Cancro al seno
Neoplasia della mammella e il caso dell'attrice Angiolina Jolie 26/05/2013 13:31
La Prevenzione del tumore al seno Si parla molto sia tra la gente che nell’ambiente medico sulla decisione dell'attrice Angelina Jolie di sottoporsi a un intervento di "doppia mastectomia" per eliminare il rischio del tumore alla mammella. La attrice era morta di tumore al seno e sembra che lei fose portatrice di un gene anomalo per cui lei avrebbe per cui avrebbe una altà possibilità di ammalarsi di tumore al seno. La decisione della attrice è stat discussa ed ha avuto molta attenzone dai media. Ha colpito che poco dopo sia apparasa la notiza di un uomo che si è fatto asportare radicalmente la prostata per evitare il rischio che in futuro potesse avere il cancro alal prostata Nasce quindi la paura è che altre persone possano imitare la scelta della attrice e che quindi la masetctomia bilaterale possa diventare un modello da seguire per migliaia di donne che si trovano nella stessa situazione. Gli oncologi e gli studiosi si sono divisi anche il prof Umberto Veronesi ha espresso il suo pensiero che sostanzialmente è quello che noi portaiamo avanti da anni. La prevenzione è la migliore arma vincente in tutti I sensi Salvo che la donna sia in una condizione psicologica di ansia eccessiva e quindi non viva una vita degna di tale nome, e diventi quindi una non-vita, allora ci sono più vantaggi a fare controlli ogni sei mesi, e scoprire l'eventuale tumore in epoca precocissima. Se si scopre il tumore iniziale la possibilità di guarigione si aggira al giorni d’oggi sul 95%. La genetica e quindi lo studio delal mappa genetic ache ora è alla portata di tutti anche nel Veneto ci può dire se abbiamo un rischio maggiore ma non ha dato soluzioni alla terapia o a cvosa fare per non dare vita al tumore Dobbiamo anche ricordare che la mastectomia radicale non annulla completamente il rischio di tumore, che rimane intorno al 5% anche dopo l'intervento . E allora se consideraiamo che la diagnosi precoce ci porta ad una guarigione del 95% e che rimangono anche dopo l’intervento il 5% di possibilità di ripresa della malattia, se ne conclude che la mastectomia preventive bilaterale forse non è la soluzione migliore. In linea ipotetica possiamo pensare a gente cj si toglie lo stomaco, o il colon, o l’intestino, o il polmone per evitare la possibile nascita del tumore E poi si deve considerare oltre ai vantaggi e svantaggi per la persona ma anche I costi per la società L’attrice poteva spendere per l’intervento e per la ricostruzione ma il costo a carico dello stato sarebbe alto specie se molti lo facessero. E poi vi sono I problem legati alla ricostruzione. La ricostruzione dopo mastectomia può essere eseguita con parti del proprio corpo, liembo addominale o lembo dorsale ma la maggior parte delle donne opta per la ricostruzione con la protesi Ma le potesi rimangono sempre e comunque un corpo estraneo, e è natural che possa esserci una reazione al corpo estraneo. E in ogni caso la protesi ha una durata limitata. Se la donna è giovane deve mettere in cantiene almeno 3 o 4 interventi per sostituzione di protesi Quiundi noi consigliamo quello che da anni consigliamo La donan deve sottoporsi a controlli periodici con mammografai, ecografia ed eventuale risonanaza magneticaa ogni sei mesi o un anno secondo il rischio. Come sempre quindi se una persona famosa come l’attrice rende nota una sua decisione , questa rischia di creare un'emulazione, un modello valido per tutti, mentre la scelta deve essere guidata dal proprio medico di fiducia o da un esperto Sarebbe giusto che ogni donna che ha una familiarità con questo tipo di neoplasia si sottopongano a un test genetico. Importante è che la donna sia cosciente dei rischi che corre e che quindi sia più attenta alla prevenzione secondaria o diagnosi precoce. La donna deve essere consapevole e informata, così da decidere come seguire uno stretto programma di controli. Si può anche considerare in certi casi la mastectomia preventive ma con con l'aiuto del proprio medico di fiducia e avvalendosi di oncologi di un consulente genetico e di uno psicologo". Nella nostra ASL vi è lo screening mammografico e ci sono , come in tutte le ASL, dei senologici che possono aiutare le donne nella diagnosi precoce e nelle decisioni che poi ne conseguono Quello che mi lascia perpleso è la scarsa partecipazione alla chiamata allo screening. E’ vero che lo screening consiste solo della mammografia e non associa la ecografia. E questo avviene per mancanza di fondi. La mammografia viene eseguita da un tecnico mentre la ecografia viene eseguita da un medico e il costa aumenta. Probabilmente diverse donne preferiscono andare a fare mammografia e ecografia assieme fuori dallo screening. Ma è anche vero che molte donne arrivano in ambulatorio con neoplasie in stadio avanzato. E questo vuole dire che molte non seguono lo screening e nemmeno vanno mai a farsi visitare se non nell’ultimo stadio quando la neoplasia da fastidio o si ulcera o diventa un ingobro alla donna. Quindi facciamo un appello affinchè le donne seguano I percorsi che portano ad una diagnosi precoce del tumore al seno e se possibile non prendano l’esempio dall’attrice Angiolina Jolie.

02/11/2012 19:45
Prevenzione dell’Osteoporosi nelle pazienti operate di tumore del seno A cura di: Dott. Alessandro Francescon, Specialista in Geriatria e Gerontologia Ambulatorio di Osteoporosi - Casa di Cura Sileno e Anna Rizzola, San Donà di Piave (Ve)- Il tumore della mammella è una delle più comuni malattie tumorali della donna, ma, fortunatamente, la mortalità per questa malattia è diminuita drasticamente negli ultimi anni per la possibilità di una diagnosi precoce e la maggiore efficacia del trattamento terapeutico. Una caratteristica peculiare di questo tumore è la sua sensibilità agli ormoni sessuali femminili. Pertanto, oltre a interventi terapeutici come la chemioterapia e la radioterapia sono state introdotte terapie con farmaci che determinano la riduzione della secrezione di tali ormoni o della loro attività. Tra i farmaci più usati nel trattamento del tumore mammario si riconosce il Tamoxifene, sviluppato negli anni ‘70 e che è stato il farmaco di prima scelta per almeno i 20 anni successivi; più recentemente, sono entrati nella pratica clinica anche gli inibitori dell’aromatasi. In questa trattazione, non ci addentriamo nella indicazione clinica sulla scelta di un farmaco rispetto all’altro, che spetta ovviamente all’Oncologo, ma ci limiteremo esclusivamente a considerazioni legate agli effetti collaterali di questi farmaci nei confronti dell’Osteoporosi. E’ da rilevare che, mentre gli inibitori dell’aromatasi aumentano il rischio di Osteoporosi, il Tamoxifene sembra addirittura ridurlo. Quest’ ultimo farnaco ha un’azione antiestrogenica selettiva, agendo, in questa, soprattutto a livello mammario più che a livello osseo. L’Osteoporosi, come è noto, è una malattia in cui vi è riduzione della densità minerale ossea (BMD) che determina una fragilità dello scheletro e un aumento del rischio di fratture con conseguenze, a volte, invalidanti e con impatto notevole sulla qualità della vita. Malattia silente e insidiosa, spesso il sintomo del suo esordio è una frattura. L’incidenza delle fratture da fragilità ossea nelle donne sopravissute al tumore mammario è superiore a quella riscontrabile in donne sane. Una strategia di prevenzione dell’Osteoporosi si rende, pertanto, necessaria nelle donne affette da tumore mammario, soprattutto se assumono terapia con inibitori dell’ aromatasi o hanno seguito altri interventi terapeutici, quali la chemioterapia o la radioterapia. Altrettanta attenzione andrà riservata anche per queste pazienti alla individuazione degli altri fattori di rischio di Osteoporosi. La densità minerale ossea andrà monitorata almeno ogni 2 anni. Un trattamento terapeutico si renderà necessario, soprattutto, nelle pazienti con una perdita annuale della densità minerale ossea del 5 % o più.

Domande frequenti e risposte sulla mammografia e ecografia 08/10/2012 19:07
Il DR Carmelo Bodanza che ha lavorato per anni nell'Ospedale di Jesolo e che ora lavora solo nel suo studio a Jersolo ( Via Cesare Battisti 99 ) distribuisce alla sue pazienti un foglio semplice che ho apprezzato. Tante donne si chiedono cosa è la mammografia , cosa è la ecografia; perche si deve fare o quando fare la mammografia e quando la ecografia o se farla assieme. Io credo che questa iniziativa del Dr Bodanza possa essere utile a molti che leggono. Quello che troverete qui sotto sono pensieri del Dr Bodanza che condivido e che sono validi per tutte le donne che leggono il nostro sito non solo nel Veneto ma anche in Italia e spesso in varie parti del mondo Che cosa è la mammografia La mammografia è la radiografia del seno. In alcuni casi può essere necessario approfondire parte dell'esame ed eseguire una visita al seno e/o una ecografia. Ciò non deve allarmare perchè, la maggior parte delle volte, tutto si risolve con esito di normalità alla fine degli accertamenti. E' l'indagine più affidabile per la diagnosi precoce del tumore della mammella a condizione che sia utilizzata una apparecchiatura dedicata-”il mammografo”- e sia eseguita da personale appositamente formato Perchè è utile fare la mammografia La mammografia permette di individuare l'eventuale tumore quando non è ancora palpabile. Se il tumore è piccolo aumentano le possibilità di guarigione e l'intervento chirurgico è conservativo (molto ridotto). La mammografia può sbagliare? La mammografia, come tutti gli esami diagnostici, ha dei limiti che nel caso specifico sono legati, fondamentalmente, al tipo di mammella e ad alcuni tipi specifici di tumore. Durante la mammografia si effettua la compressione, cosa significa? La compressione della mammella è una manovra indispensabile, anche se a volte lievemente fastidiosa. Consiste nel comprimere la mammella tra due piani paralleli e consente di utilizzare una minore quantità di radiazioni ed ottenere esami più leggibili e quindi migliorare la diagnosi. La mammografia è dolorosa? L'esame normalmente non è doloroso. Solo in una piccola percentuale di donne la compressione può determinare un leggero fastidio. Se non è presente nessuna sintomatologia è necessario fare la mammografia? Si in quanto lo scopo della mammografia è quello di ricercare piccole lesioni non ancora palpabili. Se la mammografia è negativa è utile ripeterla a distanza? La mammografia è un esame che và ripetuto periodicamente in quanto alcune lesioni della mammella possono crescere molto lentamente e quindi vanno ricercate ripetendo l'esame a distanza. Può essere dannoso fare la mammografia? La dose di raggi x utilizzata per questo esame è molto bassa, circa 12 volte inferiore a quella utilizzata 10 anni fa. Il materiale usato per fare la mammografia è sterile? No perchè non è necessario. Che cosa è l'ecografia mammaria? E un esame che utilizza gli ultrasuoni e non i raggi x. E' indicata in donne giovani e per valutare nodi palpabili o anomalie evidenziate dalla mammografia. L'ecografia mammaria può sostituire la mammografia? L'ecografia non può sostituire la mammografia in quanto, normalmente, non consente la diagnosi precoce. L'ECOGRAFIA è un esame molto importante ma complementare; va eseguito o come primo esame strumentale nelle donne giovani o, nelle donne oltre i 40 anni, a completamento della visita e/o della mammografia. Quali sono le indicazioni alla esecuzione di una ecografia al seno? Studio dei seni in donne giovani. Studio dei seni in gravidanza. Studio complementare alla mammografia per la corretta interpretazione del seno denso. Studio dei reperti mammografici non definiti. Studio delle regioni mammarie mal esplorabili per la loro sede ( piani profondi, regioni parasternali ). Monitoraggio di patologia già diagnosticata. Guida al prelievo citologico (agoaspirato ). Che cosa è l'agoaspirato? Consiste nel prelievo da una lesione mammaria di alcune cellule che successivamente vengono strisciate su di un vetrino e quindi studiate dall' Anatomo Patologo. E' un esame nella maggior parte dei casi non doloroso e praticamente privo di complicanze. Il prelievo viene effettuato utilizzando aghi molto sottili o su guida ecografica o su guida mammografica (stereotassi). Quando è indicato l'agoaspirato? L'agoaspirato ed il successivo esame citologico sono indicati in qualsiasi lesione nodulare solida che compaia in una donna di 30 o più anni o in caso di calcificazioni su cui la natura benigna non sia assolutamente certa. In caso secrezione da capezzolo cosa è utile fare? Nella secrezione mammaria è indicato l'esame citologico solo nel caso di secrezione ematica, sieroematica o trasparente, monolaterale o monoduttale. La duttogalattografia è indicata in caso di citologia indicativa di lesione papillare. Personalmente ritengo utile una citologia sul secreto anche quando la secrezione è bilaterale e presenta un colore rosso o nero o marron scuro

Prevenzione della Neoplasia della Mammella nella Casa di Cura Rizzola a San Donà di Piave 25/08/2012 23:39
Tutti voi ricordate che noi del IL PONTE abbiamo sempre lavorato per sensibilizzare la popolazione a prevenire varie malattie Una delle prime campagne è stata è stata la sensibilizzazione per la diagnosi precoce della mammella nel 1992 Ora esiste lo screening e i risultati sono buoni ma si potrebbe fare di più . E allora ricordate tutti che se lo screening inizia ai 50 anni per problemi di costi , ogni donna deve volersi bene e quindi valgono i seguenti consigli Si deve sempre eseguire la autopalpazione delle mammelle almeno una volta al mese tra un ciclo e l'altro se si ha ancora il ciclo. Se si nota una tumefazione o una alterazione delle forma della mammella o del capezzolo o un ispessimento della cute soprastante o se compare una secrezione rossa o nera o marron dal capezzolo è bene andare dal proprio medico che farà gli accertamenti opportuni o vi invierà dallo specialista senologo. Nella Casa di Cura Rizzola a San Donà di Piave si possono fare tutti gli accertamenti dalla mammografia alla ecografia o alla RNM e poi farsi vedere da un senologo diplomato in senologia. Sarà lui a deeidere se eseguire altri accertamenti e fare una citologia con FNAB a mano libera o ecoguidato

Curriculum del Dott Madeyski Paolo 01/08/2012 20:17
Poiché molti ci hanno scritto chiedendo chi fosse il Dott Madeyskj, per quelli che scrivono da regioni lontane riportiamo qui un curriculum per fare capire chi sia il medico che gestisce questo sito CURRICULUM Dr. PAOLO MADEYSKI Nato a Trieste il 28.08.1946 Laureato in Medicina e Chirurgia presso l'Università degli Studi di Padova il 19.07.1972 Abilitato alla professione medica a Padova il 02.02.1973 Dal Febbraio 1973 è Assistente nel reparto di Prima Chirurgia dell’Ospedale Civile di Treviso Dal 1973 al 1976 : Incarico annuale di Insegnamento di Anatomia Artistica presso il Liceo Artistico di Treviso Dal 1976 è Assistente presso la Divisione di Chirurgia Generale dell'Ospedale di Sacile Nel 1977 è Specializzato in Chirurgia Generale presso l’Università degli Studi di Trieste Nel 1978 ottiene l'Idoneità di Aiuto in Chirurgia a Roma Nel 1978 partecipa al primo centro di Endoscopia Televisiva in Italia Corso pratico in Endoscopia Urologica presso il reparto di Urologia di Monaco di Baviera (Germania) Dal 1980 è Aiuto della Divisione di Chirurgia dell'Ospedale Civile di San Donà di Piave Nel 1981-1982 è iscritto alla specializzazione di Urologia di Verona Dal dicembre 1981 è iscritto all’Ordine Provinciale dei medici Chirurghi di Venezia Nel 1985 si diploma presso la Scuola Europea di Senologia di Orta San Giulio (Novara) diretta dal Prof. Umberto Veronesi Nel 1986 segue il Corso Pratico di Urologia Audiovisiva presso l'Università degli Studi di Torino Nel 1987 ottiene l'idoneità a Primario di Chirurgia Generale Nel 1992 segue un Corso di Perfezionamento alla Colecistectomia Laparoscopica presso l'Università degli Studi di Padova Dal 1994 è Responsabile del Comparto di Chirurgia della Casa di Cura Rizzola di San Donà di Piave (Venezia) Dal 1994 è responsabile dell'Unità Operativa di Chirurgia Generale della Casa di Cura Rizzola di San Donà di Piave (Venezia) Nel 1992 in collaborazione con il Comune di San Donà di Piave (Venezia) e i medici del reparto di Medicina generale della città ha organizzato la "Campagna di sensibilizzazione per la Diagnosi Precoce del Tumore al Seno" Nel 1993 ha dapprima ideato e quindi collaborato ai "Corsi di educazione al Non Fumo" nelle scuole del Basso Piave Dal 1993 ad oggi ha tenuto varie conferenze sulla prevenzione dei tumori della mammella, della pelle (melanomi), del colon e sui tumori correlati al tabagismo e alla alimentazione Dal 1993 è Webmaster del sito internet “Le Pagine della Salute” che è stato premiato dalla Rivista "PC World" nel 1994 con il terzo premio come sito medico sociale ed ha ricevuto segnalazioni da varie riviste italiane e straniere, siti universitari italiani ed esteri. Alla fine degli anni '80 ed inizi anni '90 ha coordinato la parte medico sociale della trasmissione televisiva “San Donà e dintorni” Dal 2000 dirige la trasmissione medica “Tre minuti per la Tua Salute” in onda sulle televisioni regionali venete 4 giorni alla settimana Dal 1991 è responsabile della trasmissione radiofonica (ad emissione locale) settimanale “A tu per tu con il medico” di taglio divulgativo, basata principalmente sui temi della prevenzione Negli anni ‘90 è stato amminstratore della locale Casa di Riposo Dal 1999 è Coordinatore per Il Comune di San Donà di Piave (Venezia) della "Rete Città Sane" Dal 1999 è Vicepresidente della terza commissione (Sanità) del Comune di San Donà di Piave Dal 2003 lascia ogni incarico politico dedicandosi solo ad attività medica e sociale Dal 2001 fa parte della Giunta del Dipartimento di Oncologia della USL N 10 Veneto Orientale Ha partecipato a vari corsi universitari di formazione e diplomi in Colonproctologia, Senologia, Ultrasonografia intraoperatoria Ha insegnato Chirurgia nella Scuola per Infermieri Professionali presso l’Ospedale Civile di San Donà di Piave E’ stato docente all’Università per la terza età a San Donà di Piave e a Breda di Piave (TV) E’ stato docente e Direttore Responsabile dei Corsi di Formazione e aggiornamento per Infermieri e addetti all’assistenza a San Donà di Piave (Venezia). Ha pubblicato una quarantina di pubblicazioni scientifiche Come chirurgo ha eseguito più di 18.000 interventi chirurgici Nel 2002 ha ideato e brevettato a livello europeo la “Camera Iperbarica distrettuale” e sta portando avanti la sua produzione industriale in Italia e all’estero. Tale brevetto si è evoluto successivamente in Camera Normobarica e quidni in Vitosan e dal 2008 in ULCOSAN Negli ultimi anni ha brevettato a livello europeo alcuni presidi sanitari sempre con lo scopo di migliorare il benessere del soggetto: tra questi un materassino antidecubito e contro il mal di schiena; un materassino con ossigenoterapia incorporata per le ulcere da decubito; un erogatore di farmaci che viaggia con il paziente (utile spesso per la terapia antiblastica nei bambini ecc)e diversi altri come la padella discrete e il pappagallo visibile Negli ultimi due anni ha cominciato ad elaborare un progetto per rendere disponibili alla popolazione prodotti che aiutino a mantenere il benessere fisico-mentale. Tra questi, il Tè verde chiamato Tè Verde del Benessere che risulta l’unico completamente naturale e ricco di antiossidanti con tutti i benefici del Tè verde. Tutto questo continua la tradizione del Dr. Paolo Madeyski di aiutare a prevenire le malattie e contribuire ad una vita sana nel pieno benessere di ciascuno. Prossimamente sarà disponibole Un Tè Verde Light, primo e unico in Europa sempre completamente naturale e senza dolcificanti. Il 02.06.2010 è stato insignito della onorificienza di Cavallieri Ordine al Merito della Repubblica per le attività sociali svolte verso la popolazione Attualmente gestisce 5 siti in internet www.lasalute.org www.ilponte.ws www.mpsystem.info www.miobenessere.info www.salusjuice.it Nell’anno 2011-2012 è stato Presidente del Rotary Club di San Donà di Piave Nel Maggio del 2012 è stato invitato dall’Università di Santa Cruz di Tenerife a insegnare la ossigenoterapia normobarica con il proprio dispositivo Ulcosan.

Tumori, sale la sopravvivenza delle donne 15/03/2011 12:38
Aumenta il numero delle guarigioni e aumenta soprattutto la salute delle pazienti oncologiche. Se in generale l'aumento della sopravvivenza in Europa a 5 anni dalla diagnosi di tumore è del 5% per gli uomini, per le donne è del 7% sul totale dei casi, mentre per il solo tumore al seno si è passati dal 74 all'83%. Radicale l'inversione di rotta per i tumori ovarici: in questo caso la sopravvivenza è del 30-40% rispetto al 20% di qualche decennio fa. Fare i controlli periodici ed effettuare indagini come il pap-test e la mammografia ha completamente mutato le statistiche relative ai tumori femminili. Se da un lato cresce il numero delle diagnosi, sempre più precoci e a causa dell'allungarsi dell'età della popolazione, dall'altro aumentano anche le strategie e gli interventi terapeutici sempre più multidisciplinari e personalizzati. INFORMATE - Dall'incontro al Regina Elena di Roma "L'immagine ritrovata: la centralità della vita delle pazienti" emerge come le donne vogliono essere sempre più informate sui progetti di prevenzione, ma anche su prognosi, decorso terapeutico e su tutto ciò che può migliorare la loro vita durante e dopo la lotta alla malattia, per essere pienamente consapevoli e vivere al meglio la propria esistenza. Non rinunciano alla sessualità, alla gravidanza e all'esperienza della maternità. Imparano a gestire i sintomi legati alla tossicità di talune terapie e adeguano la corretta alimentazione in un percorso dove la cura integrata della propria persona e del proprio corpo pone dei bisogni e trova risposte condivise. «Abbiamo imparato che il benessere psico-fisico è un alleato nel combattere meglio determinate malattie - spiega Francesco Cognetti, direttore del Dipartimento Oncologia Medica del Regina Elena -. Nel caso dei tumori femminili inoltre possiamo fin da subito contare su una buona alleanza terapeutica con la donna, sempre più consapevole e combattiva». FERTILITÀ - Al convegno si è parlato anche di fertilità e delle procedure che permettono di conservarla anche dopo tumori dell'apparato riproduttivo: per le pazienti è possibile avere gravidanze fino al 30% dei casi. «Su alcune donne è possibile fare un intervento che rimuove solo il tumore, senza dover asportare l'intero organo, mantenendo molto basso il rischio di recidive - spiega Domenica Lorusso, del reparto di ginecologia oncologica dell'ospedale Gemelli di Roma -, per il momento però questa tecnica è ancora sperimentale, ed è effettuata solo nei centri più specializzati perché la paziente va selezionata accuratamente e seguita dopo la procedura». La tecnica si può applicare ai tumori dell'ovaio al primo stadio (il 10% dei casi), al 30% dei tumori della cervice, quelli cioè scoperti precocemente, e al 5% di quelli dell'endometrio, e le percentuali di gravidanze possono arrivare anche al 50%. Buone notizie anche per le donne, una su mille, che scoprono in gravidanza di avere un tumore: «In questo caso si è visto che la chemioterapia non provoca danni gravi al bambino, se iniziata al secondo o terzo trimestre, a patto che si scelgano i farmaci giusti - continua Lorusso -. Oggi abbiamo un'ampia scelta per le terapie e due terzi dei tumori in gravidanza possono essere curati senza dover interrompere la gestazione». TUMORE AL SENO - Di tumore al seno ha parlato anche la commissione Sanità del Senato, che ha votato all'unanimità il documento conclusivo della indagine conoscitiva sulle malattie ad andamento degenerativo. Dallo studio risulta che lo screening per la prevenzione del tumore al seno - prima causa di morte nella fascia tra i 35 e i 50 anni e che ogni anno viene diagnosticata a circa 40mila donne italiane - ha una diffusione a "macchia di leopardo" con enormi differenze tra Nord e Sud. L'indagine, durata un anno, ha fotografato la situazione italiana considerando alcune malattie di "particolare rilevanza sociale", come il tumore della mammella, le malattie reumatiche croniche e la sindrome Hiv. Per il tumore al seno, ha sottolineato la senatrice Laura Bianconi, si registra una riduzione del tasso di mortalità proprio grazie alla diagnosi precoce, ma forti restano le differenze tra le regioni: la copertura per gli esami di screening offerti dal Servizio sanitario nazionale alle donne tra 50 e 69 anni fa registrare un tasso dell'89% al Nord, del 75% al Centro e solo del 38% al Sud. La commissione chiede anche di allargare lo screening offerto dall'Ssn alle donne fino ai 74 anni, oltre a considerare l'opportunità di esami preventivi per le donne più giovani (40-50 anni) visto l'aumentare dei casi anche in questa fascia di età. L'indagine ricorda inoltre come il Parlamento europeo abbia invitato gli Stati membri a organizzare entro il 2016 apposite Unità di Senologia (breast units), stabilendo i criteri minimi per la certificazione: trattare almeno 150 nuovi casi l'anno, disporre di chirurghi che eseguano minimo 50 interventi l'anno, avvalersi di radiologi che refertino almeno mille mammografie l'anno. (Fonte: Ansa)

Tumori: seno, scoperto gene chiave 22/02/2011 17:18
Un gruppo di ricercatori inglesi e canadesi ha individuato un oncogene responsabile di una forma aggressiva di tumore al seno. L'oncogene ZNF703 e' il primo individuato negli ultimi 5 anni. Nella ricerca, pubblicata su Embo Molecular Medicine, e' stata osservata l'attivita' dei geni coinvolti in oltre mille casi di tumore al seno e si e' rilevato che l'oncogene ZNF703 era iperattivo. Secondo gli autori e' un notevole passo avanti nella conoscenza dello sviluppo del tumore al seno. (fonte: ansa.it)

Tumore al seno: bloccare una proteina per fermarlo 11/02/2011 13:23
Ancora un passo in avanti nella lotta contro il tumore al seno: una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica internazionale Plos-One ha evidenziato il ruolo di una proteina che gioca un ruolo particolare e pericoloso nello sviluppo del carcinoma mammario. Si Chiama hMena e si è appena scoperto che se è in compresenza con il già noto gene Her2 (nel 70 % dei casi) il tumore al seno si sviluppa in maniera più aggressiva. Non solo: esperimenti condotti in vitro su cellule prelevate da un carcinoma mammario, hanno rilevato come bloccando la proteina hMena, si riesce a rallentare la proliferazione delle cellule cancerose attivata dal gene Her2, ipoteticamente anche fino ad un blocco totale! La preziosa scoperta è stata frutto del lavoro di un team di scienziati coordinati da Paola Nisticò del Laboratorio di Immunologia dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena in collaborazione con l’Università La Sapienza di Roma e l’Istituto San Raffaele di Milano. La potenzialità di questa scoperta è ovvia. Spiega la Nisticò: ” Si potrebbero individuare farmaci inibitori di hMena per interrompere i segnali che ne permettono la cooperazione col gene Her2, migliorando così il decorso clinico dei tumori al seno più aggressivi. Inoltre Il ruolo di queste strutture di filamenti proteici e le loro modificazioni nei tumori rappresentano una nuova area di ricerca che studia i meccanismi biochimici e biomeccanici che aiutano il tumore nella sua crescita. Da qui la necessaria interazione tra biologi, bioingegneri e fisici “. La proteina in questione, individuata di recente dalla stessa ricercatrice e dalla collega Francesca Di Modugno, è assente nell’epitelio delle mammelle sane e compare invece nelle lesioni benigne che evolvono in tumori. E’ chiaro che potrebbe divenire un importante marker di diagnosi precoce per il cancro al seno oltre che un decisivo target terapeutico. (fonte: salute.pourfemme.it)

Silenziare un gene per aiutare le terapie antitumorali 13/11/2010 14:35
Sul Journal of Biological Chemistry è stata pubblicata una ricerca che ha trovato una molecola in grado di disattivare il gene responsabile della sopravvivenza del tumore al livello epatico. La molecola, chiamata Llll12 dai ricercatori della Ohio State University, riesce a silenziare il gene Stat3 che di solito produce una proteina che protegge dalle terapie le cellule tumorali del fegato. Gli studiosi hanno spiegato che nel caso riuscissero a ricavarne un vero e proprio farmaco, si potrebbero avere nuove speranze anche per la cura di altre forme di cancro. (fonte: molecularlab.it)

Identificato il gene che fa “crescere” i tumori 13/11/2010 14:31
Si chiama “FOXM1” e sarebbe lui il gene responsabile della crescita incontrollata delle cellule tumorali. Lo ha identificato un gruppo di ricercatori della Barts and The London School of Medicine and Dentistry che ne ha dato notizia in un articolo pubblicato dalla rivista Cancer Research. Gli studiosi avrebbero capito qual'è il gene responsabile della nascita e dello sviluppo dei tumori umani. Il gene in questione, “FOXM1”, non fa altro che sfruttare la proprietà intrinseca di auto-rinnovamento delle cellule staminali causando l'eccessiva proliferazione delle cellule. I ricercatori inglese non hanno usato cavie animali per il loro test ma hanno lavorato direttamente sulle cellule umane, utilizzando colture cellulari tridimensionali. La coltura tridimensionale permette proprio di imitare la rigenerazione dei tessuti umani in laboratorio. Le cellule staminali umane adulte di partenza sono state isolate dai tessuti della bocca. I ricercatori hanno dimostrato che le cellule staminali normali ingegnerizzate in laboratorio per esprimere livelli normali del gene “FOXM1”, non hanno innescato la crescita eccessiva delle cellule all'interno di un sistema 3D di coltura dei tessuti, mentre quando le cellule sono state ingegnerizzate per produrre livelli anormali, maggiorati, del gene “FOXM1” questi livelli hanno portato alla crescita incontrollata dei tessuti in coltura. Quindi, quando il gene in questione viene over-espresso, si determina una condizione conosciuta con il nome di “iperplasia”, il processo biologico progressivo che porta alla crescita del volume di un organo o di un tessuto per aumento del numero delle cellule che lo costituiscono. Secondo i ricercatori della Barts and The London School of Medicine and Dentistry, questo step potrebbe essere il primo di una serie di eventi molecolari anormali che portano alla formazione del cancro. Quindi andando ad intervenire su un gene coinvolto negli stadi iniziali della formazione di un tumore si potrebbe interferire con tutto il processo. Tra i propositi degli studiosi, autori di questa scoperta, quello di sviluppare dei nuovi test per la diagnosi precoce del cancro e anche quello di pensare e mettere a punto nuovi trattamenti che impediscano o blocchino la diffusione e la crescita delle cellule tumorali. “Ci proponiamo di tradurre le nostre scoperte in test molecolari diagnostici clinicamente utili per rilevare la crescita del cancro nelle fasi iniziali - ha spiegato il Dr Muy-Teck Teh, autore dello studio - per comprendere l'origine dello sviluppo del cancro e per la ricerca di efficaci farmaci anti-tumorali che bloccano il cancro nella sua primissima fase di sviluppo”. La ricerca è stata effettuata grazie al co-finanziamento della “Barts and The London School of Medicine and Dentistry”, della “Queen Mary University of London” e del “Norwegian Research Council”. (fonte: italiasalute.leonardo.it)

Usa, campagna choc contro il fumo: le foto dei cadaveri sui pacchetti delle sigarette 13/11/2010 14:30
Il fumo fa male: ed il messaggio deve essere inequivocabile. Lo hanno pensato, evidentemente, le autorità del dipartimento della Salute e dalla Food and Drug Administration che hanno promosso l’ultima campagna informativa senza mezzi termni. Cadaveri, malati di cancro, radiografie di polmoni devastati: sono alcune delle immagini che dovrebbero comparire su almeno metà dei pacchetti di sigarette venduti in America. Il tabacco, secondo le statistiche, è infatti responsabile di circa oltre 400mila decessi all’anno negli Stati Uniti. Entro giugno, l’agenzia selezionerà le foto. Per adeguarsi alle nuove direttive, poi, i produttori di sigarette avranno al massimo 15 mesi. (fonte: blitzquotidiano.it)

Cancro al polmone, italiane incoscienti Solo tre su cento si sentono a rischio 14/10/2010 21:27
Superficiali, incoscienti, sprezzanti del pericolo. Le donne italiane, solitamente attente e informate quando si parla di salute, abitualmente disponibili a sottoporsi agli screening per le principali forme di tumore, appaiono invece «impreparate» di fronte al cancro al polmone. Non a caso, forse, il numero di decessi femminili per questa patologia è in costante aumento negli ultimi anni, proporzionalmente all’aumento del numero di fumatrici. A scattare una fotografia sul livello di consapevolezza e prevenzione in fatto di carcinoma polmonare è una ricerca dell’Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna (O.N.Da, realizzata grazie al sostegno di AstraZeneca), presentata a Roma in occasione del mese di sensibilizzazione mondiale su questa patologia proclamato per novembre dalla Global Lung Cancer Coalition. DONNE SEMPRE PIÙ IN PERICOLO - I numeri non lasciano dubbi. Solo fino a pochi anni fa il tumore polmonare era prevalentemente maschile: per ogni 5 maschi ammalati c’era una femmina. Oggi questa relazione è dimezzata e fra i circa 35mila nuovi casi diagnosticati ogni anno in Italia si registra una progressiva riduzione negli uomini e un costante incremento nelle donne. Ma secondo l’indagine condotta da O.N.Da su un campione di 600 connazionali fra i 25 e i 60 anni distribuiti su tutto il territorio nazionale, le italiane sottovalutano, quando non ignorano, questa forma di cancro. Sebbene il 32 per cento delle intervistate sappia che negli ultimi anni i decessi sono aumentati proprio fra le donne (fumatrici o meno), solo il sette per cento lo ritiene davvero pericoloso ed è consapevole che oggi il carcinoma polmonare è il secondo big-killer tra le neoplasie, dopo quello della mammella e dell’utero. Il resto lo associa una percezione di rischio medio-bassa. E se le ultime ricerche dimostrano che le donne sono geneticamente più in pericolo rispetto agli uomini, forse le italiane non lo sanno, visto che solo il tre per cento si sente minacciata. «Come confermato dai dati di questo studio - spiega Silvia Novello, pneumologo dell’Unità di oncologia toracica all’ospedale San Luigi Gonzaga di Orbassano (Torino) e presidente di Walce (Women Against Lung Cancer in Europe) -, la sensazione generale è che le donne siano più spaventate da altri tipi di cancro, mammella o utero, non rendendosi conto che il tumore del polmone colpisce il 26,6 per cento delle femmine contro il 19,9 per cento dei maschi. E che l’adenocarcinoma negli ultimi anni ha registrato un aumento del 21,6 per cento dei casi fra le prime e solo del 9,6 negli uomini». LA MALATTIA (NON SOLO) DEI FUMATORI - «Oggi, inoltre, si ha conferma che le donne sono geneticamente più predisposte degli uomini a sviluppare il tumore del polmone, siano esse fumatrici o meno - precisa Silvia Novello -. Sono loro infatti a contrarlo con maggiore facilità per una diversa capacità femminile di riparare il Dna danneggiato». Secondo le statistiche, poi, le donne si ammalano prima: nel 23,3 per cento dei casi hanno meno di 50 anni all’esordio della malattia, che invece compare dopo i 50 nella stragrande maggioranza (il 78 per cento) dei maschi. «Il tumore al polmone - spiega Armando Santoro, responsabile del Dipartimento di oncologia medica ed ematologia dell’Humanitas di Milano - è causa di circa 35-40mila decessi ogni anno nel nostro Paese. E se si aggiungono altre cause di morte per fumo, quali malattie cardiovascolari e respiratorie, arriviamo a superare gli 80mila decessi annui». Eppure il carcinoma polmonare è citato come il «tumore più rischioso per la propria salute» solo dal 13 per cento degli intervistati. Colpa, molto probabilmente, del fatto sia percepito come una malattia tipica del fumatore. Così, «chi non fa uso di tabacco non si sente toccato dal problema e assume un comportamento d’indifferenza e disinteresse - commenta Francesca Merzagora, presidente di O.N.Da -. E chi fuma si sente razionalmente esposto, ma mette in atto un atteggiamento emotivo difensivo e distaccato». SMETTE CHI HA VISSUTO IL CANCRO DA VICINO - Ma se è vero che anche solo la sigaretta occasionale e il fumo passivo possono creare danni potenzialmente seri al Dna delle cellule nelle vie respiratorie, accade sempre più spesso (circa il 15-20 per cento dei nuovi casi annui) di ritrovarsi con una diagnosi di cancro ai polmoni senza aver mai toccato neppure una sigaretta o quasi. Un fatto appare comunque certo e ben chiaro agli intervistati: il tabacco va evitato. Però solo un ex fumatore su cinque dichiara d’aver smesso perché preoccupato per la salute, mentre le ragioni che inducono a eliminare le sigarette sono principalmente legate alla famiglia e alla presenza di figli (il fumo è vissuto come elemento di "disagio" familiare più che come un rischio per se stessi) o al fatto d’aver avuto un caso di tumore polmonare nella cerchia dei parenti. Infine, dall’analisi emerge che la consapevolezza della patologia e l’adesione al concetto di prevenzione aumentano al crescere dell’esperienza diretta della patologia, della percezione di rischio personale e del senso di responsabilità per la famiglia. Insomma, ancora troppi italiani vivono nell’infinito rinvio del "domani smetto" e si decidono a spegnere davvero la sigaretta solo dopo essersi scottati. (fonte: corriere.it)

