18/09/2008 21:48
Uno degli esami più semplici per evidenziare un eventuale tumore alla prostata è l’analisi dei valori del PSA, che è un esame del sangue in grado di valutare livelli di una glicoproteina prodotta dalla prostata. In presenza di tumore i valori del PSA aumentano, perché le cellule ghiandolari malate producono molto più PSA di quelle normali. Si rilevano saltuariamente falsi negativi, ossia valori considerati nella media che tuttavia nascondono un tumore in crescita. Il PSA, di norma più elevato in pazienti anziani per un fisiologico aumento di volume della ghiandola con l’età, funge quindi dal marker per la diagnosi dell’adenocarcinoma prostatico e generalmente il valore considerato limite è pari a 4 ng/ml. Tuttavia è spesso difficile, se non impossibile, distinguere un tumore da un caso di ipertrofia prostatica benigna, che presenta spesso valori di PSA fra 4 e 10 ng/ml. Allo stesso tempo si rileva che il 25-30% dei pazienti presenta valori di PSA nella norma, ossia nell’intervallo compreso fra 2.5 e 4.0 ng/ml. Quindi si considera che: Valori di PSA inferiori a 4 presentano un rischio di tumore pari al 5% Valori di PSA compresi tra 4 e 9.9 sono associati ad un rischio pari al 25% Valori di PSA superiori a 10 si rivelano tumori nel 55% dei casi Con l’obiettivo di migliore l’accuratezza del test sono stati individuati ulteriori parametri che contribuiscono alla valutazione diagnostica; il PSAD (density), rapporto tra PSA e peso della prostata, è sospetto quando superiore a 0.15 ng/ml/gr Si studia poi la velocità di aumento dei valori di PSA (PSA velocity), che aumenta fino a superare il valore soglia pari a 0.75 ng/ml/anno. Si valuta infine il PSA free, che di norma indica patologia tumorale per valori inferiori al 10% ed una patologia benigna per valori superiori al 20%. In ogni caso nessuno di questi valori risulta determinante nella diagnosi. L’esame per il PSA non richiede di presentarsi a digiuno, mentre è necessario non avere rapporti sessuali nelle 24 ore che precedono l’esame. Se il paziente sta assumento finasteride (Proscar, Prostide, Finastid) il valore misurato dev’essere moltiplicato per 2 e poi valutato come visto in precedenza.

La proteina elF6 e la crescita tumorale 18/09/2008 21:47
Grazie al lavoro svolto dai ricercatori del San Raffaele di Milano,in collaborazione con l'Università del Piemonte orientale Avogadro e la Northwestern University di Chicago, esposto in un articolo pubblicato su Nature, si è potuta svelare una nuova ed inaspettata funzione della proteina elF6, gia nota per essere una delle proteine alla base dei meccanismi della vita. Secondo il nuovo studio, condotto in vitro e in vivo su topi transgenici, la proteina elF6 giocherebbe un ruolo chiave nello sviluppo dei tumori; la sua riduzione comporta infatti un arresto dello sviluppo tumorale e, sorprendentemente, anche una riduzione del grasso corporeo. Per crescere e quindi vivere, tutti gli organismi hanno bisogno di sintetizzare proteine. Questo processo avviene grazie a segnali esterni e mediatori specifici interni: uno di questi è, appunto, eIF6, presente in tutti gli esseri viventi, dai batteri all'uomo. In sostanza, se manca eIF6 gli organismi muoiono. E le cellule tumorali non fanno eccezione, infatti dimezzando la presenza nelle cellule della proteina elF6, si è ridotta dell'80-90% la trasformazione delle cellule sane in tumorali. Al contempo si è potuto osservare che gli animali con solo la metà di produzione di questa molecola sono risultati più magri e con un fegato più piccolo. Questi risultati potrebbero aprire, dunque, la strada a nuove terapie dei tumori e dell'obesità. Il professor Stefano Biffi, coordinatore dello studio, responsabile del laboratorio di Istologia molecolare e crescita cellulare all'Istituto Scientifico Universitario San Raffaele di Milano, racconta "Diversi anni fa avevamo scoperto questa proteina, importante per la costruzione delle macchine che sintetizzano le proteine, i ribosomi. Non conoscevamo però la sua importanza negli organismi superiori". Ora l'obiettivo della ricerca diventa verificare se il blocco della trasformazione tumorale si abbia non solo in provetta, ma anche negli organismi viventi, e quindi capire se questa funzione possa essere controllata con i farmaci, arrivando quindi a sviluppare una nuova terapia per combattere i tumori. (fonte: molecularlab.it)