Tumore al seno, aumentano i casi. Visite gratuite per la prevenzione a ottobre 30/09/2010 22:34
In Italia l’incidenza del tumore al seno è in aumento, e si prevede che nel 2010 i nuovi casi nel nostro paese saranno 42mila, molti dei quali guaribili con un’adeguata prevenzione. Il dato è stato presentato in occasione del lancio della campagna organizzata dalla Lega Italiana per la lotta ai tumori (Lilt), che per il mese di ottobre mette a disposizione i suoi ambulatori per visite diagnostiche gratuite. La campagna, simboleggiata anche quest’anno da un nastro rosa, è giunta alla diciassettesima edizione, e vede come testimonial la giornalista e conduttrice tv Francesca Senette. Per prenotare le visite e sapere quale dei 390 ambulatori è più vicino l’associazione mette a disposizione il numero verde 800-998877, e i siti www.nastrorosa.it e www.lilt.it, dove saranno pubblicati anche gli eventi organizzati nelle città italiane. ”Anche se l’incidenza aumenta c’è un calo costante della mortalità – ha affermato Francesco Schittulli, presidente della Lilt – e l’anticipazione diagnostica è oggi l’arma vincente contro questa malattia. L’obiettivo deve essere la mortalità zero, perché sconfiggere la malattia è possibile”. Fra le varie iniziative previste per la campagna, organizzata con il contributo di Estee Lauder Companies, torna anche l’illuminazione di rosa di alcuni monumenti in tutto il mondo, di cui l’Italia detiene il primato: nel nostro paese sono circa 50 i comuni che hanno aderito. ”Lo scorso anno la campagna ha avuto un grande successo – afferma Schittulli – abbiamo avuto più di 10mila chiamate al numero verde, e i nostri ambulatori hanno visitato oltre 140mila donne”. (fonte: blitzquotidiano.it)

Tumore al seno: fumo e recettori nicotinici in esubero con conseguenti neoplasie 31/08/2010 10:31
Nelle cellule cancerose risultano notevolmente sovraespressi i recettori nicotinici nAChR, e in misura ancora maggiore nelle cellule di tumori in fase avanzata. È ben noto come l’assunzione di nicotina porti al fenomeno della dipendenza da questa sostanza in virtù del legame che instaura con il recettore dell’acetilcolina (nAchR). Tale legame è in grado anche promuovere l’insorgenza del tumore del seno, come mostra una ricerca pubblicata online sul Journal of the National Cancer Institute. Il fumo di sigaretta è stato riconosciuto come fattore di rischio per un’ampia gamma di neoplasie, e in particolare per il tumore della mammella; tuttavia finora erano state tirati in causa componenti diversi del tabacco. Per determinare l’effetto di promozione della carcinogenesi della nicotina, Yuan-Soon Ho, ricercatore della Taipei Medical University, e colleghi hanno analizzato 276 campioni di tessuto tumorale per verificare se sottounità del recettore nicotinico nAChR fossero sovra-espresse nelle cellule di tumore del seno rispetto a quelle normali circostanti. I ricercatori hanno trovato come nelle cellule di tumore della mammella fossero notevolmente sovra-espresse le subunità alfa-9 dell’nAChR (α9-nAchR), e che tale espressione risultava relativamente più alta nei tumori in fase avanzata rispetto a quelli in fase iniziale. Negli esperimenti di laboratorio si è riscontrato inoltre come con la riduzione dei livelli di α9-nAchR risulti inibita la crescita tumorale, mentre il loro incremento o il trattamento delle cellule tumorali con nicotina promuova lo sviluppo di caratteristiche cancerose. Secondo il commento degli autori: “I risultati implicano che i segnali cancerogeni mediati da recettore rivestono un ruolo decisivo nelle funzioni biologiche collegate allo sviluppo del tumore della mammella nell’essere umano.” (fonte: liquidarea.com)

Tumore al seno: scoperto interruttore molecolare della forma aggressiva 31/08/2010 10:30
Scoperto un gene responsabile delle metastasi originate dal cancro al seno HER2 positivo, una delle forme più aggressive del carcinoma mammario: lo studio, effettuato dai ricercatori del Breakthrough Breast Cancer Research Unit dell’Università di Edimburgo e pubblicato sul British Journal of Cancer, mette in evidenza il ruolo chiave del gene, una sorta di “interruttore molecolare” che, se attivo, sarebbe responsabile della diffusione del cancro ad altri organi. Secondo quanto affermato dai ricercatori, farmaci in grado di inibirne il funzionamento, arrestando lo sviluppo delle metastasi, sarebbero già in cantiere. È una donna su cinque con cancro al seno a soffrire della forma aggressiva della malattia, nota anche come “HER2 positivo” (Human Epidermal growth factor Receptor 2). “Come per tutti i tumori, la chiave per combatterli è nel comprendere come si formano e come si sviluppano – spiega Elad Katz, che ha guidato lo studio -. Identificare il ruolo chiave di questo gene nella diffusione di questo tipo di tumore al seno è una scoperta significativa. Anche se siamo ancora alla fase iniziale, sappiamo che c’è la reale possibilità di un nuovo trattamento per le donne con carcinoma mammario HER2 positivo”. L’obiettivo, adesso, è realizzare un farmaco in grado di bloccare l’azione del gene: “Questo studio rappresenta un importante sviluppo perché ora conosciamo uno dei principali fattori che danno vita alle metastasi di questo tipo di cancro – spiega David Harrison, direttore del Breakthrough Breast Cancer Research Unit dell’Università di Edimburgo -. È emozionante sapere che c’è un farmaco che potrebbe fermare questo processo”. (ASCA) (fonte: liquidarea.com)

«Chiudere le dighe e rafforzare gli argini» Ecco la nuova strategia contro il cancro 05/08/2010 07:54
L'angiogenesi non è più un mistero. Che questo processo che porta alla formazione di nuovi vasi sanguigni sia una fase cruciale dello sviluppo di un tumore è ormai un fatto noto non soltanto a medici e ricercatori, ma anche a molti pazienti e familiari che toccati dalla malattia hanno deciso di capirne qualcosa di più. Ora, uno studio italiano pubblicato sulla rivista Developmental Cell individua uno dei meccanismi responsabili delle anomalie e dell’alterata organizzazione del sistema vascolare tumorale. La scoperta, realizzata da un team di ricerca dell'Ifom (Istituto FIRC di Oncologia Molecolare), apre la strada a nuove strategie terapeutiche che potrebbero affiancare e potenziare l’azione dei farmaci antiangiogenetici utilizzati finora. LE «AUTOSTRADE» DEL TUMORE - Ecco, in breve, come funziona l’angiogenesi. La massa tumorale molto presto comincia a stimolare nuove strutture vascolari, a partire da quelle dell’organismo ospite, per rifornirsi così di ossigeno e di nutrienti. Inoltre, una volta che il sistema vascolare del tumore si è organizzato, le cellule cancerose utilizzano i vasi come «autostrade» attraverso le quali immettersi nel flusso sanguigno e dare inizio al viaggio che le disseminerà in giro per il corpo, dando origine nei diversi organi alle metastasi. Per queste ragioni negli anni si è sviluppata una precisa strategia di attacco: interferire con la formazione dei vasi nel tumore per inibire da un lato la sua crescita e dall’altro la formazione di metastasi. Tuttavia questa strategia seppur efficace non ha dimostrato di essere ancora risolutiva. VASI SANGUIGNI COME I FIUMI - «Quello che diversi studi hanno dimostrato di recente è che bisogna guardare non soltanto alla quantità ma anche alla qualità dei vasi che si formano all’interno del tumore» spiega Elisabetta Dejana, responsabile del programma di ricerca di angiogenesi dell’Ifom. Nel momento in cui i nuovi vasi penetrano nel tumore, infatti, questi cambiano le loro normali caratteristiche: diventano molto irregolari e non si distinguono chiaramente le arterie dalle vene. Si tratta di vasi molto fragili e permeabili, che possono facilmente dare origine a emorragie o permettono la fuoriuscita di liquidi che si accumulano nel tessuto tumorale provocando gonfiori e compressioni. In queste circostanze il flusso sanguigno risulta alterato, si creano zone di necrosi e il trasporto e la diffusione dei farmaci chemioterapici all’interno della massa tumorale è fortemente ostacolato. «Se si pensa a un fiume - continua Dejana - quando gli argini sono ben costruiti, alti e fortificati è difficile che avvengano esondazioni e l'irrigazione dei terreni avviene correttamente. Quando invece gli argini sono deboli e discontinui, le acque del fiume possono straripare, l’irrigazione è alterata ed è più facile accedere al suo alveo dall’esterno. Allo stesso modo, i vasi irregolari e altamente permeabili presenti nei tumori non solo sono emorragici, ma offrono una resistenza molto bassa all’entrata in circolo delle cellule cancerose e alla loro disseminazione». IL NUOVO STUDIO - Fino a oggi non era chiaro chi fossero tutti i responsabili di un’organizzazione così anomala delle strutture vascolari tumorali, ma la nuova scoperta realizzata dal team Ifom rappresenta un passo significativo per inquadrare nel mirino alcuni colpevoli. «Abbiamo individuato una particolare famiglia di proteine, le Wnt, che controlla la formazione dei nuovi vasi sanguigni - chiarisce Monica Corada, primo autore dello studio e ricercatrice Ifom -. Quando questi attori del processo di vascolarizzazione non agiscono in maniera controllata i vasi che si originano sono anomali e molto più fragili. Ora, finalmente, abbiamo precisi bersagli terapeutici con cui interferire per regolarizzare la vascolatura». Le terapie che bloccano la vascolarizzazione del tumore restano ovviamente valide, ma - secondo i ricercatori - può essere rilevante, soprattutto quando il tumore è in fase avanzata, anche stabilizzare e normalizzare i vasi per favorire una migliore diffusione dei farmaci all’interno della massa tumorale e contribuire a prevenire o fermare le metastasi. L’obiettivo, insomma, è arrivare a identificare la combinazione ideale di diversi trattamenti così da intervenire in maniera sempre più mirata e specifica sui diversi tipi di cancro a seconda delle loro caratteristiche e del loro stadio di progressione. (fonte: corriere.it)

La chemio senza perdere i capelli 18/06/2010 11:27
Non ha scelto un simposio di scienziati e luminari per annunciare le sue ultime battaglie vinte contro il cancro. Ha voluto farlo nel giorno in cui le «sue» donne s’incontrano per gioire insieme e raccontarsi come e perché sono ancora vive. Mille donne che ieri a Milano - e ogni anno è così - hanno ascoltato e applaudito Umberto Veronesi spiegare che c’è una chemioterapia che non fa perdere i capelli e una radioterapia che non costringe a mesi di viavai negli ospedali. Due terapie sperimentate con successo all’Ieo su cinquanta donne e ora pronte al grande «lancio» nazionale su altre cinquecento. Due battaglie vinte non sono la fine della guerra ma queste due vittorie, per le donne, hanno un valore in più. Veronesi lo sa, e se c’è una differenza fra il suo modo di essere oncologo e altri, a sentir queste signore si capisce che la differenza è nel non dare per scontato che per guarire bisogna rassegnarsi a perdere la femminilità. «Grazie alla diagnosi precoce», spiega il Professore «le cure per il tumore al seno hanno raggiunto un elevato livello di efficacia tanto che ora possiamo concentrare la ricerca su una nuova sfida: la qualità della vita delle donne». La ricerca a cui si riferisce è quella che si fa all’Ieo, l’Istituto Europeo di Oncologia di cui è Direttore scientifico. «Sappiamo che possiamo guarire oltre l’80% delle nostre pazienti, ora ci poniamo il problema del “come”, con l’obiettivo di fare in modo che le cure non spaventino più della malattia». E cosa spaventa di più una donna che già deve subire una mastectomia, del vedersi menomata anche nella chioma, quindi nel volto? La «vanitas» non c’entra e Veronesi vuole che le «sue» donne lo capiscano: «Perché i capelli possono essere una componente importante dell’identità». Quindi la parola passa ai medici che finora hanno sperimentato con successo le due terapie su una cinquantina di pazienti. «Da tempo queste terapie sono in corso di studio da noi» racconta Viviana Galimberti, giovane e bella direttora dell’Unità di Senologia molecolare: «Ridurre la tossicità della chemioterapia è l’obiettivo dello studio clinico Ieo sul Caelyx, un farmaco che ha la stessa efficacia di quelli tradizionali ma non l’effetto collaterale dell’alopecia. Si tratta di farmaci sempre più mirati a colpire il vero bersaglio, cioè le cellule tumorali, lasciando stare quelle sane». Il farmaco non è nuovo ed è stato finora utilizzato nelle fasi avanzate del tumore all’ovaio e alla mammella. All’Ieo si è sperimentato in fase preoperatoria, cioè per ridurre la massa tumorale prima dell’intervento, ma ora si cerca di proporlo anche nella fase post, cioè come prevenzione della ripresa della malattia. L’altra terapia che verrà sperimentata su scala nazionale è la cosiddetta Iart, «Radioterapia intraoperatoria con radiofarmaci». Si tratta di una procedura che sfrutta «l’attrazione fatale» (così la chiama Veronesi) esistente in natura fra due molecole, e che comincia già al momento dell’operazione. I vantaggi? Li spiega Giovanni Paganelli, direttore della medicina Nucleare Ieo: «Permette di evitare il ciclo di terapia esterna di circa due mesi, non necessita di apparecchiature costose ma di una siringa da insulina, può essere eseguita in regime ambulatoriale». Quando i medici scendono dal palco salgono le donne, con le loro mille storie di dolore e guarigione. Confessioni, esortazioni, racconti spiritosi. Veronesi se li ascolta tutti, inchiodato in prima fila. E quando torna sul palco a ringraziarle tutte, è una standing ovation dopo l’altra. E le si capisce. Il «loro» Professore è stato candidato per la terza volta al Premio Nobel per la Medicina, ma a loro ha già fatto vincere quello per la Vita. (fonte: lastampa.it)

Tra tumore a seno e demenza una proteina 23/05/2010 12:50
Una nuova era contro tumori e demenza. Al centro dell’attenzione vi sono proteine solubili che agiscono come fattori di crescita. Si chiamano granuline e sono coinvolte in numerosi processi biologici, fisiologici e patologici, quali lo sviluppo embrionale, la rigenerazione cutanea, l’infiammazione. In particolare una di queste, la progranulina, ha un possibile ruolo nella genesi dei tumori, e sta diventando importante anche in malattie apparentemente molto lontane proprio dai tumori. Studi genetici recenti hanno infatti messo in luce che mutazioni del suo gene sono responsabili di una malattia neurodegenerativa, la demenza frontotemporale familiare (FFTD). Il meccanismo attraverso cui la proteina interviene nella patogenesi di questa malattia sembra essere, contrariamente a quanto accade nella genesi del tumore, un ridotto livello di espressione della proteina stessa e quindi una ‘perdita di funzione’. Progranulina sembra quindi giocare un ruolo importante nella sopravvivenza neuronale a livello cerebrale. Per approfondire il ruolo di progranulina nella patogenesi di demenza e carcinoma mammario, l’Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna ha istituito un gruppo di studio composto da Giuliano Binetti, Roberta Ghidoni e Luisa Benussi (IRCCS Fatebenefratelli di Brescia); Emilio Trabucchi, Fabio Corsi ed Elena Piazza (Dipartimento Chirurgico-Onco Gastroenterologico, Polo Universitario Luigi Sacco di Milano) e Maria Antonietta Nosenzo (O.N.Da Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna, Milano). Lo studio, avviato lo scorso anno, si concludera’ nel 2011. (fonte: liquidarea.com)

Rischio recidiva di cancro al seno se la donna fuma 05/05/2010 15:01
Le donne che sono sopravvissute al cancro al seno in fase iniziale una prima volta possono svilupparne un secondo, sia nella stessa mammella che nell’altra, se fumano. La notizia giunge dai ricercatori statunitensi del Cancer Institute of New Jersey (CINJ), i quali hanno presentato la loro ricerca al meeting annuale della American Radium Society in corso a Cancun (Messico). Il dottor Robert Wood Johnson della Facoltà di Medicina del CINJ e colleghi hanno cercato d’individuare i fattori di rischio per le recidive di tumori al seno nelle donne che ne avevano già avuto episodio. Partendo dalla considerazione che queste donne corrono un rischio da due a sei volte maggiore di sviluppare un nuovo tumore rispetto alle donne che non hanno avuto diagnosi di cancro mammario, i ricercatori hanno identificato come fattori di potenziale aumentato rischio il fumo, il consumo di alcol e l’obesità. Per stabilire gli eventuali legami, lo studio si è concentrato sui dati di 796 donne fumatrici che avevano una diagnosi di carcinoma mammario in fase iniziale e che seguivano una terapia conservativa del seno atta tuttavia a rimuovere il tumore. I dati provenivano dalla Yale University School of Medicine e si riferivano ai trattamenti offerti tra il 1975 e il 2007. Questo tipo di terapia conservativa è un trattamento standard che viene offerto a tutte le donne con la malattia in fase iniziale e consiste in una nodulectomia a cui segue una radioterapia al seno. L’analisi dei dati ha permesso di stabilire che 15 anni dopo il trattamento il rischio di sviluppare un nuovo tumore allo stesso seno è stato maggiore nelle donne fumatrici con un 25% rispetto a un 19% di quelle non fumatrici. Sempre nelle donne fumatrici il rischio di avere un nuovo cancro nell’altro seno, quello non ancora oggetto di malattia, era del 13% contro l’8% delle donne non fumatrici. Il fattore fumo è stato scoperto essere indipendente da altri fattori come l’età, la storia familiare, fattori ormonali e altri. «Riteniamo che questo studio abbia esaminato il più grande sottogruppo di donne fino ad oggi su questo tema. Questi nuovi dati sono significativi in quanto mostrano che le donne possono esercitare un controllo su un noto fattore di rischio per lo sviluppo di un nuovo secondo cancro», ha commentato il dottor Johnson. (fonte: lastampa.it)

Frutta e verdura non sono tutte ugualmente ricche di antiossidanti 05/05/2010 14:58
Per ridurre il rischio di alcune malattie come il cancro, il diabete o le cardiovascolari è opportuno fare il pieno di sostanze antiossidanti. Vanno bene arance, carote, uva, pomodori, frutti di bosco, tuttavia per garantirsi il giusto apporto dei migliori e più efficienti fitonutrienti sarebbe preferibile scegliere i frutti che ne sono più ricchi. Un gruppo di studiosi del Nutrilite Health Institute ha analizzato non solo la costanza di assunzione di frutta e verdura, ma anche la scelta di ciò che veniva consumato; pertanto, oltre ad aver evidenziato una quantità di fitonutrienti superiore in chi mangia regolarmente frutta e verdura, hanno riscontrato che se si mangiano lamponi piuttosto che fragole, cavolfiore invece che spinaci, patate dolci piuttosto che carote, ci si garantisce una maggiore quantità di fitonutrienti. “Per esempio l’uva è ricchissima di antocianina, ma lo è ancora di più il mirtillo”, ha spiegato il coordinatore della ricerca Keith Randolph ai colleghi riuniti ad Anaheim, in California, in occasione dell’Experimental Biology Meeting. (fonte: benessereblog.it)

Il melone amaro per fermare il cancro al seno 28/02/2010 12:12
Sembra più un cetriolo che non un melone ed è un ortaggio piuttosto comune in paesi come il Sud America, la Cina e l’India dove, da tempi remoti, è un rimedio popolare per controllare e abbassare i livelli di zuccheri nel sangue, utilizzato soprattutto dai diabetici. In questo nuovo studio, i ricercatori della Saint Louis University (Usa) hanno scoperto che un suo estratto ha la capacità di uccidere le cellule cancerose del tumore al seno in vitro. Nella ricerca condotta su cellule coltivate in laboratorio i ricercatori hanno osservato che l’estratto di melone amaro attaccava le cellule cancerose lasciando intatte quelle sane del tessuto mammario. Poiché lo studio è stato condotto su cellule in laboratorio, nonostante i risultati positivi, i ricercatori non si sentono di affermare che possa essere efficace sugli esseri umani: «Quando abbiamo utilizzato l'estratto di melone amaro, abbiamo visto che uccide le cellule del cancro al seno. L’estratto ha ucciso solo le cellule tumorali, non le cellule sane della mammella. Ma il lavoro è stato fatto in un laboratorio, non sugli esseri umani», ha infatti commentato il dr. Ratna Ray, professore di patologia. Il tipo di estratto utilizzato è quello che si trova comunemente in commercio, anche su Internet, fanno notare i ricercatori. Il passo successivo è quello di procedere con una sperimentazione su modello animale e successivamente sugli esseri umani. Un commento interessato è giunto dall’American Cancer Society: «I risultati di questo studio di laboratorio sono intriganti. – ha commentato il Direttore Marji McCullough - «Ma prima di raccomandare gli integratori di estratto di melone amaro per la prevenzione del cancro, abbiamo bisogno di adeguati studi clinici per stabilire la sua sicurezza ed efficacia negli esseri umani», ha aggiunto. L’estratto di melone amaro può comunque avere effetti benefici sulla salute in generale grazie alla presenza di vitamine come la C e di flavonoidi antiossidanti. Una buona dieta che comprenda questi utili elementi è da sé un buon preventivo per le patologie tumorali. Così come il mantenere un peso adeguato, fare regolare esercizio, limitare alcol e fumo, fanno notare i ricercatori. (fonte: lastampa.it)

Parte la sperimentazione a Pavia, un centro anti-tumore pronto ad accogliere pazienti da tutta Italia 18/02/2010 18:14
A Pavia il primo Centro Nazionale di Adroterapia oncologica (Cnao) userà un super-raggio di carbonio e protoni per bombardare il cancro risparmiando i tessuti sani. Inaugurata dai ministri Ferruccio Fazio, Giulio Tremonti e Umberto Bossi, insieme con il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, la struttura è stata realizzata in 4 anni dalla Fondazione Cnao. È il quarto centro al mondo di questo tipo, dopo Chiba e Hyogo in Giappone e di Heidelberg in Germania, e si concentrerà in particolare nella cura dei tumori solidi resistenti alla radioterapia o difficilmente operabili, grazie a una radioterapia mirata che utilizza al posto dei normali raggi X particelle subatomiche chiamate adroni. La struttura, costata 125 milioni di euro, avvia in queste ore la fase di sperimentazione, che si concluderà nell'ottobre 2011. Entro la fine di quest'anno partiranno i primi test sull'uomo che coinvolgeranno 230 pazienti. I primi trattamenti di cura saranno invece effettuati verso la fine del 2011, e il Centro si prevede lavorerà a pieno regime entro il 2013, quando sarà in grado di curare circa 3 mila pazienti ogni anno in circa 20 mila sedute. Il cuore del Centro è il sincrotrone, la macchina cioè che produce i protoni e gli ioni carbonio con i quali verranno bombardati i tumori, e che è stata realizzata dall'Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn). La particolarità di queste particelle è che sono in grado di penetrare in profondità nel corpo umano, arrivando a colpire anche gli organi più difficili da raggiungere con la chirurgia, «senza danneggiare - dicono gli esperti - se non in minima parte i tessuti sani circostanti». Secondo il Cnao, «bastano due o tre minuti per irradiamento e in media una decina di sedute della durata di 25 minuti per curare una varietà sempre più importante di patologie». Tuttavia, aggiunge Roberto Orecchia, direttore scientifico della Fondazione Cnao, «questa terapia non sostituisce la radioterapia convenzionale, ma è un'arma in più a disposizione di medici e pazienti che può essere utilizzata in aggiunta o in sostituzione dei trattamenti tradizionali. Degli oltre 120 mila pazienti che ogni anno vengono sottoposti a radioterapia, si stima che circa il 5% dei casi possa essere curato con i fasci di adroni». La realizzazione del Centro, concludono i suoi responsabili, «consentirà ai pazienti italiani che potrebbero trarre vantaggi dall'adroterapia di non doversi più recare all'estero per la necessaria cura, spesso con onere a carico del Servizio sanitario nazionale. La valutazione dell'efficacia e dei costi della terapia sarà fra gli obiettivi della sperimentazione clinica: si tratta comunque di costi sostenibili all'interno del Ssn». (fonte: iltempo.com)

Tumore alla mammella: più chiaro il ruolo dei geni circadiani 18/02/2010 18:11
Un team di studiosi dell’Università di Yale ha dimostrato per la prima volta una significativa correlazione tra alcune varianti del gene responsabile della regolazione del ritmo circadiano e il processo di tumorigenesi alla mammella. La ricerca, pubblicata sull’edizione online di Cancer Research, dimostra infatti che particolari cambiamenti genetici (polimorfismo a singolo nucleotide -SNP) ed epigenetici (metilazione) del gene denominato CLOCK, componente chiave del sistema circadiano che influisce sull’espressione a cascata di una varietà di altri geni, possano scatenare la maggiore suscettibilità allo sviluppo del carcinoma mammario. I ricercatori hanno rilevato che, nelle donne colpite dal tumore, il promotore di tale importante gene si presenta nella forma ipometilata al contrario di quanto riscontrato nelle donne non affette. La diminuita metilazione, modificazione chimica naturale che modula la quantità di proteine sintetizzate dalla cellula, comporta la sovraespressione di CLOCK nel tessuto tumorale, come per altro dimostrato dal team di ricerca. In particolare, in pazienti affette da tumore negativo per la presenza di recettori estro-progestinici, la forma più aggressiva di tumore alla mammella, i livelli di proteina riscontrati risultano ancora più elevati. “Quale prossimo step, ci proponiamo ora di indagare se l’esposizione alla luce durante le ore notturne possa introdurre modificazioni epigenetiche come quelle osservate nel promotore di CLOCK. Ciò supporterebbe quindi un nuovo meccanismo attraverso cui l’ambiente, sovvertendo i ritmi circadiani, influenzerebbe il rischio di sviluppo del cancro al seno” commenta Yong Zhu, principal investigator della ricerca. (fonte: liquidarea.com)

Gb: reni distrutti e tumore per medicina cinese anti-acne 18/02/2010 18:10
Per più di cinque anni ha preso delle pillole cinesi, che credeva fossero naturali, per sconfiggere i brufoli, e poi ha scoperto che contenevano una sostanza velenosa che le ha distrutto i reni e provocato un cancro: è successo ad una donna britannica di Chelmsford, nell'Essex, che ora ha fatto causa alla titolare dell'erboristeria cinese che le aveva somministrato la cura e al suo socio. LA VICENDA - Patricia Booth, questo il nome della dipendente pubblica che per curare l'acne si era rivolta al negozio di rimedi naturali cinesi, ha cominciato a sentirsi male nel 2002 pochi mesi dopo aver smesso di prendere le pastiglie. Nel febbraio del 2003 alla donna è stata diagnosticata una malattia cronica ai reni. Tre anni dopo si è ammalata di cancro, è stata operata svariate volte ed ha avuto anche un attacco di cuore. La Booth ha quindi scoperto che la sostanza contenuta nelle pillole che le erano state somministrate anni addietro, l'acido aristolochico, ha un'alta tossicità renale, è un potente cancerogeno ed è perciò vietata in Gran Bretagna dal 1999, ma non dal 1997, quando lei aveva cominciato la cura. Ciò nonostante anche allora soltanto un medico qualificato poteva vendere le pillole e Yin Wu, la 48enne cinese che gestiva il negozio insieme col socio Thin Wong, non lo era. L'erboristeria è stato chiusa nel 2003 proprio quando i funzionari dell'ente britannico che regola il commercio di prodotti medici e per la salute hanno visitato il negozio ed hanno scoperto che la Wu, pur sostenendo di essere un medico in Cina, non aveva alcuna qualifica ufficiale. L'erborista è ora accusata di aver somministrato sostanze velenose ed illecite e di aver venduto medicinali senza autorizzazione. Il processo è ancora in corso. (Fonte Agenzia Ansa)

Il cancro si può vincere, ma per i poveri è più difficile 04/02/2010 20:11
Oggi si celebra la Giornata mondiale contro il cancro promossa dall’Unione Internazionale contro il cancro, la quale sposa il vecchio motto “prevenire è meglio che curare”. Niente fumo né alcool. E’ questa la parola d’ordine per evitare di ammalarsi. Secondo l'Uicc, quattro casi di tumori su dieci potrebbero essere evitati. Vediamo come. Ogni anno, riferisce l'Uicc, sono circa 12 milioni le persone che si ammalano di tumore, e di queste ben 7,6 milioni non sopravvivono. Dati alla mano, se non si interverrà tempestivamente tra 20 anni, nel 2030 gli ammalati potrebbero arrivare alla spaventosa cifra di 26 milioni. Da quanto riferito da uno dei massimi esperti mondiali, David Hill, presidente dell'Uicc: "Circa il 20% dei 12 milioni di tumori diagnosticati ogni anno può essere attribuito a infezioni virali o batteriche, che sono direttamente cancerogene o aumentano il rischio di sviluppare malattie". "E' la ragione per la quale, con circa 300 organizzazioni rappresentanti di più di 100 Paesi, l'Uicc - dice Hill - ha deciso di sensibilizzare la popolazione, in occasione della Giornata mondiale contro il cancro, sul “contributo” che le infezioni portano al pesante fardello del cancro a livello mondiale". Tumori al collo dell'utero, al fegato, allo stomaco sono causate da infezioni croniche. Per battere queste neoplasie, dunque, servono strategie di prevenzione da mettere in pratica in tutto il mondo: vaccinazioni, maggiore igiene, stili di vita adeguati, antibiotici e altri farmaci ad hoc. Il cancro potrebbe essere evitato nel 40% dei casi puntando sulla prevenzione. E non solo con stili di vita sani, ma anche con la giusta protezione da quelle infezioni che aprono la strada alla malattia. Ma questo tipo di prevenzioni sono possibili nei Paesi così detti “sviluppati”. Dove l’accesso a informazioni mediche, strutture mediche e professionisti specializzati è relativamente semplice. Ma nei Paesi in via di sviluppo la questione cambia radicalmente. Si parla spesso del problema dell’AIDS, ma in pochi sanno che in questi Paesi i casi di tumore crescono in maniera allarmante. E le differenze pesano molto. Uno studio recente, realizzato dal Centro internazionale per la ricerca sul cancro e pubblicato su 'The Lancet Oncology', ha dimostrato che il tasso di sopravvivenza dopo una diagnosi di cancro al seno delle donne del Gambia e' del 12%, contro l'80% delle donne della Corea del Sud. E in caso di tumore al collo dell'utero, in Uganda il 13% delle pazienti ha una sopravvivenza di 5 anni, mentre per le donne di Singapore la speranza di vita e' 5 volte più elevata. Non solo. Secondo i dati più recenti, nei Paesi poveri si concentrano più della metà dei nuovi casi di tumore e più del 60% dei decessi per cancro. La malattia è causa di 7,4 milioni di morti l'anno (dati 2004), rappresenta cioè il 13% della mortalità mondiale. Il cancro ai polmoni, allo stomaco, al fegato al colon e al seno sono i killer principali. Insomma il cancro uccide ma si può battere. Ma l’indifferenza umana, la miseria, il cinismo spregiudicato e miope di moltissime case farmaceutiche, sono malattie molto più difficili da sradicare. (fonte: skytg24.it)

Dalla ricerca biotech italiana una nuova classe di terapeutici anti-tumorali 25/01/2010 00:30
La sfida da affrontare nello sviluppo di farmaci anti-tumorali è garantire la loro selettività solo a danno delle cellule neoplastiche, consentendo trattamenti più efficaci e duraturi, ma anche meno dannosi per l’organismo. In questo ambito una azienda italiana impegnata nella ricerca e nello sviluppo di agenti anti-tumorali, Adriacell pharmaceutical, ha ideato e sviluppato le molecole CROMOC, una nuova classe di terapeutici per la cura di tumori solidi, ossia le neoplasie che, almeno nella fase iniziale, si sviluppano in un’unica area ben localizzata. Si tratta di molecole in grado di sfruttare le caratteristiche peculiari delle cellule tumorali, per agire in modo mirato e ridurre al minimo gli effetti tossici sull’organismo. “CROMOC penetra attivamente nel nucleo delle cellule, si lega al DNA e lo taglia in punti specifici. L’aspetto innovativo della terapia è rappresentato dalla capacità di colpire in maniera assai più puntuale le cellule tumorali. Ciò garantisce alta efficacia a bassi dosaggi, effetti collaterali minimi e prevenzione della resistenza al farmaco” spiega la ricercatrice Elisa Margotti, tra coloro che lavorano al progetto. Il principio attivo appena messo a punto prevede, infatti, due livelli di selezione: il primo si innesca al momento dell’ingresso di CROMOC nel nucleo cellulare, grazie alla presenza di una componente specifica che riconosce alcuni recettori presenti sulla membrana cellulare e che risultano più numerosi nelle cellule tumorali rispetto a quelle sane. Il secondo si attiva durante il processo di riparazione della cellula colpita. In questo modo un numero maggiore di molecole CROMOC entra nelle cellule tumorali. Queste si replicano molto più velocemente di quelle sane, senza preoccuparsi di eventuali errori incorsi durante la duplicazione del DNA. I sistemi di riparazione delle cellule tumorali sono molto spesso difettosi e questo le pone in una situazione di svantaggio nel tentativo di contrastare l’azione di CROMOC. Infatti, mentre le poche cellule sane entrate in contatto con il principio attivo riescono a riparare efficacemente i danni che molecole CROMOC possono avere causato nel loro DNA, le cellule cancerose si trovano a fronteggiare un’azione ben più massiccia, disponendo di sistemi di difesa non all’altezza. Il risultato di questa lotta impari è l’arresto della crescita delle cellule tumorali. La classe di terapeutici messa punto da Adriacell è stata già sottoposta a test pre-clinci in vitro e in vivo. “Speriamo di poter cominciare già tra qualche mese la produzione farmaceutica del principio attivo, disponendo di una documentazione completa da sottoporre all´EMEA (European Medicines Agency). A quel punto, una risposta favorevole ci permetterà di studiare CROMOC in Fase 1 su pazienti volontari” ha spiegato Elisa Margotti. (fonte: liquidarea)

Bassi livelli di glucosio contrastano i tumori 10/01/2010 12:10
Consumare meno glucosio, lo zucchero più comune nelle diete, può estendere la vita delle cellule polmonari sane e incrementare la velocità di distruzione delle cellule polmonari pre-cancerose, riducendo la crescita del tumore. Questa la scoperta di alcuni ricercatori della University of Alabama a Birmingham (UAB) e pubblicato sulla rivista Faseb Journal. Come spiega Trygve Tollefsbol, autore dello studio: «Questi risultati dimostrano ulteriormente i benefici potenziali per la salute di controllare l'apporto calorico. La nostra ricerca indica che una riduzione delle calorie estende la durata della vita in buona salute delle cellule umane e aiuta la capacità naturale del corpo di uccidere le cellule che formano il cancro». Gli studiosi hanno analizzato gli effetti del glucosio su cellule umane polmonari sane e pre-cancerose in provetta. Ad alcune sono stati dati livelli normali di glucosio e ad altre livelli molto bassi. Le cellule sono state poi lasciate crescere per diverse settimane. «In questo periodo di tempo, siamo stati in grado di monitorare la capacità delle cellule a dividersi e a sopravvivere. È emerso che i livelli bassi di glucosio guidano le cellule sane a crescere più di quanto non facciano in genere e provocano la morte di un gran numero di cellule pre-cancerose». (fonte: sanihelp.it)

Scoperte le cause del tumore al seno 10/01/2010 12:06
Una recente scoperta medica sarebbe in grado si spiegare i motivi dell’insorgenza del tumore al seno. Lo studio, condotto dagli scienziati del Campus IFOM-IEO di Milano in collaborazione con la Fondazione Istituto FIRC di Oncologia Molecolare (INFOM) dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) e dell’Università degli Studi di Milano, avrebbe mostrato un forte collegamento tra la proliferazione del cancro alla mammella e l’azione svolta dalle cellule staminali del cancro stesso. Esse sarebbero le responsabili della sua comparsa e successivamente della sua crescita. I dati sono stati raccolti sulla base di un’analisi che ha messo in rilievo la presenza di un alto numero di cellule staminali cancerogene nelle pazienti affette da una forma più grave della patologia. Queste sono state individuate grazie ad un liquido di contrasto fluorescente che ha reso possibile evidenziare la loro crescita ed espansione fino a giungere alla conclusione che siano proprio quelle le cellule responsabili della diversa aggressività di differenti tipi di cancro. In merito allo studio il professor Pier Paolo Di Fiore ha dichiarato che “queste cellule sostengono la crescita del tumore in modo simile a quanto accade per le cellule staminali normali nel fisiologico processo di generazione dei tessuti. Le cellule staminali tumorali rappresentano la vera forza motrice in grado di promuovere e sostenere la proliferazione del tessuto tumorale”. Gli esperti hanno dovuto in primis isolare le cellule staminali ‘malate’ da quelle sane. Ciò è servito a rendere chiare le loro caratteristiche molecolari al fine di poter condurre uno studio mirato e i coloranti utilizzati sono stati indispensabili per individuare i marcatori di questo particolare tipo di cellula. Quello che è stato osservato è che il liquido con il quale viene evidenziata la cellula madre rimane in questa ma poi si diffonde disperdendosi mano mano che essa dà vita a nuove cellule progenitrici dello stesso tipo e poi a quelle tumorali a tutti gli effetti. A questo punto il liquido di contrasto rimane visibile solamente nelle cellule staminali cancerogene. Esse purtroppo però si sono anche dimostrate in grado di resistere alle cure cui regolarmente una malata di cancro al seno è sottoposta, come chemioterapia e radioterapia. Una scoperta, quella ottenuta dai professori Pier Paolo Di Fiore e Pier Giuseppe Pelicci, grazie alla quale in futuro forse la cura di questa grave malattia potrebbe essere più vicina. Agendo direttamente sulle cellule ‘pilota’, infatti, si potrà arrivare ad un’azione mirata alla radice del problema, regalando una speranza in più ai malati. (fonte: periodicoitaliano.info)

Il cancro uccide meno, ma fumo e alcol fanno «nuove» vittime 03/12/2009 17:06
Scende notevolmente la mortalità per tumore in Europa. Le stime più aggiornate calcolano infatti un calo del 10 per cento negli ultimi 10 anni. Merito insieme di migliori stili di vita, più accurati programmi di screening preventivo e avanzamenti terapeutici. Ma le cifre restano allarmanti all’Est e in Russia, dove si scontano ancora gravi ritardi. E si registrano aumenti preoccupanti in altri Paesi, specie fra le donne, che hanno acquisito abitudini in precedenza tipicamente maschili, come fumo e alcol. LO STUDIO - Nuove analisti sui tumori in Europa, sulla base dei dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, mostrano un costante declino della mortalità tra il 1990-1994 e il 2000-2004. I tassi di mortalità per tutti i tumori nell’Unione europea (Ue) in questo periodo sono diminuiti del 9 per cento negli uomini e dell’8 per cento nelle donne, con un forte calo soprattutto tra le persone di mezza età. Questo è quanto risulta da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Annals of Oncology, che ha evidenziato come la percentuale nei 27 Stati membri dell’Ue sia passata, negli uomini, da 185,2 decessi ogni 100mila abitanti/anno (periodo1990-1994) a 168 nel 2000-2004 e, nelle donne, da 104,8 a 96,9. LE COLPE - Secondo i ricercatori (guidati da Carlo La Vecchia, Capo del Dipartimento di Epidemiologia dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano e da Fabio Levi, dell'Istituto di Medicina Sociale e Preventiva e dell’Università di Losanna, Svizzera) la persistente riduzione nella mortalità globale per tumore è dovuta soprattutto ai cambiamenti nel consumo di tabacco negli uomini, con la conseguente ampia riduzione di morti dovute a carcinoma polmonare e altre neoplasie fumo-correlate. C’è poi un costante calo nella mortalità per tumore gastrico e, più recentemente, per cancro del colon-retto. Ma il quadro rimane variabile tra i vari paesi Europei e tra i sessi. Per esempio, negli Stati dove l’uso di alcol o tabacco è ancora in aumento (in particolare nelle donne) sale il numero delle persone decedute a causa di neoplasie legate a questi fattori di rischio, quelle di polmoni, cavo orale, faringe o esofago. E I MERITI - Più in generale, poi, gli esperti fanno notare come nei paesi sviluppati le chances di sopravvivenza siano in crescita grazie alla prevenzione e ai programmi di screening per la diagnosi precoce, e per merito dei passi avanti fatti nei trattamenti anticancro. Commentando l’andamento favorevole dei dati statistici, Cristina Bosetti del Dipartimento di Epidemiologia Mario Negri aggiunge: «Lo screening e la diagnosi precoce hanno contribuito alla riduzione nella mortalità per cancro della cervice uterina e della mammella, ma in questo secondo caso molto si deve soprattutto ai miglioramenti nelle cure. I progressi terapeutici – continua - hanno poi svolto un ruolo determinante nel calo dei decessi per tumore del testicolo, linfomi di Hodgkin e leucemie». DISPARITÀ INTERNE ALL’UE – Nello studio gli autori fanno notare che, nonostante questi progressi, nei primi anni Duemila rimane una differenza di circa due volte nella mortalità per tumore e nella sua incidenza tra i vari paesi europei. Disuguaglianza che ancora una volta riflette soprattutto la diversa diffusione del fumo di sigaretta. Negli uomini, i più alti tassi di mortalità nel periodo 2000-2004 sono stati registrati in Ungheria (255,2 decessi ogni 100mila abitanti), Repubblica Ceca (215,9) e Polonia (209,8); mentre quelli più bassi riguardano Svezia (125,8), Finlandia (130,9) e Svizzera (136,9). Nelle donne, invece, le percentuali peggiori vedono in testa Danimarca (141), Ungheria (131,5) e Scozia (123,1), mentre i dati migliori provengono da Spagna (78,9), Grecia (79,7) e Portogallo (80,9). Secondo gli esperti, dunque, la guerra al cancro si combatte partendo dai più noti fattori di rischio connessi con scorretti stili di vita: lotta al tabacco e interventi contro consumo di alcool, sovrappeso e obesità. Uniti a un’estensione degli screening, delle informazioni sulla diagnosi precoce e una condivisione (fra tutti i Paesi) dei più avanzati protocolli terapeutici. BOCCA E FARINGE – Se la mortalità generale per queste due neoplasie è diminuita del 10 per cento circa, è però evidente una crescita della percentuale dei decessi nelle donne. Fumo e alcol, da soli o una combinazione dei due, sono i maggiori fattori di rischio, responsabili di oltre l’80 per cento dei casi di cancro. Lo confermano, ancora una volta, i dati relativi a Francia e Italia, dove la mortalità è scesa a partire dalla metà degli anni Ottanta, quando si è iniziato a porre un freno al consumo di sigarette e bevande alcoliche. ESOFAGO – Anche per questa forma di cancro, sempre strettamente legata alle cattive abitudini si tabacco e alcolici, si registra un moderato abbassamento del numero di morti negli uomini. Ma le cifre non cambiano per le donne e crescono i casi soprattutto in quelle di mezza età e particolarmente nei Paesi del Nord (Danimarca, Paesi Baltici, Inghilterra, Galles e Scozia). TRACHEA, BRONCHI, POLMONI – Scende il numero delle vittime ovunque. Però, nel decennio 1994-2004 al calo del 17 per cento fra gli uomini corrisponde un aumento femminile (più 27 per cento), particolarmente in Ungheria, Polonia, Croazia, Repubblica Ceca, Russia. PELLE – Un dato controtendenza riguarda le neoplasie cutanee e il melanoma, responsabili di una quantità crescente di decessi (2,4 ogni 100mila maschi e 1,5 femmine ogni anno nel periodo 2000-2004), ma soprattutto nelle generazioni più giovani sono evidenti dei miglioramenti. SENO – Buone notizie soprattutto nelle donne fra i 35 e i 44 anni (mortalità in calo del 25 per cento), ma anche fra i 35 e i 64 anni si registra un abbassamento del 17 per cento. Mentre nei Paesi occidentali i tassi seguono costantemente il trend al ribasso da almeno vent’anni, nella maggior parte dei Paesi dell’Est Europa e in Russia, però, il numero di morti resta stabile o sale. Colpa, soprattutto, dei ritardi nelle cure e nella diagnosi precoce, dicono gli autori. CERVICE – Il quadro per il tumore del collo dell’utero si presenta simile a quello del carcinoma mammario: la neoplasia uccide di meno (19 per cento) rispetto al decennio precedente, ma i tassi restano alti all’Est dove non sono diffusi gli screening. PROSTATA – I progressi terapeutici danno risultati evidenti soprattutto in Francia, Germania e Regno Unito, mentre la mortalità continua a crescere in Russia, Paesi Baltici, Polonia e in altri Stati dell’Est. In ogni caso, osservando la mortalità europea nel suo insieme si rileva un modesto declino generale. (fonte: corriere.it)

Migliorare la vita delle donne operate di cancro al seno con la meditazione 04/11/2009 09:59
La vita delle donne operate al seno o sotto cura per il cancro mammario può essere resa cupa dalle preoccupazioni, lo stress a cui sono sottoposte e altri fattori contingenti. Dall'Oriente però arriva un aiuto: è la meditazione trascendentale, un nome che può anche incutere timore e dubbi, ma che in realtà cela una tecnica mentale semplice da eseguire. I risultati ottenuti da uno studio condotto presso l'Ospedale Saint Joseph di Chicago fanno ben sperare. Al trial, durato due anni, hanno partecipato 130 donne affette da tumore alla mammella in cura presso l'ospedale. Le partecipanti sono state suddivise a caso in due gruppi. Le appartenenti al primo gruppo hanno partecipato a un corso di meditazione trascendentale, mentre quelle appartenenti al secondo gruppo – quello di controllo – hanno seguito le normali cure. Durante i due anni di controllo la qualità della vita è stata valutata ogni sei mesi. Il coordinatore dello studio, dr. Sanford Nidich - ricercatore presso l'Institute for Natural Medicine and Prevention del Maharishi University of Management di Fairfield (Iowa) – ha sottolineato come «Lo stress emotivo e psicosociale contribuisca all'insorgenza e alla progressione del carcinoma della mammella e alla mortalità per cancro. Mentre la tecnica di Meditazione Trascendentale riduce lo stress e migliora il benessere emotivo e la salute mentale nelle pazienti, in particolare le più anziane. Le donne dello studio hanno trovato che la pratica di meditazione è facile da fare a casa e hanno riportato significativi benefici nella loro qualità complessiva della vita». Lo studio è stato pubblicato sulla rivista "Integrative Cancer Therapies" e condotto anche grazie a un finanziamento dalla US National Institutes of Health - National Center for Complementary and Alternative Medicine. «È meraviglioso che i medici ora abbiano una serie di interventi da utilizzare, tra cui la meditazione trascendentale, a vantaggio delle loro pazienti affette da cancro. Credo che questo approccio dovrebbe essere apprezzato e utilizzato più in generale» ha dichiarato il co-autore dello studio Dr.ssa Rhoda Pomerantz, capo della gerontologia al Saint Joseph Hospital. (fonte: lastampa.it)

Trattare il cancro al seno con la tecnologia spaziale 04/11/2009 09:55
A volte la tecnologia pensata per le macchine può trovare sbocchi felici anche nella vita delle persone ed essere d'aiuto in campo medico. È il caso di una tecnica utilizzata dalla Nasa per ispezionare le navette spaziali che può essere impiegata per predire gli eventuali danni ai tessuti del seno nelle pazienti affette da carcinoma mammario e attualmente sotto radioterapia. Ecco così che i ricercatori del Rush University Medical Center e dell'Argonne National Laboratory di Chicago (Usa) stanno valutando l'utilità della tomografia termica tridimensionale in oncologia. Secondo la dr.ssa Katherine Griem, oncologa del RUMC, circa l'80% delle pazienti in trattamento radioterapico sviluppa reazioni cutanee acute che spesso evolvono in situazioni che possono creare disagio e sofferenza, arrivando in alcuni casi anche all'interruzione del trattamento. Poiché la maggioranza di queste reazioni avverse si verifica da 10 a 14 giorni dopo l'inizio del trattamento «se si potessero prevedere anticipatamente le reazioni cutanee potremmo essere in grado di offrire un trattamento preventivo per massimizzare l'efficacia e ridurre al minimo l'interruzione del trattamento con le radiazioni» sottolinea Griem. Di fatto, gli scienziati stanno studiando se la tomografia termica tridimensionale (3DTT) sia in grado di rilevare i cambiamenti prima che possa innescare una reazione cutanea. Il 3DTT è un processo relativamente nuovo di immagini termiche che è attualmente utilizzato come un mezzo a distanza e non-invasivo per rilevare difetti nei materiali compositi. L'idea di base delle immagini termiche è quella di applicare calore o freddo a un materiale e osservare il conseguente cambiamento di temperatura con una telecamera a infrarossi per conoscere la sua composizione. In questo caso si applicherebbe alla misura termica del tessuto cutaneo. Individuando le velocemente le modifiche nel tessuto danneggiato, si potrebbe essere in grado di prevedere tossicità cutanea acuta, concludono i ricercatori. (lm&sdp) Source: i risultati preliminari dello studio sono stati presentati al meeting annuale della American Society for Radiation Oncology (ASTRO) in corso a Chicago dal 1 al 5 novembre 2009.

Test del sangue per aggressività dei tumori 07/10/2009 12:24
Basandosi sul numero di cellule "malate" presenti nel sangue si può conoscere l'aggressività di un tumore, ad esempio nel cancro al seno se le cellule tumorali circolanti nel sangue sono da zero a 4 non è aggressivo, se sono 5 lo è. Per la prima volta l'aggressività di un tumore è misurabile scientificamente, oltre che statisticamente ed in futuro si potranno individuare le cellule staminali del tumore, particolari perchè sono insensibili alle cure e capaci, se presenti, di innescare recidive. I dati sulle cellule tumorali circolanti nel sangue sono uno dei fiori all'occhiello dell'Istituto europeo di oncologia di Veronesi e nello Ieo day 2009 di lunedì 8 giugno ne ha parlato Maria Teresa Sandri, direttore della Medicina di laboratorio, annunciando che il lavoro sarà rivolto anche all'individuazione di specifici recettori sulle cellule tumorali circolanti allo scopo di introdurre cure mirate e personalizzate. Una nuova macchina, grazie ad appositi reagenti, seleziona le cellule tumorali da un campione di sangue, e queste vengono poi esaminate al microscopio a fluorescenza per valutare se siano sono tumorali, il numero e la vitalità, poichè le cellule morte non rientrano nel conteggio. La strumentazione utilizzata non è una nuova invenzione, ma solo l'anno scorso è stata approvata dall'agenzia americana del farmaco (Fda) ed è entrata in funzione nella routine di laboratorio, mentre in italia è presente in diverse strutture ma ancora non operativa nella routine. Maria Teresa Sandri spiega "La rilevazione della presenza delle cellule tumorali circolanti nel sangue permette una valutazione della prognosi del tumore e offre una fotografia dello stato della malattia, permettendo all'oncologo una gestione terapeutica più mirata ed efficace, evitando i trattamenti inutili. Da noi questa tecnica è utilizzata da circa quattro anni nell'ambito di diversi protocolli di ricerca clinica" e continua "In Istituto abbiamo analizzato circa 300 pazienti con tumore al seno, 50 pazienti con tumore alla prostata e 20 con tumori al colon. I risultati confermano che la presenza e la persistenza di cellule tumorali circolanti in prelievi di sangue eseguiti nel tempo sullo stesso paziente indicano una malattia più aggressiva e più resistente ai farmaci. In America è appena iniziato uno studio in pazienti affette da tumore della mammella metastatico, nelle quali la terapia può venire precocemente variata sulla base della persistenza di cellule tumorali circolanti" Allo Ieo day 2009 sono intervenuti anche il viceministro Ferruccio Fazio, il governatore Roberto Formigoni, l'Assessore regionale alla sanità Luigi Bersani e l'Assessore alla salute del Comune Landi di Chiavenna. Oltre al presidente dello Ieo Carlo Buora e all'amministratore delegato Carlo Ciani. Umberto Veronesi ha festeggiato allo Ieo i 15 anni di attività dell'istituto di oncologia, raccontando le scoperte fatte e le prospettive future. Infine è stata annunciata la nascita della "Scuola di chirurgia robotica", diretta da Bernardo Rocco. (fonte: molecularlab.it)

Sorafenib per curare cancro al seno avanzato 26/09/2009 16:18
Sopravvivere a un tumore al seno è una possibilità sempre più concreta, grazie a nuovi farmaci e alla prevenzione, che consente diagnosi e trattamenti tempestivi. Il medicinale antitumorale Sorafenib, in associazione al chemioterapico tradizionale capecitabina, ha dimostrato di poter indurre nelle pazienti un miglioramento della sopravvivenza libera da progressione della malattia (PFS) del 74%. Questo dato è emerso in uno studio di fase II sul carcinoma della mammella in stadio avanzato. La ricerca è stata presentata a Berlino, in occasione del Congresso Multidisciplinare nato dall’associazione del 15th European CanCer Organisation (ECCO) e del 34th European Society for Medical Oncology (ESMO). Le case farmaceutiche Bayer HealthCare AG ed Onyx Pharmaceuticals Inc. hanno annunciato che i risultati completi del primo studio di fase II sponsorizzato da BSP e condotto da un gruppo cooperativo, randomizzato, in doppio-cieco, controllato verso placebo, ha dimostrato che sorafenib(compresse), somministrato in combinazione con l’agente chemioterapico orale, capecitabina, ha prolungato a livello significativo del 74% la sopravvivenza libera da progressione (PFS) in pazienti con carcinoma mammario in fase avanzata. Jose Baselga, M.D., Cattedratico e Professore di Medicina all’Istituto di Oncologia Vall d'Hebron di Barcellona, presidente scientifico del gruppo di ricerca SOLTI ed investigatore principale dello studio, ha riferito che le pazienti trattate con Sorafenib più capecitabina hanno avuto un miglioramento del 74% del tempo di sopravvivenza libero da progressione di malattia rispetto a quelle che sono state trattate con la sola chemioterapia. La differenza tra la media di sopravvivenza libera da progressione (PFS) di sorafenib più capecitabina rispetto a quella osservata nelle pazienti trattate con capecitabina più placebo è stata statisticamente significativa, e, più precisamente, di 6,4 mesi vs. 4,1 mesi (HR=0.576, p=0,0006). “Questi dati costituiscono un importante potenziale progresso per il trattamento del carcinoma mammario, che, come noto, nelle donne rappresenta la seconda causa principale di morte correlata a tumore,” ha detto Dimitris Voliotis, vice president, Global Clinical Development Oncology, Bayer HealthCare. “Oltre all’informazione altamente positiva proveniente da questo studio, Bayer ed Onyx sono impegnate, attraverso un ragguardevole programma clinico, nello sviluppo di sorafenib in numerose altri stadi di trattamento del carcinoma mammario.” Lo studio ha valutato sorafenib in combinazione con il chemioterapico orale, capecitabina, in pazienti affette da carcinoma della mammella localmente avanzato o metastatico i cui tumori non esprimevano HER-2 (HER-2 negative). Complessivamente, il trattamento con sorafenib più capecitabina ha mostrato una tollerabilità accettabile, senza comparsa effetti collaterali di nuovo tipo. Gli eventi avversi di grado 3-4 più frequenti correlabili al trattamento comprendevano reazione cutanea mano-piede, diarrea, dispnea, neutropenia e mucosite. Disegno dello studio di fase II nel carcinoma mammario Lo studio di fase II, randomizzato, in doppio-cieco, controllato verso placebo, ha valutato in 229 pazienti sorafenib in combinazione con l’agente chemioterapico orale, capecitabina. Tutte le pazienti presentavano carcinoma della mammella localmente avanzato o metastatico HER-2 negativo e non erano state precedentemente trattate con più di una linea di chemioterapia. L’endpoint primario dello studio era la sopravvivenza libera da progressione (PFS). Gli endpoints secondari comprendevano la sopravvivenza globale, il tempo alla progressione di malattia e la tollerabilità. Le pazienti sono state randomizzate a trattamento continuato con sorafenib alla dose di 400 mg due volte al giorno o con placebo del tutto indistinguibile, in combinazione con capecitabina alla dose di 1000 mg/m2 due volte al giorno per 14 giorni seguiti da una settimana di sospensione di trattamento. “Bayer ed Onyx hanno già costruito una solida base con sorafenib nel trattamento del carcinoma epatico e di quello del carcinoma renale in stadio avanzato – due aree per le quali precedentemente non esisteva un trattamento,” ha affermato Todd Yancey, M.D., vice presidente dello sviluppo clinico di Onyx. “Questi nuovi risultati rappresentano una tappa importante dal momento che hanno messo in evidenza il potenziale ruolo di sorafenib nel trattamento del carcinoma della mammella”. Informazioni sullo sviluppo clinico di sorafenib nel carcinoma della mammella In un programma di sviluppo clinico noto come Trials to Investigate the Effects of sorafenib in Breast Cancer (TIES), Sorafenib è in corso di valutazione, in collaborazione con singoli ricercatori o gruppi di studio cooperativi, in diversi momenti del trattamento di pazienti con carcinoma mammario. Tra questi studi clinici, vi sono tre studi di fase II randomizzati che comprendono uno studio inteso a valutare Sorafenib più Paclitaxel nel trattamento di prima linea, uno che valuta Sorafenib più Gemcitabina o Capecitabina nel trattamento di prima o di seconda linea dopo progressione da bevacizumab, ed uno che valuta Sorafenib più Docetaxel e/o Letrozolo nel trattamento di prima linea. Informazioni sul carcinoma mammario Nel 2007-2008, il carcinoma della mammella è stata la forma tumorale più comunemente diagnosticata nelle donne nel mondo (circa 1,3 milioni di casi), e la seconda causa principale di morte per tumore nelle donne (circa 465.000 decessi). Negli Stati Uniti rappresenta la forma tumorale più frequentemente diagnosticata nelle donne (1 su 4 diagnosi di cancro è carcinoma della mammella). Negli Stati Uniti si osservano circa 200.000 nuovi casi per anno ed in Europa circa 430.000. Ogni anno più di 40.000 donne negli Stati Uniti e più di 130.000 in Europa muoiono per carcinoma della mammella. Informazioni su Sorafenib Sorafenib, un farmaco antitumorale orale, ha attualmente ottenuto l’approvazione in più di 70 paesi per il trattamento del carcinoma epatico, ed in più di 80 paesi per il trattamento di pazienti con carcinoma renale in stadio avanzato. Sorafenib ha come bersaglio sia la cellula tumorale che le cellule vascolari del tumore. In studi preclinici, è stato dimostrato che sorafenib agisce su due componenti chinasiche note per essere coinvolte nei processi di proliferazione cellulare (crescita) e dell’angiogenesi (apporto sanguigno) – due importanti processi che favoriscono la crescita tumorale. Queste chinasi comprendono la Raf-chinasi, VEGFR-1, VEGFR-2, VEGFR-3, PDGFR-B, KIT, FLT-3 e RET. Sorafenib è in corso di valutazione da parte di società, gruppi di studio internazionali, agenzie governative e singoli ricercatori, sia come agente singolo che in regimi di combinazione, in un’ampia gamma di forme tumorali che comprendono tumori del polmone, ovaio e colon retto, ed anche come trattamento adiuvante nel carcinoma epatico e nel carcinoma renale. Informazioni su SOLTI Fondato nel 1997, SOLTI (Spanish Collaborative Group for the Study, Treatment and Other Experimental Strategies in Solid Tumors) è un gruppo di studio cooperativo che gestisce ricerche cliniche all’avanguardia nel carcinoma mammario allo scopo di potere rispondere ad importanti quesiti che possano portare alla riduzione della morbidità e della mortalità relative a questa malattia, ed inoltre realizza studi clinici con nuove molecole e terapie mirate in oncologia. La consulenza di SOLTI altamente qualificata in oncologia si estende a Spagna e Portogallo nel promuovere attività di eccellenza nella cura del carcinoma della mammella. (fonte: italiasalute.it)

Dietrofront: gli antiossidanti non causano il melanoma 30/08/2009 13:44
La notizia di qualche settimana fa che Vitamina C, Vitamina E, beta carotene, selenio e zinco potessero aumentare il rischio di melanoma nelle donne è stata ridimensionata da un nuovo studio. Il primo avviso aveva allarmato molte persone poiché l'abitudine di assumere antiossidanti per mezzo di supplementi è particolarmente diffusa e sentire che questo poteva aumentare di 4 volte il rischio di sviluppare il temuto tumore della pelle, il melanoma, aveva fatto preoccupare. Ora, un nuovo studio ridimensiona nettamente l'allarme. I ricercatori del Kaiser Permanente Northern California di Oakland (Usa) hanno esaminato i dati relativi a 69.671 uomini e donne che hanno preso parte allo "Studio Vitamins and Lifestyle" (VITAL) promosso proprio per valutare il collegamento tra l'uso di supplementi alimentari con antiossidanti e il rischio di cancro. Il progetto, che ha preso il via nel 2000, ha previsto di raccogliere i dati, per due anni, relativi allo stile di vita, il tipo di dieta seguita, l'uso di eventuali integratori, la storia clinica e altri fattori di rischio per il cancro. I dati sono poi stati elaborati in seguito e il dr. Maryam M. Asgari e il suo team hanno scoperto che un'assunzione protratta per circa dieci anni di supplementi (tra cui proprio gli antiossidanti messi sotto accusa) non è stata associata al rischio di melanoma né nelle donne né negli uomini. I ricercatori, commentando i risultati hanno aggiunto: «Coerentemente con i risultati presenti, lo studio ha preso in esame dei livelli di beta carotene, vitamina E e selenio nel sangue non ha mostrato alcuna associazione con un conseguente rischio di melanoma. In più il "Nurses' Health Study" che non ha riportato alcuna associazione tra l'assunzione delle vitamine A, C ed E con il rischio di melanoma in 162mila donne durante il periodo di follow-up che ha coinvolto più di 1,6 milioni di persone in un anno». A fronte di questi risultati, gli scienziati suggeriscono come invece le cause del melanoma siano più che altro da ricercare in predisposizioni genetiche, esposizioni al sole e altri fattori. Ad esempio, sottolineano, il melanoma si può anche sviluppare internamente e, questo, non è da ricondurre unicamente a una esposizione ai raggi solari. E poi, gli antiossidanti sono stati collegati da altri studi nella prevenzione e nella riparazione del Dna dai danni causati dai raggi solari. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista "Archives of Dermatology". (fonte: lastampa.it)

Il matrimonio? Il segreto per "battere il cancro", non solo per smettere di fumare 30/08/2009 13:42
Ieri è uscita dalle Agenzie, e poi rimbalzata con grande enfasi su numerosi quotidiani, la notizia che l'uomo guadagna di più in salute sposandosi che non smettendo di fumare. Sì, è vero per l'uomo. Ma la donna? Per la donna, secondo lo studio, non ci sarebbero stati vantaggi. Ma, forse non è proprio così, e lo suggerisce un altro nuovo studio condotto dai ricercatori dell'Indiana University School of Medicine di Indianapolis che riguarda un problema molto serio, come quello del cancro. Secondo questo nuovo studio, infatti, le persone sposate, di entrambe i sessi, hanno maggiori probabilità di sopravvivere al cancro. Al contrario, i separati ne avrebbero molte meno poiché, secondo i ricercatori, lo stress a cui è sottoposto la persona che si separa intacca il sistema immunitario rendendolo più suscettibile agli attacchi del cancro. La ricerca, coordinata dal dr. Gwen Sprehn, ha preso in esame una massa imponente di dati ricavati dal database del Surveillance Epidemiology and End Results (SEER) basato sui rendiconti dei casi di cancro registrati negli Usa. Tutto questo per cercare le tendenze in termini di sopravvivenza tra i pazienti affetti da cancro che fossero separati, divorziati, vedovi e non sposati. Lo studio ha dimostrato che i rapporti personali hanno un ruolo significativo nella salute fisica: in particolare che i buoni rapporti sono positivi, mentre quelli scandenti sono deleteri. Nei casi di prognosi di cancro, poi, si è scoperto che chi è sposato vive più a lungo di chi è tornato a essere single. Nello specifico i ricercatori hanno valutato i tassi di sopravvivenza a 5 e 10 anni su un campione di 3,79 milioni di pazienti con diagnosi di tumore tra gli anni 1973 e il 2004. I dati hanno mostrato che tra le persone sposate il tasso di sopravvivenza era del 57,5 – 63,3%, mentre tra le persone separate era del 36,8 – 45,4%. Per quanto riguarda i vedovi la percentuale è del 40,9 – 47,2%; tra i divorziati del 45,6 – 52,4% e, infine, per chi non si è mai sposato tra il 51,7 e il 57,3%. Il dr. Sprehn, commentando i risultati ha suggerito come tra i più vulnerabili ci siano proprio le persone che stanno attraversando una separazione ed è su queste persone che bisogna porre le maggiori attenzioni, anche in fase di valutazione e identificazione dei rapporti tra stress e sopravvivenza. In questo modo si potrà agire tempestivamente per contribuire a migliorare le possibilità di sopravvivenza laddove manchi una relazione di coppia stabile e serena. Lo studio sarà pubblicato nel numero di novembre 2009 sulla rivista della American Cancer Society. (fonte: lastampa.it)

Lettini abbronzanti e raggi Uva: Sono cancerogeni come il fumo 19/08/2009 11:53
Gli esperti in oncologia dell’Organizzazione mondiale delle Sanità hanno deciso di classificare i lettini abbronzanti e l’esposizione intensiva ai raggi ultravioletti nella categoria degli agenti cancerogeni più pericolosi. L’ha scritto la rivista scientifica “Lancet”. La nuova classificazione vuol dire che l’esposizione ai raggi Uva può causare il cancro alla stregua di tabacco, epatite-b, o sostanze chimiche come l’arsenico. Questo studio, che compila una ventina di studi precedenti, conclude che il rischio cancro alla pelle cresce del 75% tra chi ha fatto uso di lampade abbronzanti prima dell’età di 30 anni. Lo studio dovrebbe scoraggiare i giovani che ricorrono all’abbronzatura, soprattutto quella artificiale, in maniera eccessiva. (fonte: ilquotidiano.net)

I "nuovi" broccoli per ridurre il rischio di malattie cardiache e cancro 19/08/2009 11:51
Li hanno chiamati "Booster Broccoli" e sono i nuovi super broccoli che, a differenza di quelli "normali" contengono molte più vitamine e antiossidanti (fino al 40% in più) e pare che siano anche più dolci. Li hanno creati i ricercatori del Victoria's Department of Primary Industries (DPI) in Australia in collaborazione con il New Zealand Institute for Plant & Food Research e, secondo le intenzioni sarebbero stati prodotti proprio per contrastare e ridurre i casi di malattie cardiache e il cancro. Il dr. Rod Jones e il suo team hanno testato ben 400 varietà di broccoli - frutto di una partnership tra il DPI e diverse grandi aziende – e alla fine hanno selezionato quella che è stata ritenuta la migliore in quanto ritenuta più ricca di sostanze antiossidanti, in particolare il sulforafano, e da qui sono nati i Booster Broccoli. Con questo nuovo ortaggio possiamo fare del bene in più modi, hanno dichiarato gli scienziati. Miglioriamo la salute delle persone che possono consumare verdure di cui conosciamo bene i pregi e miglioriamo la rendita dei coltivatori che possono vendere a miglior prezzo questo prodotto "di marca". Booster Broccoli è prodotto dalla Vital Vegetables. (fonte: lastampa.it)

Scoperto gene chiave nello sviluppo del tumore al seno 10/08/2009 14:27
Secondo un recente studio condotto da un team di ricercatori del Walter and Eliza Hall Institute e dell'Institute's Victorian Breast Cancer Research Consortium Laboratory di Melbourne in Australia, la mutazione del gene il BRCA1 che si riscontra nel 10-20% delle donne affette da tumore al seno potrebbe essere una delle cause dello sviluppo della malattia. Questa scoperta, secondo i ricercatori, potrebbe portare a una rivoluzione nel modo in cui si ritiene si possa sviluppare il cancro al seno. A tale proposito, il dr. Visvader ricorda che negli ultimi anni si è pensato che fossero le cellule staminali del seno a provocare il tumore BRCA1, mentre con questo studio si è evidenziato come il tessuto mammario delle donne affette da tumore con la mutazione del gene presenti un numero elevato di cellule progenitrici luminali. Da questo aspetto l'attenzione si è concentrata maggiormente sulle espressioni geniche che mostrano come il tessuto BRCA1 e il tumore basale siano molto più simili alle normali cellule progenitrici luminali rispetto a qualsiasi altro tipo di cellula del tessuto mammario, piuttosto che le cellule staminali. In questo caso, le cellule progenitrici luminali è come se avessero dimenticato come si devono comportare. Di solito, infatti, queste cellule proliferano solamente in presenza di precisi fattori scatenanti, invece nelle donne BRCA1 queste cellule sembrano proliferare senza motivo. Le donne cosiddette "BRCA1", che presentano cioè una mutazione del gene, hanno circa il 65% di rischio in più di sviluppare il carcinoma mammario. E poiché le terapie e i trattamenti sono piuttosto limitati, questa scoperta è importante per promuovere nuove strategie d'intervento e prevenzione, hanno dichiarato i ricercatori. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature Medicine. (fonte: lastampa.it)

Carboidrati e rischio tumore al seno 19/07/2009 20:00
Secondo un recente studio* sostenuto dal Swedish Cancer Foundation e condotto da ricercatori svedesi il cosiddetto "carico glicemico" avrebbe un impatto significativo sul rischio di sviluppare il tumore al seno. Lo studio è stato condotto su un campione di 61.433 donne svedesi che hanno compilato regolarmente un questionario sulle proprie abitudini alimentari tra il 1987 e il 1990. Il follow-up è durato ben 17,4 anni e ha voluto stabilire come un'associazione tra carboidrati, indice e carico glicemico potesse avere un'influenza sulla possibilità di contrarre il carcinoma mammario. Partendo da questo concetto, si è tuttavia stabilito come i diversi tipi di carboidrati agiscano in modo differente sul carico glicemico che ha delle oscillazioni in caso di assunzione di alimenti raffinati o integrali; per esempio il pane o la pasta bianchi aumentano notevolmente l'indice glicemico in quanto producono zuccheri che aumentano velocemente il livello nel sangue, al contrario dei carboidrati assunti per mezzo di cereali integrali. Dai dati acquisiti è emerso che, durante questo tempo, 2.952 donne si sono ammalate di tumore al seno e che questo poteva essere collegato al carico glicemico. I ricercatori fanno però notare che non sono necessariamente i carboidrati a essere collegati al carcinoma mammario, ma piuttosto l'indice e il carico glicemico che, tuttavia, può appunto essere modificato dai carboidrati. Nel totale, le donne che seguivano una dieta che causava un alto indice glicemico sono state reputate a rischio tumore nel 44% dei casi, contro rispettivamente l'81% per quelle che avevano un alto carico glicemico e il 34% per quelle che assumevano in genere un gran numero di carboidrati. I ricercatori concludono suggerendo che un elevato apporto di carboidrati e le diete con un elevato indice glicemico e carico glicemico possono aumentare il rischio di sviluppare il cancro al seno. (fonte: lastampa.it)