Nuovo laser da tavolo rivoluziona la terapia dei tumori 18/09/2008 21:36
La terapia dei tumori potrebbe essere rivoluzionata dalla recente messa a punto e sperimentazione all'Ospedale di Saclay in Francia di un nuovo acceleratore laser da tavolo. L'innovazione tecnica si deve ad un gruppo di ricercatori europei guidati da Antonio Giulietti dell'Istituto per i processi chimico fisici del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Ipcf-Cnr). Gli acceleratori di particelle trovano applicazione, su piccola scala, in campo medico dove lr ricerche recenti condotte con laser di ultima generazione potrebbero consentire di aprire la sala operatoria ad apparecchiature per la radioterapia dei tumori meno ingombranti e piu' efficienti. Giulietti spiega "La radioterapia dei tumori consiste nell'irraggiamento della parte malata con radiazioni o particelle di alta energia, che vengono prodotte da speciali macchine acceleratrici apposite, oggi presenti in tutti i maggiori ospedali" e continua "Questi acceleratori sono basati su generatori a radiofrequenza di grande potenza, per cui la macchina nel suo insieme ha un notevole ingombro e richiede la radioprotezione di vasti ambienti, in generale sotterranei". A questi inconveniente si è fatto fronte grazie, attualmente, alla diffusione di un tipo di radioterapia chiamata "Iort" (Intra-Operatory Radiation Therapy), con la quale si inviano sui tessuti circostanti il tumore asportato, a ferita aperta, elettroni mirati ad eliminare le cellule tumorali residue. Per condurre questa terapia sono sufficienti dosi di radiazioni minori e vengono perciò impiegate macchine più piccole, ma che costituiscono comunque un notevole ingombro in sala operatoria e richiedono una radioprotezione per il personale. I ricercatori Cnr, con i colleghi francesi del Centre pour l'energie atomique (Cea) di Saclay e tedeschi dell'Istituto di elementi transuranici di Karlsruhe sono ora riusciti, con un laser da tavolo ed un apparato relativamente semplice, a produrre elettroni in quantità sufficiente e con caratteristiche spaziali e di energia utili per la radioterapia Iort in pochi millimetri di spazio. I risultati dell'esperimento condotto a Saclay sono stati pubblicati sulla rivista Physical Review Letters ("Intense gamma-ray source in the Giant Dipole Resonance range driver by 10-TW laser pulses"). La sperimentazione con questo metodo sta proseguendo presso l'Ipcf a Pisa, con il coordinamento di Leonida Antonio Gizzi, ricercatore dell'Istituto Cnr. Secondo Gizzi "Se tale metodo verrà consolidato e se i finanziamenti consentiranno di realizzare macchine acceleratici basate su di esso, i vantaggi rispetto agli attuali acceleratori a radiofrequenza saranno notevoli". (Redazione MolecularLab.it)

I lamponi neri nella lotta contro il cancro 18/09/2008 21:35
Dopo il gelsomino, un’altra novità dalla natura? Pare di sì, secondo gli studi condotti da ricercatori dell’Ohio State University Comprehensive Cancer Center, che hanno scoperto, alla prova di laboratorio, che un derivato dal lampone nero è in grado di intervenire sulla rigenerazione dei geni alterati da elementi carcinogeni. Gli esami di laboratorio si sono concentrati sull’analisi della risposta del tumore all’esofago, ma le applicazioni possono essere a più ampio spettro e fanno ben sperare nella ricerca costante riguardo ai molti alimenti che nel tempo hanno dimostrato di possedere proprietà anticancerogene. Nel caso dei lamponi neri si punterà principalmente sulla capacità preventiva. Non solo: la ricerca ha permesso anche di individuare ben 53 geni che potrebbero avere un ruolo determinante nello sviluppo tumorale e sui quali dunque è adesso possibile agire. (fonte: benessereblog.it)

Tumore al seno: si può ridurre la recidiva del 25% 18/09/2008 21:33