Tumori del seno: alcuni antidepressivi possono intralciare la terapia 14/06/2009 12:13
Alcuni fra i farmaci più usati contro depressione e «vampate» rischiano di diventare un boomerang per le donne che, dopo aver rimosso con successo un carcinoma mammario, seguono una cura antiricaduta con tamoxifene. Dal meeting annuale dell’American society of clinical oncology (Asco), il più importante appuntamento mondiale per l’oncologia clinica, arriva la conferma che i certi casi il mix di farmaci porta a un rischio di recidive quasi raddoppiato. SORVEGLIATI SPECIALI – Gli antidepressivi in questione sono medicinali piuttosto diffusi, appartenenti alla famiglia degli Ssri (selective serotonine reuptake inhibitors), che agiscono sui meccanismi di attivazione della serotonina. Comprendono molecole come la fluoxetina, la paroxetina e la sertralina . Da tempo la loro interazione con il tamoxifene era tenuta d’occhio dagli esperti, ma senza che ci fossero prove delle eventuali conseguenze per le pazienti. LO STUDIO – I ricercatori dell’Indiana University hanno seguito 1.300 donne per due anni, dal momento in cui hanno iniziato a prendere il tamoxifene in avanti. La terapia viene prescritta alle donne operate per tumore del seno per abbattere il rischio che la malattia si ripresenti. Ma le percentuali di successo si sono rivelate più basse della media fra le donne che assumevano anche una classe particolare di Ssri, diretti contro un microenzima chiamato CYP2D6. Per loro, il tasso di recidiva nell’arco dei due anni è stato del 16 per cento, contro il 7,5 di chi prendeva solo tamoxifene. Nessuna differenza, invece, per le pazienti in cura con antidepressivi che non agiscono su CYP2D6, come citalopram, escitalopram o fluvoxamina. UNA DONNA SU TRE - «Questi dati sono importanti perché parliamo di terapie diffuse e di malattie diffuse. Se ben utilizzate, le cure possono aiutare molto le pazienti» commenta Paolo Pronzato, direttore dell’oncologia medica dell’Istituto nazionale per la ricerca sul cancro di Genova. Negli Stati Uniti, circa il 30 per cento delle donne in cura ormonale dopo un cancro al seno prende antidepressivi. «In Italia ci sono 500mila donne che hanno avuto una diagnosi di tumore della mammella. Hanno attraversato momenti difficili e possono avere segni di depressione, che va curata a dovere». AFFIDARSI AL MEDICO – E non c’è solo la depressione. «Gli Ssri portano anche un beneficio contro alcuni sintomi tipici della terapia ormonale, come le vampate – prosegue Pronzato - . Inutile e fuorviante, quindi, demonizzare i farmaci, che vanno piuttosto gestiti al meglio per ogni singola paziente. Se è il caso, si possono scegliere alternative al tamoxifen (come gli inibitori dell’aromatasi) e ai Ssri che agiscono sulla proteina incriminata». Ecco perché è fondamentale che la mano destra sappia cosa fa la sinistro, ovvero che oncologo, medico di famiglia e psichiatra lavorino sempre in squadra, evitando di prescrivere farmaci senza conoscere le terapie concomitanti o tenerne conto. (fonte: ilcorriere.it)

Da un nuovo farmaco le speranze per la cura del melanoma 14/06/2009 12:10
Il melanoma fa meno paura: un gruppo di ricercatori che lavora per la Roche è riuscito a mettere a punto un farmaco che aggredisce questo letale tumore della pelle nella sua forma più avanzata, spesso incurabile. Il farmaco, ancora in fase sperimentale, è stato ribattezzato PLX4032 (R7204) e potrebbe allungare la vita di molti pazienti affetti dal melanoma, ritardando la diffusione e la progressione della malattia, come emerso dai dati di un primo trial presentati dalla Roche e dal suo partner in questa ricerca, la Plexxikon, all’incontro dell’American Society of Clinical Oncology in Florida, negli Stati Uniti. Il PLX4032 funziona scovando e distruggendo le cellule tumorali portatrici della mutazione BRAF presente nel 60% dei melanomi maligni. Questo non solo aiuta a ridurre il tumore ma ritarda la sua diffusione. Attualmente solo il 5% dei pazienti il cui tumore si è diffuso in altre aree del corpo sopravvive più di due anni. Lo studio di fase I ha coinvolto 16 pazienti con melanoma BRAF-positivo e in più della metà l’estensione del tumore si è ridotta di almeno il 30%. Grazie al PLX4032 i pazienti sono vissuti per sei mesi senza che la malattia progredisse e in più della metà il tumore si è notevolmente ridotto. La Roche e la Plexxikon stanno ora progettando dei trial più vasti per studiare la sicurezza del farmaco e individuare il dosaggio più efficace. Gli esperti hanno ricordato che il melanoma è più facile da curare se diagnosticato tempestivamente. Per questo, è bene controllare i nei e riferire al medico ogni eventuale anomalia (modifica nella forma, dimensione, colore di un neo). Inoltre, occorre evitare un’eccessiva esposizione ai raggi ultravioletti: il sole è il fattore di rischio principale - e facilmente evitabile - perchè causa cambiamenti genetici nella pelle. (fonte: quotidiano.net)

Sconfitta la «triplice resistenza» dei tumori al seno 09/06/2009 15:09
Sono la bestia nera degli oncologi, ma stanno per essere domati: parliamo dei tumori al seno «triplo-negativi», così chiamati perché non hanno i tre classici bersagli che possono essere colpiti dai farmaci. E cioè: i recettori per gli ormoni estrogeni e progestinici e il recettore Her 2 (quello contro cui sono diretti i nuovi farmaci intelligenti). Questa loro triplice resistenza li rende particolarmente difficili da controllare e l’unica soluzione di terapia sono i classici chemioterapici. Almeno finora. Ma una nuova categoria di composti, diversa da tutte le altre, e presentata con una serie di studi a Orlando in occasione del meeting annuale degli oncologi americani (Asco), sembra davvero promettente: si chiamanoParp-inibitori (la sigla Parp indica un enzima che ripara i danni del Dna). L’EREDITARIETÀ - «Questi tumori – spiega Luca Gianni dell’Istituto Tumori di Milano – crescono rapidamente, sono aggressivi e non danno grandi speranze di sopravvivenza. Non sono frequentissimi, ma rappresentano pur sempre un quindici per cento di tutti i tumori alla mammella». I tumori triplo-negativi comprendono anche una quota di forme familiari, quelle che si ereditano e che sono legate alla mutazione dei geni Brca1 e 2 (geni che interferiscono con la capacità di riparazione del Dna delle cellule tumorali). «Se le cellule del tumore - spiega Gianni – acquisiscono la capacità di “autoripararsi” diventano anche resistenti ai chemioterapici: questi ultimi, infatti, funzionano proprio perché danneggiano il Dna della cellula e ne provocano la morte». Una volta individuato l’enzima-chiave di questi processi riparativi, appunto il Parp, i ricercatori hanno potuto costruire farmaci diretti contro il nuovo bersaglio: i Parp-inibitori, capaci di bloccare l’enzima e, quindi, la crescita del tumore. I RISULTATI - «I Parp inibitori – continua Gianni – funzionano se associati ai vecchi chemioterapici, come il cisplatino o la ciclofosfamide: bloccando i meccanismi di riparazione del Dna, danno il via libera all’azione tossica di questi ultimi». All’Asco sono stati presentati i risultati di due studi con questi nuovi farmaci (ce ne sono cinque o sei in sperimentazione) in diverse combinazioni. Il primo condotto dal Bayor-Charles A. Sammons Cancer Center di Dallas, il secondo dal Kings College di Londra. Entrambi hanno dimostrato una maggiore sopravvivenza nelle donne trattate con il farmaco rispetto a quelle in chemioterapia soltanto (sopravvivenza che gli oncologi hanno definito «rilevante da un punto di vista clinico»: in qualche caso ha superato i sei mesi) e una riduzione delle dimensioni del tumore. CANCRO ALL’OVAIO - «I risultati – ha commentato Andrew Tutt del Kings College – sono incoraggianti, ma andranno verificati con altri studi su un numero più grande di pazienti». Un altro piccolissimo studio ha dimostrato che uno di questi farmaci, sempre appartenenti alla categoria dei Parp-inibitori, funziona anche in certe forme di cancro all’ovaio dove è presente un’alterazione dei geni Brca. (fonte: corriere.it)

Un virus killer che colpisce solo le cellule cancerose 27/05/2009 10:57
Un virus Herpes aggressivo intelligente sfonda le porte dei tumori più maligni del seno e dell’ovaio uccidendo una a una le cellule malate, ma rimanendo assolutamente innocuo per le limitrofe cellule sane: unico nel suo genere, è il risultato di un elegante esperimento di ingegneria genetica messo a punto da ricercatori italiani, che promette di spalancare nuove frontiere di cura contro neoplasie aggressive e anche contro le metastasi al cervello oggi incurabili. Secondo quanto annunciato sulla rivista dell’Accademia americana delle scienze (Pnas), si tratta del primo virus Herpes anti-cancro modificato geneticamente per essere allo stesso tempo innocuo contro i tessuti sani e cattivissimo contro le cellule cancerose delle neoplasie mammarie e ovariche, che ogni colpiscono in Italia 42mila persone e ne uccidono oltre 10mila. COLPISCE SOLO IL BERSAGLIO - È stato creato dall’equipe della virologa Gabriella Campadelli-Fiume dell’Università di Bologna. La novità, rispetto a tentativi simili di creare virus da usare come terapie anticancro, è proprio che questo herpes-virus è molto distruttivo solo contro le cellule malate risparmiando totalmente quelle sane, per cui non c'è bisogno di ridurne la virulenza. «Infatti, quando si manipola geneticamente un virus per usarlo come arma contro i tumori - spiega la virologa - di solito lo si indebolisce per renderlo innocuo verso l’organismo cui viene somministrato». Questo, però, finisce spesso col renderlo poco aggressivo anche verso la neoplasia che si intende curare. E questa è una delle ragioni per cui questo tipo di armi anti-cancro non decolla nella pratica clinica. COME FUNZIONA IL VIRUS - «Noi abbiamo invece scelto una strada più sofisticata - aggiunge Campadelli-Fiume. Abbiamo lasciato inalterata la sua virulenza, ma tolto le «chiavi» molecolari con cui il virus entra nelle cellule sane. In pratica, abbiamo introdotto un anticorpo capace di aprire la «serratura» (recettore) delle cellule dei tumori del seno e dell’ovaio che producono la proteina Her-2». È proprio questa molecola, che riveste in abbondanza le cellule cancerose, a trasformale in bersaglio. Il virus modificato aggredisce queste cellule, l’infezione si autoalimenta, perchè il virus si replica progressivamente fino ad esaurimento delle cellule malate. Eliminata la neoplasia, non trovando più cellule dove insediarsi, il virus è destinato ad estinguersi senza arrecare danni all’organismo. FUNZIONA SULLE CAVIE DA LABORATORIO – L'efficacia del virus è stata misurata sui topi, in test condotti nei laboratori di Dipartimento di patologia sperimentale dell'ateneo nel corso degli ultimi dodici mesi. Il 60 per cento dei topolini trattati è completamente guarito dal tumore, mentre nel restante 40 per cento se ne è inibita significativamente la crescita. Il nuovo virus, che l’ateneo ha già chiesto di brevettare, potrebbe inoltre rivelarsi efficace contro le metastasi cerebrali dei tumori Her-2, che invece i principali farmaci oggi comunemente adottati nella terapie non riescono a raggiungere. Il prossimo passo sarà quindi quello di indagare la possibilità di veicolare il virus attraverso il sistema circolatorio, in modo da intercettare eventuali metastasi tumorali ignote, oltre ovviamente a portare la sperimentazione sull’uomo. (fonte: ilcorriere.it)

Un "nuovo" cereale combatte obesità e cancro 27/05/2009 10:56
È opera di un ricercatore dell’Università dell’Illinois: il dr. Soo-Yeun Lee, professore di scienza dell'alimentazione e della nutrizione. Il "nuovo" cereale a base di soia, a cui avrebbe donato un delizioso aroma di cannella, sarebbe in grado di combattere l’obesità e ridurre il rischio di cancro alla prostata e al seno. La soia, già utilizzata nella preparazione di molti prodotti a base di cereali per la colazione, non era ancora stata usata come base o ingrediente principale. Ora, con questo nuovo prodotto, si può fruire di un alimento bilanciato senza gli elevati contenuti in grassi o zuccheri dei normali cereali da colazione. La soia, infatti, possiede 10 g di proteine e 5 g di fibre per tazza. In questo modo, si può fare una colazione nutriente e che rende sazi fino all’ora di pranzo. Evitando di mangiare fuori pasto, magari ingurgitando poco sani spuntini che favoriscono il sovraccarico proteico e il sovrappeso. Il prof. Lee ricorda che consumare proteine della soia aiuta a ridurre il rischio di tumori al seno e alla prostata, in più riduce il livello di colesterolo nel sangue. Per questo e altri motivi, come la protezione contro l’osteoporosi, è bene introdurre la soia nella propria dieta, in particolare a colazione. Lee e colleghi stanno lavorando per dare al loro supercereale un sapore più adatto ai gusti delle persone comuni, nonostante affermino che quello che già possiede ora – un aroma di cannella – è stato giudicato buono. Una volta trovato il sapore "migliore" il prodotto potrà essere immesso sul mercato. (fonte: lastampa.it)

Cancro, oggi un paziente su due ce la fa 18/05/2009 15:30
Contro il cancro oggi un paziente su due ce la fa. Il 47 % delle persone che si trovano a combattere con la malattia è vivo dopo 5 anni. I progressi più evidenti nel cancro al seno: ai primi stadi il tasso di sopravvivenza è al 98%. A fare il punto sono gli esperti in occasione del convegno “Per una vita come prima” all'ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar. Un appuntamento giunto alla terza edizione, e che si arricchisce anche di un sito internet (www.perunavitacomeprima.org) in cui sono raccolte le storie di persone che «ce l'hanno fatta». Sopravvivere al tumore, sottolineano gli oncologi, è oggi, per fortuna, la realtà per quasi due milioni di persone nel nostro Paese, ma «poco si sa - avvertono - dei bisogni e delle difficoltà incontrate dopo la malattia». Il cancro della mammella è una fra le neoplasie dove i successi sono più evidenti: se si interviene ai primissimi stadi, la sopravvivenza raggiunge il 98%. In quello del testicolo sfiora il 100%. Di cancro, sottolinea Marco Venturini, a capo dell'Oncologia di Negar, «si parla ormai come di una malattia cronica: ma se i farmaci “a bersaglio” rivestono un grande merito nella diminuzione della mortalità, la prevenzione primaria, in particolare dieta e movimento, gioca un ruolo almeno altrettanto importante». Esistono infatti prove evidenti che l'attività fisica sia protettiva nei confronti dei tumori, in particolare colon e seno: le donne che svolgono regolarmente attività fisica, affermano gli oncologi, presentano una riduzione del rischio relativo di ammalarsi di carcinoma mammario. Non solo: l'attività fisica è importante anche per la qualità di vita durante i trattamenti oncologici. I dati in pazienti che hanno già un tumore della mammella sono altrettanto chiari: l'attività fisica esercita un effetto protettivo sia sull'insorgenza di recidive che nel ridurre la mortalità. E questo effetto si evidenzia soprattutto nelle donne obese o in sovrappeso. (fonte: ilmessaggero.it)

Una sola goccia di sangue per seguire l’evoluzione del cancro 05/05/2009 14:40
Una recente scoperta americana annuncia promettenti esiti da un test sul sangue che sembra in grado di rivelare l’efficacia di una terapia contro il cancro. Lo studio è stato condotto da un gruppo di ricercatori della Stanford University School of Medicine in California (USA), che ha messo a punto una macchina in grado di separare le proteine legate al cancro tramite l’impiego di cariche elettriche. Grazie all’uso di reagenti che consentono di differenziare i diversi tipi di cancro e a specifiche analisi di laboratorio, gli studiosi affermano che possono individuarsi in un piccolissimo campione biologico come una goccia di sangue i livelli delle proteine legate al cancro. In più possono anche essere osservate le variazioni dovute agli interventi terapeutici. Entrando più nello specifico, i ricercatori spiegano che questa tecnica permette di monitorare i vari livelli di attività dei geni cancerogeni all’interno dei linfomi umani e di distinguere i diversi tipi di questi ultimi. Questa tecnica lavora molto bene sulle cavie da laboratorio sia per i linfomi sia per le cellule tumorali in generale. Il sistema è stato battezzato col nome nanofluidic proteomic immunoassay (NIA). “Questa tecnologia ci permette di analizzare le proteine associate al cancro in scala ridottissima. Non solo si individuano i livelli di proteina nell’ordine dei psicogrammi, un trilionesimo di grammo, ma si osservano anche i più piccoli cambiamenti che avvengono nella proteina”, spiega Dean Feisher, uno degli scienziati che hanno preso parte allo studio. Questo tipo di test consente di diagnosticare precocemente il tumore e di monitorare il decorso della malattia senza l’ausilio di interventi chirurgici invasivi come la biopsia. “Attualmente è necessaria l’anestesia totale e il prelievo di grandi quantità di tessuti – afferma Alice Fan, coordinatrice dello studio – mentre adesso, grazie a questo nuovo test, basta un ago per prelevare le poche cellule necessarie consentendo ai medici di ripetere le analisi con maggiore frequenza”. Allo stato attuale delle cose questa tecnica si è rivelata valida negli studi sui tumori del sangue ma gli esperti stanno lavorando per svolgere test anche su altre forme di tumori maligni. (fonte: panorama.it)

Prevenire i tumori con l'autopalpazione del seno 16/04/2009 10:12
I pareri sono spesso contrastanti. C’è chi sostiene che l’autopalpazione non sempre serve perché quando si avverte un nodulo con le proprie mani significa che ha già raggiunto dimensioni troppo elevate. Altri invece affermano che è indiscutibilmente un valido aiuto e può diagnosticare in tempo un eventuale tumore. «Scoprire e trattare in modo tempestivo un nodulo piccolo è di fondamentale importanza per la terapia: se si riesce ad identificare un tumore in fase precoce le probabilità di guarigione sono vicine al 90%» afferma la Dott.ssa Virginia Cirolla, medico chirurgo-senologo con formazione specifica in prevenzione dei tumori. Per eseguire l’autopalpazione e l’autoesame serve una mezz’ora al mese e uno specchio, è semplice e non richiede particolari capacità, l’importante è che venga eseguito sempre nello stesso periodo del ciclo. «Prima la donna inizia a praticare l'AES (in inglese Breast Self Examination) e più conosce il suo seno perché l'importante non è saper fare la palpazione quanto capire se ci sono variazioni nel tempo» sottolinea il dott. Antonio Michele de Nicolò, specialista in ginecologia e ostetricia, che prosegue «L’autoesame viene effettuato mediante autopalpazione». «L’autoesame e l’autopalpazione servono a controllare che nel seno non ci siano noduli o irregolarità nuove rispetto a quelle avvertite in passato. È opportuno eseguirli una volta al mese preferibilmente nello stesso periodo del ciclo perché le variazioni ormonali cambiano l’aspetto e la consistenza del seno» aggiunge la dr.ssa Cirolla. Come si esegue a livello pratico? Abbiamo domandato alla dottoressa Cirolla. «L’autoesame si esegue davanti allo specchio, in più posizioni. Si comincia con le braccia distese lungo i fianchi, per controllare che non ci siano irregolarità del capezzolo o alterazioni del profilo e della superficie del seno come, per esempio, un gonfiore localizzato. Ricordiamo che piccole variazioni da destra a sinistra sono frequenti, quasi di norma anche nei seni normali; quindi l’occhio si deve concentrare su eventuali variazioni nel corso del tempo. Per questo bisognerebbe eseguire l’esame con regolarità. In seguito si mettono le braccia allungate sulla testa, e anche in questo caso bisogna fare caso a eventuali variazioni del seno come alterazioni della pelle o cambiamenti della superficie, rispetto all’autoesame precedente. Dopodiché si mettono le mani sui fianchi e si preme con energia in modo da contrarre e tendere i muscoli pettorali il più possibile. Anche qui, è necessario verificare che non vi siano irregolarità e differenze tra i due seni». E l’autopalpazione? «Anche l’autopalpazione prevede più controlli: primo si effettua palpando con delicatezza il seno, per esaminarlo: mettendo il braccio destro in alto e con il braccio sinistro palpiamo il seno effettuando una leggera pressione. Si ripete la stessa procedura anche per il seno sinistro invertendo la posizione delle braccia. L’esame prosegue in posizione sdraiata per il seno sinistro. È utile mettere un cuscino sotto la spalla sinistra con la mano sinistra sotto la nuca in modo da appiattire i seni e, a questo punto, si preme con delicatezza sul seno in modo che diventi piatto effettuando movimenti circolari e concentrici. Dopo aver esaminato con cura tutto il seno, si ripete la sequenza sull’altro lato invertendo la posizione. Per eseguire l’autopalpazione descritta possono essere utilizzati tre tipi di movimenti della mano: movimenti circolari, concentrici, in senso orario, dall’alto verso il basso, dal basso verso l’alto e viceversa, oppure movimenti radiali. Si consiglia di scegliere il movimento che risulta più facile e utilizzarlo nell’esame mensile. Alla fine dell’autopalpazione, si stringe il capezzolo in senso ispettivo premendo con l’indice e il pollice, con delicatezza, per controllarne la fuoriuscita di secrezione e individuare la natura della secrezione: se è rosa, lattescente, trasparente ecc. da comunicare poi al proprio senologo di fiducia». «Le secrezioni del capezzolo bianche o gialline non devono spaventare mentre secrezioni rosse o marroncine impongono un controllo presso un medico» aggiunge il dott. Antonio De Nicolò. (fonte: lastampa.it)

Aglio contro il cancro. Nuove conferme 16/04/2009 10:11
Anche se a periodi alterni, l’aglio è sempre stato ammantato di un alone da rimedio utile contro diversi disturbi: dalla pressione alta, al più comune raffreddore, fino ad arrivare al più temuto cancro. Un nuovo studio, oggi, suggerisce che l’aglio utilizzato regolarmente nelle diete può avere buoni effetti protettivi nei confronti del cancro e, in più, proprietà attive che possono inibire, ritardare o addirittura invertire il processo di cancerogenesi umana. I risultati di questo studio sono stati presentati al simposio internazionale sulle “Nuove frontiere in Ematologia e Oncologia”. Secondo quanto riferito dai ricercatori indiani, la perossidazione lipidica conosciuta per i danni che provoca alle cellule, svolge un ruolo nocivo verso tutti i tumori della pelle compresa la cancerogenesi. Nello studio condotto sui topi si è dimostrato come una carcinogenesi della pelle indotta tramite un composto chimico detto “Dmba” sia stata contrastata dall’aglio che ha inibito il processo di ossidazione dei lipidi, proteggendo le cellule dagli attacchi delle molecole ossidate. Vi è stata anche una migliore risposta ai trattamenti chemioterapici nei topi a cui è stato fatto il trattamento con l’aglio prima e dopo l’induzione della carcinogenesi. «L’assunzione di aglio ritarda la formazione di papillomi negli animali e, contemporaneamente, riduce le dimensioni e il numero di papillomi che si riscontra anche nell’istologia della pelle dei topi trattati» conclude la relazione dei ricercatori presso il Dipartimento di Chemioprevenzione del cancro del Chittaranjan National Cancer Institute di Kolkata, India. (fonte: corriere.it)

Cancro: capire se la chemio funziona dopo un solo trattamento 16/04/2009 10:09
Un gruppo di oncologi del Jonsson Comprehensive Cancer Center dell’Ucla in California ha messo a punto un sistema combinato di PET (Tomografia emissione di positroni) e tomografia computerizzata per determinare dopo un solo trattamento se la chemioterapia a cui è sottoposto un paziente oncologico sta avendo effetto. La messa a punto di questo sistema diagnostico permetterà ai medici di interrompere la terapia che si dimostra inefficace. Gli oncologi spesso devono aspettare mesi prima di poter determinare se un trattamento sta funzionando. Ora, grazie a un metodo non invasivo, i ricercatori dell’Ucla hanno mostrato che è possibile capire dopo un solo ciclo di chemioterapia se i farmaci stanno o meno uccidendo il cancro. L’esperimento è stato fatto su 50 pazienti affetti da sarcoma sei tessuti molli (tessuto connettivo) che stavano ricevendo una chemioterapia che aveva lo scopo di ridurre i tumori prima dell’intervento chirurgico. Lo studio ha dimostrato che era possibile determinare la risposta alla terapia dopo appena una settimana dalla prima dose di farmaci chemioterapici, contro i tre mesi solitamente richiesti per poter appurare se la terapia sta funzionando. Fritz Eilbert, assistente alla cattedra di Oncologia chirurgica e direttore del programma Sarcoma al Jonsson Cancer Center dell’Ucla, nonché autore dello studio, pubblicato sul numero odierno della rivista Clinical Cancer Research, ha dichiarato: “Non ha senso somministrare al paziente un trattamento che non sta funzionando. Questi farmaci fanno stare i pazienti molto male e hanno seri effetti collaterali a lungo termine”. La PET mostra le funzioni biochimiche in tempo reale, come fosse una macchina fotografica molecolare. Per questo studio Eilbert e i la sua squadra hanno monitorato le funzioni metaboliche del tumore, o quanto zucchero veniva consumato dalle cellule tumorali. Siccome crescono senza controllo, le cellule tumorali consumano più zucchero delle cellule normali, il che le rende più visibili alla PET. Per determinare l’efficacia della terapia, i ricercatori dovevano notare una diminuzione dell’attività metabolica del tumore del 35 per cento. Dei 50 pazienti considerati, 28 non hanno risposto in maniera attesa, ed è stato possibile accertarlo dopo una sola settimana dall’inizio del trattamento. Questo ha permesso di interrompere immediatamente la somministrazione e passare a un trattamento sperabilmente più efficace per fare in modo che il paziente potesse sottoporsi all’intervento chirurgico più rapidamente. Per più della metà dei pazienti dello studio, quindi, proseguire la chemioterapia non aveva senso. “Nonostante lo studio fosse incentrato su pazienti in attesa di intervento”, ha dichiarato Eilbert, “penso che questi risultati avranno un impatto ancora maggiore sui pazienti con tumori inoperabili o con metastasi, perché consentono di fare una valutazione molto più rapida dell’efficacia del trattamento e aiutano i medici a prendere decisioni che avranno un impatto enorme sulla qualità della vita”. Eilbert e colleghi continueranno a seguire i pazienti e un trial clinico è in corso sulla base dei risultati ottenuti con lo studio, che ha coinvolto esperti in chirurgia, oncologia, radiologia, farmacologia molecolare, patologia, medicina nucleare e biostatistica. (fonte: panorama.it)

Il tumore al seno si combatte con tè verde e funghi 29/03/2009 18:06
Le donne che mangiano funghi e bevono tè verde in abbondanza potrebbero abbassare il loro rischio di sviluppare il cancro al seno, secondo uno studio condotto in Cina su oltre 2.000 soggetti. I ricercatori hanno scoperto che le donne che mangiavano più funghi, freschi o secchi, avevano il rischio più basso di ammalarsi di tumore al seno e che il rischio si riduceva ancora di più se le stesse donne bevevano anche tè verde ogni giorno. "I risultati del nuovo studio suggeriscono che la dieta tradizionale cinese può aiutare a spiegare la minore incidenza del cancro al seno in Cina", ha spiegato la Dr.ssa Min Zhang. La ricerca, pubblicata dall'International Journal of Cancer, è stata condotta nel sud-est della Cina e ha coinvolto 1.009 pazienti con cancro al seno di età compresa fra 20 e 87 anni e un uguale numero di donne sane della stessa età; a tutte è stato sottoposto un questionario sulle abitudini alimentari. Le donne che mangiavano più funghi freschi (10 grammi o più al giorno) avevano circa due terzi di probabilià in meno di sviluppare il cancro al seno delle donne che non ne mangiavano; le donne che mangiavano 4 grammi o più di funghi secchi al giorno avevano un rischio dimezzato e quelle che mangiavano funghi e in più bevevano ogni giorno tè verde avevano solo l'11-18% del rischio di cancro al seno rispetto alle donne che non bevevano te' verde e non mangiavano funghi. (fonte: esseredonnaoggi.it)

Contro Il Cancro Al Seno Funghi E Te' Verde, Ecco La Dieta Amica Delle Donne 23/03/2009 17:42
Le donne che mangiano funghi e bevono te' verde in abbondanza potrebbero abbassare il loro rischio di sviluppare il cancro al seno, secondo uno studio condotto in Cina su oltre 2.000 soggetti. I ricercatori, guidati dalla Dr.ssa Min Zhang, hanno scoperto che le donne che mangiavano piu' funghi, freschi o secchi, avevano il rischio piu' basso di ammalarsi di cancro al seno e che il rischio si riduceva ulteriormente se tali donne bevevano te' verde ogni giorno. In Cina, l'incidenza del cancro al seno e' quattro-cinque volte inferiore di quella dei Paesi occidentali, anche se i tassi sono aumentati negli ultimi decenni nelle aree piu' ricche del Paese asiatico. I risultati del nuovo studio suggeriscono che la dieta tradizionale cinese - che prevede molti funghi e grandi quantita' di te' verde - puo' aiutare a spiegare la minore incidenza del cancro al seno in Cina, dice la Dr.ssa Zhang, che insegna alla University of Western Australia, a Perth. La ricerca, pubblicata dall'International Journal of Cancer, e' stata condotta nel sud-est della Cina e ha coinvolto 1.009 pazienti con cancro al seno di eta' compresa fra 20 e 87 anni, e un uguale numero di donne sane della stessa eta'. A tutte e' stato sottoposto un questionario sulle abitudini alimentari. Le donne che mangiavano piu' funghi freschi (10 grammi o piu' al giorno) avevano circa due terzi di probabilita' in meno di sviluppare il cancro al seno delle donne che non ne mangiavano. Le donne che mangiavano 4 grammi o piu' di funghi secchi al di' avevano un rischio dimezzato. Inoltre, quelle che mangiavano funghi e in piu' bevevano ogni giorno te' verde avevano solo l'11-18% del rischio di cancro al seno rispetto alle donne che non bevevano te' verde e non mangiavano funghi. (fonte: cybermed.it)

Alimentazione, vegetariani più protetti contro il cancro 16/03/2009 15:40
La dieta vegetariana è un aiuto contro il cancro. Lo suggerisce una ricerca britannica condotta su 52.700 persone, uomini e donne, che però fa emergere anche un dato che ha stupito gli stessi ricercatori: tra i vegetariani hanno infatti rilevato un aumento dell'incidenza di tumore colorettale, una forma che invece viene normalmente associata al consumo di carne rossa. La ricerca è iniziata nel 1990 ed ha suddiviso i partecipanti in mangiatori di carne rossa, mangiatori di pesce, vegetariani e vegani (questi ultimi non mangiano alcun derivato animale): si è evidenziata appunto un'incidenza significativamente più bassa di tutti i tumori nei vegetariani e in chi mangiava pesce, rispetto a chi mangiava carne. Tuttavia per il tumore colorettale, tale tendenza si è invertita. Lo studio è pubblicato sull'American Journal of Clinical Nutrition. (fonte: istablog.org)

Tumore al seno, italiani scoprono molecola che provoca le metastasi 07/03/2009 00:25
Si chiama FOXP3 ed è una molecola la cui presenza nelle cellule del tumore al seno è legata allo sviluppo di metastasi. È stata scoperta da un gruppo di ricercatori italiani grazie alla collaborazione tra l'Unità Operativa Bersagli Molecolari dell'Istituto Tumori di Milano (Int), diretta da Elda Tagliabue e il gruppo che fa capo ad Andrea Balsari, docente di Immunologia all'Università Statale. La scoperta, che sarà utile per personalizzare sempre più le terapie, è stata fatta analizzando il tessuto neoplastico di pazienti operate di tumore al seno. Lo studio, finanziato dall'Airc, è stato pubblicato dal Journal of Clinical Oncology. L'analisi del tessuto neoplastico ottenuto da più di 300 pazienti - spiega una nota dell'Int - ha evidenziato come la presenza di FOXP3 nelle cellule tumorali mammarie si associa significativamente col rischio di sviluppare metastasi, quindi con una condizione di maggiore aggressività della malattia. In particolare, nelle pazienti che non presentavano cellule maligne nei linfonodi, la presenza di FOXP3 nelle cellule del tumore primario si correlava con un peggioramento della prognosi dovuto a metastasi, mentre nelle pazienti con coinvolgimento dei linfonodi, l'assenza di FOXP3 nelle cellule tumorali era in correlazione con una prognosi più favorevole. «Gli sforzi dei due gruppi di ricerca - sostiene Balsari - sono ora rivolti all'individuazione del meccanismo biologico attraverso cui la molecola FOXP3 spinge le cellule del tumore della mammella a diffondersi in altri organi». «E con le conoscenze acquisite - aggiunge Tagliabue - sarà possibile studiare il modo di usare FOXP3 per individuare i tumori più aggressivi contro cui indirizzare terapie mirate, oppure disegnare nuove molecole in grado di contrastare l'azione della stessa FOXP3». (da: ilmessaggero.it)

Tra dieci anni mortalità zero per il tumore al seno 13/02/2009 11:49
Secondo gli ultimi dati disponibili dalla ricerca nel campo dei tumori l"incidenza nelle donne del tumore al seno è in aumento, mentre diminuisce il tasso di mortalità, grazie alla prevenzione, alla diagnosi precoce ed all"efficacia delle terapie. Ogni anno in Italia il carcinoma colpisce circa 40mila donne, e una donna su nove riceve una diagnosi di cancro al seno; la chiave per abbassare il tasso di mortalità risiede nella diagnosi precoce, che permette di individuare la malattia molto velocemente quando non è in stato di grande evoluzione. Il Professore Umberto Veronesi, fondatore di un progetto chiamato "Mortalità Zero", dichiara che l"obiettivo è quello di arrivare ad un tasso di mortalità pari a zero nel giro di dieci anni. Il progetto vede coinvolte come testimonial anche Nadia Ricci, Olivia Toscani e Monica Guerritore, fotografate da Oliviero Toscani per la campagna dedicata al tumore al seno. Tre donne che, nella loro vita, hanno avuto a che fare con questa malattia, vincendo la battaglia. Veronesi ha detto "La malattia si può battere trent"anni fa quattro donne su dieci non ce la facevano, adesso sono la metà. Più di un terzo delle pazienti ha la percentuale di guarigione che sfiora il 100%" e continua "Con gli strumenti di diagnosi e cura oggi a disposizione, mortalità zero entro 10 anni è un traguardo raggiungibile. Sappiamo infatti che tanto più il tumore è piccolo tanto maggiore è la speranza di sopravvivenza: i tumori diagnosticati in fase precocissima, quando la lesione è impalpabile, guariscono nella quasi totalità dei casi. Il progetto della Fondazione Umberto Veronesi prevede da un lato azioni mirate ad accrescere tra le donne la consapevolezza dell"importanza della diagnosi precoce e dall"altro la diffusione capillare di centri adeguatamente attrezzati e con personale medico debitamente formato, dove le donne possano accedere alle metodologie diagnostiche e terapeutiche più avanzate". (fonte: molecularlab.it)

Svelato il segreto della protezione dal Cancro 04/02/2009 09:23
I ricercatori sono molto soddisfatti della loro scoperta in quanto questa avrà importanti effetti per la diagnosi e la cura del cancro. La nuova scoperta riguarda il gene Tp53, scoperto per la prima volta 30 anni fa, e la proteina p53: una proteina che si trova in ogni cellula umana. Il suo è un ruolo determinante nella prevenzione del possibile sviluppo del cancro. La proteina p53 interviene in molti processi, tra cui la riparazione del DNA danneggiato; non solo dalle cellule tumorali, ma anche dai trattamenti a base di radiazioni come la chemioterapia. Può inoltre indurre al suicidio le cellule malate in modo da bloccare la diffusione del cancro stesso. Lo studio, pubblicato in “Genes & Developement” è stato condotto da un team di scienziati dell’Università di Dundee e di Singapore. Per la ricerca sono stati utilizzati embrioni di pesciolini tropicali conosciuti come Zebrafish (o Danio rerio) che condividono con gli esseri umani questo tipo di gene. Con un trucco genetico hanno marchiato il gene Tp53 per evidenziare (di colore verde) quando questi viene attivato. In questo modo gli scienziati hanno scoperto come e quando il gene si attiva generando la ben nota proteina p53, ma anche una variante di questa proteina, detta isoforma. Normalmente gli Zebrafish sopravvivono all’esposizione a basse dosi di radiazioni, ma quelli che non hanno avuto modo di beneficiare dell’azione della proteina e dell’isoforma sono morti. Se non scatta “l’interruttore” la proteina non riesce a fare il suo lavoro correttamente. I ricercatori hanno dimostrato che questo interruttore ha svolto un ruolo fondamentale nel consentire alla p53 di eseguire la riparazione del DNA danneggiato. Il Professor Sir David Lane del team di scienziati ha detto: “La funzione di p53 è un fattore critico per il modo in cui molti trattamenti contro il cancro uccidono le cellule in quanto la radioterapia e la chemioterapia provocano il suicidio delle cellule in risposta ai danni al DNA”. La comprensione di questi meccanismi e del funzionamento del gene Tp53 è molto importante per lo sviluppo di nuovi farmaci e per migliorare le possibilità di diagnosticare in tempo e correttamente lo sviluppo della malattia. (fonte: lastampa.it)

Tumore, ogni giorno 700 casi in Italia 04/02/2009 09:17
Sono oltre 270mila gli italiani colpiti ogni anno da tumore, più di 700 nuovi casi ogni giorno. Questi i risultati dell'indagine "Vivere con il cancro" realizzata in occasione della Giornata mondiale contro il cancro, appuntamento promosso dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e dall’Unione Internazionale contro il Cancro, che si celebra il 4 febbraio. Secondo le stime nel 2010 saranno circa 1,9 milioni gli italiani che hanno avuto una neoplasia contro i 1,7 milioni attuali. Una realtà sempre più diffusa, che coinvolge circa una famiglia italiana su 20. Per questo motivo la Giornata, istituita per informare e sensibilizzare su tematiche inerenti i tumori, ha come tema la qualità di vita dei pazienti e dei familiari. GODERE LA VITA FINO IN FONDO – Il sondaggio (effettuato da Eurisko) ha voluto approfondire quali siano il significato e il valore del tempo per i malati oncologici e per i loro care givers (ovvero chi fornisce le cure ai pazienti: familiari, amici, conoscenti). Ne è emerso che per i malati di cancro «la priorità è il presente, avere il tempo per assaporare fino in fondo ogni attimo di una vita a cui viene restituito valore». E se da parte dei pazienti si evidenzia un’accettazione silenziosa della malattia e un conseguente sviluppo di grande attaccamento alla vita, con sentimenti di ottimismo e determinazione, i parenti sono più in difficoltà: provano sentimenti di impotenza, costantemente concentrati sulle difficoltà dell’assistenza e sull’ineludibilità della fine. PIÙ DIFFICOLTÀ PER I PARENTI - Il concetto di qualità della vita viene ridefinito dai pazienti in base a cosa si fa nella quotidianità, dal riuscire a fare le cose che si facevano prima (come lavorare, uscire con gli amici, fare sport) all’essere autosufficienti fino a sentirsi utili. Un modo di poter godere del presente senza rimorsi e malinconia verso il passato e senza angoscia per il futuro, focalizzandosi su una gestione del tempo a medio-breve termine, ponendosi dei piccoli traguardi (come accompagnare i figli a scuola o fare un weekend con la famiglia) e guardando a un futuro più lontano (scrivendo un libro, creando associazioni di volontariato o portando avanti la propria azienda). I parenti invece navigano a vista, tra la difficoltà di riuscire a progettare e il costante paragone con quello che si riusciva a fare prima della malattia, vivendo sempre in una continuo stato d'allerta. In entrambi i casi, per gestire al meglio la quotidianità, si chiede supporto al sistema sanitario, che viene percepito come alleato e vicino, ma a cui si domanda soprattutto una maggiore sensibilità alla dimensione psicologica (risulta prezioso l'aiuto dello psiconcologo). PREVENZIONE CONTRO OBESITÀ - La Giornata di quest'anno non è dedicata solo alla qualità di vita dei malati di cancro. L'altro tema cruciale è la prevenzione, partendo fin dalla più tenera età. L'Uicc, infatti, lancia per l’occasione una campagna mirata contro sovrappeso e obesità, che si sono dimostrati fattori di rischio certi per lo sviluppo di un tumore e il cui tasso continua a salire pericolosamente fra adulti e bambini. I numeri parlano chiaro: secondo le stime dell'Oms sono un miliardo gli adulti sovrappeso nel mondo, di cui almeno 300 milioni dichiarati clinicamente obesi. Fra i 5 e i 17 anni, poi, un bambino su dieci è fuori forma e ben 45 milioni sono quelli obesi (circa il 3 per cento del totale). Per questo l’Uicc lavorerà con genitori, insegnanti e politici perché si portino avanti programmi che incoraggiano i bambini a seguire una dieta sana, fare sport e mantenere un peso corporeo salutare. COLON, SENO, POLMONE - In Italia tra i tumori più frequenti ci sono quello al colon-retto, con 48mila nuovi casi all’anno, alla mammella (primo tra le donne con 40mila nuove diagnosi) e il tumore al polmone con 32mila, la neoplasia più diffusa tra gli uomini ultraquarantenni e tra quelle a più elevata mortalità. Grazie a screening, diagnosi precoci e innovazioni terapeutiche la lotta contro il tumore sta registrando molti successi, anche nei pazienti negli stadi più avanzati. «Per molti tipi di tumore abbiamo oggi farmaci efficaci e meno tossici. I farmaci anti-angiogenetici, e quelli biologici in generale, hanno cambiato molti paradigmi di trattamento» ha spiegato Alberto Sobrero, responsabile della divisione di Oncologia medica dell'ospedale San Martino di Genova. (fonte: corriere.it)

Tumori del seno: bisturi "preventivo" solo in casi eccezionali 27/01/2009 21:10
Le donne che hanno avuto un carcinoma a una mammella sono esposte a un rischio maggiore di un tumore anche all’altro seno rispetto alla media. Ma quando si può dire che questo pericolo sia così grande da giustificare l’ipotesi di intervenire con un’asportazione preventiva, di un intervento impegnativo e irreversibile, per «togliere tutto e non pensarci più»? In pochi, selezionati casi, e solo dopo un esame attento della storia medica della paziente e della patologia del tumore. E’ questa la risposta che i chirurghi dell’MD Anderson Cancer Center di Houston, in Texas, hanno tratto da uno studio condotto su centinaia di donne operate fra il 2000 e il 2007, i cui risultati appariranno sul numero del 1 marzo 2009 della rivista Cancer. LA RICERCA – Gli esperti americani hanno revisionato i casi di 542 donne colpite da tumore a un solo seno, ma sottoposte a mastectomia profilattica controlaterale (così si chiama la rimozione preventiva della mammella senza segni di malattia). Esaminando i tessuti asportati, è emerso che fra loro 25 avevano effettivamente un carcinoma controlaterale e 82 mostravano cellule anomale che indicavano un certo rischio di evolvere in carcinoma mammario (nello specifico si trattava di iperplasia atipica duttale o lobulare, carcinoma lobulare in situ). Ma 435 donne, ovvero l’80 per cento del campione, non avevano anomalie patologiche e per loro, dunque, la mutilazione non sarebbe stata necessaria. TRE INDICATORI - Per capire che cosa differenziasse quel 20 per cento più a rischio, e soprattutto le rendesse riconoscibili, i ricercatori hanno cercato le peculiarità associate al tumore controlaterale, trovando tre fattori-chiave: determinate caratteristiche istologiche di aggressività delle cellule tumorali, la presenza di cancro in più di un quadrante della mammella e, infine, un’elevata esposizione individuale alla malattia. Quest’ultimo elemento è misurato tramite il cosiddetto modello di Gail, un algoritmo che comprende età, data delle prime mestruazioni e del primo parto, familiarità per tumore del seno, biopsie precedenti, e che serve a esprimere il rischio di sviluppare un tumore mammario invasivo nei cinque anni a venire. Viene considerato alto rischio se maggiore o uguale all’1,67 per cento. SBAGLIATO SCEGLIERE PER PAURA - «Le donne spesso considerano l’eventualità di una mastectomia preventiva controlaterale non per raccomandazioni mediche, ma perché temono che il cancro ritorni – ha dichiarato Kelly Hunt, prima firma dello studio -. Al momento è molto difficile identificare quali pazienti abbiano un rischio tale da trarre beneficio da questa procedura aggressiva e irreversibile. Abbiamo voluto determinare le caratteristiche per definire queste donne, affinché in futuro le decisioni siano più consapevoli». La questione ha una rilevanza particolare negli Stati Uniti, dove il numero delle donne che opta per la chirurgia preventiva è cresciuto del 150 per cento fra il 1998 e il 2003 (passando dal 4,2 all’11 per cento di tutte le donne sottoposte a mastectomia), come riportato in uno studio dell’Università del Minnesota apparso qualche anno fa sul Journal of Clinical Oncology. UTILE IN CASI D’ECCEZIONE - In Europa il ricorso al bisturi preventivo è molto meno esteso e riservato a circostanze particolari. Secondo le linee guida della Foncam (Forza Operativa Nazionale sul Carcinoma Mammario ), l’indicazione principale è rappresentata da donne portatrici di mutazione Brca, un’alterazione genetica legata ad un rischio più alto di tumori del seno e dell’ovaio, che però riguarda circa il cinque per cento dei casi di carcinoma mammario. In questi casi, secondo alcuni studi, la mastectomia profilattica ridurrebbe anche del 90 per cento l’incidenza di un tumore, ma non è chiaro quali siano i vantaggi in termini di sopravvivenza, dato che oggi, ricordano gli esperti Foncam, la chirurgia conservativa e la radioterapia offrono le stesse probabilità di sopravvivere ad un tumore del seno, che la paziente sia portatrice o meno di una mutazione Brca. DUBBI SUI REALI VANTAGGI - Spiega Alberto Luini, direttore della divisione di Senologia dell’Istituto europeo di oncologia di Milano (Ieo): «Sappiamo che in rari casi (il quattro per cento circa) la presenza di cellule tumorali nel seno controlaterale è stata documentata anche nella casistica del nostro centro. Lo studio dell’MD Anderson Cancer Center mette in luce elementi di rischio che vanno tenuti in considerazione e, chissà, forse in futuro si considereranno fattori significativi per indicare la mastectomia profilattica controlaterale in alcuni casi di tumore mammario, ma è necessario tempo per stabilirne la reale efficacia. Attualmente, però, eseguire l’asportazione preventiva della mammella sana in donne operate per un tumore mammario non è un approccio applicabile o condivisibile a priori. Il punto è che non si è certi che la mastectomia profilattica sia la reale soluzione, le pazienti operate ricevono in ogni caso una terapia precauzionale successiva alla chirurgia, e non è escluso che questa terapia riduca il rischio di tumore anche nell'altro seno». INFORMAZIONE INDISPENSABILE - Concordano le conclusioni della Cochrane Collaboration, la rete internazionale che si dedica alla revisione sistematica dell’efficacia delle procedure mediche: «In gran parte dei casi la mastectomia profilattica riduce la preoccupazione di un cancro, ma dal momento che le donne possono sovrastimare il pericolo che corrono di ammalarsi di tumore, è necessario che comprendano il loro rischio reale». Ecco perché ad una scelta ponderata si deve giungere solo dopo colloqui con i vari specialisti chiamati in causa, compreso il genetista e il chirurgo plastico, perché, ribadisce Alberto Luini: «L’uso di questa procedura resta controverso, ogni caso va valutato approfonditamente e discusso con attenzione per evitare eccessi non utili alle donne e dannosi sul piano estetico e psicologico». (fonte: corriere.it)

Salute rosa: le ultime scoperte dei ricercatori su Alzheimer e tumore al seno 14/01/2009 15:33
L’Alzheimer colpisce più le donne degli uomini e la colpa starebbe nel corredo genetico femminile. Secondo uno studio del Mayo Clinic College di medicina, pubblicato sulla rivista Nature genetics, a esporre le donne a un rischio maggiore di sviluppare questa malattia sarebbe la variante chiave di un gene presente nel cromosoma X, presente in doppia coppia nel sesso femminile e in una sola in quello maschile. I ricercatori hanno identificato infatti una particolare variante del gene PCDH11X, che sembra essere collegata a un alto rischio di ammalarsi di questa patologia. Gli studiosi hanno rilevato che l’aumento del rischio non era statisticamente rilevante negli uomini che presentavano una copia sola della variante genetica in questione, così’ come nelle donne che ne avevano una sola copia. Le cose cambiano invece, e di conseguenza il rischio sale, nelle donne con due copie del gene, ognuna delle quali ereditata da ciascun genitore. Il PCDH11X controlla la produzione di una proteina, la protocaderina, che fa parte di una famiglia di molecole che aiuta le cellule del sistema nervoso centrale a comunicare tra loro. Secondo alcuni studi la protocaderina può essere spezzata da un enzima collegato ad alcune forme di Alzheimer. “E’ molto interessante aver scoperto un nuovo gene collegato alla malattia, il primo ad avere un effetto specifico sul sesso - spiega Steven Youkin, coordinatore dello studio - E’ probabile che molti geni contribuiscano al rischio di sviluppare questa patologia, anche se l’età resta il fattore più significativo”. Nuove scoperte sono state fatte anche per quel che riguarda il rischio di sviluppare il cancro al seno. In questo caso non di genetica si tratta ma di zuccheri. Un alto livello di insulina (ormone prodotto dal pancreas quando il livello di glucosio nel sangue è alto) nelle donne in menopausa sarebbe infatti responsabile di un aumentato rischio di sviluppare il cancro al seno. E’ quanto emerso da una ricerca dell’Albert Einstein College of Medicine della Yeshiva University pubblicata sul Journal of National Cancer Institute. I ricercatori hanno selezionato nel 2004 un gruppo di oltre 1600 donne in menopausa. Il gruppo individuato era composto da 835 donne che avevano sviluppato il cancro al seno nel corso della ricerca e da 816 donne scelte casualmente. I ricercatori hanno valutato il loro livello di insulina, i livelli di estradiolo e l’indice di massa corporea. Successivamente, le donne sono state divise in quattro sottogruppi, in base al livello di insulina riscontrato ed è emerso che quelle con i più alti livelli di insulina avevano quasi il 50 per cento di probabilità in più di sviluppare il cancro al seno. Il maggior numero di questi casi è stato osservato nel sottogruppo che non aveva mai utilizzato la terapia ormonale sostitutiva. “Quando abbiamo effettuato i controlli per l’insulina - ha detto il professor Marc Gunter, autore dello studio - l’associazione tra obesità e cancro al seno è diventata molto più debole, ciò significa che una larga parte della relazione obesità e cancro potrebbe essere mediata dai livelli di insulina”. (fonte: panorama.it)

E' nata la prima bambina senza gene del cancro al seno 14/01/2009 15:32
Nel Regno Unito è nata la prima bambina ‘geneticamente selezionata' che non ha ereditato dai genitori il gene del cancro al seno. Ad annunciarlo è stato lo stesso medico che ha seguito la coppia, Paul Serhal. "Questa bambina non dovrà affrontare la paura di sviluppare questa forma genetica di cancro al seno o di cancro alle ovaie da adulta", ha spiegato, "l’eredità duratura di questa operazione è lo sradicamento della trasmissione di questa forma di cancro che ha devastato queste famiglie per generazioni". La bimba non ha quella particolare variante genetica che nell’80 per cento dei casi è responsabile del cancro al seno. I medici della University College di Londra hanno riferito che sia la mamma sia la bimba stanno bene. L’embrione è stato esaminato e selezionato prima di effettuare la procedura di fecondazione in vitro, ed è stato verificato che non avesse il gene ‘Brca1’ alterato, a differenza delle donne di tre generazioni della famiglia del padre colpite dal tumore al seno prima dei trent’anni. Per la prima volta anche le persone che non hanno all’interno delle loro famiglie persone che hanno sofferto di tumore al seno, all’utero o alla prostata potranno usufruire di test genetici per scoprire se sono a rischio di queste malattie. E’ il programma messo a punto dall’University College London, la stessa che ha contribuito alla nascita della prima bambina geneticamente modificata, scrive The Times. Lo screening sugli embrioni è infatti alla base della nascita di questa bimba a cui si è voluto evitare un futuro di sofferenza come è invece capitato alla maggior parte delle donne della famiglia del padre, colpite da cancro al seno. La piccola è nata grazie alla fecondazione assistita e alla diagnosi pre-impianto effettuata a giugno 2008 su undici embrioni di tre giorni da Paul Serhal in una clinica privata dell’University College Hospital di Londra. Degli undici embrioni prodotti con la IVF (In Vitro Fecondation), sei avevano il gene BRCA1 mutato e cinque sono risultati liberi, di questi, due sono stati impiantati nell’utero della donna. Il gene Brca1 e Brca2 sono tra i più coinvolti nello sviluppo di tumore al seno se sono presenti in forma alterata e le donne portatrici delle mutazioni hanno probabilità di ammalarsi sette volte maggiori rispetto alle donne che non hanno i geni alterati. Finora i test sui geni portatori di tumore veniva effettuato su persone che correvano il rischio di familiarità della malattia, ma dalle statistiche risulta che circa il 50% delle donne che si ammala di tumore al seno non ha alcuna precedente tra i parenti per questo un più ampio approccio preventivo potrà ridurre non solo i casi di tumori, ma anche di altre malattie. (fonte: quotidianonet)

Scoperta l'immortalità delle cellule; tolto il gene p21, ora il cancro "muore" 03/01/2009 18:03
Svelata dagli scienziati del campus Ifom-Ieo di Milano la strada per eliminare le cellule staminali del cancro, le vere responsabili dell’inguaribilità della malattia. I ricercatori guidati da Pier Giuseppe Pelicci, direttore scientifico del dipartimento di oncologia sperimentale dell’istituto europeo di oncologia (Ieo) e docente di patologia generale all’università di Milano, hanno scoperto come le cellule staminali del cancro diventano immortali. Sono gli stessi oncogeni, i geni che innescano il processo tumorale, che impediscono alle staminali di invecchiare, mantenendo intatta la loro capacità di formare nuovo tessuto, il tumore. In pratica le cellule madri del cancro si replicano più lentamente delle altre per avere il tempo di riparare i danni. E così facendo diventano virtualmente immortali. La scoperta si è guadagnata le pagine della prestigiosa rivista Nature. " I farmaci attuali - spiegano, in una nota, gli oncologi che hanno lavorato al progetto - sono diretti contro le altre cellule tumorali, le figlie. Questa scoperta apre la via all’altra fase della cura, mirata a colpire le cellule staminali da cui originano, dunque le madri». Nuovi farmaci con questa funzione sono già in sperimentazione clinica sull’uomo: «Nei prossimi 5-10 anni - assicurano gli scienziati - potrebbero diventare disponibili, per alcune forme di tumore». La ricerca è stata effettuata in collaborazione con l’università degli Studi di Milano. «Già sapevamo che, a differenza delle normali cellule staminali dei tessuti che invecchiano e muoiono, le staminali del cancro sono immortali e mantengono indefinitamente la loro capacità d’automantenersi e di generare cellule tumorali. Ma - spiega Pelicci - non sapevamo perchè. Come fanno le staminali del cancro a evadere il processo fisiologico dell’invecchiamento e della morte alimentando all’infinito il tumore?», chiede provocatoriamente il ricercatore che ha trovato la risposta al quesito. Il team ha infatti scoperto che «gli stessi geni responsabili di uno specifico tipo di tumore, nel caso dello studio della leucemia mieloide acuta, sono anche la causa diretta dell’immortalità delle cellule staminali. Questo effetto - ammette - era del tutto inatteso, perchè si sapeva che le cellule del nostro organismo si difendono dagli oncogeni attivando un processo d’invecchiamento precoce, la senescenza, o addirittura di morte, cioè l’apoptosi». Ma questa procedura di difesa, hanno osservato i ricercatori, non si attiva nelle cellule staminali. «Le cellule staminali, infatti, sopravvivono all’oncogene e non smettono di funzionare». «Le normali cellule staminali dei nostri tessuti - interviene Andrea Viale, uno degli autori della scoperta - accumulano nel tempo danni a carico del loro genoma, smettono di funzionare e quindi muoiono. Nel caso delle staminali del cancro, sono gli oncogeni a renderle invece immortali aumentando le loro capacità di riparo del danno genomico. In questo modo le cellule staminali leucemiche non invecchiano e continuano ad alimentare, indefinitamente, la leucemia». Gli scienziati hanno scoperto che gli oncogeni facilitano la riparazione del genoma, e quindi l’immortalità delle cellule staminali, provocando l’attivazione di un gene: il p21). Questo, proseguono, rallenta la proliferazione delle cellule staminali, lasciando loro più tempo per riparare il genoma danneggiato. In sostanza, le cellule staminali della leucemia non invecchiano perchè proliferano poco. Infatti, straordinariamente, quando l’èquipe di Pelicci ha tolto il gene p21 dalle leucemie, ha visto le cellule staminali proliferare di più, accumulare danni al genoma e quindi morire. E con loro anche la leucemia. Questi risultati forniscono una rappresentazione nuova dei tumori. Essi sono formati da rarissime cellule staminali - che proliferano poco - e da tante cellule figlie che, come già sapevamo, proliferano molto. «Tutto questo - affermano i ricercatori italiani - ha una grande implicazione per il trattamento dei tumori: le terapie anti-tumorali disponibili, infatti, colpiscono principalmente le cellule proliferanti, e sono quindi poco, o per nulla, efficaci sulle cellule staminali del cancro. Occorre quindi trovare terapie che agiscano sulle staminali. E ora la strada è segnata». «La nostra scoperta - commenta Pelicci - definisce un metodo per eliminare le cellule staminali del cancro: bloccare i loro sistemi di riparazione del genoma. In questo modo, infatti, le cellule staminali del cancro accumuleranno danno genomico, invecchieranno e moriranno, come fanno normalmente le cellule staminali dei nostri tessuti. Nuovi farmaci che inibiscono il riparo del genoma stanno muovendo i primi passi della sperimentazione clinica nell’uomo. Sapremo nei prossimi 5-10 anni quanto sono importanti nella cura dei tumori». La ricerca - precisa infine il comunicato - è stata realizzata nei laboratori dell’Ieo, in collaborazione con l’università degli Studi di Milano (dipartimento di scienze biomolecolari e biotecnologie e dipartimento di medicina, chirurgia e odontoiatria) e con l’università degli Studi di Perugia (dipartimento di medicina clinica e sperimentale, policlinico Monteluce). Ed è stata possibile grazie ai finanziamenti dell’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc), del ministero della Salute, di Cariplo e della Comunità europea. (fonte: ilsole24.it)

Paclitaxel nella terapia adiuvante del cancro al seno 24/12/2008 21:18
Esiste un significativo aumento del periodo libero da malattia dopo trattamento con paclitaxel somministrato 1 volta alla settimana o docetaxel ogni 3 settimane, mentre si ha un aumento della sopravvivenza in chi ha assunto paclitaxel 1 volta alla settimana. La chemioterapia adiuvante riduce il rischio di ricaduta e la mortalità nelle donne con neoplasia maligna della mammella operabile. In questo studio sono stati confrontati due differenti taxani, docetaxel e paclitaxel, somministrati ciascuno settimanalmente oppure ogni tre settimane. Il protocollo è stato stilato dal Eastern Cooperative Oncology Group (ECOG); hanno inoltre partecipato altri gruppi di lavoro tra cui il Southwest Oncology Group (SWOG), il Cancer and Leukemia Group B (CALGB) ed il North Central Cancer Treatment Group (NCCTG). Criteri di inclusione erano la presenza, confermata all’esame istologico, di adenocarcinoma operabile della mammella con linfonodi positivi (T1, T2 o T3 e N1 o N2) oppure con linfonodi ascellari negativi anche se ad alto rischio (T2 o T3, N0) ma senza metastasi a distanza. Tutte le pazienti sono state sottoposte a terapia standard con doxorubicina (60 mg/m2 somministrata lentamente e.v. in 5-15 minuti) e ciclofosfamide (600 mg/m2 somministrata e.v. in 30-60 minuti) ogni tre settimane per quattro cicli. Questa terapia è stata seguita dai taxani. Le donne sono state assegnate ad uno dei seguenti quattro gruppi di trattamento: - Paclitaxel 175 mg/m2 e.v. in 3 ore ogni 3 settimane per 4 dosi; - Paclitaxel 80 mg/m2 e.v. 1 ora ogni settimana per 12 dosi; - Docetaxel 100 mg/m2 e.v. 1 ora ogni 3 settimane per 4 dosi; - Docetaxel 35 mg/m2 e.v. 1 ora ogni settimana per 12 dosi. Le pazienti, dopo quadrantectomia o mastectomia radicale, sono state sottoposte, se necessario, a cicli di radioterapia. Le pazienti con positività per i recettori degli estrogeni, del progesterone o di entrambi hanno ricevuto 20 mg/die di tamoxifene per 5 anni. Nel giugno 2005 il protocollo è stato modificato per permettere alle donne in post-menopausa di poter assumere un inibitore delle aromatasi. Tra Ottobre 1999 e Gennaio 2002 sono state arruolate 5052 pazienti, di cui 4950 (98%) eleggibili per lo studio. L’età media era di 51 anni. Circa il 12% non aveva linfonodi positivi, il 56% ne aveva da 1 a 3 ed il 32% ne aveva 4 o più. La neoplasia era positiva per i recettori degli estrogeni, del progesterone o di entrambi nel 70% dei casi e positiva per HER2 nel 19% dei casi. Il 60% delle pazienti è stata sottoposta a mastectomia, il 40% a quadrantectomia. Questo trial è stato disegnato per confrontare l’efficacia di paclitaxel rispetto a docetaxel e per confrontare la cinetica standard di somministrazione dei taxani ogni 3 settimane con una modalità settimanale. End point primario era valutare la sopravvivenza libera da malattia, intesa come il tempo trascorso dalla randomizzazione alla ricaduta della malattia, la morte senza recidiva di malattia o la comparsa di neoplasia alla mammella controlaterale. Dopo un follow-up medio di 63.8 mesi, 1048 pazienti hanno avuto una recidiva o la comparsa di una neoplasia all’altra mammella e 686 sono decedute. Non ci sono state differenze statisticamente significative per quanto riguarda la sopravvivenza libera da malattia tra i gruppi trattati con paclitaxel e docetaxel (CI 0.91-1.17; p=0.61) o tra i gruppi che hanno ricevuto il trattamento ogni 1 o ogni 3 settimane (odds ratio, 1.06; 95% CI 0.94-1.20; p=0.33). Il periodo libero da malattia è stato più lungo per le pazienti che hanno ricevuto paclitaxel 1 volta alla settimana (odds ratio, 1.27; p=0.006) o docetaxel ogni 3 settimane (odds ratio, 1.23; p=0.02) rispetto alle pazienti trattate con docetaxel una volta alla settimana (odds ratio, 1.09;p=0.29). La sopravvivenza totale è risultata notevolmente migliore nel gruppo con paclitaxel 1 volta alla settimana rispetto al gruppo trattato ogni 3 settimane (odds ratio, 1.32; p=0.001), ma non nel gruppo con docetaxel 1 volta alla settimana (odds ratio, 1.02; p=0.80) o ogni 3 settimane (odds ratio, 1.13; p=0.25). Le pazienti con neoplasia HER2 negativa, trattate con somministrazione settimanale di paclitaxel, hanno avuto un prolungamento del periodo libero da malattia indipendentemente dalla presenza o meno di recettori ormonali; effetti simili non sono stati osservati nel gruppo trattato con docetaxel. Il 28% delle pazienti che ha ricevuto la monosomministrazione settimanale di paclitaxel ha avuto effetti tossici di grado 3 e 4, rispetto al 30% delle trattate con paclitaxel ogni 3 settimane (p=0.32), il 71 % di quelle trattate con docetaxel ogni 3 settimane (p<0.001) ed il 45% di quelle trattate con docetaxel 1 volta alla settimana (p<0.001). La più elevata percentuale di effetti avversi di grado 3 e 4 comparsi con la terapia con docetaxel era rappresentata da neutropenia (46%) che risultava in una più frequente comparsa di neutropenia febbrile (16%) ed infezioni (13% vs 1-4% degli altri gruppi). L’incidenza di neuropatia di grado 3 e 4 nei 4 gruppi andava dal 4% all’8% con un’incidenza maggiore nel gruppo trattato con paclitaxel 1 volta alla settimana (27%). Alla luce dell’analisi statistica dei dati raccolti gli autori hanno concluso che esiste un significativo aumento del periodo libero da malattia dopo trattamento con paclitaxel somministrato 1 volta alla settimana o docetaxel ogni 3 settimane, mentre si ha un aumento della sopravvivenza in chi ha assunto paclitaxel 1 volta alla settimana. Rispetto al gruppo trattato con terapia standard, in quello che ha assunto paclitaxel 1 volta alla settimana, si ha una maggiore insorgenza di neuropatia moderata-severa, mentre il gruppo trattato con docetaxel ogni 3 settimane presenta un maggior rischio di insorgenza di neutropenia e delle complicanze ad essa correlate. (fonte: pillole.org)

Trastuzumab riduce recidive tumore al seno HER2-positivo 15/12/2008 12:40
Circa il 70% delle donne affette da tumore al seno HER2-positivo localmente avanzato, trattate con trastuzumab e chemioterapia prima dell'intervento chirurgico (terapia neo-adiuvante), risultano libere da malattia dopo tre anni dall’inizio del trattamento, rispetto al 50% circa delle pazienti trattate con la sola chemioterapia. Questi i risultati dello studio di fase III NOAH, presentato al San Antonio Breast Cancer Symposium negli USA. Si tratta di una notizia molto positiva poiché le pazienti affette da questo tipo di tumore al seno, in fase precoce ma localmente avanzato, ovvero esteso ai tessuti attigui al seno (pelle, muscoli, linfonodi), generalmente vanno incontro ad un alto rischio di recidiva e una breve aspettativa di vita. "I risultati positivi dello studio NOAH dimostrano che iniziare il trattamento con trastuzumab prima dell’intervento chirurgico di rimozione del tumore offre benefici a lungo termine per le donne con tumore al seno HER2-positivo" – ha affermato William M. Burns, CEO della Divisione Farmaceutica della casa farmaceutica Roche che produce il medicinale– "Trastuzumab migliora significativamente la prognosi per le donne con tumore al seno in fase precoce, anche quando è già localmente avanzato". "Il tumore al seno HER2-positivo localmente avanzato è una forma difficile da trattare" – ha commentato il professor Luca Gianni dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano, principale ricercatore dello studio NOAH – "I risultati dello studio NOAH suggeriscono che l’utilizzo di trastuzumab per un anno insieme alla chemioterapia deve diventare lo standard di cura per le donne con tumore al seno HER2-positivo localmente avanzato". L’obiettivo della terapia neo-adiuvante è quello di migliorare il controllo locale del tumore per facilitare l'intervento chirurgico e inoltre verificare la sensibilità del tumore verso un trattamento specifico. Lo studio NOAH è il più importante trial randomizzato di fase III che valuta i benefici della somministrazione di trastuzumab in fase neo-adiuvante in combinazione con chemioterapia rispetto alla sola chemioterapia nelle donne con cancro al seno localmente avanzato HER2-positivo. I risultati di questo studio dimostrano che il trattamento con trastuzumab in fase pre-chirurgica aiuta a ridurre la massa tumorale e migliora i risultati a lungo termine. Lo studio NOAH La studio NOAH è un trial multicentrico, randomizzato, open label che coinvolge 228 pazienti con tumore al seno HER2-positivo localmente avanzato (LABC), una forma particolarmente aggressiva della malattia. 115 pazienti hanno ricevuto chemioterapia standard più trastuzumab (per un anno) e 113 pazienti hanno ricevuto la sola chemioterapia prima dell'intervento chirurgico. L’end point primario era la sopravvivenza libera da eventi (EFS), definita come il tempo che intercorre tra la randomizzazione e la recidiva/progressione della malattia, o la morte per qualsiasi causa. Gli end points secondari erano la risposta completa al trattamento, il tasso di risposta globale, la sopravvivenza globale e la sicurezza. I risultati finali dello studio hanno dimostrato che trastuzumab più chemioterapia migliorano la sopravvivenza libera da evento a 3 anni rispetto alla sola chemioterapia (70% vs 53%). L'aggiunta di trastuzumab alla chemioterapia ha ridotto il rischio relativo di recidiva di circa la metà (HR 0,56, p = 0,006). Inoltre, trastuzumab più chemioterapia hanno dimostrato di sradicare completamente il tumore (risposta completa al trattamento) in circa il doppio dei casi rispetto alla sola chemioterapia (39% vs 20%, p = 0,002). Il tasso di risposta globale è risultato notevolmente superiore (89% vs 77%, p = 0,02). Informazioni sul carcinoma mammario Il carcinoma mammario è uno dei più diffusi tipi di cancro nelle donne di tutto il mondo. Ogni anno, più di un milione di nuovi casi di carcinoma mammario vengono diagnosticati in tutto il mondo, con un tasso di mortalità annuo di quasi 400.000 donne. Nel carcinoma mammario HER2 positivo, la proteina HER2 è presente sulla superficie delle cellule tumorali in quantità elevata. Questa condizione è conosciuta come ‘positività all'HER2’. Elevati livelli di HER2 sono presenti in una forma di malattia particolarmente aggressiva, caratterizzata da una risposta molto scarsa alla chemioterapia classica. La ricerca mostra che la positività all'HER2 colpisce circa il 20% delle donne affette da carcinoma mammario. Trastuzumab Trastuzumab è un anticorpo monoclonale umanizzato, creato per identificare e bloccare l’attività di HER2, una proteina prodotta da un gene specifico a potenziale cancerogeno. Il meccanismo di azione di trastuzumab è unico in quanto attiva il sistema immunitario e inibisce i recettori HER2 per distruggere il tumore. Si è dimostrato efficace nel trattamento del carcinoma mammario HER2 positivo, sia allo stadio iniziale sia allo stadio avanzato (metastatico). Trastuzumab, sia in monoterapia sia in combinazione o dopo chemioterapia standard, ha mostrato un aumento delle percentuali di risposta, della sopravvivenza libera da malattia, della sopravvivenza generale e della qualità della vita delle donne con tumore al seno HER2 positivo. Trastuzumab ha ricevuto l'approvazione dell'Unione Europea nel 2000 per l'uso nei pazienti con carcinoma mammario metastatico HER2-positivo e nel 2006 per il trattamento dei tumori al seno HER2-positivi in stadio precoce. Nel trattamento del tumore avanzato, trastuzumab, oltre ad essere indicato per l'uso in combinazione con docetaxel come terapia di prima linea nei pazienti HER2 positivi, è anche indicato come terapia di prima linea in combinazione con paclitaxel nei casi in cui le antracicline risultano inadatte, e come singolo agente nella terapia di terza linea. Trastuzumab ha inoltre ricevuto l’approvazione per la terapia delle pazienti affette da carcinoma mammario HER2 positivo allo stadio iniziale dopo chemioterapia standard. Trastuzumab è inoltre approvato in associazione con un inibitore dell’aromatasi per il trattamento delle pazienti in post-menopausa con tumore al seno metastatico HER2 positivo e ormono-sensibile. Un importante programma di trials clinici internazionali sta attualmente valutando l’utilizzo di trastuzumab per il trattamento del tumore gastrico HER2 positivo. Trastuzumab viene commercializzato negli Stati Uniti da Genentech, in Giappone da Chugai e a livello internazionale da Roche. Dal 1998, trastuzumab è stato utilizzato per curare più di 500.000 pazienti affette da carcinoma mammario HER2 positivo in tutto il mondo. (fonte: italiasalute.it)