Una volta sconfitto il tumore con l'intervento chirurgico, la paura piu' grande e' che possa tornare. Nel cancro del seno il rischio di recidiva resta molto alto: puo' arrivare al 70 per cento, se i linfonodi sono positivi, cioe' contengono cellule neoplastiche, ed anche le possibilita' di guarigione sono fortemente compromesse. Al Congresso Europeo di Oncologia (ESMO), in corso fino al 16 settembre a Stoccolma, ricercatori italiani guidati dal prof. Francesco Cognetti, direttore dell'Oncologia medica del Regina Elena di Roma, presentano nuovi dati che vanno ad incidere proprio su questo gruppo di donne, le piu' "vulnerabili". Lo studio, frutto di una ricerca "made in Italy" effettuata in collaborazione con la Federico II di Napoli ed altri 50 centri distribuiti nella Penisola, dimostra infatti che, aggiungendo alla normale chemioterapia quattro cicli di un altro farmaco, il docetaxel,e' possibile ridurre il rischio di recidiva e morte. "Abbiamo trattato 998 pazienti con tumore del seno ai primi stadi linfonodo-positivo con due diversi approcci terapeutici - spiega il prof. Cognetti. - Dopo 62 mesi, il 76 per cento delle donne trattate con docetaxel non aveva sviluppato nuovamente la neoplasia, rispetto al 69 per cento di quelle trattate con l'altro regime. I dati ottenuti con la nuova terapia rivelano quindi una riduzione di un quarto del rischio relativo di recidiva e di un terzo di morte. Si tratta di un risultato che va considerato come il migliore mai ottenuto al mondo nel tumore della mammella dopo intervento chirurgico", ed ha suscitato grande interesse fra i diecimila esperti presenti al congresso. Il carcinoma della mammella e' la neoplasia maligna piu' frequente nella donna: ne colpisce una su 10, oltre 31.000 nuovi casi ogni anno in Italia. I progressi nelle terapie sono notevoli: se identificato precocemente, la sopravvivenza supera il 90 per cento. Tuttavia resta la prima causa di mortalita' per cancro nelle donne e ogni 12 mesi fa registrare nel nostro Paese circa 11.000 decessi. Tuttavia, nonostante i progressi delle terapie antitumorali, non bisogna dimenticare che la vera arma vincente e' la prevenzione. Afferma il prof. Cognetti: "Se oggi per la maggior parte della popolazione la consapevolezza e' buona, gli esami regolari non sono ancora diventati un'abitudine e restano aperte molte questioni organizzative". L'illustre medico fa notare anche quanto siano ancora notevoli le differenze territoriali: "Se in alcune zone le cose funzionano in maniera ottimale, ad esempio in Emilia Romagna, Toscana o Lombardia, in altre purtroppo, soprattutto al Sud, l'applicazione dei programmi di screening e' ancora decisamente insufficiente". (fonte: italiasalute.it)

Farmaci anti-cancro tra innovazione e indisponibilità 18/09/2008 21:32
Sono rilevanti le differenze riscontrate tra i Paesi della UE nell'accesso ai nuovi medicinali oncologici, in particolare, per quanto riguarda i farmaci a bersaglio molecolare. Alla Francia va il primato dei consumi. Innovazione ed accessibilità: due concetti che anche e soprattutto in oncologia dovrebbero coniugarsi strettamente, ma che incontrano ostacoli economici ed organizzativi. Disparità importanti sono dovute anche alle diverse politiche sanitarie dei Paesi. Una nuova ricerca presentata al congresso dell'ESMO, in corso a Stoccolma, mostra quanto ampi siano i divari nell'accessibilità ai nuovi farmaci oncologici nelle varie nazioni europee. Paesi come Francia, Spagna, Austria e Svizzera tendono ad introdurre velocemente le nuove molecole nella pratica clinica, laddove altri - come la Gran Bretagna ed i Paesi entrati da poco nell'Unione - impiegano più tempo. Una ricerca del Karolinska Institute svedese ha studiato le prescrizioni dei nuovi farmaci a bersaglio molecolare in 27 Paesi negli ultimi dieci anni, riscontrando notevoli differenze nella velocità di lancio e nei volumi d'uso delle molecole più recenti. "Tra i maggiori Paesi occidentali, la Gran Bretagna tende ad avere un atteggiamento più conservativo, salvo eccezioni", sostiene Niels Wilking, direttore della ricerca svedese. "In generale, Austria, Svizzera e Francia fanno uscire le novità più velocemente ed in Francia in particolare si registra anche il maggior consumo della maggioranza dei nuovi farmaci. La Spagna adesso ha rallentato, ma è stata leader nei consumi nei primi anni Novanta". Un atteggiamento prudente, probabilmente, si deve in parte alla difficoltà di maneggiare i nuovi farmaci a bersaglio molecolare e, in alcuni casi, allo scarso numero di studi a supporto della loro approvazione. Il costo delle novità farmacologiche costituisce in ogni caso la barriera più alta alla loro adozione. Quanto questa disparità nell'uso impatti in termini clinici sulla salute dei pazienti oncologici europei è ancora difficile da stabilire. A detta di Wilking, occorrono nuove ricerche epidemiologiche per valutare in che termini ed in quale misura la diversa accessibilità ai nuovi farmaci oncologici influenzi l'outcome. Fonte 33rd ESMO Congress, Stockolm