Con anastrozolo meno recidive di tumore al seno 08/12/2008 22:35
Gli 8 anni di follow up dello studio internazionale ATAC100 dimostrano che l’inibitore dell'aromatasi anastrozolo aumenta il tempo di sopravvivenza libera dal carcinoma della mammella. “Con oltre 4.000 nuovi casi all'anno, il 10% del totale dei casi registrati nella Penisola, il Lazio è al secondo posto tra le Regioni del Centro-Sud per incidenza dei tumori al seno” - afferma il Prof. Giuseppe Naso, professore associato di Oncologia dell’Università "La Sapienza" di Roma. Il carcinoma della mammella è, nel mondo, il tumore più frequente nel sesso femminile e nel 77% dei casi colpisce le donne con più di 50 anni di età. Si stima che 1 donna su 14 sia destinata ad ammalarsi nel corso della propria esistenza, con una mortalità di circa 11.000 pazienti l'anno. In Italia, ogni anno, i nuovi casi diagnosticati sono circa 40.000, con un’incidenza nel Sud Italia inferiore del 30% rispetto a quella che si rileva al Nord e maggiore nelle aree urbane di tutta la penisola. L’incremento di nuovi casi si accompagna, per fortuna, ad un costante aumento della sopravvivenza registrato in questi ultimi decenni: se nei primi anni '80 la sopravvivenza a 5 anni registrava punte del 73%, oggi l’81% delle donne vince il tumore. Nonostante ciò la più forte preoccupazione delle donne che hanno subito un trattamento per un primo tumore al seno è che si presentino recidive della malattia a distanza di tempo. Sono proprio le recidive, infatti, le principali responsabili della malattia metastatica. "Le recidive dei tumori al seno mostrano un doppio picco di insorgenza.” - continua il Professore - Generalmente vi è una maggiore probabilità che si presentino nei primi due o tre anni e poi, dopo un certo periodo di latenza, verso i quattro-cinque anni dall'esordio del tumore primitivo”. In effetti, considerato che le recidive sono associate ad un più elevato tasso di mortalità rispetto al tumore primitivo, prevenirle è la chiave per aumentare la possibilità di guarigione. L’ormono-terapia rappresenta un’importante opzione terapeutica volta a prevenire eventuali recidive di malattia nelle pazienti a rischio: è stato infatti riscontrato che in circa l’80% dei tumori della mammella, le cellule neoplastiche dispongono di recettori estrogenici e sono pertanto sensibili all'ormono-terapia adiuvante. L’inibitore della aromatasi anastrazolo ha dimostrato una superiore efficacia nel prevenire tutte le forme di recidiva rispetto a tamoxifene,fino a poco tempo fa considerato la terapia gold standard nel trattamento del tumore alla mammella. Efficacia che si mantiene nel tempo, come dimostra lo studio ATAC, uno degli studi clinici più ampi e con il periodo di osservazione più lungo condotti su donne in post-menopausa con carcinoma mammario precoce. "Anastrozolo ha dimostrato che la sua efficacia si mantiene a distanza di cento mesi con un effetto cosiddetto di “carry over” molto significativo,” - spiega il Prof. Naso – “poiché permane anche dopo quasi quattro anni dalla conclusione del trattamento”. I nuovi dati provenienti dallo studio ATAC100, basati appunto su un'osservazione di oltre 8 anni consecutivi, confermano, infatti, per la prima volta, che anastrozolo nelle donne in post-menopausa con tumore primitivo ormono-sensibile riduce l'incidenza di recidive a distanza del 24% rispetto a tamoxifene. "Tra gli inibitori dell'aromatasi, questo farmaco è a tutt'oggi il solo a presentarsi con un follow-up così lungo, il che ci permette di contare anche su un'elevata sicurezza a distanza di tempo.” - sostiene il Prof. Naso. - “Vi è anche da aggiungere che il significativo prolungamento del tempo libero da recidive potrebbe rappresentare un importante surrogato della sopravvivenza globale (over-all survival). Infatti, in studi di chemioterapia con follow-up molto più lunghi, è stato osservato che ritardare l'insorgenza di recidive, sia locali che a distanza, si traduce in un vantaggio in termini di sopravvivenza globale. Ecco perchè non dobbiamo tardare a sfruttare i vantaggi offerti da questo farmaco rispetto al tamoxifene ". Anastrozolo è un inibitore dell’aromatasi per uso orale, utilizzato nel trattamento del carcinoma della mammella con recettori ormonali positivi delle donne in post-menopausa, che agisce riducendo il livello di estrogeni. L'importante studio clinico ATAC (anastrozolo, tamoxifene in monoterapia o in associazione) condotto su oltre 9.000 pazienti, ha dimostrato che nelle donne che iniziano il trattamento con anastrozolo e lo continuano per 5 anni il tasso di recidive e’ ridotto rispetto a tamoxifene anche dopo il termine della terapia. Infatti, nelle donne con tumore ormonosensibile, la differenza assoluta in termini di ricadute tra i due farmaci cresce dal 2.8% dopo 5 anni al 4.8% dopo 9 anni di osservazione. Alle donne affette da patologia ormono-sensibile, anastrozolo offre anche altri benefici aggiuntivi rispetto a tamoxifene in termini di riduzione del rischio, tra cui una riduzione del 53% dell'insorgenza di carcinomi controlaterali dopo i 5 anni di terapia e una riduzione della mortalità per carcinoma mammario di circa il 10% sebbene quest’ultima non sia statisticamente significativa. Complessivamente, i dati dello studio ATAC hanno, quindi, confermato che le donne con diagnosi di tumore al seno ormono-sensibile in fase iniziale, dovrebbero iniziare la terapia con anastrozolo come primo trattamento ormonale dopo l'intervento chirurgico. "Ad oggi, non vi sono dubbi che anastrozolo debba essere prescritto come terapia up-front.” - afferma il Prof. Naso - “Per le donne in post-menopausa, non vi è alcun motivo per ritardare l'assunzione di anastrozolo, anche perchè, come dimostra l'aggiornamento degli ultimi dati dell'ATAC100, prescritto dall'inizio questo farmaco riduce significativamente il rischio di tutte le recidive nelle donne con tumore primitivo ormono-sensibile". Inoltre, un'analisi congiunta di tre studi clinici, la "switching meta analysis" (condotta su circa 4.000 donne in cui, dopo intervento chirurgico e trattamento iniziale con tamoxifene per 2-3 anni, la terapia è stata sostituita con anastrozolo) ha dimostrato che questi vantaggi si estendono anche alle donne che, dopo l'intervento chirurgico, siano già state curate per 2 anni con tamoxifene e successivamente abbiano potuto usufruire del trattamento con anastrozolo, con un miglioramento della sopravvivenza totale a 30 mesi pari al 29%. Anastrozolo è l’unico inibitore dell’aromatasi ad aver ottenuto, nel mondo, sia l’indicazione per la terapia up-front che per il cambio di terapia dopo 2 anni di trattamento con tamoxifene (switch precoce): una nuova speranza alle donne che già assumevano tamoxifene per il trattamento di tumori al seno ormono-sensibili in stadio precoce. Le pazienti a cui sia stato appena diagnosticato un tumore ormono-sensibile alla mammella, invece, secondo le più recenti evidenze, possono giovare fin dall'inizio di anastrozolo. In futuro, accanto alla prevenzione e alla diagnosi precoce, la ricerca scientifica si prefigge di sperimentare e sviluppare farmaci sempre più innovativi che, unendo l’efficacia a un’elevata tollerabilità, consentano il controllo della malattia e dei sintomi sia in fase precoce che in fase avanzata, per periodi di tempo sempre più lunghi. Bibliografia 1. ISS, Rep. Epidemiologia dei Tumori. I tumori al seno in Italia, http://www.tumori.net/it/conoscereitumori.php?page=mammella. 2. Bonadonna G., Medicina Oncologica, Masson 2003; 766. 3. National Institute for Clinical Excellence (NICE), Guidance on cancer services. Manual update (www.nice.org.uk). 4. Indicatore Istat, 5 2005. 5. Zanetti R, Russo S; Fatti e cifre dei tumori in Italia; Il Pensiero Scientifico; Roma 2003. 6. Forbes J, per conto del gruppo di studio ATAC. ATAC: 100 month median follow-up shows continued superior efficacy and no excess fracture risk for anastrozole compared with tamoxifen after treatment completion. Abstract n. 41. San Antonio Breast Cancer Symposium 2007. 7. Early Breast Cancer Trialists’ Lancet 2005; 365: 1687–1717. 8. ATAC Trialists' Group. Lancet Oncology 2006; 7 (8): 633-643.. 9. Baum M. Breast Cancer Res Treat 2001; 69 (3): 210, Abstr 8. 10. ATAC Trialists' Group. Lancet 2005; 365 (9453): 60-62. 11. Jakesz R, Jonat W, Gnant M et al. Lancet 2005. 12. ATAC Trialists' Group. Lancet Oncology 2008;9(1):45-53 Studio ATAC I risultati dello studio di confronto tra anastrozolo e tamoxifene per il trattamento dei tumori ormonosensibili in stadio precoce delle pazienti in postmenopausa, avevano già mostrato che anastrozolo è significativamente più efficace e meglio tollerato di tamoxifene e comporta numerosi vantaggi quali: - minor rischio di tumore alla mammella controlaterale (- 53%); - riduzione del rischio di recidiva a distanza (- 16%); - minor rischio di morte da tumore al seno (- 13%); - riduzione significativa del rischio di tumore dell'endometrio, di trombosi venose profonde e di ictus. Bibliografia ATAC Trialists' Group. Lancet 2005; 365 (9453): 60-62. Early Breast Cancer Trialists’ Lancet 2005; 365: 1687–1717. ATAC Trialists' Group. Lancet Oncology 2006; 7 (8): 633-643. Anastrozolo è attualmente registrato in Italia nelle indicazioni: Trattamento del carcinoma della mammella in fase avanzata in donne in postmenopausa. L’efficacia non è stata dimostrata nelle pazienti con recettori per gli estrogeni negativi a meno che non avessero precedentemente avuto una risposta clinica positiva a tamoxifene. Trattamento adiuvante degli stadi precoci del carcinoma invasivo della mammella con recettori ormonali positivi in donne in postmenopausa. Trattamento adiuvante degli stadi precoci del carcinoma della mammella con recettori ormonali positivi in donne in postmenopausa, dopo 2 o 3 anni di terapia adiuvante con tamoxifene. (fonte: italiasalute.it)

Combattere il cancro fa invecchiare più in fretta? 02/12/2008 15:00
Le cellule si chiudono e smettono di dividersi quando il loro Dna è danneggiato, fornendo di fatto una protezione contro il cancro. Ma una nuova ricerca, pubblicata su Plos Biology, ha verificato che contemporaneamente a questo processo avvengono anche dei cambiamenti nel microambiente circostante. Il fenomeno, noto come senescenza cellulare, se da un lato aiuta a combattere il cancro, dall’altro causa infiammazione e prepara le condizioni per lo sviluppo di malattie correlate all’età, tra le quali paradossalmente il cancro. Judith Campisi e i membri del suo team al Buck Institute for age research, in California, hanno mostrato che le cellule senescenti secernono una serie di proteine che mutano drasticamente il tessuto intorno alle cellule malate, sia in coltura sia in risposta ai danni al Dna causati dalla chemioterapia nei pazienti. I dati ottenuti in vivo si riferiscono al confronto tra campioni di tessuto di pazienti con cancro alla prostata prima e dopo il completamento della chemioterapia. Lo studio ha anche mostrato che le cellule normali che acquisiscono una versione mutante della proteina conosciuta come RAS, correlata all’insorgenza del cancro, secernono maggiori quantità di molecole che alterano il tessuto, proprio come fanno le cellule che perdono le funzioni della proteina p53, considerata un oncosoppressore. In pratica questo spiega come le cellule senescenti stimolino la crescita e l’aggressività delle cellule cancerose e precancerose che le circondano, e definisce un nuovo meccanismo in base al quale queste cellule che hanno perso p53, l’oncosoppressore, o hanno acquisito un oncogeno come il RAS, facciano avanzare il cancro in maniera così “efficiente”. Questo spiegherebbe anche perché i pazienti si sentono così male quando praticano la chemioterapia. “La chemioterapia”, spiega Campisi, “è brutale. Sia le cellule normali sia quelle cancerose sono forzate alla senescenza. Il risultato è la secrezione di fattori infiammatori che possono produrre sintomi simili a quelli dell’influenza nel corso del trattamento”. Ma allora bisogna rivedere le terapie anticancro e trovare delle alternative? Secondo Campisi la chemioterapia può curare il cancro, ma lo studio invita alla cautela nella cura dei pazienti più giovani, che ricevono trattamenti che potrebbero promuovere lo sviluppo di altri tipi di tumore più avanti con gli anni. C’è perciò bisogno di nuove terapie che possano sfruttare differenze più specifiche tra le cellule normali e quelle tumorali. Attualmente la chemioterapia si focalizza sulle cellule che si dividono rapidamente, e causa un danno al Dna sia delle cellule tumorali sia di molte altre sane. “La sfida”, conclude Campisi, “è ora quella di preservare l’attività anti-cancro del processo di senescenza abbattendone gli effetti sull’invecchiamento”. (fonte: panorama.it)

Usa, dietrofront del cancro prima volta in 80 anni 26/11/2008 11:49
LA DIMINUZIONE dell'incidenza dei tumori negli Stati Uniti, legata al minor numero di casi di tumore al polmone, segna il successo dell'impegno e della serietà con cui gli americani hanno affrontato la lotta al fumo, agendo sulla consapevolezza individuale e il consenso sociale. Dovrebbe essere quindi un riferimento per tutto il mondo. Il tumore del polmone ha avuto negli anni '50 una forte diffusione perché la sigaretta era una forma di fuga dallo stress post-bellico e il principale rito in cui si riconoscevano gli ex soldati. Negli anni '80 il governo acquista la consapevolezza che questa abitudine è causa di sofferenza e morte anche per le nuove generazioni e avvia una campagna informativa-educativa senza precedenti, sfociata nelle grandi cause legali contro i giganti produttori di fumo. Oggi negli Stati Uniti fumare è un comportamento mal sopportato socialmente. Il risultato di questa enorme azione culturale è: meno casi e meno morti di cancro al polmone, meno sofferenza e meno costi sanitari e sociali. Lo stesso risultato è stato in parte ottenuto anche in Europa, grazie soprattutto alla legislazione di paesi "illuminati" come il nostro. L'Italia è stata tra i primi in Europa ad adottare la legge che proibisce il fumo nei luoghi pubblici, a seguito della mia proposta del 2000, quando ero ministro della Sanità. E' un esempio di normativa che ha inciso profondamente nella cultura del paese perché ha avuto risultati quantitativi (sono diminuiti i pacchetti di sigarette vendute) e anche psico-sociali perché oggi il fumatore si sente a disagio. Il nostro esempio è stato seguito da Spagna, Francia e recentemente anche dalla Germania. Certo resta ancora molto da fare. Primo, dobbiamo salvare le donne dal fumo. Purtroppo, infatti, mentre i maschi hanno iniziato a disdegnare la sigaretta, il mondo femminile l'ha assunta come modello di emancipazione ed ora vediamo gli effetti di questa scelta fuorviante perché la mortalità per tumore al polmone nella donna è vorticosamente aumentata e se continua il trend attuale, in futuro le morti da fumo supereranno quelle per tumore del seno. Occorrono quindi nuove campagne educative e nuovi interventi legislativi. Io sto pensando di fare appello in primo luogo alla madre che c'è in ogni donna, proponendo un disegno di legge che tuteli i più piccoli dal fumo passivo e dai modelli comportamentali negativi, vietando ai genitori di fumare in presenza dei loro figli. (fonte: larepubblica.it)

Tumore al seno: per una donna su 10 la diagnosi arriva tardi 26/11/2008 11:35
In Italia ogni anno sono circa 40.000 le donne colpite da tumore al seno. Grazie ai programmi di screening mammografico e alla diagnosi precoce, che permettono di identificare la malattia nelle fasi iniziali, sono sempre più numerose le donne che guariscono. Ma una paziente su 10 riceve la diagnosi quando la malattia è già nella fase avanzata o metastatica. E arrivare per tempo a volte non basta: circa il 20% delle donne a cui la malattia viene diagnosticata precocemente, non riesce a evitare una ricaduta o la metastasi. Con percentuali che possono raggiungere l'85% a seconda delle caratteristiche del tumore e della terapia utilizzata. Per offrire un sostegno psicologico alle donne colpite dalla malattia, è stata inaugurata presso l’IEO di Milano Foemina: il seno nell’arte e nella medicina, una mostra curata da Alberto Agazzani e promossa da O.N.Da con il supporto di Roche, che racconta il parallelo tra due evoluzioni: quella della rappresentazione del seno nella storia dell’arte e quella della ricerca scientifica nella lotta contro il tumore al seno. Il tumore al seno, che è il secondo tumore per diffusione al mondo, è una malattia che colpisce nel fisico e nell’anima, un affronto alla femminilità. La mostra vuole lanciare un messaggio di speranza per tutte le donne che ne sono affette. Per tutte queste pazienti si aprono nuove opportunità terapeutiche, grazie all’inibizione dell’angiogenesi, uno dei meccanismi chiave alla base della crescita tumorale. Una strategia terapeutica che da pochi mesi è disponibile in Italia anche per il trattamento del tumore al seno in fase metastatica e che arriva a raddoppiare il tempo in cui le pazienti vivono senza progressione di malattia con un conseguente miglioramento della qualità di vita. L’inibizione dell’angiogenesi riduce l’apporto di sangue, essenziale per la crescita del tumore e la sua diffusione nel corpo. Riducendo la formazione dei vasi sanguigni, quindi, taglia i viveri al tumore e in questo modo ne danneggia lo sviluppo. In associazione con la chemioterapia, bevacizumab, il primo anticorpo monoclonale ad agire con questo meccanismo, permette di affrontare la crescita e la diffusione del tumore, consentendo alle pazienti di ottenere un beneficio clinico rilevante. La mostra rimarrà aperta al pubblico fino al 10 gennaio 2009. Il ricavato della vendita dei cataloghi della mostra sarà devoluto alla Fondazione IEO. (fonte: sanihelp.it)

Contro il cancro al seno contano le ore di sonno 20/11/2008 17:01
L’esercizio fisico, si è detto tante volte, può contribuire a ridurre i rischi di sviluppare un cancro al seno. Ma solo se, è il risultato di una nuova ricerca, viene corredato da una buona notte di sonno ogni giorno. Lo ha scoperto uno studio decennale del National Cancer Institute americano, condotto su 6mila donne. Il risultato? Nel gruppo di coloro che svolgevano esercizio fisico i casi di cancro erano minori. Ma i casi diminuivano ulteriormente nel gruppo di donne che dichiarava di dormire in media sette ore a notte. (fonte: benessereblog.it)

Uno studio getta nuova luce sulla resistenza al tamoxifene 20/11/2008 17:00
Una ricerca condotta da scienziati nel Regno Unito e negli Stati Uniti rivela perché alcune donne malate di cancro al seno rispondono bene al tamoxifene mentre altre sviluppano una resistenza al farmaco. Nell'articolo apparso su Nature gli scienziati spiegano che due molecole si contendono efficacemente il controllo di un gene chiave del cancro al seno che causa la divisione delle cellule del cancro del seno. Secondo i ricercatori, mentre la proteina PAX2 lavora per tenere il gene disattivato, impedendo alle cellule di dividersi, un'altra molecola, AIB-1, agisce per attivare il gene e in questo modo favorisce la crescita del tumore. Gli scienziati hanno scoperto che il rapporto tra PAX2 e AIB-1 all'interno del tumore è indicativo dell'efficacia della terapia a base di tamoxifene. "Il tamoxifene è stato un enorme successo, ha aiutato a prevenire la ricomparsa del cancro al seno in molte donne," ha commentato il professor Sir David Lane, a capo della Cancer Research UK, che ha sostenuto lo studio. "È importantissimo capire la ragione per la quale a volte smette di funzionare, perché in questo modo ci permette di identificare nuovi obiettivi nello sviluppo di farmaci e le persone che avranno bisogno di tali trattamenti." Il tamoxifene è progettato per evitare che il cancro al seno si ripresenti e normalmente viene dato alle pazienti per cinque anni dopo la prima diagnosi della malattia. Alcune persone però sviluppano una resistenza a questo farmaco, rendendo quindi più probabile la ricomparsa del cancro. In molte donne affette da cancro al seno l'ormone estrogeno si chiude in un ricettore sulle cellule del cancro e causa il moltiplicarsi delle cellule. Il tamoxifene blocca questo recettore e in questo modo impedisce all'estrogeno di favorire una proliferazione incontrollata di cellule cancerose, fino a questo momento però gli esatti meccanismi coinvolti in questo processo erano sconosciuti. In questo studio, gli scienziati hanno applicato la tecnologia genomica più moderna per scoprire dove il recettore estrogeno interagiva con il genoma. "Sapevamo che le donne sviluppavano una resistenza al tamoxifene, ma prima la nostra conoscenza del perché ciò avvenisse era paragonabile al cercare di aggiustare una macchina senza sapere come funziona il motore," ha spiegato l'autore principale dello studio, il dott. Jason Carroll del Cancer Research nel Regno Unito. "Adesso capiamo come funzionano tutte le parti del motore e possiamo cercare di pensare a come ripararlo." La ricerca ha rivelato che il tamoxifene usa una proteina chiamata PAX2 per disattivare il gene del cancro al seno ERBB2. Si è scoperto che tra le pazienti che assumevano il tamoxifene quelle con più alti livelli di PAX2 nei campioni di tumore mostravano un più alto tasso di sopravvivenza rispetto alle pazienti con livelli di PAX2 più bassi. Allo stesso tempo si è scoperto che i tumori resistenti al farmaco avevano livelli più alti di un'altra molecola, chiamata AIB-1. L'AIB-1 compete con la PAX2 per il controllo dell'interruttore ERBB2; ma mentre la PAX2 mantiene l'interruttore nella posizione inattiva, la AIB-1 lavora per attivare il gene, riuscendo a riattivarlo. In generale, gli scienziati hanno scoperto che l'equilibrio tra PAX2 e AIB-1 determina il livello di attività dell'ERBB2 e in definitiva determina se il tamoxiflene sarà efficace o meno. Le pazienti i cui tumori erano positivi alla PAX2 e negativi alla AIB-1 avevano la migliore prognosi in assoluto, con un tasso di recidiva di appena 5,8%. Sebbene questi risultati rappresentino indubbiamente un enorme passo avanti nella nostra conoscenza del tumore al seno, sono necessarie ulteriori ricerche prima che essi possano essere trasformati in un test da usare a livello clinico per prevedere la risposta di una paziente al tamoxiflene. (fonte: molecularlab.it)

Risonanza magnetica mammaria vede troppi falsi positivi 07/11/2008 12:28
La RM mammaria è una tecnica sofisticata che viene consigliata come mezzo di screening nelle donne ad alto rischio di cancro mammario, ma è gravata da una elevata percentuale di falsi positivi. Lo scopo di questo studio era di valutare la frequenza dei falsi positivi alla risonanza magnetica mammaria in donne portatrici della mutazione BRCA. Sono state studiate 196 donne con tale mutazione, seguite in media per 2 anni (range da 1 a 9) con mammografia e RMN annuali. In tutto il 41% delle donne (81 su 196) avevano almeno un riscontro positivo alla mammografia o alla RM. Un cancro venne diagnosticato in 17 donne: in 11 grazie al programma di sorveglianza, in 4 grazie all'esame istologico, mentre in 2 il cancro era intervallare (cioè venne diagnosticato per la comparsa di segni clinici nel periodo tra un controllo e l'altro). La mammografia e la RM avevano una sensibilità del 71% ed una specificità del 90%. La probabilità che un risultato positivo alla RM fosse in realtà un falso positivo fu dell'83%. Alle donne, in occasione del primo esame e dopo che era stata diagnosticata la mutazione BRCA, venne chiesto se preferivano la mastectomia profilattica oppure la sorveglianza stretta. Tra quelle che avevano risposto di preferire la mastectomia profilattica l'intervento venne effettuato realmente nell'89% delle donne con reperto radiologico falsamente positivo e nel 66% delle altre; nel gruppo di donne che avevano risposto di preferire la sorveglianza la mastectomia venne effettuata rispettivamente nel 15% e 11%. Gli autori concludono che la percentuale di falsi positivi alla RM è elevata, tuttavia l'impatto del risultato sulla scelta se eseguire o meno una mastectomia profilattica è limitato ed è determinato soprattutto dalla preferenza espressa in precedenza dalla paziente. Fonte: Hoogerbrugge N et al. The impact of a false-positive MRI on the choice for mastectomy in BRCA mutation carriers is limited. Annals of Oncology 2008 19(4):655-659

L’allergia protegge dal cancro 05/11/2008 02:29
Allergici? Rallegratevi. Sopporterete con maggior pazienza l’infinita serie di starnuti, il naso rosso come un pomodoro e gli sfoghi cutanei che spesso visitano la vostra pelle, sapendo che chi è allergico gode di un vantaggio rispetto agli altri: minor rischio di soffrire di cancro. Pare infatti, secondo uno studio pubblicato su The Quarterly Review of Biology, che i sintomi allergici aiutino ad espellere eventuali agenti cancerogeni grazie agli sfoghi cutanei e agli starnuti, al prurito e alla sudorazione eccessiva, alla tosse e alla lacrimazione abbondante. Lo hanno scoperto i ricercatori della Cornell University che hanno sottoposto al vaglio circa 650 studi scientifici sull’argomento giungendo alla conclusione secondo cui il cancro che colpisce organi a diretto contatto con l’ambiente esterno (pelle, bocca, gola, colon-retto e cervice uterina) ha una minore incidenza nel caso di soggetti allergici.

Nuove molecole per terapia personalizzata dei tumori 05/11/2008 02:28
Nel prossimo futuro potrebbe essere realtà una terapia antitumorale calibrata sull'organismo e le caratteristiche di ogni singolo paziente. Uno studio finanziato dall'AIRC (Associazione Italiana Ricerca sul Cancro) e svolto dall'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena insieme all’Istituto Weizmann di Israele è stato pubblicato sulla rivista “Cell Cycle”. Questa ricerca ha portato ad individuare nuove molecole per la terapia personalizzata dei tumori e a interrompere il legame pericoloso di due proteine, che legate insieme compiono seri danni, mentre separate hanno funzioni fondamentali di protezione e di risposta terapeutica. Il cancro è una patologia che si sviluppa a causa di molti fattori, di certo origina dall’aberrante attivazione di geni, gli oncogeni. L’insorgenza e la progressione tumorale è il risultato di attività di geni modificati che in condizioni normali presiedono alle funzioni fisiologiche di una cellula e dal blocco di attività di geni, gli oncosoppressori, la cui funzione principale è il controllo della proliferazione cellulare e dell’integrità del patrimonio genetico. Obiettivo dei ricercatori è trovare “l’interruttore” che accende e spegne il funzionamento corretto delle nostre cellule. L’aberrante produzione di proteine oncogeniche e la ridotta presenza o l’assenza di quelle oncosoppressorie determina l’attivazione dei processi di trasformazione neoplastica di una cellula normale. Le attuali conoscenze nel campo della oncologia molecolare, la scienza che studia la formazione e lo sviluppo dei tumori, hanno dimostrato che l’anomala attività di complessi proteici contribuisce significativamente all’insorgenza di un tumore. Uno dei principali “focus” oggi della ricerca in campo oncologico dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, e non solo, è rappresentato dall’individuare tali complessi proteici e nuove molecole sintetiche in grado di inibire tali attività incontrollate. I risultati dello studio condotto dal Regina Elena con l'Istituto Weizmann di Israele ha raggiunto due importanti conclusioni: è stato identificato il complesso proteico fra una proteina ad attività tumorale, p53 mutata, e la proteina oncosoppressoria p73, il cui risultato ha rivelato una forte attività oncogenica; l’inattivazione di questo complesso pro tumorale mediante l’uso di piccole molecole rende le cellule tumorali più vulnerabili e sensibili ai vari trattamenti farmacologici. Le nuove molecole peptidiche sono state disegnate, prodotte e brevettate dall’IRE, e si sono confermate capaci di rompere il complesso p53mutata/p73 e di attivare le funzioni anti-tumorali della proteina p73. “Tali risultati sono stati possibili – sottolinea la Prof.ssa Paola Muti, Direttore Scientifico IRE - grazie al lavoro di cooperazione del laboratorio di Farmacocinetica e Modelli Animali con la Dr.ssa Di Agostino - già borsista FIRC- e il Dr. Gennaro Citro, del gruppo di studio della Chemioprevenzione Molecolare con la dr.ssa Sabrina Strano ed il Dipartimento di Chimica (Dr.ssa Miriam Eisenstein) dell’Istituto Weizmann. Questa fattiva collaborazione ha permesso la produzione di nuove molecole sintetiche la cui attività antitumorale in vivo sembra specificamente correlata al tipo di mutazione del gene p53, che è mutato nel 50% dei tumori umani”. ”L’ulteriore approfondimento di questi studi – dichiara il Dott. Giovanni Blandino, Coordinatore Scientifico del Rome Oncogenomic Center - sono rivolti all’identificazione di molecole sintetiche specifiche e all’associazione con agenti chemiopreventivi da applicare a pazienti oncologici con specifiche mutazioni del gene p53 e quindi contribuire alle terapie tumorali sempre più personalizzate”. “Tale studio potrebbe quindi aprire interessanti prospettive grazie alla possibilità di individuare farmaci che simulino l’attività di questi piccoli peptidi – dichiara la Dott.ssa Sonia Lain della University of Dundee, Scotland, nel commento all’articolo apparso sullo stesso numero di Cell Cycle - che tra l’altro svolgono un’azione selettiva, poiché sono dannosi per le cellule tumorali con p53 mutato, o almeno con un particolare tipo di mutazione di p53, pur avendo effetti trascurabili sulle cellule normali”. Molti altri studi IRE su questo filone sono diretti e focalizzati ad interrompere i processi di trasformazione neoplastica mediante l’identificazione di nuove molecole che vadano ad interferire o inattivare gli “interruttori” oncogenici. (fonte: italiasalute.it)

Pattern di attività genica potrebbe aiutare nella scelta dei trattamenti per il cancro 01/11/2008 17:32
Scienziati francesi hanno individuato il pattern di attività genica che prevede in modo preciso a quali trattamenti i pazienti affetti da cancro colon-rettale risponderanno meglio. Nel futuro le scoperte potrebbero essere applicate nello sviluppo di test per determinare in modo tempestivo il tipo di farmaci da somministrare a ciascun paziente. Il team francese è stato il primo a dimostrare che nei pazienti con cancro del colon-retto la determinazione genica prevede la risposta ai trattamenti. I risultati sono stati presentati al 20° Simposio sui target molecolari e le terapie per il cancro (Symposium on Molecular Targets and Cancer Therapeutics), tenutosi il 22 ottobre a Ginevra, in Svizzera. Il cancro del colon-retto può generalmente essere curato attraverso la chirurgia se viene scoperto allo stadio iniziale. Tuttavia, nella metà dei pazienti il tumore si diffonde al fegato, e questi casi sono molto più difficili da trattare. Generalmente, il primo intervento che si fa su questi pazienti è una chemioterapia, come il FOLFIRI, che comprende leucovorina, fluoruracile e irinotecan. Ma nonostante siano ora disponibili farmaci nuovi e migliori, questi protocolli si rivelano inefficaci in circa la metà dei pazienti. Inoltre, con il passare del tempo i tumori tendono a diventare resistenti ai farmaci, anche quelli che inizialmente rispondono bene al trattamento. Attualmente non esistono metodi per prevedere quali pazienti risponderanno ai trattamenti di prima scelta e quali, invece, risponderebbero meglio ad approcci alternativi. "Per la riuscita complessiva del trattamento è necessario che al suo inizio venga scelto il regime chemioterapico con la maggiore probabilità di indurre la massima risposta," dichiara la dott.ssa Maguy Del Rio dell'Istituto per la ricerca sul cancro di Montpellier, in Francia. "Il fatto di riuscire ad individuare i pazienti che potrebbero rispondere bene ad una particolare chemioterapia rappresenta una grande sfida, e anche quello di individuare quei pazienti che non risponderebbero e che quindi hanno bisogno di trattamenti alternativi." In questa ultima ricerca la dott.ssa Del Rio e il suo team hanno studiato i livelli di attività di una serie di geni presenti in campioni prelevati su 19 pazienti con tumore del colon-retto diffuso al fegato. Nessuno dei pazienti aveva iniziato una chemioterapia al momento del trial. Il team ha individuato una "marcatura" genetica che coinvolge 11 geni che indicano chiaramente quali pazienti risponderanno bene al trattamento con il FOLFIRI e quali invece no. Sulla base di questi risultati, gli scienziati hanno sviluppato un modello matematico capace di classificare i pazienti in gruppi con un'esattezza del 100%. "Il fatto di aver raggiunto un'esattezza del 100% potrebbe essere dovuto al numero limitato di 19 campioni," ammette la dott.ssa Del Rio. "È ovviamente necessaria una convalida e, se del caso, bisogna migliorare la marcatura dei geni in un numero maggiore di pazienti. Finché non sarà adeguatamente convalidata, la marcatura genetica non potrà tovare un'applicazione clinica." Tuttavia, una volta convalidate, le scoperte potrebbero essere convertite in un test per stabilire quali pazienti risponderebbero meglio ai trattamenti più comuni e quali invece trarrebbero beneficio da farmaci diversi. I pazienti che si rivelerebbero non-rispondenti, potrebbero immediatamente essere sottoposti a regimi farmacologici alternativi e più avanzati. "Per i pazienti con tumore colon-rettale metastatizzato il tempo è un fattore prezioso e il fatto di poter compiere una scelta della terapia iniziale azzeccata, potrebbe rivelarsi decisivo per la riuscita generale del trattamento," ha commentato la dott.ssa Del Rio. Secondo i dati dell'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (parte dell'Organizzazione mondiale della sanità) nel 2006 sono stati rilevati circa 300.000 casi di cancro del colon-retto nell'UE, facendone il terzo tipo di cancro più comune, dopo il cancro del seno e della prostata. Nello stesso anno sono decedute circa 140.000 persone a causa di questa malattia. A livello mondiale ne vengono diagnosticati ogni anno circa 945.000 nuovi casi. (fonte: molecularlab.it)