Strumento "fotografa" il tumore a uno stadio precoce 18/09/2008 21:31
In occasione del Symposium on Fish Identification of Chromosomal Abnormalities for the Detection of Recurrence of Bladder Carcinoma, il CDI - Centro Diagnostico Italiano - promuove un focus internazionale sulle potenzialità e i vantaggi terapeutici delle nuove tecnologie legate alla diagnostica oncologica, quali la FISH (fluorescence in situ hybridization). In particolare, saranno messi in luce le potenzialità di Ikoniscope, l'analizzatore automatico di immagini, da tempo in dotazione al nuovo laboratorio di genetica del CDI, che permette di rilevare precocemente, attraverso la ricerca delle aberrazioni cromosomiche, il carcinoma della vescica, il quarto in ordine di frequenza nei paesi occidentali, evitando i possibili falsi negativi (non rari con gli esami citologici), e di sorvegliare l’insorgenza delle recidive. «Siamo i primi in Italia a utilizzare Ikoniscope - spiega il dottor Vittorio Grazioli, Direttore del laboratorio CDI e promotore del convegno – per leggere i risultati della metodica FISH applicata alle cellule uroteliali, cioè le cellule che tappezzano le vie urinarie. In pratica, partendo da un semplice campione di urina, siamo in grado di analizzare automaticamente fino a 30.000 nuclei cellulari, individuando e segnalando le anomalie cromosomiche che spesso precedono con largo anticipo l'insorgenza del tumore alla vescica, consentendo così di agire tempestivamente». Una futura applicazione di Ikoniscope nel campo della diagnostica oncologica sarà la lettura automatica della FISH eseguita sulla cellule del collo dell’utero. Lo scopo è quello di scoprire in anticipo la trasformazione irreversibile da cellula normale a cellula tumorale in seguito a infezione da papillomavirus. Questa eventualità si verifica nell’1% dei pap-test e considerando l’enorme numero di questi ultimi su base annua, si può facilmente intuire l’importanza di questo approccio per salvare migliaia di vite umane. Anche in questo caso, Ikoniscope è in grado di analizzare un numero elevatissimo di cellule, riducendo al minimo la possibilità di falsi negativi. Il test è richiedibile anche con il SSN a fronte del semplice pagamento del ticket. (fonte: sanihelp.it)

Prevenzione: una nuova speranza per il tumore al pancreas 18/09/2008 21:30
Un recente studio pubblicato su Plos Medicine, dà una nuova speranza ai malati di tumore al pancreas. I ricercatori del Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle sono riusciti a identificare nei topi alcune proteine che si presentano in numero più elevato in uno stadio iniziale dell’insorgenza di tumore al pancreas. La scoperta, se i dati fossero confermati anche nell’uomo, consentirebbe una diagnosi precoce della malattia pancreatica per la quale, a oggi, le cure sono ancora limitate. Il tumore al pancreas, infatti, non dà sintomi particolari ed è per questo che la diagnosi viene spesso fatta quando la malattia è già estesa e difficilmente curabile. La sopravvivenza, stando ai dati del 2007 dell’Associazione italiana registri tumori (Airt), è assai limitata: 5,1% per gli uomini e 7,8% per le donne. Per lo studio sono stati utilizzati i topi perché rappresentano un modello ben definito per il tumore pancreatico. I ricercatori hanno individuato e poi selezionare cinque proteine che mostravano un aumento del loro valore normale. Hanno poi confrontato i risultati con quelli dello studio CARET (Carotene and Retinol Efficacy Trial) osservando che queste proteine erano in grado di discriminare i casi di carcinoma pancreatico rispetto al gruppo di controllo in campioni di sangue ottenuti da 7 a 13 mesi prima dello sviluppo dei primi sintomi e della diagnosi di tumore. Questa scoperta lascia dunque ben presupporre – sebbene servano ulteriori conferme – che si possano individuare dei marcatori utili per la diagnosi precoce anche nell’uomo. (fonte: panorama.it)

Test genetico per il cancro al seno a soli 15 euro 18/09/2008 21:29
Secondo quanto riportato dal quotidiano britannico Daily Mail, sarà presto disponibile un nuovo test genetico per la diagnosi del cancro al seno, ma la particolarità è il prezzo straordinariamente basso: solo 15 euro. Il test è attualmente il più economico esistente al Mondo e non solo, sarebbe anche il più veloce: in una sola settimana riesce a mostrare se i nostri geni sono suscettibili alla malattia. I test in commercio per il sequenziamento del genoma hanno costi che variano dai 1200 ai 1800 euro e possono richiedere fino a 18 settimane prima di arrivare a un responso. La nuova procedura, invece, permetterebbe agli scienziati di concentrare la loro attenzione solo su due tipi di geni, “brca1” (breast cancer 1, early onset) e “brca”, quindi un test selettivo in grado di ridurre tempi e costi. Ovviamente il test da solo non basta e occorre quindi eseguire periodicamente la mammografia e altri esami di accertamento. Il suo compito è solo quello di avvertire la presenza di una predisposizione genetica- ereditaria al tumore. Le varianti di questi due geni sono responsabili dell’80% dei tumori alla mammella. Analizzando, quindi, solo questi geni sarà possibile sapere più rapidamente la suscettibilità delle donne al cancro. Il nuovo test verrà presentato in occasione del meeting annuale della British Society for Human Genetics che si terrà presso la University of York. «Sappiamo che la nuova generazione di tecnologie per il sequenziamento - ha spiegato Graham Taylor del Cancer Research del Regno Unito - è incredibilmente potente nell’individuare le varianti genetiche. Ma fino a quando non sapremo di più sulla loro accuratezza, la diagnosi clinica definitiva avrà bisogno di essere confermata con i metodi tradizionali». (fonte: bioblog.it)

Lapatinib: efficace per i tumori della regione testa-collo 18/09/2008 21:01
La molecola orale Lapatinib, scoperta grazie alle ricerche Glaxo Smith Kline(GSK), ha dimostrato d'essere efficace non solo nella terapia del carcinoma mammario metastatico HER2 positivo, ma anche per le neoplasie della regione testa-collo. Lo dimostra uno studio di Fase II, presentato nel settembre 2008 a Stoccolma al 33° congresso della Società Europea di Oncologia: lapatinib, somministrato in monoterapia, ha infatti migliorato significativamente le risposte cliniche al successivo controllo rispetto a placebo. Sono stati osservati 107 pazienti mai trattati con tumore della testa collo a cellule squamose localmente avanzato, suddivisi in due bracci: uno veniva seguito con 1500 mg di lapatinib, l’altro con placebo. Il trattamento con lapatinib è durato da 2 a 6 settimane, dopodichè tutti i pazienti sono stati sottoposti alle cure standard: chemioterapia a base di platino e radioterapia. Successivamente i pazienti sono stati seguiti per altre 12 settimane dopo il completamento del ciclo. Le biopsie del tumore sono state effettuate al momento dell’arruolamento nello studio e dopo due settimane per le analisi dei biomarker. Già dopo 14 giorni i pazienti del braccio lapatinib hanno mostrato una modesta ma statisticamente significativa riduzione nella media della proliferazione delle cellule neoplastiche rispetto a quelli randomizzati con placebo (-8% contro il 2,7%). In molti pazienti, inoltre, è stata riscontrata la tendenza a indurre la morte delle cellule tumorali. In un sottogruppo di 40 pazienti valutati radiologicamente dopo una breve terapia con lapatinib (circa un mese) 4 pazienti (17% n.24) avevano avuto una completa o parziale risposta rispetto alla risposta nulla del braccio trattato con placebo (n.16). Ottantotto pazienti erano stati ritenuti idonei per una valutazione radiologica successivamente al completamento della chemioterapia e radioterapia: sono cioè stati controllati radiologicamente all’arruolamento e al termine del ciclo di cura (circa 8-12 settimane dopo il trattamento). I risultati hanno mostrato un aumento nel tasso di risposte (complete o parziali) nei pazienti che