Guerra al cancro: quel che resta da vincere 30/10/2008 11:38
Come mai si è riusciti a mandare un uomo sulla Luna in dieci anni, come promesso dal presidente americano John Kennedy, e in quasi 40 anni non è stato possibile vincere la “guerra al cancro”, annunciata dal suo successore, Richard Nixon? Una risposta approssimativa mi sembra semplice. Arrivare sulla Luna era una sfida tecnologica e le basi scientifiche erano chiare da Galileo e Newton in poi. Per vincere il cancro, invece, occorre capirlo: una questione biologica, prima che tecnologica. E la ricerca biologica richiede sì investimenti, ma ha i suoi tempi, procede a piccoli passi. Dal 1971 in poi, quando fu dichiarata la guerra al male del XXI secolo, come il cancro è stato definito, di passi avanti se ne sono fatti: non pochi, alcuni di grande importanza». A dirlo è Lucio Luzzatto, oncologo e genetista di fama mondiale, nella prefazione al libro di Devra Davis, La storia segreta della guerra al cancro (Codice), presentato lunedì 27 ottobre al Festival della scienza di Genova. Molto di più sappiamo oggi sui fattori che hanno contribuito nei paesi industrializzati a delineare «l’epidemia» del cancro. «Sono migliorate le tecniche di diagnosi, e i programmi di screening, sull’intera popolazione, favoriscono una diagnosi sempre più precoce. Talora fin troppo, tanto da far coniare il neologismo di over-diagnosis» scrive Luzzatto. E poi? Il fattore età. «La maggior parte dei tumori insorge dopo i 60 anni e se per chi nasceva un secolo fa era questa l’aspettativa di vita, oggi si superano gli 80. È il prezzo che si deve pagare e la maggior parte di noi pensa ne valga la pena, almeno finché la qualità della vita è buona». Le cifre dicono che la mortalità per tutti i tipi di tumore è in calo, anche se cresce l’incidenza. Uno dei modi per migliorare le percentuali di sopravvivenza è individuare il cancro precocemente. Due esempi: il pap test, che nei paesi occidentali ha ridotto la mortalità per tumore del collo dell’utero del 70 per cento, e la mammografia che, estesa a tutte le donne sopra i 49 anni, si è rivelata efficace ad anticipare la diagnosi. «Prevenire è meglio che curare. Un caso clamoroso di prevenzione primaria è la vaccinazione contro il virus dell’epatite B per il carcinoma del fegato. Da noi la trasmissione del virus è quasi debellata, ma in paesi come la Nigeria per i maschi il top della mortalità per cancro è l’epatoma, per le femmine il tumore al collo dell’utero. L’aver scoperto un’associazione forte (oltre il 95 per cento dei casi) tra infezione da papilloma virus e tumore ha aperto la strada a un altro vaccino». Eludendo l’infezione si evita il carcinoma (ogni anno al mondo 500 mila casi e 225 mila vittime), specialmente nei paesi non industrializzati dove risorse economiche e organizzazione di salute pubblica ostacolano la diagnosi precoce e dove, paradossalmente, il costo del vaccino è per ora inarrivabile. L’eradicazione con antibiotici dell’Helicobacter pylori, che può causare cancro gastrico e dello stomaco, è stato un altro passo avanti. «Fare prevenzione primaria significa anche intervenire sullo stile di vita, ma deve tradursi in cambiamenti concreti, non sempre proponibili» dice l’esperto. «Man mano che una società diventa occidentalizzata la frequenza del cancro alla mammella cresce, e per una donna che voglia proteggersi l’indicazione sullo stile di vita, provocatoria, c’è: fare il primo figlio a 16 anni, averne una decina, e allattare ciascuno fino a 2-3 anni. E, ovviamente, niente contraccezione». Per evitare il tumore al polmone un intervento decisivo è smettere di fumare. Nel libro della Davis si fa un resoconto critico e appassionato delle strategie usate dall’industria del tabacco per nascondere le prove sulla nocività del fumo, arrivando a corrompere chi voleva produrre l’evidenza. «C’è poi la dieta. La questione non risolta è quanto incidano i fattori nutrizionali. Dal 30 al 50 per cento? L’incertezza è molta e vale ciò che si è detto per lo stile di vita: identificati i fattori dietetici, resta da vedere quanto è realistico calarli nella realtà. Su un punto tutti concordano, l’apporto calorico: più alto è, maggiore è la frequenza del cancro» dice Luzzatto. Come si spiega? «Il meccanismo è oscuro ma i dati sono convincenti e consistenti. E l’indicazione anticancro va bene anche per prevenire le malattie cardiovascolari e, probabilmente, per allungare la vita». La tempestività della diagnosi è importante anche per pianificare la migliore forma di trattamento. Le terapie sono più efficaci quando il tumore è a uno stadio iniziale. E le tecnologie per scoprire almeno alcuni ditipi di tumore esistono, ma i segnali vanno letti in modo corretto. Per individuarli a uno stadio molto precoce, alcuni puntano ora sui cosiddetti biomarcatori, proteine o modificazioni del dna che facciano da indicatori molecolari di processi normali o patologici. Molto ci si attendeva dalla proteomica, ossia dalle tecniche di analisi delle centinaia di proteine delle cellule tumorali in circolo nel sangue. Lance Liotta, pioniere di questa possibile applicazione, nel 2002 promise un test per il carcinoma all’ovaio basato su una goccia di sangue, non se n’è fatto nulla. «Il suo risultato era chiaro e affascinante: aveva trovato una proteina particolare in chi aveva carcinoma all’ovaio. Il problema era un altro: la trovava anche in rare pazienti, il 3 per cento, senza tumore. Significa che quelle donne, per escludere una diagnosi così seria, avrebbero poi dovuto sottoporsi a ecografia, risonanza magnetica… In uno screening di massa il 3 per cento significa milioni di persone e costi elevati. Ma questo potrebbe valere per altri marcatori» aggiunge. Basti pensare al test che misura nel sangue i livelli dell’antigene prostatico specifico, il Psa, il più sperimentato. Come evidenziano vari studi, mancano prove che la diagnosi precoce del tumore con questo marcatore modifichi significativamente la mortalità, anche scegliendo la strada del bisturi: nessun paese ha adottato lo screening di massa con il Psa, né in Europa né oltreoceano. Molte informazioni si ricavano dall’analisi delle mutazioni ereditarie, quelle della linea germinale, che predispongono a tumori detti eredo-familiari; e quelle di geni che aumentano anche solo di un po’ il rischio. «Geni oncògeni forti, così li chiamo io, come il BrcA-1 e il BrcA-2, che incrementano l’eventualità di cancro al seno dell’80 per cento, e geni oncogeni deboli con un rischio più piccolo, un fattore di 2 o 3. Ma nei grandi numeri, come in metà della popolazione, ha un peso. Oggi si può il dna di cento pazienti con carcinoma al colon e altri cento di controllo, uguali per sesso ed età, e vedere se c’è un qualunque snip, ossia la variazione di un singolo nucleotide, più frequente in chi ha il tumore. Da un punto di vista biologico è di enorme interesse». Il mesotelioma è un tumore legato all’amianto, ma non si presenta in tutti quelli esposti. Alla maggioranza viene l’asbestosi, non il cancro. Forse una mutazione genetica lo favorisce. È così per altri tumori al polmone: non tutti i fumatori lo sviluppano. Oggi sappiamo molto di più su cosa trasforma una cellula da normale a cancerosa. Fattori mutageni ambientali, radiazioni, sostanze chimiche, emissioni inquinanti e lavorazioni a rischio possono accelerare il processo. «Le mutazioni somatiche si accumulano con l’età e noi ne collezioniamo fin dalla nascita, anzi da prima ancora, a ogni divisione cellulare. E sono miliardi. Supponiamo che per ogni tumore io sappia quali mutazioni somatiche sono avvenute, cosa impensabile fino a 2-3 anni fa. I costi della sequenza genica sono calati e non passerà molto che, fatta la biopsia, si proceda all’analisi delle mutazioni genetiche. Significherà avere decine di potenziali bersagli per farmaci. E, combinandone diversi, colpirne magari più di uno». L’analisi molecolare ha già permesso di creare terapie mirate che puntano su differenze specifiche tra cellule normali e tumorali. Sono i farmaci «intelligenti», con una tossicità ridotta: anticorpi molecolari e piccole molecole che inibiscono recettori e segnali sulle cellule neoplastiche con un ruolo chiave nella crescita tumorale. «Allo studio terapie ancora più mirate per azzerarne la tossicità» dice Luzzatto. «Un passo avanti sarebbe un farmaco che abbia come bersaglio il punto di fusione di due proteine, mutazione che riguarda la leucemia mieloide cronica (su cui funziona il Glivec) e altre leucemie, ma che nei tumori solidi non si pensava ci fosse. Nel 2005 si è scoperta una fusione simile fra due geni nel tumore della prostata e ci stiamo lavorando» precisa. L’obiettivo? «Una classificazione dei tumori in cui l’analisi molecolare complementi quella morfologica. Per lo stesso tumore si potranno stabilire sottogruppi, e la terapia si baserà su target diversi». Cinquant’anni fa si diceva «è una leucemia mieloide acuta», ora se ne conoscono almeno otto sottotipi, ognuno corrisponde a una lesione molecolare diversa. Una simile eterogeneità c’è anche in quello della mammella. Ma, a livello molecolare, per ora ne sappiamo meno. «Il successo della cura dei tumori solidi è ancora nelle mani del chirurgo. Anzi, in molti casi la terapia adiuvante post-chirurgica potrebbe non essere necessaria: se solo sapessimo quali». Perciò si studia la possibilità di reperire nel sangue delle donne operate, con anticorpi monoclonali, le rare cellule tumorali circolanti: se non ci sono, niente chemioterapia adiuvante. «Ciò che emerge è la maggiore sinergia che oggi esiste tra ricerca di base e clinica che spesso procedevano su due binari paralleli, anziché integrarsi e potenziarsi» conclude Luzzatto. (fonte: panorama.it)

Conservare la fertilità dopo la chemioterapia, una nuova tecnica 30/10/2008 11:31
Nell'ambito del convegno "PMA-Procreazione medicalmente assistita: nuove strategie", organizzato dal ginecologo Raffaele Ferraro, direttore sanitario del Centro Genesis, tenutosi a Caserta, si è discusso di crioconservazione dell'ovocita e del tessuto ovarico, al fine di permettere a una donna che ha sviluppato un tumore in eta' fertile di proteggere le sue potenzialita' riproduttive che potrebbero essere compromesse da trattamenti di chemioterapia o radioterapia. E' questo uno degli ultimi traguardi raggiunti dalle tecniche di procreazione medicalmente assistita. L'innovativa tecnica permette di conservare a bassissime temperature ovociti maturi che, dopo la guarigione della donna, vengono scongelati, messi in coltura e poi impiegati per una fecondazione extracorporea attraverso la Fivet o la Icsi. Salvatore Dessole, direttore della clinica di Ostetrica e ginecologia dell'Università di Sassari, ha spiegato che la nuova tecnica consistente nel prelievo di tessuto ovarico e il suo riutilizzo tramite reimpianto in siti eterotopici porterebbe ad un ripristino della funzione gametogenica. Ferraro ha detto "In medicina si assiste ogni giorno a progressi diagnostici e terapeutici ma è la procreazione medicalmente assistita ad avere raggiunto negli ultimi anni sviluppi inaspettati, anche per le limitazioni introdotte dalla legge 40/2004 che ha reso necessario a chi si occupa di questa branca un grande sforzo di perfezionamento delle procedure per aumentare le possibilità di successo". Tra gli argomenti affrontati dal meeting di Caserta anche quello della personalizzazione dei trattamenti nella stimolazione ovarica, del varicocele come causa di infertilità maschile e delle recenti tecniche di prelievo dei gameti dal testicolo. (fonte: molecularlab.it)

Bassi livelli di vitamina D aumentano del 75% il rischio di cancro al seno 23/10/2008 09:48
Bastasse solo rifornirsi costantemente di vitamina D, per scongiurare il pericolo di incorrere nel cancro al seno, sarebbe la scoperta del secolo. Purtroppo non è così semplice, ma possiamo fare molto intervenendo sui livelli di vitamina D, grazie ai recenti studi che hanno dimostrato come livelli troppo bassi possano aumentare il rischio fino al 75%. Numerosi sono stati nel corso del tempo gli studi che hanno posto l’accento sulla correlazione tra vitamina D e patologie cancerose, e sempre costante era il basso livello di vitamina D nelle donne affette da cancro al seno. Una notizia importante nel mese tradizionalmente dedicato alla lotta contro il cancro più diffuso tra le donne.

Elettrochemioterapia: nuova arma contro le metastasi 16/10/2008 11:52
L’elettrochemioterapia rappresenta una metodica innovativa e uno strumento in più per la cura dell’aggressività del tumore. Essa, in grado di combattere la metastatizzazione locale e loco – regionale, è il frutto di studi congiunti di 4 dei più prestigiosi istituti di ricerca a livello internazionale (IGR, Institute Gustave Roussy, Villejuif France, Institute of Oncology ,Ljublyana Slovenia, Herley Hospital Copenhagen Denmark, UICC Cork Ireland) ed è una delle eccellenze del “made in Italy” in campo medico scientifico. Questo approccio terapeutico, sfruttando il fenomeno fisico dell’elettroporazione attraverso impulsi elettrici intensi e brevi, permette di aumentare la permeabilità delle membrane cellulari. Ciò consente a farmaci con elevata tossicità intrinseca, ma scarsa capacità di penetrare nelle cellule tumorali, come alcuni chemioterapici, di penetrare e di svolgere la loro azione nell’interno della cellula, altrimenti non permeabile da questi principi attivi. L’elettrochemioterapia e le sue applicazioni saranno presentate e discusse in un workshop al Centro Congressi “Raffaele Bastianelli” di Roma. La dott.ssa Stefania Bucher, Responsabile del reparto di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva dell’Istituto Dermatologico San Gallicano IRCCS di Roma, afferma: “L’elettrochemioterapia è un trattamento loco-regionale e una terapia palliativa che risulta particolarmente efficace per patologie come metastasi da melanoma singole e in-transit, metastasi cutanee e sottocutanee da altri tumori, ed alcuni tumori cutanei primitivi.” Studi clinici compiuti finora e pubblicati sull'European Journal of Cancer, hanno rilevato una efficacia nell'80% delle lesioni trattate. “Abbiamo pazienti” - continua la Dr.ssa Bucher – “che dopo essersi sottoposti a cicli chemioterapici o radioterapici, presentano lesioni dolorose e invalidanti, spesso multiple. Grazie all’elettrochemioterapia abbiamo la possibilità di trattarle, attenuando dolore e sanguinamento e, in molti casi, di farle scomparire a livello cutaneo o sottocutaneo migliorando considerevolmente la qualità della vita del paziente.” L’elettrochemioterapia è praticata con Cliniporator, un’apparecchiatura completamente “made in Italy” prodotto da IGEA (Carpi) e in uso in 42 centri in tutto il mondo. I farmaci meglio indicati per l’elettrochemioterapia e quindi per l’uso combinato con gli impulsi elettrici sono attualmente la bleomicina ed il cisplatino. Gli scenari futuri, visti gli ottimi risultati ottenuti negli attuali ambiti di applicazione della metodologia, potrebbero prevedere, nei tumori della cute, un ampliamento del numero dei farmaci indicati per l’elettrochemioterapia e una maggiore complementarietà di questa con le tradizionali terapie. Elenchiamo di seguito i centri presso i quali è possibile sottoporsi all'elettrochemioterapia. Centri attivi per l’ECT ITALIA Istituto Europeo di Oncologia – Milano Dr. Testori (Unità Melanoma – Chirurgia) Az. Ospedaliera “Molinette – San Giovanni Battista di Torino” Prof. Bernengo – Dr. C. Mortera, dr. P. Quaglino (Dermatologia) Policlinico Umberto I – Roma Prof. S. Calvieri – Dr. P. Curatolo – Prof.ssa R. Clerico – dr.ssa M. Mancini (Dermatologia) Policlinico di Padova Prof. C. R. Rossi – Dr. L. Campana (Chirurgia) INT, Istituto Nazionale Tumori – Milano Dr. Santinami – Dr.ssa Ruggeri (Chirurgia Generale 5 – Melanoma e Sarcoma) Ospedale Maggiore – Trieste Prof. Trevisan – Dr. A. Gatti (Dermatologia) Ospedale dell’Angelo – Venezia Mestre Dr. Sedona (Dermatologia) Ospedale “Santa Corona” – Pietra Ligure Dr. Bormioli - Dr. Ferraro (Chirurgia Plastica) IST Istituto Nazionale Ricerca sul Cancro – Genova Prof. P. Santi (Chirurgia plastica) – Dr.ssa P. Queirolo (Oncologia medica) Osp. Morgagni Pierantoni – Forli Dr. G.M. Verdecchia - Dr. M. Framarini – dr.ssa F. Tauceri (Tecnologie avanzate in oncologia e chirurgia) Spedali Civili – Brescia Dr. Manca (Chirurgia Plastica) Ospedali Riuniti - Ancona Prof.ssa A. Offidani – dr. I. Cataldi (dermatologia) Policlinico di Modena Prof. Giannetti – Dr. Cimitan (Dermatologia) Policlinico S.Orsola Malpighi – Bologna Dr. Zannetti (Chirurgia Plastica) - Dr. Galuppi (Radioterapia) I.N.R.C.A. – Ancona Dr. Ricotti – Dr. Serresi (Dermatologia) Ospedale Santa Maria Annunziata – Bagno a Ripoli (Firenze) Dr. Borgognoni - dr. gerlini(Chirurgia Plastica) Ospedale SS. Annunziata – Chieti Scalo Prof. Tulli - dr.ssa b. Di Domizio - dr. G. Proietto - (Dermatologia) IFO San Gallicano – Roma Dr.ssa Bucher – dr. Bonadies (Chirurgia Plastica) Centro Aktis – Mugnano (Napoli) Dr. Scoppa (Radioterapia) INT G. Pascale – Napoli Prof. N. Mozzilo - Prof. P.A.Ascierto (Oncologia medica) Ospedale Cardarelli – Napoli Dr. E. Cubicciotti (Chirurgia Plastica) Ospedale Oncologico IRCCS – Bari Dr. M. Guida – dr. G. Porcelli (Oncologia medica) Fondazione “Tommaso Campanella”, Università di Catanzaro – Catanzaro Prof. Bottoni (Dermatologia) CROB Ospedale Oncologico Regionale – Rionero in Vulture ((PZ) Dr. Fabrizio – dr. Orlandino (Chirurgia Plastica) ESTERO Institut Gustave-Roussy – Villejuif, Paris (France) dr Jean Rémi Garbay – dr. Lluis Mir Institute of Oncology – Ljubljana (Slovenia) prof Zvonimir Rudolf - prof Gregor Sersa Cork Cancer Research Centre – Cork (Ireland) prof Gerald O’Sullivan – dr. Declan Soden University Hospital Herlev – Herlev, Copenhagen (Denmark) dr Julie Gehl – dr.ssa Louise Wichmann Hospital Provincial de la Misericordia – Toledo (Spain) dr Vincente Munoz Madero Clinica Universitaria, Univesidad de Navarra – Pamplona (Spain) dr E. Garcìa Tutor – dr. M. Algarra JCUH John Cook University Hospital – Middlesbrough (UK) Dr. Tobian Muir Szeged University – Szeged (Hungary) Prof. Kemény (Dermatologia Oncologica) – prof. Ola (oncologia medica) Hospital Clinic Barcelona; dr. Rull (dermatologia) Hospital MD ANDERSON - Madrid; dr.ssa Ortega – (chirurgia oncologica) Athens Regional Cancer Hospital “Aghios Savvas”- Athens (Greece); Lund University – Sweden Dr. Per Engstroem Örebro University - Örebro dr. Lennart Löfgren IPO – Lisbona dr. Farricha – Unità melanoma e sarcoma Kiel University– Kiel prof. Axel Hauschild; dr. C.K.Kaelher Bonn Medical Centre – Bonn prof. Uwe Reinhold. (fonte: italiasalute.it)

Cavallo di troia contro il cancro 14/10/2008 14:03
Uno studio che verrà pubblicato dalla rivista internazionale Cancer Cell, coordinato da Luigi Naldini, direttore dell'Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica e professore presso l'Università Vita-Salute San Raffaele, insieme a Michele De Palma, ricercatore dell'Unità di angiogenesi e targeting tumorale dell'Istituto Scientifico Universitario San Raffaele, indica come sia possibile utilizzare particolari cellule del sangue per portare farmaci verso i tumori e rilasciarli solo in loro prossimità, fungendo così da "cavalli di troia" per ingannare e distruggere le neoplasie. Il lavoro dei ricercatori si è concentrato specialmente sui fibromi e sulla possibilità di insegnare, grazie alla terapia genica, ad una popolazione di cellule del sangue che contribuisce alla crescita dei tumori, a produrre una potente proteina anticancro, l'interferone-alpha. Esposto all'azione dell'interferone, il tumore ha ridotto la sua crescita in cavie di laboratorio. . Le cellule sintetizzano interferone-alpha come difesa dalle infezioni virali e per bloccare la moltiplicazione delle cellule tumorali. Per questa ragione tale farmaco naturale è già utilizzato nella pratica clinica per il trattamento del cancro, in particolare del carcinoma del rene, del melanoma e di alcune forme di leucemia. Tuttavia fino ad oggi la terapia era limitata dalla difficoltà ad indirizzare il farmaco in dosi adeguate nella sede del tumore. Per questo motivo si utilizzavano alte dosi di interferone, ma ciò portava spesso nei pazienti ad effetti tossici tali da richiedere l'interruzione della terapia. La novità è ora che i ricercatori del San Raffaele sono riusciti a produrre l'interferone-alpha direttamente all'interno del tumore grazie alle "cellule TEM", cellule del sangue che sono richiamate dai tumori e che grazie alla terapia genica sono state rese capaci di produrre interferone una volta giunte al loro organo bersaglio. Queste cellule sono state in seguito trapiantate in cavie affette da tumore e nell'organismo, le staminali hanno attecchito e generato, tra le altre cellule del sangue, anche le cellule TEM che hanno raggiunto il tumore e lì rilasciato l'interferone che ha rallentato, e in alcuni casi bloccato, lo sviluppo del tumore, o limitato la diffusione delle metastasi. Utilizzando questo sistema il farmaco viene rilasciato in maniera continua e localizzata, senza gli effetti tossici frequentemente osservati con le modalità convenzionali di somministrazione, in quanto il metodo richiede una piccola quantità di biofarmaco, con una minore tossicità per l'organismo e una maggiore efficacia dovuta al suo rilascio direttamente nei tessuti tumorali. Luigi Naldini spiega che "Poiché il trapianto di cellule staminali del sangue è già adottato nel trattamento di alcuni pazienti oncologici, in futuro si potrebbe pensare di associare alla chemioterapia o altre terapie antitumorali convenzionali anche il trapianto di queste cellule modificate con la terapia genica. E' importante sottolineare comunque che, nonostante il nostro lavoro abbia fornito una incoraggiante prova di principio nelle cavie di laboratorio, per il passaggio alla terapia sull'uomo dovremo aspettare i risultati di ulteriori studi pre-clinici che ci impegneranno per alcuni anni". (fonte: molecularlab.it)

Camminare mezz'ora al giorno riduce il rischio del tumore del seno 14/10/2008 13:55
Camminare mezz'ora al giorno riduce il rischio del tumore del seno. «Finora era noto che fare tutti i giorni un'attività fisica anche minima, come una camminata di mezz'ora aiuta a ridurre il rischio di recidive, ma ci sono forti sospetti che possa essere utile anche nella prevenzione primaria», ha detto il segretario nazionale dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom), Marco Venturini, nel congresso dell'associazione in corso a Verona. «La principale forma di prevenzione del tumore del seno resta lo screening mammografico - ha detto Venturini - ma adesso si comincia a pensare anche ad altro». Sebbene quello del seno sia ancora oggi il tumore più diffuso nelle donne, negli ultimi anni sono stati ottenuti risultati importantissimi: «se oggi l'80% dei casi guarisce, è il momento di pensare ad altre forme di prevenzione oltre a quelle tradizionali e di dedicarsi ad aspetti che 15 anni fa potevano sembrare inutili». ATTIVITA' FISICA - L'attività fisica è tra questi e si calcola che possa offrire un vantaggio valutabile nell'1%-2%: trascurabile in passato, quando dal tumore del seno guariva solo una minoranza, ma importante adesso che guariscono otto donne su dieci. Perchè il movimento abbia questo effetto protettivo non è ancora chiaro e secondo Venturini l'ipotesi più probabile è che si in quadri in uno stile di vita sano, nel quale l'attività fisica si accompagna a una dieta a basso contenuto acidi grassi, senza burro e insaccati e basata su olio d'oliva, latte scremato e poco formaggio. (fonte: corriere.it)

La genomica contro il tumore al seno 11/10/2008 12:32
Il tumore al seno colpisce ogni anno circa 32 mila donne in Italia. Il tasso di mortalità negli ultimi 5 anni ha iniziato a decrescere. Secondo le statistiche nel 70% dei casi si ottiene la guarigione completa, mentre la cifra sale al 90% nel caso in cui si riesca ad avere una diagnosi precoce. Ogni anno il carcinoma mammario fa registrare nel mondo oltre un milione di nuovi casi con un'incidenza nei Paesi europei di una donna ogni 16. Oggi grazie alla genomica è possibile fare una mappatura dei geni del tumore e conoscere quindi la tendenza di questo a formare recidive. Grazie a queste informazioni il medico potrà scegliere una terapia più aggressiva e mirata per la sua paziente oppure un trattamento più leggero per quelle che non sono a rischio di recidiva, per salvaguardarne la qualità di vita. Così spiega il dott. Luca Gianni direttore dell'Oncologia medica all'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. I test genomici sono già disponibili in America ed in Europa ma se in America il loro uso è prassi comune, in italia ancora non sono diffusi poiché non vi sono linee guida di riferimento e a causa dell'ingente costo, non coperto dal SSN. In ogni caso questi test rappresentano un notevole passo avanti nella conoscenza della malattia ed un valido supporto nella scelta terapeutica della paziente. I test disponibili sono stati sviluppati in concerto dai professori Soon Paik e Rene Bernards che, insieme al prof. Richard Simon del National Cancer Institute di Bethesda, presenzieranno al seminario che si svolgerà all'Istituto dei tumori di via Venezian, l'ottavo organizzato dalla Fondazione Michelangelo, per discutere con i professori Lajos Pusztai e Antonio Wolff, sull'efficacia dei biomarcatori, oggi usati, nella caratterizzazione della malattia e dell'influenza che la genomica possa avere sulla scelta terapeutica Il dott. Gianni spiega che "È proprio questo aspetto che interessa a noi oncologi, capire se una donna con diagnosi di cancro alla mammella e sottoposta a chirurgia per la prima volta possa avere un esito favorevole della malattia. I biomarcatori e i profili di espressione genica dei tumori possono aiutarci a fare cioè scelte meditate, più modulate alle reali esigenze della paziente". (fonte: molecularlab.it)

Agopuntura e cancro alla mammella 30/09/2008 15:44
Il 24 settembre scorso presso l'American Society for Therapeutic Radiology la ricercatrice Eleanor Walker ha presentato un lavoro clinico randomizzato che fa un confronto tra venlafaxina (Effexor) e agopuntura per la riduzione dei sintomi vasomotori in soggetti con carcinoma della mammella e trattati con terapia ormonale come il tamoxifene o Arimidex. In questo studio di 12 settimane, è stato dimostrato che l'agopuntura riduce le vampate di calore in maniera più efficace rispetto alla venlafaxina e senza gli effetti collaterali che presenta quest'ultimo come diminuzione della libido, insonnia, vertigini e nausea. Il gruppo di confronto sottoposto a agopuntura ha segnalato maggior aumento del benessere, più energia e anche dopo l'interruzione dell'agopuntura le vampate di calore sono durate meno a lungo rispetto al gruppo di pazienti che seguivano la terapia con venlafaxina. Lo studio ha coinvolto 47 donne con cancro della mammella e che avevano una media di 14 vampate di calore a settimana. (fonte: takecareblog)

Dieta e movimento per la prevenzione delle ricadute del cancro al seno 26/09/2008 11:07
Seguire una dieta corretta e fare una vita attiva possono aiutare a tenere alla larga gran parte dei tumori e forse anche ad evitare recidive in chi ne è già stato colpito. Almeno questo è quanto si augurano di scoprire gli esperti della Fondazione Irccs Istituto Nazionale dei tumori di Milano che hanno progettato lo studio Diana 5, ai blocchi di partenza proprio in questo periodo. Lo studio ha infatti l’obiettivo di valutare se una sana alimentazione e un’adeguata attività fisica possano ridurre il rischio di recidive nel carcinoma mammario. Lo studio verrà coordinato dall’Istituto milanese assieme all’Istituto europeo di oncologia, sempre di Milano, in collaborazione con altri centri di Napoli, Palermo, Perugia, Potenza, Torino, Avezzano. PRECEDENTI – Dai precedenti studi Diana è emerso che con una dieta basata sulla riduzione degli zuccheri semplici, dei grassi e dei prodotti di origine animale, e sull’aumento dei cereali non raffinati, dei legumi e delle verdure è possibile anche modificare l'ambiente interno e ridurre, nel sangue, la concentrazione degli ormoni sessuali, dell’insulina e di alcuni fattori di crescita che favoriscono lo sviluppo dei tumori della mammella e che ne ostacolano la guarigione. «Le donne che hanno livelli alti nel sangue di ormoni sessuali, di insulina e di un fattore di crescita denominato IGF-I (sigla che sta per Insulin-like Growth Factor, fattore di crescita insulinosimile, di tipo 1), si ammalano di più, e se si sono già ammalate hanno più frequentemente recidive della malattia, perché l’abbondanza di questi fattori consente ad eventuali cellule tumorali di moltiplicarsi – spiega Franco Berrino, Direttore del Dipartimento di medicina preventiva e predittiva dell’Istituto nazionale dei tumori, sede dei progetti Diana -. Poiché la composizione del nostro sangue, del nostro ambiente interno, può essere modificata dal nostro cibo e dal nostro stile di vita, è ragionevole pensare che possiamo fare molto per ridurre il rischio di ammalarci, e se ci siamo già ammalati per aiutare le terapie ad avere successo. Riteniamo utile quindi seguitare con le nostre raccomandazioni dietetiche e sullo stile di vita ma non sappiamo ancora quanto debba essere radicale il cambiamento, per questo motivo abbiamo dato il via allo studio Diana 5». CANDIDATE – Lo studio Diana 5 prevede due differenti interventi sullo stile di vita: nel primo i ricercatori forniranno indicazioni su dieta e attività fisica basate su raccomandazioni internazionali, nel secondo invece verrà proposta una più marcata modifica delle abitudini alimentari e dell’attività fisica attraverso incontri di gruppo, corsi e seminari. Il progetto prevede il coinvolgimento di 2 mila donne, operate per tumore al seno. In particolare possono aderire tutte le donne che rispondono alle seguenti caratteristiche: hanno un’età compresa tra 35 e 70 anni; hanno avuto un tumore della mammella negli ultimi cinque anni; non hanno avuto recidive; sono disponibili a sottoporsi a un prelievo di sangue, a misurazioni del peso, della circonferenza vita, della pressione arteriosa, e a compilare alcuni questionari periodicamente nonché disposte a modificare la propria alimentazione e lo stile di vita. Chi desidera aderire allo studio o vuole avere maggiori informazioni può farlo inviando una e-mail alla segreteria del progetto (diana@istitutotumori.mi.it) o telefonando ai numeri 02- 23902868 o 02-23903552. (fonte: corriere.it)

I lamponi neri nella lotta contro il cancro 18/09/2008 21:35
Dopo il gelsomino, un’altra novità dalla natura? Pare di sì, secondo gli studi condotti da ricercatori dell’Ohio State University Comprehensive Cancer Center, che hanno scoperto, alla prova di laboratorio, che un derivato dal lampone nero è in grado di intervenire sulla rigenerazione dei geni alterati da elementi carcinogeni. Gli esami di laboratorio si sono concentrati sull’analisi della risposta del tumore all’esofago, ma le applicazioni possono essere a più ampio spettro e fanno ben sperare nella ricerca costante riguardo ai molti alimenti che nel tempo hanno dimostrato di possedere proprietà anticancerogene. Nel caso dei lamponi neri si punterà principalmente sulla capacità preventiva. Non solo: la ricerca ha permesso anche di individuare ben 53 geni che potrebbero avere un ruolo determinante nello sviluppo tumorale e sui quali dunque è adesso possibile agire. (fonte: benessereblog.it)

Tumore al seno: si può ridurre la recidiva del 25% 18/09/2008 21:33
Una volta sconfitto il tumore con l'intervento chirurgico, la paura piu' grande e' che possa tornare. Nel cancro del seno il rischio di recidiva resta molto alto: puo' arrivare al 70 per cento, se i linfonodi sono positivi, cioe' contengono cellule neoplastiche, ed anche le possibilita' di guarigione sono fortemente compromesse. Al Congresso Europeo di Oncologia (ESMO), in corso fino al 16 settembre a Stoccolma, ricercatori italiani guidati dal prof. Francesco Cognetti, direttore dell'Oncologia medica del Regina Elena di Roma, presentano nuovi dati che vanno ad incidere proprio su questo gruppo di donne, le piu' "vulnerabili". Lo studio, frutto di una ricerca "made in Italy" effettuata in collaborazione con la Federico II di Napoli ed altri 50 centri distribuiti nella Penisola, dimostra infatti che, aggiungendo alla normale chemioterapia quattro cicli di un altro farmaco, il docetaxel,e' possibile ridurre il rischio di recidiva e morte. "Abbiamo trattato 998 pazienti con tumore del seno ai primi stadi linfonodo-positivo con due diversi approcci terapeutici - spiega il prof. Cognetti. - Dopo 62 mesi, il 76 per cento delle donne trattate con docetaxel non aveva sviluppato nuovamente la neoplasia, rispetto al 69 per cento di quelle trattate con l'altro regime. I dati ottenuti con la nuova terapia rivelano quindi una riduzione di un quarto del rischio relativo di recidiva e di un terzo di morte. Si tratta di un risultato che va considerato come il migliore mai ottenuto al mondo nel tumore della mammella dopo intervento chirurgico", ed ha suscitato grande interesse fra i diecimila esperti presenti al congresso. Il carcinoma della mammella e' la neoplasia maligna piu' frequente nella donna: ne colpisce una su 10, oltre 31.000 nuovi casi ogni anno in Italia. I progressi nelle terapie sono notevoli: se identificato precocemente, la sopravvivenza supera il 90 per cento. Tuttavia resta la prima causa di mortalita' per cancro nelle donne e ogni 12 mesi fa registrare nel nostro Paese circa 11.000 decessi. Tuttavia, nonostante i progressi delle terapie antitumorali, non bisogna dimenticare che la vera arma vincente e' la prevenzione. Afferma il prof. Cognetti: "Se oggi per la maggior parte della popolazione la consapevolezza e' buona, gli esami regolari non sono ancora diventati un'abitudine e restano aperte molte questioni organizzative". L'illustre medico fa notare anche quanto siano ancora notevoli le differenze territoriali: "Se in alcune zone le cose funzionano in maniera ottimale, ad esempio in Emilia Romagna, Toscana o Lombardia, in altre purtroppo, soprattutto al Sud, l'applicazione dei programmi di screening e' ancora decisamente insufficiente". (fonte: italiasalute.it)

Farmaci anti-cancro tra innovazione e indisponibilità 18/09/2008 21:32
Sono rilevanti le differenze riscontrate tra i Paesi della UE nell'accesso ai nuovi medicinali oncologici, in particolare, per quanto riguarda i farmaci a bersaglio molecolare. Alla Francia va il primato dei consumi. Innovazione ed accessibilità: due concetti che anche e soprattutto in oncologia dovrebbero coniugarsi strettamente, ma che incontrano ostacoli economici ed organizzativi. Disparità importanti sono dovute anche alle diverse politiche sanitarie dei Paesi. Una nuova ricerca presentata al congresso dell'ESMO, in corso a Stoccolma, mostra quanto ampi siano i divari nell'accessibilità ai nuovi farmaci oncologici nelle varie nazioni europee. Paesi come Francia, Spagna, Austria e Svizzera tendono ad introdurre velocemente le nuove molecole nella pratica clinica, laddove altri - come la Gran Bretagna ed i Paesi entrati da poco nell'Unione - impiegano più tempo. Una ricerca del Karolinska Institute svedese ha studiato le prescrizioni dei nuovi farmaci a bersaglio molecolare in 27 Paesi negli ultimi dieci anni, riscontrando notevoli differenze nella velocità di lancio e nei volumi d'uso delle molecole più recenti. "Tra i maggiori Paesi occidentali, la Gran Bretagna tende ad avere un atteggiamento più conservativo, salvo eccezioni", sostiene Niels Wilking, direttore della ricerca svedese. "In generale, Austria, Svizzera e Francia fanno uscire le novità più velocemente ed in Francia in particolare si registra anche il maggior consumo della maggioranza dei nuovi farmaci. La Spagna adesso ha rallentato, ma è stata leader nei consumi nei primi anni Novanta". Un atteggiamento prudente, probabilmente, si deve in parte alla difficoltà di maneggiare i nuovi farmaci a bersaglio molecolare e, in alcuni casi, allo scarso numero di studi a supporto della loro approvazione. Il costo delle novità farmacologiche costituisce in ogni caso la barriera più alta alla loro adozione. Quanto questa disparità nell'uso impatti in termini clinici sulla salute dei pazienti oncologici europei è ancora difficile da stabilire. A detta di Wilking, occorrono nuove ricerche epidemiologiche per valutare in che termini ed in quale misura la diversa accessibilità ai nuovi farmaci oncologici influenzi l'outcome. Fonte 33rd ESMO Congress, Stockolm