avevano ricevuto lapatinib rispetto al braccio con placebo (86 contro 63% rispettivamente). E’ stata inoltre osservata una differenza nel tasso di risposte complete tra i due gruppi al termine delle chemio e radioterapia; il 28% dei pazienti nel braccio lapatinib ha ottenuto una risposta completa rispetto al 7% dei pazienti nel braccio placebo; questo suggerisce che lapatinib è in grado di aumentare gli effetti della successiva chemio-radioterapia. Lapatinib è un inibitore di due fattori di crescita tumorale, fra cui il fattore di crescita epiteliale EGFR, che spesso caratterizza molte neoplasie – testa collo, ovaio, vescica e polmone – e determina un andamento aggressivo della malattia. “Questi risultati – commenta Paolo Paoletti, senior vice president e responsabile della ricerca e sviluppo in oncologia di GlaxoSmithKline - ci dicono che l’uso di un inibitore duale della tirosin kinasi come lapatinib può essere clinicamente importante non solo nel carcinoma mammario, ma probabilmente in altri tumori come per esempio il testa collo, dove l’EGFR è sovraespresso. Noi siamo impegnati a sviluppare lapatinib anche nelle neoplasie della testa e collo attraverso un nostro studio di fase III, cui guardiamo con entusiasmo e che mira a porre un nuovo standard di cura e all’aumento della sopravvivenza dei pazienti. Lo studio è il più grande mai condotto in pazienti con tumore localmente avanzato. Attualmente è ancora aperto e sta arruolando”. Si calcola che nel mondo i casi annui di neoplasie della testa collo a cellule squamose siano più di 640.000 con 350.000 decessi. Più di 140.000 le diagnosi in Europa, di cui 12.000 in Italia, un terzo delle quali ad alto rischio di recidiva. (fonte: italiasalute.it)

Una mutazione genetica puo predisporre per il tumore del polmone 18/09/2008 20:58
I ricercatori della Mayo Clinic a Rochester diretti da Ping Yang riferiscono, sull'ultimo numero degli Archives of Internal Medicine, di aver individuato una mutazione genetica che aumenterebbe mediamente dal 70 al 100 per cento il rischio di cancro del polmone. E' gia noto che gli individui portatori di due copie della mutazione genetica (alfa-1ATD) soffrono di deficienza di alfa-1 antitripsina e sviluppano spesso forme precoci di enfisema, mentre i portatori di una singola copia non soffrono di questa condizione e normalmente non sono a conoscenza di essere portatori, per quanto negli Stati Uniti essa sia diffusa, specie nella popolazione di origine europea. La ricerca in oggetto ha preso in esame un campione di 1443 pazienti colpiti da cancro del polmone, 797 soggetti senza malattia e 902 fratelli di pazienti colpiti da cancro. Il risultato dello studio è stato che i pazienti portatori di una singola copia della mutazione alfa-1ATD hanno il 70% di rischio in più di contrarre il cancro rispetto ai non portatori. Confrontando i pazienti con i fratelli liberi da malattia, i portatori di alfa-1ATD hanno un rischio doppio di sviluppare il cancro. Fra quanti non avevano mai fumato, la mutazione alfa-1ATD è apparsa essere associata a un rischio 2,2 volte superiore di sviluppare il cancro del polmone rispetto ai controlli. traendo spunto dalle conclusioni dello studio ricercatori ipotizzano che lo status di portatore della mutazione alfa-1ATD renderebbe conto del 10-12 per cento dei casi di cancro del polmone. (Redazione MolecularLab.it)

Scoperta italiana per la diagnosi del tumore alla tiroide 10/09/2008 16:55
Secondo i risultati ottenuti dai ricercatori del Gruppo di studio italiano per il tumore della tiroide (ITCSG), una proteina nota come galectina 3 potrebbe aiutare i medici a determinare se un nodulo tiroideo è maligno o benigno. La galectina 3 infatti è una sostanza presente solo nelle cellule tiroidee alterate biologicamente ed in quelle già chiaramente maligne. Questa scoperta italiana consentirà di fare diagnosi più precise e di evitare interventi chirurgici inutili sulla tiroide. Nonostante la presenza di noduli alla tiroide sia molto comune nella popolazione adulta, non esistono criteri precisi per distinguere i noduli a struttura follicolare benigni (iperplasia e adenoma) da quelli maligni (veri e propri carcinomi) e di conseguenza si tende a rimuovere chirurgicamente gran parte delle lesioni nodulari tiroidee più per problemi diagnostici che per reale necessità terapeutica,praticando interventi di asportazione della tiroide parziali o totali. Una volta rimossa la tiroide, il paziente è costretto ad assumere farmaci per rimpiazzare gli ormoni che la ghiandola normalmente produce. L’esame istologico effettuato sulle tiroidi asportate chirurgicamente mostra infatti che solo il 10-15 per cento circa dei noduli asportati è realmente maligno. Ecco perché è molto importante trovare dei metodi diagnostici pre-operatori che permettano di capire se la ghiandola debba necessariamente essere rimossa oppure no. (fonte: italiasalute.it) I continui progressi nella tecnica dell’ago aspirato (cioè il prelievo di cellule dal nodulo mediante un sottile ago inserito attraverso il collo) hanno permesso di rendere più accurate le diagnosi sulle lesioni nodulari tiroidee, ma i limiti sono ancora molti. Lo studio del dott. Armando Bartolazzi e della sua equipe, finanziato anche dall'Associazione Italiana Ricerca sul cancro (AIRC), ha dimostrato la presenza di galectina 3 nelle cellule tiroidee maligne ottenute per ago-aspirazione e l’assenza di questa molecola nelle cellule tiroidee normali o appartenenti a lesioni benigne. “Il test non può sostituire l’ago aspirato”, affermano gli autori dello studio “ma dovrebbe affiancarlo nei casi in cui la diagnosi è incerta in modo da poter evitare interventi chirurgici non realmente necessari”.

Tumori: spiegate recidive dopo successo della terapia 10/09/2008 16:52
Le cellule tumorali potrebbero diffondersi in tutto il corpo molto prima di quanto si pensasse. E questo potrebbe spiegare perché alcune pazienti affette da tumore al seno si ammalano di nuovo anche dopo aver risposto apparentemente con successo alla terapia anti-cancro. Queste sono le conclusioni a cui è pervenuto un gruppo di ricercatori del Memorial Sloan-Kettering Cancer Centre di New York in uno studio pubblicato su Science. I risultati raggiunti dai ricercatori americani hanno fatto ripensare completamente all’origine della metastasi aprendo nuove strade a terapie più efficaci. Fino a ora, gli esperti credevano che le metastasi al cancro si sviluppassero a seguito della diffusione della malattia arrivata in uno stadio avanzato. Adesso, invece, i ricercatori hanno scoperto, dopo una serie di test effettuati sui topi, che le metastasi possono derivare da cellule apparentemente normali che si diffondono a tutto il corpo e dove restano silenti fino a quando non si accendono. Queste cellule sono state in grado di raggiungere il sangue e i polmoni dei topi sopravvivendo fino a 16 settimane senza attivare i geni del cancro. Secondo i ricercatori, i risultati del loro studio dimostrerebbero che queste cellule normali hanno la capacità di nascondere la malattia e farla esplodere anche dopo molto tempo. (www.sanihelp.it)

Ancora una linea guida sullo screening del cancro prostatico 09/09/2008 10:21
Anche l'ACPM prende posizione circa lo screening del cancro prostatico con PSA e/o con esplorazione rettale. L'American College of Preventive Medicine (ACPM) ha pubblicato la sua posizione sullo screening del cancro prostatico mediante esplorazione digitale e/o dosaggio del PSA. Anche se lo screening può portare ad una diagnosi precoce e quindi ad una riduzione potenziale di mortalità e morbidità, i benefici reali restano ignoti fino a che non saranno conclusi gli studi attualmente in svolgimento. Per il momento la riduzione della mortalità mediante screening rimane non provata. Alcuni benefici dello screening potrebbero essere soprattutto di tipo psicologico (rassicurazione del paziente che è a basso rischio di sviluppo di cancro prostatico). Vi sono anche potenziali rischi insiti nello screening: aumento dell'ansia in caso di falso positivo e complicanze della biopsia prostatica; al contrario un falso negativo può portare ad una rassicuarzione con conseguente ritardo nella diagnosi. Anche nel caso di un vero positivo la diagnosi potrebbe essere dannosa perchè molti cancri prostatici evolvono lentamente, senza causare disabilità o decesso, mentre il trattamento provocherebbe effetti collaterali come dolore, incontinenza urinaria e impotenza. L' ACPM conclude