Test genetico per il cancro al seno a soli 15 euro 18/09/2008 21:29
Secondo quanto riportato dal quotidiano britannico Daily Mail, sarà presto disponibile un nuovo test genetico per la diagnosi del cancro al seno, ma la particolarità è il prezzo straordinariamente basso: solo 15 euro. Il test è attualmente il più economico esistente al Mondo e non solo, sarebbe anche il più veloce: in una sola settimana riesce a mostrare se i nostri geni sono suscettibili alla malattia. I test in commercio per il sequenziamento del genoma hanno costi che variano dai 1200 ai 1800 euro e possono richiedere fino a 18 settimane prima di arrivare a un responso. La nuova procedura, invece, permetterebbe agli scienziati di concentrare la loro attenzione solo su due tipi di geni, “brca1” (breast cancer 1, early onset) e “brca”, quindi un test selettivo in grado di ridurre tempi e costi. Ovviamente il test da solo non basta e occorre quindi eseguire periodicamente la mammografia e altri esami di accertamento. Il suo compito è solo quello di avvertire la presenza di una predisposizione genetica- ereditaria al tumore. Le varianti di questi due geni sono responsabili dell’80% dei tumori alla mammella. Analizzando, quindi, solo questi geni sarà possibile sapere più rapidamente la suscettibilità delle donne al cancro. Il nuovo test verrà presentato in occasione del meeting annuale della British Society for Human Genetics che si terrà presso la University of York. «Sappiamo che la nuova generazione di tecnologie per il sequenziamento - ha spiegato Graham Taylor del Cancer Research del Regno Unito - è incredibilmente potente nell’individuare le varianti genetiche. Ma fino a quando non sapremo di più sulla loro accuratezza, la diagnosi clinica definitiva avrà bisogno di essere confermata con i metodi tradizionali». (fonte: bioblog.it)

Tumori: spiegate recidive dopo successo della terapia 10/09/2008 16:52
Le cellule tumorali potrebbero diffondersi in tutto il corpo molto prima di quanto si pensasse. E questo potrebbe spiegare perché alcune pazienti affette da tumore al seno si ammalano di nuovo anche dopo aver risposto apparentemente con successo alla terapia anti-cancro. Queste sono le conclusioni a cui è pervenuto un gruppo di ricercatori del Memorial Sloan-Kettering Cancer Centre di New York in uno studio pubblicato su Science. I risultati raggiunti dai ricercatori americani hanno fatto ripensare completamente all’origine della metastasi aprendo nuove strade a terapie più efficaci. Fino a ora, gli esperti credevano che le metastasi al cancro si sviluppassero a seguito della diffusione della malattia arrivata in uno stadio avanzato. Adesso, invece, i ricercatori hanno scoperto, dopo una serie di test effettuati sui topi, che le metastasi possono derivare da cellule apparentemente normali che si diffondono a tutto il corpo e dove restano silenti fino a quando non si accendono. Queste cellule sono state in grado di raggiungere il sangue e i polmoni dei topi sopravvivendo fino a 16 settimane senza attivare i geni del cancro. Secondo i ricercatori, i risultati del loro studio dimostrerebbero che queste cellule normali hanno la capacità di nascondere la malattia e farla esplodere anche dopo molto tempo. (www.sanihelp.it)

Seno, un marcatore predice l’aggressività 06/09/2008 17:23
Ancora un piccolo passo avanti sulla strada verso le cure personalizzate e dirette a combattere una specifica forma tumorale. Ricercatori americani del Baylor College of Medicine (Houston, Texas) hanno infatti dimostrato, in uno studio pubblicato sull’ultimo numero del Journal of Clinical Oncology, l’efficacia del fattore di crescita insulino-simile tipo 1 (Insulin Growth Factor 1, in sigla IGF-1) nel predire l’aggressività di una neoplasia mammaria. Si tratta di una molecola che accelera la crescita delle cellule e, secondo gli esperti, esiste una forte associazione tra livelli di IGF-1 e il rischio di sviluppare il cancro al seno (ma, pare, anche alla prostata e al colon). «L’IGF-1 è uno dei principali regolatori della proliferazione e della sopravvivenza cellulari – in grado anche di governare i lavori di riparazione al Dna, danneggiato dalla malattia - spiega Adrian Lee, fra gli autori dello studio –. E si è dimostrato un indicatore utile a segnalare la presenza e la progressione di un tumore del seno». La sua presenza incide in particolare sullo sviluppo della malattia, rendendola più aggressiva. E’ quindi un segnale molto rilevante per aiutare i medici a scegliere la strategia terapeutica più indicata, come sottolinea Marco Greco, direttore dell’unità di senologia all’Istituto nazionale dei tumori di Milano: «L’IGF-1, ormai è certo, è un fattore di rischio per il carcinoma mammario. Nei pazienti oncologici in cui è presente indica che ci troviamo di fronte ad una neoplasia in rapida crescita. Saperlo ci permette di scegliere la cura più adatta per la tipologia di tumore che dobbiamo trattare». I ricercatori hanno stimolato in laboratorio svariate cellule di carcinoma mammario con il fattore di crescita insulino-simile per scoprire come ben 800 geni rispondessero a questa stimolazione. Quindi hanno confrontato la “firma genetica” lasciata dall’IGF-1 con la situazione clinica di alcuni pazienti, riuscendo a definire una determinata correlazione fra la presenza della molecola e la prognosi dei malati. Conclude Alberto Luini, responsabile della senologia all'Istituto europeo di oncologia di Milano: «Si tratta di uno studio importante, che conferma il ruolo, nell'andamento del tumore, di una catena di mediatori chimici normalmente presenti nell'organismo. I livelli di IGF dipendono da molti fattori, anche dal metabolismo, quindi conoscere l'influenza di IGF può avere importanti conseguenze per migliorare la prognosi dei pazienti». (fonte: www.corriere.it)

Chemioterapia nel cancro mammario non metastatico con recettori ormonali negativi 06/09/2008 17:19
Nel cancro mammario a recettori ormonali negativi la polichemioterapia riduce le recidive, le morti specifiche e totali, mentre l'aggiunta di tamoxifene non porta ad ulteriori vantaggi. In questa revisione sistematica con metanalisi della letteratura sono stati valutati 46 RCT per circa 6000 pazienti affette da cancro mammario non metastatico con pochi recettori per gli estrogeni. In questi studi veniva confrontata la chemioterapia rispetto alla non terapia adiuvante. Sono stati considerati inoltre altri 50 RCT per circa 14000 donne in cui veniva paragonata la chemioterapia adiuvante associata al tamoxifene alla sola chemioterapia. La revisione ha dimostrato che la polichemioterapia riduce il rischio di recidiva, la mortalità specifica e la mortalità totale rispetto alla non terapia. L'aggiunta di tamoxifene non migliorava gli esiti rispetto alla sola chemioterapia. I benefici erano evidenti in tutte le classe di età. Per esempio per l'end-point mortalità totale nelle donne con meno di 50 anni si passava dal 33% al 25% e per quelle tra i 50 e i 69 anni dal 45% al 39%. Gli autori concludono che nel cancro mammario non metastatico con pochi recettori ormonali la polichemioterapia adiuvante riduce il rischio di recidiva e di morte a 10 anni. Regimi chemioterapici futuri potrebbero portare a risultati ancora migliori. (fonte: pillole.org)

Come i tumori stanno cambiando il mondo 04/09/2008 11:16
I tumori stanno cambiando il mondo, impattando pesantemente sullo sviluppo economico di gran parte del pianeta, oltre che sulla salute e sulla vita di milioni di persone. La denuncia arriva dallo UICC World Cancer Congress appena conclusosi a Ginevra. La direttrice generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Margaret Chan, ha lanciato un grido d’allarme: "I tumori causano ogni anno circa 7,9 milioni di morti nel mondo. Di queste morti, circa il 72 per cento ora avviene nei Paesi in via di sviluppo. Si tratta di dati scioccanti, con implicazioni devastanti riguardo la sofferenza umana, l’efficienza dei sistemi sanitari, la povertà. È arrivato il momento di fare del controllo dei tumori una priorità essenziale dei modelli di sviluppo dei Paesi". Le patologie oncologiche dissanguano i sistemi sanitari e/o le tasche dei pazienti con spese catastrofiche: l’OMS ha calcolato che le spese necessarie per affrontare un tumore hanno fatto precipitare solo nell’ultimo anno al di sotto della soglia di povertà ben 100 milioni di persone. "I Paesi in via di sviluppo affrontano oggi problemi sanitari con i quali altre nazioni si sono confrontate decenni fa", avverte la Chan. "Là le esperienze sono state fatte. Le politiche si sono adeguate, la ricerca clinica ha fatto passi avanti, i tassi d’incidenza di alcuni tumori sono scesi sensibilmente, e la mortalità anche. Ora bisogna condividere le nostre conoscenze. Ma programmi di screening, test diagnostici e trattamenti sono costosi". Fonte The face of cancer is changing. World Health Organization news release 27/08/2008. (fonte: pensiero.it)

Dieta anti-androgeni contro il tumore al seno 04/09/2008 11:13
È al via in tutta Italia il progetto «Diana 5», coordinato dall’Istituto dei Tumori di Milano e dall’Istituto Europeo di Oncologia per verificare se lo stile di vita incentrato sulla «dieta mediterranea» sia in grado di prevenire il tumore al seno e in quale percentuale. «Diana - spiega l’epidemiologo dell’Int, Franco Berrino - è acronimo di “dieta” e “androgeni”, perché gli androgeni nel sangue (e, dopo la menopausa, gli estrogeni) sono indicatori del rischio di ammalarsi di tumore al seno. Con la dieta, però, siamo in grado di abbassare il livello di questi ormoni. Sappiamo da tempo che dieta ipercalorica e vita sedentaria provocano la cosiddetta “sindrome metabolica”, che fa aumentare il livello di insulina nel sangue, fatto che comporta appunto l’aumento degli ormoni sessuali e di altri fattori di crescita, indicatori del rischio di tumore». Il progetto «Diana 5»: una piccola rivoluzione alimentare In particolare, la dieta prevede di ridurre le calorie privilegiando cereali non raffinati, legumi e verdure; di evitare cibi ad alto indice glicemico e insulinemico come farine raffinate, patate, riso bianco; di consumare invece cereali integrali, ridurre le fonti di grassi saturi come carni rosse, burro, latticini e salumi e consumare olio extravergine di oliva, semi oleogenici; di ridurre le proteine di origine animale eccetto quelle del pesce. Obbligatoria dell'attività fisica quotidiana. Verranno "arruolate" 4 mila donne tra i 35 e i 70 anni Il progetto, che verrà gestito in collaborazione con i Centri di Napoli, Palermo, Perugia, Potenza, Torino, Avezzano (L’Aquila), prevede l’arruolamento di 4000 donne di età compresa fra 35 e 70 anni, che abbiano avuto un tumore alla mammella negli ultimi 5 anni e non abbiano avuto recidive. Dovranno essere disponibili a sottoporsi a un prelievo di sangue, a misurazioni di peso, circonferenza vita, pressione arteriosa e a compilare questionari periodici. Infine, essere disponibile a modificare alimentazione e stile di vita. Di queste verranno selezionate le 2000 più a rischio di recidiva e divise in due gruppi. Quelle del primo verranno sottoposte a un programma più moderato indicando loro alcuni precisi obiettivi nutrizionali. Quelle del secondo avranno un programma più intenso con controlli più ristretti. (fonte: LaStampa)

L’attività fisica per meglio sopravvivere al cancro al seno 02/09/2008 12:41
Continuare a svolgere una regolare attività fisica dopo diagnosi di tumore al seno aiuta a sconfiggere la malattia: è quanto sostiene uno studio condotto presso la Yale School of Medicine in Connecticut e pubblicato sulla rivista Journal of Clinical Oncology. Lo studio ha seguito 933 donne per cui è stata fatta diagnosi di tumore al seno fra il 1995 e il 1998 e queste pazienti sono state seguite fino al 2004. Si è visto che le donne che almeno nell’anno precedente la diagnosi di tumore erano solite camminare per 2 0 3 ore a settimana a passo svelto hanno il 31% di probabilità in meno di morire a causa di questa malattia rispetto alle donne dalla vita sedentaria. Le donne che dopo due anni dalla diagnosi hanno svolto attività ricreative hanno il 64% di probabilità in meno di morire rispetto alle donne che non hanno praticato alcuna attività e le donne che sono riuscite a camminare a passo svelto per almeno 2 o 3 ore per settimana hanno visto ridotto il loro rischio di morire del 67%. Le donne che dopo la diagnosi di tumore hanno smesso ogni attività fisica hanno un rischio 4 volte maggiore di morire per il tumore rispetto alle donne che sono sempre state sedentarie. Le donne che invece hanno intrapreso l’attività fisica dopo la diagnosi di tumore hanno un 45% in meno di probabilità di morire a causa del tumore. (fonte: www.sanihelp.it)

Tumori: felicità e ottimismo allontanano quello al seno 23/08/2008 12:06
Felicità e ottimismo allontanano il cancro al seno. Lo rivela una ricerca dell'Università Ben Gurion, in Israele, pubblicata sulla rivista scientifica BMC Cancer: secondo i ricercatori vedere la vita in rosa ha un effetto protettivo. Al contrario eventi negativi e dolorosi, come un divorzio o la perdita di una persona cara, aumentano il rischio di sviluppare la malattia. Questo dipenderebbe dal modo in cui il sistema nervoso centrale, ormonale e immunitario interagiscono tra di loro e da come gli eventi esterni modulano questi tre sistemi. Un meccanismo ancora poco noto tanto che per gli scienziati è necessario condurre ulteriori studi per chiarire la relazione tra felicità e salute. (Agr)

Tumore seno: screening riduce mortalità del 25% 18/08/2008 19:37
Aderire ai programmi di screening per la diagnosi precoce del tumore al seno, significa poter ridurre del 25% la mortalità per questo tumore. Un dato importante, dimostrato da uno studio italiano finanziato dalla Lega italiana per la lotta contro i tumori (Lilt) e dal ministero della Salute. Per valutare l'efficacia dei programmi di screening mammografico nel nostro Paese, i ricercatori hanno confrontato le storie di 1.750 donne decedute per tumore al seno, con quelle di 7mila donne non colpite da tumore e residenti negli stessi comuni. Una conferma dell'importanza della mammografia e dei programmi di screening per il tumore al seno a cui tutte le donne dovrebbero aderire. (Agr)

Vitamina C per bloccare i tumori 17/08/2008 12:14
L'acido ascorbico, meglio noto come Vitamina C, potrebbe bloccare la crescita di alcuni tumori molto aggressivi. Un nuovo studio sembrerebbe confermare alcune teorie di Linus Pauling, uno scienziato vincitore di due Nobel, di cui uno per la chimica, che per anni condusse numerose analisi nel campo della scienza della nutrizione e della vitamia C. La ricerca, che confermerebbe l'intuizione di Linus Pauling, è stata condotta da un gruppo di scienziati dei National Institutes of Health (NIH) coordinati da Mark Levine. I dettagli dello studio sono stati pubblicati su PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences - Agosto, 2008). Nella prima fase dello studio, i ricercatori hanno indotto in un gruppo di topi la formazione di tre forme di tumori molto aggressive: tumore del pancreas, tumore delle ovaie e tumore del cervello. Successivamente le cavie sono state suddivise in vari gruppi e alcune di esse sono state trattate con iniezioni di alte dosi di acido ascorbico (Vitamina C). Analizzando i dati relativi ai topi trattati, e confrontandoli con quelli del gruppo di controllo, i ricercatori hanno constatato che nei primi la crescita delle cellule cancerose era pari alla metà di quelli non sottoposti alla terapia. In base ai risultati ottenuti il trattamento consentirebbe di ridurre la crescita del tumore di una percentuale variabile tra il 41 e il 53 per cento. Per ottenere questi benefici la Vitamina C non va però ingerita, l'acido ascorbico deve essere iniettato. Durante alcuni esperimenti condotti in precedenza, i ricercatori avevano utilizzato la vitamina C sotto forma di pillole ottenendo però dei risultati deludenti. Il minor effetto è legato alla concentrazione della Vitamina C nel sangue, sembra infatti che solo tramite iniezione si possano ottenere dei livelli sufficienti utili a proteggere l'organismo dai tumori. Mark Levine è molto soddisfatto dei risultati ottenuti fino ad ora e spiega che si è molto vicini al prossimo passo della sperimentazione, una fase di test che esaminerà gli effetti della Vitamina C iniettata anche nell'uomo. Per numerosi anni l'idea di poter utilizzare la Vitamina C per cura alcune forme di tumori è stata messa da parte, lo studio di Linus Pauling e Ewan Cameron risale infatti a circa 30anni fa (Proceedings National Academy of Science, 73: 3685-89, 1976). I due ricercatori furono i primi ad evidenziare che la Vitamina C somministrata per via endovenosa poteva prolungare in maniera significativa la vita dei pazienti colpiti da un tumore in stadio avanzato. Probabilmente in tutti questi anni altri centri hanno condotto delle ricerche in questo campo, nessuno però deve aver raggiunto dei risultati soddisfacenti tali da meritarsi una pubblicazione nelle più note riviste scientifiche, almeno fino al 2004, quando, uno studio condotto sempre da ricercatori del NIH (National Institutes of Health), venne pubblicato negli Annals Internal Medicine (140:533-7, 2004). Lo studio pubblicato nel 2004 concluse che la Vitamina C, somministrata per via endovenosa, era tossica per le cellule cancerose ma non aveva effetto su quelle sane. Gli studi del NIH evidenziano inoltre che per ottenere una concentrazione di Vitamina C adeguata c'è bisogno della somministrazione per via endovenosa, altri studi però, condotti sempre presso i National Institutes of Health, mostrano che la Vitamina C somministrata per via orale può portare a concentrazioni nel sangue tre volte superiori a quanto ritenuto possibile in precedenza. In questi ultimi anni, a partire dal 2004, i ricercatori non hanno più riesaminato questo aspetto evidenziando che solo per via endovenosa si possono ottenere dei benefici, scartando definitivamente l'ipotesi della somministrazione per via orale. Oltre ad ulteriori studi per valutare l'effettiva efficacia della Vitamina C nel limitare la crescita dei tumori, sarebbe interessante approfondire anche l'aspetto della somministrazione e relativa concentrazione nel sangue. (fonte: www.universonline.it)

Le statine non causano il cancro 17/08/2008 12:12
In nove anni di follow-up su oltre 361000 pazienti non sono state rilevate forti evidenze a sostegno dell’eventuale ruolo delle statine, somministrate a lungo termine, nel causare o prevenire il cancro. Le statine sono largamente utilizzate come farmaci ipolipemizzanti nella prevenzione delle patologie cardiovascolari connesse all’aterosclerosi. Le evidenze relative ad una possibile correlazione tra l’uso di statine e il rischio di cancro sono ancora controverse: una recente metanalisi di 26 RCT non ha rilevato alcuna correlazione (positiva o negativa) tra impiego di statine ed incidenza di cancro (Dale KM et al. JAMA 2006; 295: 74–80). In questo studio è stata valutata l’incidenza di cancro per un follow-up di 9,4 anni (valore mediano 4,91 anni) in 361.859 soggetti che assumevano statine inclusi nel Kaiser Permanente Medical Care Program della California del Nord (KPMCP). Il follow-up si riteneva concluso alla diagnosi di carcinoma, ed in seguito all’abbandono dello studio per qualsiasi motivo incluso il decesso. L’uso di statine e lo sviluppo di tumore è stato accertato attraverso i registri delle farmacie inserite nel programma e dai registri dei tumori, dall’agosto 1994 al dicembre 2003. Sono stati considerati solo i casi di tumore invasivo, mentre i pazienti cui era stato diagnosticato un cancro prima del follow-up sono stati esclusi dall’analisi specifica per quel tipo di cancro. Il rischio relativo di tumore, stimato come Hazard Ratio (HR), è stato determinato utilizzando il modello di rischio proporzionale Cox, in cui l’età dei pazienti è stata usata come scala di tempo e l’uso di statine come variabile tempo-dipendente. Sono stati effettuati due distinti set di analisi negli uomini e nelle donne: - 1° set, riguardante l’intervallo di tempo intercorso fino alla diagnosi di tumore, suddiviso in “no lag”, cioè tutti i casi di cancro verificatisi subito dopo la prescrizione delle statine, e in “2-year lag”, cioè tutti i casi diagnosticati ad almeno 2 anni dalla prescrizione iniziale. - 2° set, riguardante la durata del trattamento, suddiviso in tre sottogruppi (utilizzo minore di 3 anni, dai 3 ai 5 anni e utilizzo per più di 5 anni), in base alla somma dei giorni di utilizzo, verificata attraverso la conta delle capsule dispensate. Entrambi i set di analisi sono stati confrontati con il gruppo di controllo non ricevente statine. Inoltre, poiché molto spesso le statine vengono prescritte anche ai fumatori ad alto rischio di patologie cardiovascolari connesse all’aterosclerosi, è stato apportato un aggiustamento dei risultati per i fumatori, valutando un range di rischio relativo attribuibile solamente all’abitudine al fumo da parte degli utilizzatori di statine. Un altro tipo di correzione è stato apportato per coloro che sono risultati utilizzatori di FANS, per i quali sono stati descritti effetti preventivi per alcuni tipi di tumori. Ancora, poiché esiste una correlazione tra estrogeni in post-menopausa e tumori femminili, è stata effettuata un’analisi dei tumori ormone-dipendenti nelle donne. Tra le statine incluse nello screening circa il 66% dei pazienti ha ricevuto la lovastatina, il 28% la simvastatina, circa il 5% l’atorvastatina, <1% la pravastatina e la rimanente percentuale altre statine. Tra i partecipanti, il 72% ha ricevuto la prescrizione di una sola statina, il 25% circa ha seguito un trattamento con 2 statine e il 3% ha ricevuto 3 o più statine. La prevalenza dell’utilizzo, misurata in base alle fasce di età coinvolte, cresceva con l’età sia negli uomini che nelle donne, con un picco massimo di utilizzatori tra i 70 e i 79 anni. I risultati presentati riguardano i sottogruppi “2-year lag” e con >5 anni di utilizzo. Dall’analisi dei risultati relativi ai soggetti di sesso maschile è emerso che le sedi a maggior rischio di sviluppo di tumore (aumento del rapporto di rischio) per gli utilizzatori di statine erano esofago (>5 anni di utilizzo), la vescica (sia nei “2-year lag” che > 5 anni di utilizzo), rene e uretere (“2-year lag”), pelle e tiroide. I distretti corporei con ridotto rapporto di rischio erano colon, fegato e dotti biliari epatici o intraepatici. Nel gruppo “2-year lag” dei soggetti di sesso femminile solo per il polmone è stato rilevato un aumento del rischio nelle utilizzatrici di statine, mentre come negli uomini, una significativa riduzione dell’HR è stata riscontrata per il fegato e i dotti biliari epatici o intraepatici. L’aumento del rischio di cancro al polmone nelle donne potrebbe essere parzialmente attribuibile all’abitudine al fumo. Inoltre, i rapporti di rischio sono rimasti pressoché inalterati anche in seguito all’aggiustamento dei risultati relativamente all’uso della terapia ormonale sostitutiva. Osservati nella loro totalità ad un follow-up di 9,4 anni i risultati aggiungono esigue evidenze in merito ad una relazione tra l’uso di statine e rischio di cancro; i valori di HR erano egualmente suddivisi tra aumento e riduzione del rischio. Sono state rilevate poche relazioni statisticamente significative tra uso di statine e aumento del rischio di cancro, che gli autori suppongono dovute anche al caso e al grande numero di analisi condotte. Inoltre, non è possibile quantificare la reale assunzione delle statine da parte dei pazienti, ma soltanto la loro dispensazione. Altri possibili limiti dello studio erano relativi all’impossibilità di distinguere tra statine lipofile e idrofile (queste ultime con un maggiore potenziale cancerogeno) o ad altri fattori confondenti come razza, educazione e indice di massa corporea, che non sono stati registrati durante lo studio. È quindi possibile concludere che non sono state rilevate forti evidenze a sostegno dell’eventuale ruolo delle statine, somministrate a lungo termine, nel causare o prevenire il cancro. Fonte: Pharmacoepidemioloy and drug safety 2008; 17: 27-36. Dottoressa Ilaria Campesi Contributo gentilmente concesso dal Centro di Informazione sul Farmaco della Società Italiana di Farmacologia - http://www.sifweb.org/farmaci/info_farmaci.php/ (fonte: www.pillole.org)

Tumori, ogni giorno 822 nuove diagnosi 25/07/2008 13:07
Ogni giorno, in Italia, vengono diagnosticati mediamente 822 nuovi casi di tumore, poco più di 300 mila ogni anno. Continuando con questo ritmo, entro il 2010 gli italiani che conviveranno con una diagnosi di tumore saranno quasi 2 milioni. Nel 1990 le neoplasie diagnosticate erano circa 900 mila e dopo 10 anni, nel 2000, si era arrivati ad un milione 412 mila, l'incremento dei casi di cancro è quindi considerevole. Per fortuna, al tempo stesso, è aumentata anche la sopravvivenza a questa malattia. Il Prof. Francesco Cognetti, oncologo e Diretttore Scientifico dell'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena IRCSS di Roma, in occasione della presentazione al Ministero delle Pari Opportunità di un libro (Cancro, non mi fai paura) sui malati di tumore, fa il punto della situazione sull'andamento del cancro in Italia. L'esperto spiega che attualmente ci sono circa un milione e 700 mila italiani costretti a convivere con il cancro o reduci da una battaglia vinta, il tumore è sempre più una malattia cronica e come tale dovrebbe essere considerato non solo in termini sanitari ma anche sociali. Attualmente, circa la metà dei nuovi malati guarisce e, rispetto al passato, cala anche la mortalità. Nel 2000 i decessi per tumore sono stati 127 mila e, secondo le stime, nel 2020 saranno 122 mila, il dato assume una maggiore valenza se si considera che il numero di neoplasie diagnosticate nel 2000 era nettamente più basso di quelle diagnosticate oggi e proporzionalmente nel 2020. Alla luce di questi dati, anche la FAVO, Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato Oncologico, si sta muovendo affinché ci possa essere una maggiore attenzione verso i malati cronici per evitare discriminazioni e aiutare il reinserimento nella società. Il libro "Cancro, non mi fai paura", scritto da Fabio Salvatore e edito da Aliberti, per la prima volta affronta la malattia raccontata e analizzata dagli stessi malati. Fabio Salvatore, un "sopravvissuto" alla malattia, nelle pagine del libro cerca di mostrare degli aspetti del cancro spesso non considerati dalla società, soprattutto quando non direttamente interessata. Cognetti, proseguendo nel suo discorso, riconosce che il sistema di prevenzione va migliorato, così come vanno superate le differenze territoriali nella cura della malattia. C'è poi un altro problema da affrontare, quello dell'inserimento sociale. Soprattutto in ambito lavorativo le persone colpite da un tumore sono spesso discriminate. Fabio Salvatore spiega che è fondamentale modificare l'atteggiamento nei confronti di questa malattia, umanizzarla spazzando via l'omertà che ci induce a non pronunciare la parola cancro. Nel suo libro, l'autore trasforma il tumore in uno scarafaggio. Il cancro/scarafaggio prende le viscere di Andrea (il protagonista del libro), lo inganna. Prova a farlo patire ma Andrea respira, non gli permette di raggiungere il suo vile scopo: spegnerli il fiato. Andrea sceglie la via del dialogo e della conoscenza. Non sfida il cancro: lo guarda fisso negli occhi e gli dice: "non mi fai paura". Una vita che incontra il cancro trovando, nel dolore, una sua risposta. Un romanzo avvincente che ha come protagonista un ragazzo che non si è fatto travolgere dal destino ma ha combattuto per tornare alla vita. Fonte: universonline.it

Prevenzione del tumore al seno più veloce con Dicomnow 25/07/2008 13:01
La Celm di Carnate ha presentato all"annuale "Symposium Mammograficum" di Lille in Francia, alla presenza di oltre 1000 radiologi, un nuovo dispositivo di digitalizzazione delle mammografie analogiche per la prevenzione del tumore al seno chiamato Dicomnow. La novità del Dicomnow risiede nel fatto che lLa digitalizzazione dell"immagine avviene istantaneamente a una velocita" vicino al secondo e rispetto ad classico scanner non presenta i problemi correlati, dal movimento di fasci di luce al trascinamento documentale al flashing. Emilio Sitta spiega "Questa importante innovazione permettera" da un lato di dare un importante contributo alla prevenzione del tumore al seno e dall"altro di apportare una importante rivalutazione delle macchine analogiche; ce ne sono quasi 50 mila a livello internazionale, che potranno continuare ad avere un ruolo significativo, riducendo investimenti molto onerosi richiesti per il passaggio a dispositivi digitali". Il tumore al seno viene considerata ancor oggi la seconda causa di morte in Europa, per questo la UE dal 2006 sta conducendo una ampia politica di prevenzione, nel quadro della quale si pone lo sviluppo del digitalizzatore di mammografie analogiche Dicomnow. con il nuovo sistema di digitalizzazione delle mammografie la prevenzione del tumore al seno sarà facilitata e saranno agevolati i servizi on line come il telereporting e la second opinion. Dicomnow sarà commercializzato dalla Dimex Europa srl. Fonte MolecularLab.it

Secondo uno studio i dati sul cancro in Europa sono incoraggianti 25/07/2008 12:55
La prevenzione e la gestione del cancro in Europa si muovono nella giusta direzione e anche i dati ottenuti dai rilevamenti sono migliorati grazie ad un migliore accesso alla diagnostica e ai trattamenti specialistici. Queste sono le conclusioni a cui giunge la prima analisi europea di vasta portata sull'incidenza, la mortalità e la sopravvivenza al cancro. La ricerca è stata in parte finanziata dall'UE e pubblicata su un numero speciale del European Journal of Cancer, la rivista ufficiale dell'Organizzazione europea del cancro (ECCO - European Cancer Organisation). Sfortunatamente, la relazione non riporta soltanto buone notizie. I tipi di cancro legati all'obesità (del colon-retto o della mammella in età post-menopausa) non hanno dimostrato un simile andamento decrescente della loro incidenza. Inoltre, l'incidenza del cancro legato al fumo e la sua mortalità sono cresciute sia negli uomini che nelle donne nell'Europa centrale, e per le donne quasi ovunque in Europa. L'importanza di una ricerca di così vasta portata non può essere sottovalutata. Affinché possano essere gestiti in modo adeguato i bisogni riguardanti la salute, sono della massima importanza le analisi di ampia portata, come quella qui presentata. "Per il bene della prevenzione e dell'organizzazione delle cure, è fondamentale la corretta interpretazione dell'andamento dei dati sul cancro: sono stati effettivamente fatti dei progressi o si tratta soltanto di artefatti?" ha commentato il professor Coebergh del Centro medico dell'università Erasmus di Rotterdam (Paesi Bassi). "Gli aumenti nell'incidenza del cancro potrebbero, ad esempio, essere reali (a causa degli aumentati rischi dovuti ai precedenti agenti cancerogeni), o potrebbero essere dovuti all'avanzamento del completamento della registrazione, ai cambiamenti nei criteri diagnostici, o l'effetto dei metodi di diagnosi precoce, come lo screening della popolazione," ha aggiunto. "Inoltre, il miglioramento nella sopravvivenza potrebbe essere dovuto alle cure migliorate, ma anche grazie alla diagnosi precoce nei pazienti in cui il cancro sarebbe altrimenti stato scoperto tardivamente o che magari non avrebbero mai presentato la malattia nella sua forma clinica." Tra le altre cose, la relazione conclude che il cancro legato all'obesità rappresenterà la prossima grande sfida per il sistema sanitario europeo e di conseguenza, l'obesità dovrebbe essere l'obiettivo nella prevenzione del cancro dell'esofago, della mammella, del corpo uterino, della cervice, della prostata e del rene. Il professor Coeberg e il suo team hanno raccolto dati sull'incidenza, la mortalità e la sopravvivenza a cinque anni, dalla metà degli anni novanta fino al 2005, basandosi sulle registrazioni sul cancro effettuate in 21 Paesi europei, e li hanno usati per l'analisi dell'andamento. L'UE ha sostenuto la ricerca attraverso il finanziamento del progetto Eurocadet, che è finanziato nell'ambito dell'area tematica "Ricerca per il supporto delle politiche" del Sesto programma quadro (6°PQ). La loro relazione è soltanto una delle dieci pubblicate sul numero speciale del European Journal of Cancer. Il numero speciale viene pubblicato quando la Commissione europea inizia a lavorare ad un nuovo Piano d'azione UE per il cancro (EU Cancer Action Plan). "Il numero speciale dell'EJC (European Journal of Cancer) sul cancro arriva in un momento molto opportuno, visto che la Commissione europea si prepara a lanciare un Piano d'azione UE per il cancro," dice il professor Alexander Eggermont, presidente dell'ECCO. "Esso evidenzia diverse aree che la Commissione dovrà prendere in considerazione, come anche importanti questione che gli Stati membri doranno affrontare individualmente. La relazione sugli andamenti recenti del cancro in Europa mostrano come l'epidemiologia utile ci sta iutando a identificare aree sulle quali i governi e la salute pubblica doranno concentrarsi." Fonte: Cordis

Studio sull'erceptina che aggredisce le cellule staminali del cancro al seno 25/07/2008 12:52
L'erceptina, utilizzata nel trattamentro del cancro positivo al recettore HER2, attacca e distrugge le cellule staminali del cancro, indicano i risultati di uno studio del Centro oncologico dell'Universita' del Michigan. I risultati dello studio, pubblicato nell'edizione online della rivista Oncogene, "suggeriscono che la ragione per cui i medicinali indirizzati al recettore HER2, quali erceptina e lapatanib, sono tanto efficaci nel cancro della mammella, e' che attaccano la popolazione delle cellule staminali nel cancro", spiega Max S. Wicha, oncologo, direttore del Centro oncologico dell'Universita' del Michigan e autore della ricerca. Egli ritiene inoltre che "le conclusioni avvalorano piu' che mai l'ipotesi delle cellule staminali del cancro". Quest'ipotesi sostiene che i tumori si formano in un piccolo numero di cellule, chiamate cellule staminali del cancro -rappresentano meno del 5% delle cellule in un tumore-, e che sarebbero responsabili della formazione e della crescita del tumore. I ricercatori hanno osservato il farmaco erceptina utilizzato nel cancro al seno positivo all'HER2 e hanno rilevato che essa riduce di circa l'80% il numero delle cellule staminali del cancro, riportandolo agli stessi livelli registrati nelle linee di cellule negative al recettore HER2. Cosi', hanno notato che quando l'HER2 non e' in eccesso (sovraespresso) nelle coltivazioni di cellule, la popolazione delle cellule staminali del cancro non cresce. E che l'erceptina non ha nessun effetto sulle cellule negative all'HER2, cio' che e' coerente con il suo impiego clinico. Viceversa, lo studio ha dimostrato che le cellule del cancro della mammella con l'HER2 in eccesso hanno quattro o cinque volte piu' cellule staminali oncologiche rispetto alle cellule del cancro negativo all'HER2. Per di piu', le cellule positive all'HER2 fanno si' che le cellule staminali del cancro invadano il tessuto circostante, cio' che suggerisce che l'HER2 stimola l'integrazione e la diffusione del cancro. Cosi' hanno osservato che gli HER2, che appaiono in eccesso nel 20% dei tumori al seno, fanno si' che le cellule staminali del cancro si moltiplichino e si propaghino, e cio' spiega perche' l'HER2 e' legato al tipo piu' aggressivo di cancro al seno e alla metastasi. Fonte: ADUC.