che le evidenze non sono sufficienti per raccomandare lo screening del cancro prostatico con esplorazione rettale e/o con PSA: la scelta deve essere individualizzata previa informazione esauriente del paziente. Se quest'ultimo non è in grado di decidere da sè oppure preferisce rimettere la scelta al medico lo screening non dovrebbe essere efettuato prima che il paziente stesso non abbia ben compreso i rischi e i benefici della pratica e le incertezze attuali. Infine sono necessari ulteriori studi per stabilire l'efficacia dello screening e l'età di inizio nei pazienti ad alto rischio di cancro prostatico (afro-americani, anamnesi familiare positiva). (fonte: pillole.org)

Un biosensore innovativo per combattere il tumore 09/09/2008 10:19
Il progetto internazionale COCHISE (Cell-On-CHIp bioSEnsor)sostenuto dall’Unione Europea e coordinato dall’Università di Bologna, ha raggiunto un primo importantissimo risultato: sviluppare un prototipo di biosensore, cioè una struttura tecnologica in grado di rilevare interazioni tra due singole cellule per migliorare il trattamento dei tumori. COCHISE è un progetto internazionale finalizzato proprio allo sviluppo di una nuova classe di biosensori, che possano seguire il processo di interazione tra le cellule tumorali e quelle del sistema immunitario. Un approccio biologico alternativo che coinvolge il sistema immunitario e che è relativamente nuovo nella terapia dei tumori. I pazienti sono trattati con sostanze biologiche quali interferon, interleuchina-2 o altri fattori stimolanti la crescita di tipi cellulari diversi e comunque in grado di rinforzare le difese naturali dell’organismo. L’obiettivo è quello di stimolare il sistema immunitario dell’organismo ad attaccare le cellule tumorali. Queste sostanze, tuttavia, non sono sempre ben tollerate e possono causare effetti che portano all’interruzione del trattamento. Un approccio alternativo consiste nell’identificazione delle cellule immunitarie che sono in grado di combattere il tumore, nella loro amplificazione in vitro in presenza di specifici fattori di crescita per poi re-iniettarle nell’organismo. Uno dei principali problemi di questo approccio consiste nell’identificazione e nell’isolamento del piccolo numero di cellule che sono selettivamente in grado di combattere il tumore. Il progetto COCHISE Il progetto COCHISE coinvolge strutture di vari Paesi europei quali Italia, Germania, Francia, Olanda e Belgio. E’ coordinato dal Prof. Roberto Guerrieri professore di Elettronica presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Bologna e si avvale del contributo della casa farmaceutica Angelini, che metterà a punto, nel proprio centro di ricerca, i modelli tumorali per la validazione biologica del biosensore. Lo scopo di una nuova classe di biosensori servirà a capire quali sono le cellule più efficaci nel trattamento dei tumori. Infatti, numerose promettenti tecnologie per l’immunoterapia dei tumori sono attualmente poco utilizzabili per la difficoltà di acquisire informazioni sulle interazioni che avvengono tra cellule biologicamente attive. Inoltre tali informazioni dovrebbero essere acquisite a costi ragionevoli, con rapidità e senza la necessità di una complessa struttura di laboratorio. Obiettivi di COCHISE Gli obiettivi strategici del progetto sono i seguenti: • Messa a punto di un biosensore per l’analisi dell’interazione cellulare che consenta il recupero delle cellule analizzate senza provocare alterazioni al loro patrimonio genetico; • Capacità di rilevare interazioni cellulari a livello di singole cellule, superando quindi le difficoltà dovute alla bassa intensità del segnale, difficilmente rilevabile se emesso da una singola cellula; • Valutazione dell’efficacia del biosensore utilizzando modelli preclinici predittivi di attività sull’uomo. La prima applicazione di questa strumentazione sarà nel campo dell’immunoterapia dei tumori e permetterà di isolare le rare cellule (non più di 1 su 10.000) che sono realmente efficaci nel combattere le cellule tumorali. Altri settori inoltre potranno beneficiare di questa ricerca. Ad esempio diversi farmaci hanno la capacità di aumentare o impedire la distruzione delle cellule: la tecnologia sviluppata grazi